Ha fatto molto rumore, negli ultimi giorni, la presentazione del nuovo rapporto di Itinerari Previdenziali sulla distribuzione del carico fiscale tra i cittadini in Italia. La ricerca del team guidato dall’economista Alberto Brambilla ha posto in essere una serie di importanti rilievi sul fatto che circa i tre quarti degli italiani (72,59%) contribuiscono per meno di un quarto (23,13%) dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. Questi contribuenti dichiarano redditi fino a 29mila euro, e il 43,15% complessivo degli italiani non ha redditi dichiarati.
Il dibattito che si è aperto sul tema ha a nostro avviso guardato il dito e non la luna. Si è parlato molto dell’iniquità del carico fiscale tra fasce di distribuzione, con una stretta cerchia di contribuenti che paga il triplo di una grande tre volte la sua coorte, e molto della prospettiva che a pesare su questi dati ci sia la furbizia degli evasori. Tutti temi importantissimi e su cui è meritevole riflettere. Ma non deve sfuggire il fatto che il report è stato presentato alla Camera dei Deputati in un convegno dal titolo “Il difficile finanziamento del welfare italiano”.
Il focus della ricerca di Brambilla e dei suoi è sul rischio che in prospettiva un sistema fiscale squilibrato non può creare un welfare gestibile, specie di fronte a trend strutturali come il calo della forza lavoro e l’aumento del numero delle persone che entrano a carico dello Stato nel sistema pensionistico. Al 31 dicembre 2023, 23,1 milioni occupati pagavano i contributi per 15,8 milioni di pensionati, un rapporto di 717 pensionati ogni 1000 lavoratori.
Nel prossimo decennio, almeno sei milioni di persone andranno in pensione e calerà di almeno il 34% la popolazione in età da lavoro (18-65 anni), lasciando presagire la possibilità di un’inversione del trend. Già oggi, nota la ricerca, il sistema previdenziale fatica a sostenersi:
Solo nel 2023 sono stati necessari 131,119 miliardi per la spesa sanitaria, oltre 164 per l’assistenza sociale e altri circa 13,4 miliardi per il welfare degli enti locali: un conto totale da oltre 300 miliardi che, in assenza di tasse di scopo (come, ad esempio, accade per le pensioni che sono in attivo al netto dell’IRPEF), viene finanziato attingendo fiscalità generale: a queste sole 3 voci di spesa sono state dunque destinate nell’ultimo anno di rilevazione pressoché tutte le imposte dirette IRPEF, addizionali, IRES, IRAP e ISOST e anche 32,8 miliardi di imposte indirette, in primis l’IVA.
In futuro, questo sarà ancora più complesso. Anche perché il vero dato che dovrebbe destare preoccupazione e riflessioni è il fatto che solo un quarto degli italiani guadagni più di 29mila euro l’anno. Un tema fondamentale, che chiama in causa il dramma dei salari stagnanti e della ridotta produttività del lavoro nel Paese, ma che lascia in futuro presagire scenari cupi per il finanziamento del welfare e gli equilibri intergenerazionali del Paese. Lavoratori con reddito basso non potranno essere in futuro pensionati ricchi né potranno mantenere un sistema di welfare disposto a una crescita continua in termini di onere pubblico. Se i salari non cresceranno, l’Italia è destinata a un duro shock. E il rapporto di Itinerari Previdenziali lo fa intendere dati alla mano.
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