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	<title>Paolo Mossetti Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 05:06:01 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Paolo Mossetti Archives - InsideOver</title>
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		<title>Panama, nella provincia dell&#8217;impero Usa il terremoto riguarda solo i poveri</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/panama-nella-provincia-dellimpero-usa-il-terremoto-riguarda-solo-i-poveri.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 05:05:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Panama]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La stabilità politica di questa colonia Usa de facto potrebbe dipendere molto da quante famiglie saranno ancora sotto una tenda a fine anno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/panama-nella-provincia-dellimpero-usa-il-terremoto-riguarda-solo-i-poveri.html">Panama, nella provincia dell&#8217;impero Usa il terremoto riguarda solo i poveri</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="panama" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/panama-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><em>Panama</em> <em>City</em> — Gli enormi <strong>grattacieli</strong> della capitale, tirati su <a href="https://it.insideover.com/tag/canale-di-panama" type="link" id="https://it.insideover.com/tag/canale-di-panama">negli ultimi vent’anni</a> grazie a ingenti <strong>investimenti esteri</strong> e <strong>speculazioni immobiliari</strong>, hanno oscillato vistosamente ma hanno retto senza registrare vittime o crolli devastanti durante il violento <strong>terremoto</strong> del 9 ottobre scorso. Una scossa enorme: con magnitudo stimata tra 7,7 e 8 e oltre 150 repliche, ha lasciato Panama City praticamente intatta, mentre magnitudo simili, qualche centinaio di chilometri più a Sud, hanno devastato il <strong>Venezuela</strong>, causando migliaia di morti. E se l&#8217;evento che ha colpito questa piccola <strong>colonia <em>de facto</em> degli Stati Uniti</strong> — sotto la tutela di <strong>Washington</strong> e delle sue <strong>scuole globaliste</strong> da decenni — fosse un piccolo <strong>miracolo di efficienza neoliberista</strong>? Un successo della privatizzazione e dei criteri costruttivi moderni, verrebbe da pensare. Ma la realtà sul campo racconta tutta un&#8217;altra storia, e mostra come la geografia dell&#8217;emergenza rispecchi in modo quasi chirurgico le disuguaglianze storiche del Paese.</p>



<p>Mentre nella capitale il panico si è risolto con migliaia di persone riversate in strada e ore trascorse nel traffico in attesa di rientrare negli appartamenti, in <strong>Europa</strong> la notizia dell&#8217;evento non è nemmeno arrivata, tanto è scarso l&#8217;interesse per questa parte di mondo. Nell&#8217;interno del Paese, più povero e lontano dai flussi del turismo, le conseguenze sono state ben diverse. Il <strong><em>Sistema Nacional de Protección Civil</em></strong> ha contato oltre 13 mila persone colpite e circa 4 mila <strong>abitazioni danneggiate</strong>, di cui quasi 900 completamente distrutte. Una sola <strong>vittima accertata</strong>: una donna di 68 anni deceduta per le gravi ferite. </p>



<p>A crollare o subire <strong>danni strutturali gravissimi</strong> non sono stati le sedi sfarzose delle multinazionali o i pacchiani casinò lungo la costa, ma scuole, piccoli centri di salute, ponti e acquedotti nelle province di <strong>Herrera, Los Santos, Veraguas e Coclé.</strong> Ovvero in quel territorio che gli abitanti della costa chiamano semplicemente <strong><em>l’interior</em></strong>, la regione rurale e storicamente più trascurata dallo Stato, dalla quale proviene la maggior parte dei lavoratori sottopagati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La povertà delle campagne</h2>



<p>Le <strong>istituzioni panamensi</strong> si sono vantate del bilancio miracoloso, ma non navigano in acque tranquille. Il presidente <strong>José Raúl Mulino</strong>, sopravvissuto al confronto con la <strong>Casa Bianca</strong> che l&#8217;anno scorso minacciava di riprendersi il <strong>Canale di Panama</strong>, è a picco nei sondaggi. Un governo, il suo, di orientamento <strong>liberal-conservatore</strong> e filo<strong>&#8211;</strong>Washington eppure non sufficiente a garantire la serenità nei rapporti con <strong>Donald Trump</strong> e il segretario di Stato <strong>Marco Rubio</strong>, che ha preteso e ottenuto un alleggerimento della <strong>presenza cinese</strong>, di lunga data e preziosa per l&#8217;economia. </p>



<p>Concentrato sull&#8217;elettorato che alberga nei quartieri ricchi della capitale come <strong>Punta Paitilla</strong> o <strong>Costa del Este</strong>, Mulino ha chiesto alla Panama periferica di pazientare e non lamentarsi troppo, mentre le grandi opere pubbliche con capitale di <strong>Pechino</strong> che avrebbero dovuto accorciare le distanze nel Paese languono o sono state stralciate. Se la capitale ha un centro finanziario e negozi paragonabili a quelli di Miami o Madrid, nelle zone rurali la povertà per reddito raggiunge percentuali elevate, e più della metà della popolazione soffre quotidianamente per la mancanza cronica di acqua potabile o servizi di base.</p>



<p>A complicare la gestione dei soccorsi ha contribuito poi una <strong>struttura statale fortemente centralizzata</strong>, con alcuni amministratori locali accusati di aver goduto di <strong>trattamenti di favore</strong> nella distribuzione degli aiuti. Per provare a recuperare consensi, l’esecutivo ha scelto di <strong>gestire in prima persona</strong> ogni pacco alimentare da spedire nelle zone colpite, rischiando di rallentare ulteriormente la macchina dei soccorsi. Se la capitale ha ripreso a lavorare e fatturare meno di 24 ore dopo lo spavento, nell&#8217;interno del Paese centinaia famiglie sono rimaste ad aspettare per giorni le provviste d&#8217;emergenza, sotto strutture di fortuna o tendoni rimediati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;equilibrio nella disuguaglianza</h2>



<p>La storia recente dell&#8217;America Latina insegna che i disastri naturali hanno funzionato spesso come una prova di stress in tempo reale per le istituzioni. Come accaduto a <strong>Managua</strong> nel 1972 o a <strong>Città del Messico</strong> nel 1985, le emergenze hanno messo a nudo i <strong>limiti del potere</strong> e la <strong>tenuta dei governi</strong>. <strong>Mulino</strong> ha avuto una certa dose di fortuna: se l’epicentro fosse stato più vicino a <strong>Panama City</strong>, con un&#8217;intensità analoga, le <strong>dighe del Canale</strong> avrebbero potuto subire danni rilevanti, così come i bacini idrici che riforniscono di acqua potabile gran parte dell’area metropolitana e i ponti di collegamento. In un momento in cui le <strong>catene energetiche e commerciali</strong> del globo <a href="https://it.insideover.com/guerra/stretto-di-hormuz-la-variante-russo-cinese.html" type="link" id="https://it.insideover.com/guerra/stretto-di-hormuz-la-variante-russo-cinese.html">soffrono già</a> per le restrizioni a <strong>Hormuz</strong> e nel <strong>Mar Rosso</strong>, una crisi nella più importante via d&#8217;acqua artificiale delle Americhe avrebbe avuto un effetto devastante.</p>



<p>Per ora, Panama continua a unire una dipendenza imperiale dagli Stati Uniti e dal capitale straniero con una <strong>stabilità economica e istituzionale</strong> invidiabile per l&#8217;area latinoamericana. L&#8217;equilibrio è segnato da <strong>disuguaglianze vistose</strong>, ma da molti anni riduce lo spazio per una <strong>rottura radicale</strong> con il sistema, grazie alla capacità di quest&#8217;ultimo di assicurare una certa ricaduta di prosperità sugli ultimi, e un funzionamento istituzionale sufficiente a contenere le contraddizioni. </p>



<p>Sullo sfondo restano le tensioni con le organizzazioni sindacali e i lavoratori dell<em>&#8216;interior</em>. I cento milioni di dollari destinati ai fondi di emergenza e i futuri contratti di appalto rappresentano un banco di prova per la destra al governo. Non è da escludere che la stabilità politica di questa <strong>colonia <em>de facto</em></strong>, che sempre scarsa attenzione riceve dal resto del mondo, potrebbe dipendere molto da quante famiglie si troveranno ancora sotto una tenda a fine anno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/panama-nella-provincia-dellimpero-usa-il-terremoto-riguarda-solo-i-poveri.html">Panama, nella provincia dell&#8217;impero Usa il terremoto riguarda solo i poveri</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/i-viaggiatori-invisibili-tra-le-due-ucraine.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 09:44:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La realtà dei territori ucraini occupati dai russi è attraversata da un flusso costante di persone che continuano a muoversi. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I due eserciti sono divisi dalle trincee, ma tra la gente comune il muro è invisibile. Da quando la Russia ha strappato all&#8217;Ucraina un quinto del suo territorio, <strong>la realtà dei territori occupati è attraversata da un flusso costante di persone </strong>che continuano a muoversi. Per molti cittadini ucraini &#8211; manovali, operai specializzati, badanti, agricoltori &#8211; la geografia del conflitto supera la mappa delle ostilità sul terreno, segnata dai quasi impercettibili mutamenti delle linee di attrito, e diventa un groviglio di trasporti informali. C&#8217;è chi si organizza su Telegram, ad esempio, e sale a bordo di minibus con targa bielorussa che partono nelle prime ore dell&#8217;alba, nel silenzio spettrale dei parcheggi dei centri commerciali.</p>



<p><strong>Gli spostamenti avvengono in due direzioni</strong>: c&#8217;è chi cerca di sfuggire dalla morsa di Mosca, e chi decide di fare ritorno, anche solo temporaneamente, nelle zone controllate dalle forze russe. Volersi prendere cura dei genitori anziani, la necessità di salvare una casa dalla confisca o il semplice e disperato desiderio di rivedere la comunità in cui si è nati e cresciuti, anche se solo per un po&#8217;.</p>



<p>Le vie d’accesso verso i territori occupati si <strong>sono ristrette con il passare dei mesi</strong>. Dopo la chiusura dei valichi diretti lungo la linea del fronte, le rotte sono diventate arzigogolate e dispendiose. Gli ucraini che vogliono tornare nell&#8217;Ucraina ormai sotto il pugno del Cremlino partono dall’Europa occidentale e devono attraversare diversi Paesi e sottoporsi alla temuta <em>filtratsia</em>, la procedura di controllo di sicurezza gestita dall’<em>FSB</em> all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca. <strong>Questo passaggio prevede lunghi interrogatori, l’ispezione approfondita degli smartphone e il rischio concreto di arresto o respingimento.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La vera linea di confine</h2>



<p>Sono spostamenti che hanno un costo economico ed esistenziale notevole. La ricercatrice <strong>Sophie Lambroschini</strong>, nello studio pubblicato dal centro di ricerca <a href="https://www.zois-berlin.de/en/publications/zois-spotlight/the-invisible-commutes-connecting-occupied-ukraine-to-the-outside-world" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ZOiS</a>, ci spiega come il possesso dei documenti sia la variabile decisiva: <strong>l’imposizione del passaporto russo nelle zone occupate crea un paradosso normativo </strong>che costringe i cittadini a destreggiarsi tra requisiti opposti per non perdere il diritto di proprietà o la libertà di movimento. Sul fronte opposto, il corridoio umanitario tra Kolotilovka e Pokrovka è stato a lungo uno dei pochi punti di rientro diretto verso il territorio controllato da Kyiv, descritto nei reportage di <strong>Aleksander Palikot</strong> per <a href="https://www.rferl.org/a/ukrainians-escape-russian-occuption-border-crossing/32636052.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">RFE/RL</a>. Persone come <strong>Kateryna Arisoy</strong> lavorano con le organizzazioni di volontari per offrire assistenza immediata e supporto psicologico a chi riesce a tornare. La distanza da ciò che si considera come &#8220;casa&#8221; non si misura più in chilometri, ma nella pazienza necessaria a ripercorrere, ancora una volta, la stessa strada.</p>



<p>A guardare da vicino queste storie, resta la sensazione che <strong>la linea di confine più difficile da attraversare sia quella tra gli ucraini che sono rimasti e quelli che sono partiti,</strong> tra chi ha accettato, o dovuto accettare, un documento per sopravvivere, e chi guarda a quella scelta con sospetto. Tra gli ucraini che in qualche modo sono stati assimilati, o hanno scelto di esserlo, magari anche per convinzione culturale o idologica, e quelli che invece vivono come stranieri nel territorio che un tempo aveva un&#8217;altra bandiera. In questo spazio intermedio si consuma il destino di migliaia di persone che cercano soltanto di tenere insieme i cocci di una vita frammentata.</p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La sinistra, il woke e la paura della propria ombra</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-sinistra-il-woke-e-la-paura-della-propria-ombra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 04:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Politicamente corretto]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1321" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="woke" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-1024x705.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-1536x1057.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-600x413.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una sinistra che abbia fiducia nelle proprie idee non avrebbe difficoltà a tenere insieme l'autocritica e i principi. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1321" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="woke" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-1024x705.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-1536x1057.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/giuseppe-conte-600x413.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La polemica italiana sul “woke”, tutta interna alla sinistra, inizia dopo <a href="https://www.youtube.com/watch?v=SFwAnMLBSOw" type="link" id="https://www.youtube.com/watch?v=SFwAnMLBSOw">un’intervista</a> del 9 agosto ad <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong>. È il volto più famoso, dopo <strong>Bernie Sanders</strong>, della corrente socialista del Partito Democratico, nonché quello più <em>pop,</em> più fotogenico e <em>social media-friendly</em>. Torniamoci un attimo, su quell&#8217;intervista, perché è da lì che sono nati molti malintesi: alcuni in buona fede, altri opera di annebbiatori professionali. Parlando con l&#8217;emittente Abc delle posizioni controverse della candidata progressista <strong>Francesca Hong,</strong> una che voleva abolire la festa del Ringraziamento e che descrive il suo avere un figlio bianco e metà asiatico come &#8220;essere in prossimità della bianchezza&#8221;, Ocasio-Cortez, insomma, si è resa conto di avere davanti un disastro in arrivo (Hong perderà, seppur di poco). Così ha citato un consigliere di Brooklyn, Chi Ossé, che aveva definito il “Woke 1” folle. Ha usato parole d&#8217;altri, dunque, ma facendole evidentemente sue.</p>



<p>Chi ha seguito o vissuto, come il sottoscritto, la realtà statunitense sa che la versione <em>beta</em> di quel modello di rivendicazione identitaria caratterizzata da un certo fanatismo puritano, dalle gogne e dalle tempeste di merda online &#8211; il cosiddetto <em>wokismo</em>, appunto &#8211; ha origini già negli anni di <strong>Barack Obama</strong>, nel post-<em>Occupy Wall Street</em>. Ma lo scopo con cui <strong>AOC </strong>sposta in avanti le lancette del fenomeno è molto preciso, e lo coglie bene, con <a href="https://www.leparoleelecose.it/sognando-un-woke-2/?fbclid=IwY2xjawT7AiFwZG9mAWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMVlPeExheWpuWjJKbGI2Q1lzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEe-Nj-SiNY1W6sFlslMVZlYaxxVpyrJcWbDBgKp2hgoqp-Mptpa5ByXoxDDTQ_aem_AwrRxM-oK-KjMmnOm_NgFQ" type="link" id="https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/">molta carità</a>, il filosofo <strong>Mimmo Cangiano</strong>: l&#8217;espressione <strong><em>Woke</em> 1</strong> contiene una periodizzazione, perché presuppone un <strong><em>Woke</em> 2</strong>, cioè una ripartenza. Un salvataggio del proverbiale bambino dopo lo scarico dell&#8217;acqua sporca.</p>



<p>Quello di Ocasio-Cortez (da ora in poi: AOC) era un riferimento ironico, ma non troppo, agli <strong>eccessi del solo periodo 2020-21</strong>, ossia quello delle proteste dopo l’uccisione di <strong>George Floyd </strong>nel bel mezzo della pandemia di coronavirus, con Donald Trump a picco nei sondaggi: il periodo in cui hanno iniziato a diffondersi lo slogan <em>Defund the police</em> e la moda degli inginocchiamenti degli sportivi contro il razzismo sistemico.</p>



<p>Capite: AOC non può permettersi di dire esplicitamente che dieci anni di <em>woke</em> contengano errori madornali. Non può allargare troppo le maglie della sua ironia. E, del resto, non dice neppure che quelle battaglie dell&#8217;epoca del Covid fossero tutte sbagliate. Però le sminuisce: le definisce &#8220;dibattito accademico&#8221;. E spiega che in quel periodo si era ampliata la cosiddetta <strong>finestra di Overton</strong>, cioè l’insieme delle idee considerate accettabili nel dibattito pubblico, e che da quella fase erano nate anche discussioni e proposte politiche troppo radicali o impopolari, poi riviste dai candidati.</p>



<p>La frase &#8220;Woke 1 was crazy&#8221; è, di fatto, una piccola abiura dell&#8217;intero <em>wokismo</em>. Ma non è certo un&#8217;abiura di tutte le idee progressiste che si sono accompagnate a quel movimento. È un riposizionamento politico: Ocasio-Cortez ha cercato di comunicare che il Partito Democratico del 2026 non è quello del 2020, anche in vista delle sue ambizioni future, forse presidenziali.</p>



<p>Il fatto che in Italia la frase sia spesso riportata in modo più drastico, andando al succo in modo brutale (<em>Repubblica</em> l’ha trasformata in un presunto &#8220;dietrofront a sinistra&#8221;, mentre <strong>Matteo Renzi</strong> l&#8217;ha associata all’idea di scegliere tra diritti civili ed economia: un tema che nell’intervista non era stato posto in questi termini) ha spinto molti commentatori progressisti a un atteggiamento tutto reattivo, tutto sulla difensiva. Addirittura alcuni hanno sostenuto che quella frase AOC non l&#8217;avesse mai pronunciata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il woke all&#8217;italiana</h2>



<p>Una particolare dose di malafede si è vista quando nel dibattito si è inserito <strong>Giuseppe Conte</strong>, oggi leader di un Movimento 5 Stelle post-populista e decisamente più socialdemocratico di quello di Grillo delle origini. Con una lettera sul <strong><em>woke</em></strong> pubblicata da <em>Repubblica</em> e poi con un&#8217;intervista al <em>Foglio</em>, l&#8217;ex due volte premier è riuscito per la prima volta dopo mesi a svincolare l&#8217;opposizione dal dibattito sull&#8217;Ucraina. È un testo rozzo per chi si occupa di queste cose da anni con il gergo accademico della propria bolla, ma usa un linguaggio molto meno reazionario rispetto al M5S delle origini o alla media dell&#8217;elettorato italiano.</p>



<p>Si potrebbe persino dire che sia un intervento molto più conciliatorio sull&#8217;<strong><em>identity politics</em></strong> di quanto lo sia stato quello di <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong>, nonostante sopravviva una forma di rancore progressista che si ostina a negare che <strong>AOC</strong> quella frase l’abbia detta davvero, o a sostenere che il <strong><em>woke</em></strong> in Italia non sia mai esistito. Come se un tentativo di adattare il linguaggio della sinistra americana alla fase politica attuale fosse un tradimento di qualsiasi istanza di lotta o il segno della trasformazione di chi ne parla in un opportunista.</p>



<p>Il <strong><em>debunking</em></strong> viene usato come <strong><em>gotcha moment</em></strong> per provare a chiudere la discussione. Secondo <a href="https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/" type="link" id="https://www.valigiablu.it/dibattito-woke-italia-conte-ocasio-cortez/">un articolo</a> del sito di giornalismo <em>Valigia Blu</em>, per esempio, le dichiarazioni di <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong> sarebbero state gravemente distorte da una stampa italiana in malafede (che si presume abbia condizionato persino i <a href="https://x.com/Davide/status/2092004194328678519" type="link" id="https://x.com/Davide/status/2092004194328678519">titolisti</a> del <em>Guardian</em> o del <em>New York Times</em>) e la lettera di <strong>Giuseppe Conte</strong> non sarebbe altro che una variazione degli argomenti di <strong>Vladimir Putin</strong>. E come si fa a dire che il dibattito sullo schwa, i conduttori inginocchiati per George Floyd o i contratti editoriali a quattro zeri per certi &#8220;influattivisti&#8221; non siano stati una forma italiana, certo derivativa e forse limitata, di woke? Che certo convive, da noi, con i busti a casa La Russa o con <em>La Zanzara</em> di Cruciani e Parenzo: ma come si fa a sostenere che non ci sia stata, e non ci sia tuttora, un&#8217;ondata di quel tipo anche in Italia?</p>



<p>La verità è che una sinistra che abbia fiducia nelle proprie idee, che ricordi ancora come si dibatte e che non abbia paura persino della propria ombra non avrebbe difficoltà a tenere insieme l&#8217;autocritica e i principi. Basterebbe riconoscere che la sinistra identitaria degli ultimi anni aveva difetti strutturali gravissimi, i cui disastri possono essere superati senza diventare <strong>Diego Fusaro</strong>. Proprio come fa capire <strong>Alexandria Ocasio-Cortez</strong>, seppur con una buona dose di faccia tosta.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-sinistra-il-woke-e-la-paura-della-propria-ombra.html">La sinistra, il woke e la paura della propria ombra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>America Latina: dal Cile alla Colombia, i flirt con la destra israeliana per avere i favori di Trump</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-destra-israeliana-sta-ottenendo-vittorie-su-vittorie-in-america-latina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 08:12:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Colombia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'America Latina passa ancora una volta dalle recite dell'internazionalismo militante alla sottomissione al padrone di turno. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Colombia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/colombia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;America Latina come eterna riserva morale dell’altermondismo e del <em>post-colonialismo</em> è una illusione che si sta infrangendo sotto il peso della cruda geopolitica. C’è stata per anni la retorica dell’<em>onda rosa</em>, che raccontava un subcontinente compatto nel contestare l&#8217;egemonia nordamericana e, quando si parlava del Medio Oriente, sostenere la causa palestinese nei consessi internazionali. Ma oggi la forza di gravità dell’Impero non perdona le velleità ideologiche. <a href="https://it.insideover.com/politica/terremoto-colombia-de-la-espriella-caos-istituzionale-svolta-pro-israele.html" type="link" id="https://it.insideover.com/politica/terremoto-colombia-de-la-espriella-caos-istituzionale-svolta-pro-israele.html">L&#8217;ascesa</a> di <strong>Abelardo de la Espriella</strong> in Colombia, sommata al consolidamento di <strong>Javier Milei</strong> in Argentina, allo strapotere <strong>Nayib Bukele</strong> in El Salvador, alla vittoria di <strong>José Antonio Kast</strong> in Cile e di <strong>Daniel Noboa</strong> in Ecuador, ci segnala un ribaltamento anti-romantico, dove la diplomazia della postura socialista cede il passo al cinismo della destra radicale.</p>



<p>Risparmiata dalle sanzioni europee nonostante la mattanza di Gaza e l’espansionismo in Cisgiordania, <strong>la destra likudista israeliana segna punti e trova ampie sponde in questa parte di mondo,</strong> riallacciando o intensificando relazioni. Il riallineamento delle classi dirigenti sudamericane non nasce da un’improvvisa illuminazione, ma da una pura necessità di sopravvivenza politica al Trump 2.0, e in parte come meccanismo di compensazione storica. Se nell’alleanza euroatlantica, la retorica del diritto internazionale perde presa di fronte alla politica di potenza, <strong>i governi conservatori della regione hanno compreso che la solidarietà con la causa palestinese era un lusso per tempi di pace.</strong> L’uscita della Colombia dal Gruppo dell’Aia, il ripristino dei legami diplomatici con Israele da parte del Venezuela e persino il riconoscimento atipico della sovranità israeliana sul Golan da parte colombiana rispondono a una logica brutale e pragmatica: accreditarsi presso la Casa Bianca. Per <strong>De la Espriella,</strong> come per <strong>Milei</strong>, la fedeltà allo Stato ebraico è la moneta di scambio più economica per ottenere coperture di sicurezza, <em>intelligence</em> e concessioni commerciali a Washington.</p>



<p>Da un paio d&#8217;anni l&#8217;Argentina sta imprimendo una svolta alle relazioni con Israele tramite gli <strong>Accordi di Isacco,</strong> progetto ispirato ai traballanti Accordi di Abramo. Un riavvicinamento partito dal sostegno al trasferimento dell’ambasciata argentina a Gerusalemme e dal riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, che contrasta con la linea storica dei socialisti. Secondo l’analista Gaston Saidman, è stata l&#8217;influenza iraniana ad aver alimentato parte dell’ostilità latinoamericana verso Israele. </p>



<p>Il ritiro di <strong>Bolivia e Honduras dal Gruppo dell’Aia</strong>, nel marzo 2026, ha mostrato quanto siano state fragili le iniziative dei Paesi non allineati negli anni Zero e Dieci. Bolivia e Israele avevano già annunciato il ripristino delle relazioni diplomatiche pochi mesi prima del ritiro, mentre Honduras e Israele hanno rafforzato la cooperazione in agricoltura, gestione dell’acqua, sanità, istruzione e sicurezza. Stessa cosa riguarda <strong>il Cile, che ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Israele in agosto </strong>e nominato ambasciatore Gabriel Zaliasnik, che si <a href="https://www.elciudadano.com/en/zaliasniks-troubling-appointment-in-israel-judges-he-helped-nominate-ruling-on-his-cases/06/15/" type="link" id="https://www.elciudadano.com/en/zaliasniks-troubling-appointment-in-israel-judges-he-helped-nominate-ruling-on-his-cases/06/15/">definisce</a> «orgogliosamente sionista».</p>



<h2 class="wp-block-heading">All&#8217;inizio fu Maduro</h2>



<p>Questo <em>pivot</em> ideologico rivela una spaccatura antropologica, prima ancora che diplomatica, tra una visione cosmopolita e terzomondista che concepisce l’America Latina come avanguardia del Global South e, dall’altro lato, una nuova controrivoluzione che salda le pulsioni evangeliche locali, il rigetto del multilateralismo e l’ossessione per il <em>law and order</em>. Non è un caso che leader come <strong>Gideon Sa’ar</strong> o figure della destra olandese come <strong>Geert Wilders</strong> trovino oggi a Bogotá o Buenos Aires un&#8217;accoglienza più calorosa che nelle capitali europee. La convergenza con Tel Aviv non è una stranezza esotica, ma <strong>il pilastro di una nuova dottrina di difesa basata su droni, cybersorveglianza e tecniche anti-guerriglia.</strong> C’è soprattutto la rimozione di <strong>Nicolás Maduro</strong> a Caracas, tramite golpe-lampo e con un bilancio relativamente basso in termini di vittime, ad aver accelerato la decomposizione dell’asse anti-imperiale, costringendo persino i regimi rimasti a ricalibrare le proprie velleità per evitare di finire stritolati.</p>



<p>La modernità periferica compie così l’ennesima parabola, abbandonando l’idea decennale della sinistra latinoamericana di poter sostituire con la politica estera il gramo compito di costruire uno Stato, trasformando il palcoscenico delle<strong>Nazioni Unite</strong> nella piattaforma prediletta per la propria ideologia (ricordate i discorsi fiume di Fidel Castro?). Oggi, la controffensiva destrorsa compie forse l’errore speculare, <strong>scambiando l’asservimento agli interessi di potenze esterne per un realismo vincente. </strong>Chissà se, nel tentativo di sfuggire all’irrilevanza attraverso una geopolitica dell&#8217;allineamento cieco, le élite della regione rischiano di riscoprire che fare i mercenari nell&#8217;arena altrui non garantisce alcuna sovranità.</p>



<p>L’esempio di <strong>Panama</strong>, costretta ad abbandonare la Via della Seta di Pechino e rimuovere i gestori di Hong Kong da un paio dei suoi porti strategici per ordine di <strong>Marco Rubio</strong>, segretario di Stato Usa, senza ricevere quasi nulla in cambio se non una rappresaglia commerciale cinese, insegna che piegarsi al trumpismo è un’avventura tanto quanto contrastarlo. La storia dell&#8217;America Latina sembra ancora quella di un pendolo tragico, che passa dalle recite dell&#8217;internazionalismo militante alla sottomissione al padrone di turno, senza mai riuscire a diventare soggetto della propria storia.</p>



<p></p>
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		<title>L&#8217;Africa è sovrappopolata? Sbagliato: di abitanti ne ha troppo pochi</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/lafrica-e-sovrappopolata-sbagliato-di-abitanti-ne-ha-troppo-pochi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 12:06:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="africa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che la densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="africa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/africa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Capire l’economia di un continente intero non è un’impresa semplice, ma se c’è una cosa che abbiamo imparato leggendo la saggistica divulgativa degli ultimi anni è che <strong>certe narrazioni sono dure a morire</strong>. Sull&#8217;Africa, ad esempio, la storia che ci raccontiamo da decenni è quasi sempre fatta di <strong>emergenze demografiche</strong>, terre aride e una <strong>crescita della popolazione definita insostenibile</strong>. Ma se la prospettiva fosse del tutto rovesciata? Se il problema principale dell’Africa non fosse l’eccesso di persone, bensì la loro <strong>scarsità rispetto alla superficie</strong> e alle necessità di uno <strong>sviluppo industriale moderno</strong>?</p>



<p>A sollevare la questione con rinnovata decisione è l’ultimo lavoro di <strong>Joe Studwell</strong>, economista e giornalista britannico noto al grande pubblico per aver spiegato il <strong>miracolo economico dell’Estremo Oriente</strong> nel suo celebre saggio del duemilatredici dedicato allo <strong>sviluppo asiatico</strong>. Nel suo nuovo libro intitolato <em>How Africa Works</em>, <strong>Studwell</strong> affronta i <strong>luoghi comuni sullo sviluppo del continente africano</strong> e mostra come molte delle <strong>ricette economiche calate dall’alto</strong> dalle <strong>istituzioni internazionali</strong> abbiano ignorato la <strong>realtà materiale dei fatti</strong>.</p>



<p>La tesi centrale che emerge dalle analisi più recenti è che l’idea di un’<strong>Africa sovrappopolata sia in gran parte un mito</strong>. Considerata la vastità del territorio, la <strong>densità abitativa di molte aree africane è storicamente rimasta molto bassa</strong>. Questa <strong>frammentazione territoriale</strong> ha reso incredibilmente costoso <strong>costruire infrastrutture basilari</strong>, creare <strong>mercati interni connessi</strong> e sviluppare <strong>reti di trasporto efficienti</strong>. Senza una concentrazione adeguata di persone, far partire l’<strong>industria manifatturiera</strong> diventa un percorso in salita. Per decenni gli esperti europei e americani hanno suggerito <strong>politiche di contenimento</strong> o interventi focalizzati esclusivamente sulle <strong>materie prime</strong>, trascurando quello che gli <strong>Stati asiatici</strong> avevano capito molto tempo prima: lo sviluppo passa dal <strong>sostegno alla piccola agricoltura familiare</strong>, dalla <strong>protezione temporanea delle industrie nascenti</strong> e da un <strong>intervento statale pragmatico</strong> orientato all’esportazione.</p>



<p>In Paesi come l’<strong>Etiopia</strong>, il <strong>Ruanda</strong>, il <strong>Botswana</strong> o <strong>Mauritius</strong> si sono visti risultati straordinari proprio quando i governi locali hanno seguito <strong>strategie autonome</strong>, talvolta in aperto contrasto con i precetti del <strong>libero mercato ortodosso</strong> promossi dall’Occidente. La <strong>crescita demografica africana</strong>, spesso descritta come una minaccia sociale, rappresenta in realtà la più grande opportunità per creare un <strong>dividendo demografico</strong>, a patto che ci siano le condizioni politiche per <strong>valorizzare il lavoro locale</strong>.</p>



<p>Guardare all’Africa con le lenti del <strong>catastrofismo demografico</strong> rischia di farci prendere lucciole per lanterne. Le dinamiche in corso sul continente raccontano una storia molto diversa, fatta di <strong>trasformazioni strutturali</strong>, <strong>sfide enormi</strong> e opportunità che richiedono prima di tutto di <strong>liberarsi dei vecchi pregiudizi</strong>.</p>
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		<title>Laos, il Paese che sta in piedi grazie alla birra</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/laos-il-paese-che-sta-in-piedi-grazie-alla-birra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 08:27:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Asia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="laos" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Di fronte alla pressione del capitale globale e all'ombra del gigante cinese, il Laos si aggrappa al suo prodotto più tipico e fortunato. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="laos" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/laos-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tramontata l&#8217;utopia rivoluzionaria e consumato il sogno di una decolonizzazione integrale, il <strong>Laos</strong> si ritrova oggi intrappolato in un classico dilemma d&#8217;epoca tardo-capitalista: da un lato, la trappola del debito contratto con la Cina, dall&#8217;altro la dipendenza esistenziale da una <strong>joint venture</strong> con una multinazionale europea. A quasi settantatré anni dalla fine del dominio coloniale francese, nella piccola repubblica nel Sud-Est asiatico rimangono poche tracce di quell&#8217;epoca, se si escludono alcune ville con vegetazione lussureggiante a Vientiane, la capitale, e in poche altre città. Oggi è Pechino a plasmare l&#8217;economia e il futuro di questo Paese privo di sbocco sul mare, attraverso infrastrutture gigantesche e finanziamenti strategici.</p>



<p>Sopravvive, però, nella <a href="https://www.nytimes.com/2009/05/26/business/global/26beer.html" type="link" id="https://www.nytimes.com/2009/05/26/business/global/26beer.html">cultura del bere</a> un&#8217;altra eredità europea che continua a definire la vita quotidiana degli abitanti. Nel 1973 una collaborazione tra imprenditori locali e francesi diede vita alle <em>Brasseries et Glacières du Laos</em>, la società che oggi si chiama <strong>Lao Brewery Company</strong> ed è controllata in <em>joint venture </em>tra lo Stato laotiano e il colosso danese <strong>Carlsberg</strong>. Il suo prodotto simbolo, la <strong>Beerlao</strong>, che controlla circa il <strong>90 per cento del mercato interno della birra</strong>, è arrivato ad avere un impatto economico e culturale che non ha eguali in nessun altro Paese al mondo.</p>



<p>Il <a href="https://www.youtube.com/watch?v=NUL7isCMuOI" type="link" id="https://www.youtube.com/watch?v=NUL7isCMuOI">logo</a> di BeerLao compare su magliette, cartelloni pubblicitari e insegne dei locali in ogni provincia, come una presenza costante nel paesaggio visivo e sociale. Il successo del marchio si fonda su campagne pubblicitarie molto efficaci, basate sui <strong>giochi di parole tra il nome del prodotto e l&#8217;identità nazionale</strong> &#8211; come lo slogan &#8220;Be Lao&#8221; &#8211; ma valorizza anche un dato confortante per i produttori: i laotiani sono degli assidui consumatori di birra, molto più dei vicini. <strong>Un consumo pro capite che sfiora i cinquantacinque litri all&#8217;anno:</strong> la cifra più alta registrata in tutto il continente asiatico. E quasi il 90 per cento di tutta la birra bevuta nell&#8217;intero Laos è proprio Beerlao: una circostanza che ha spinto Carslberg a fare di una nazione di appena sette milioni e novecentomila abitanti il suo secondo mercato più importante in Asia dopo la Cina.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una ricetta perfetta</h2>



<p>La ricetta di Beerlao unisce luppolo e malto d&#8217;importazione europea al <strong>riso jasmine</strong> coltivato localmente, così che la bevanda ha un sapore leggero e delicatamente dolce, perfetto per il clima tropicale. Le ragioni di un seguito così capillare riguardano anche il prezzo: una bottiglia grande da 640 millilitri costa circa ventimila kip, ossia poco meno di un dollaro, rendendola accessibile a gran parte della popolazione e popolarissima tra i viaggiatori internazionali.</p>



<p>Il Laos al momento fa coincidere la sua stessa salute finanziaria con l&#8217;efficienza di Beerlao. Il fatturato della società ha raggiunto nel 2024 circa <strong>seicento milioni di dollari</strong>. Si tratta di una cifra enorme, pari a circa il 3,5 per cento del prodotto interno lordo del Laos. Nello stesso anno la Lao Brewery Company ha versato nelle casse dello Stato oltre cinquemilacentocento miliardi di kip in tasse, pari a circa duecentoquaranta milioni di dollari, registrando un aumento di un terzo rispetto all&#8217;anno precedente e confermandosi <strong>il principale contribuente dell&#8217;intera nazione. </strong>Mentre le esportazioni crescono nel resto del continente, la birra con la tigre sull&#8217;etichetta continua a rappresentare un monopolista che fa da pilastro dell&#8217;economia laotiana, sebbene descritto con simpatico folklore. Di fronte alla pressione schiacciante dei grandi flussi del capitale globale e all&#8217;ombra ingombrante del gigante cinese, al <strong>Laos</strong> non resta che aggrapparsi all&#8217;unica forma di sovranità che gli è concessa, ovvero la produzione industriale del proprio stupore alcolico.</p>



<p></p>
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		<title>Ucraina, la &#8220;campagna dei 40 giorni&#8221; è fallita. Il prossimo pericolo è l&#8217;inverno</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-la-campagna-dei-40-giorni-e-fallita-il-prossimo-pericolo-e-linverno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 23:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Esercito russo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Patto atlantico (Nato)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Oggi non si prospetta una imminente e spettacolare sconfitta militare dell'Ucraina, ma la presa d'atto  di una realtà assai più dura. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-3-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Senza troppo clamore, si è conclusa <strong>l&#8217;operazione ucraina</strong> detta &#8220;<a href="https://it.insideover.com/luoghi/ucraina" type="link" id="https://it.insideover.com/luoghi/ucraina">dei 40 giorni</a>&#8220;. Il suo obiettivo dichiarato era intensificare l&#8217;uso di grossi droni per colpire obiettivi strategici nel territorio russo, in profondità. Lanciata con grande clamore dal governo di <strong>Volodymyr Zelensky </strong>come la possibilità di infliggere danni economici a Mosca e spingerla verso un tavolo negoziale, e rilanciata dai media alleati come una possibile svolta nel conflitto, la campagna oggi presenta un bilancio piuttosto scarno: dei risultati sperati ce ne sono pochi, e l&#8217;impatto al fronte sembra molto lieve, se non inesistente.</p>



<p>Quello che è successo è che l&#8217;idea che la tecnologia dei droni, per quanto avanzata, possa cambiare da sola le sorti del confronto si è scontrata con la logica di una <strong>guerra di attrito</strong>, combattuta principalmente sul campo con l&#8217;artiglieria e la fanteria. Va detto che gli attacchi ucraini sono stati realmente impressionanti, per la loro portata e l&#8217;effetto sorpresa: hanno riguardato <strong>raffinerie di petrolio</strong>, <strong>depositi logistici</strong> e navi della cosiddetta <strong>flotta ombra</strong> russa, causando oltre a morti e feriti (anche civili) e un bel po&#8217; di preoccupazione per i russi comuni, anche importanti disagi in diverse regioni della Federazione, a partire dai magazini della catena Wildberries, che è un po&#8217; l&#8217;Amazon russo. Ma non hanno compromesso la capacità fondamentale di Mosca di sostenere uno sforzo bellico sul lungo periodo.</p>



<p>In risposta, Mosca si è fatta sentire con attacchi molto più importanti sulla capitale e sulle infrastrutture critiche dell&#8217;Ucraina, in particolare sui porti dell&#8217;<strong>oblast di Odessa</strong>: un&#8217;area vitale per l&#8217;economia di Kyiv, dalla quale passa circa il 70 per cento delle esportazioni totali del Paese e oltre il 90 per cento di quelle agricole. A differenza del territorio russo, che è immenso e consente una maggiore dispersione degli obiettivi, la rete portuale ucraina è concentrata in un tratto di costa ristretto, elemento che la rende <a href="https://kyivindependent.com/ukraine-faces-race-against-time-as-russia-chokes-black-sea-ports/" type="link" id="https://kyivindependent.com/ukraine-faces-race-against-time-as-russia-chokes-black-sea-ports/">particolarmente vulnerabile</a>. Secondo alcune analisi, <strong>l’Ucraina rischia di perdere tra l’1 per cento e l’1,5 per cento del Pil entro fine anno</strong> se la Russia continuerà a rendere di fatto inutilizzabili i porti sul Mar Nero, perché le navi evitano le rotte ucraine per paura degli attacchi russi, mentre i costi logistici del grano sono aumentati di 50 dollari a tonnellata e <strong>le esportazioni agricole sono diminuite del 23 per cento in un mese. </strong>Anche l’industria siderurgica è in difficoltà, con alcune grandi miniere chiuse perché non riescono più a esportare e il trasporto via terra che non basta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">A venti chilometri da Kramatorsk</h2>



<p>I bombardamenti russi sono continui, con missili balistici, missili da crociera e droni Shahed di fabbricazione iraniana. Nei 40 giorni della campagna ucraina, gli attacchi di Mosca hanno causato dozzine di morti nella sola Kyiv, tradizionalmente risparmiata da questi bilanci luttuosi. <strong>L’Ucraina dispone di pochi intercettori e gli alleati europei e statunitensi non sembrano in grado, o non sono disposti, a fornirne abbastanza. </strong>&#8220;Con i depositi di Patriot&#8230; quasi completamente svuotati, i missili balistici russi colpiscono senza incontrare più resistenza e le sirene ormai precedono i missili di appena pochi secondi, quando non arrivano in ritard&#8221;», scrive il corrispondente <strong>Davide Maria De Luca </strong>su X. E si avvicina l&#8217;inverno: la Russia si sta preparando a colpire il sistema energetico ucraino che è già in condizioni critiche, secondo <a href="https://to989.infusionsoft.com/app/form/editors-picks-subscribers" type="link" id="https://to989.infusionsoft.com/app/form/editors-picks-subscribers">alcuni report</a>, e si rischiano blackout di <strong>12-18 ore al giorno</strong>.</p>



<p>Sul fronte, l&#8217;esercito russo è tornato ad avanzare in alcuni settori, dalla regione di Kharkiv al Donbass, dove la pressione sulle forze ucraine cresce, sebbene non a ritmi che facciano paventare imminenti collassi. <strong>I russi sono a 20 chilometri dalla città di Kramatorsk, cruciale per la tenuta del Donbass ucraino.</strong> E la fantasia di paralizzare la <strong>Crimea</strong>, e magari liberarla? Con l&#8217;adeguamento delle difese aeree e dei sistemi di disturbo elettronico russi, anche l&#8217;efficacia dei blitz ucraini verso la penisola e altre aree strategiche è progressivamente diminuita. Esperti di strategia militare come <strong>Daniel Davis</strong> e <strong>Barry Posen</strong> <a href="https://responsiblestatecraft.org/ukraine-media/" type="link" id="https://responsiblestatecraft.org/ukraine-media/">spiegano</a> che le operazioni tattiche a lungo raggio non possono sostituire la necessità di munizioni, intercettori e risorse umane &#8211; sempre più scarse in Ucraina.</p>



<p>Come provare anche soltanto a immaginare una ricostruzione del Paese, se Mosca riuscirà a mantenere anche dopo un eventuale cessate il fuoco, senza una nuova architettura geopolitica, la capacità di colpire porti, fabbriche, ponti e infrastrutture? Chi investirebbe miliardi in una fabbrica o in un porto sapendo che un missile russo potrebbe distruggerli in poche ore? Uno degli scenari preferiti dagli atlantisti rigidi, quello di trasformare l&#8217;Ucraina nella <strong>Israele d&#8217;Europa,</strong> un “porcospino d&#8217;acciaio”, armato fino ai denti, capace di scoraggiare future aggressioni russe, sta tramontando. </p>



<p>Oggi dunque non si prospetta una imminente e spettacolare sconfitta militare dell&#8217;Ucraina, ma la presa d&#8217;atto di una realtà che gli intermediari politici e culturali occidentali hanno provato a non far vedere, aumentando sempre di più la distanza tra la percezione pubblica e la realtà. Troppo illusoria la tendenza a fissare scadenze temporali, o a fare affidamento su singole svolte tattiche. Troppa l&#8217;attenzione concentrata sulle singole campagne d&#8217;attacco o sui successi tecnologici, ignorando i problemi strutturali.</p>



<p></p>
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		<title>Ucraina, sotto accusa le brigate scelte: violenze sulle reclute,  torture, fucilazione per chi si ritira</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ucraina-sotto-accusa-le-brigate-scelte-violenze-sulle-reclute-torture-fucilazione-per-chi-si-ritira.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 05:04:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Violenze sulle reclute, fucilazione di chi si ritira, disprezzo per la vita dei soldati. Indagati i comandanti dei reparti più prestigiosi.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ogni guerra costruisce un proprio linguaggio morale, con violenze che diventano invisibili perché considerate necessarie. È in questo spazio grigio che si inserisce un&#8217;inchiesta del sito ucraino <em><a href="https://texty.org.ua/">Texty</a></em>, che solleva pesanti accuse sulle procedure interne e sui metodi di comando del<strong>225° Reggimento d&#8217;assalto dell&#8217;esercito ucraino</strong>, guidato da <strong>Oleg Shiraev</strong>: una brigata prestigiosa, uno dei fiori all&#8217;occhiello di Kyiv, accusata di fucilare i disertori, trattare in modo degradante le reclute e accettare perdite umane oltre il dovuto. E si riapre il discorso che tormenta <a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html" type="link" id="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html">l&#8217;Ucraina invasa</a>: fino a che punto la sopravvivenza dello Stato si intreccia con la dissoluzione dei suoi limiti etici?</p>



<p>Il cuore delle rivelazioni riguarda la diffusione di una registrazione audio attribuita a<strong> Shiraev</strong>, non un ufficiale qualsiasi, ma uno insignito del titolo di <strong>Eroe d&#8217;Ucraina</strong> dal presidente <strong>Volodymyr Zelensky</strong>. Nel messaggio vocale inviato ai propri sottoposti, lui avrebbe ordinato di considerare come minaccia chiunque si muova senza autorizzazione, chiedendo di sparare ai soldati che abbandonano le posizioni e definendoli direttamente come nemici. Il comandante non ha smentito l’autenticità dell’audio, ma ha cercato di giustificarne il contenuto spiegando che nelle fasi più concitate dei combattimenti le truppe russe tentavano spesso di infiltrarsi dietro le linee indossando divise ucraine o abiti civili.</p>



<p>Ma il quadro è molto diverso e lo tracciano i racconti raccolti da <em>Texty</em> e le testimonianze di vari reduci: <strong>Oleksandr Shirshin</strong>, ex comandante di battaglione della <strong>47ª Brigata</strong>, ha raccontato di episodi in cui l&#8217;artiglieria del <strong>225° Reggimento d’assalto</strong> avrebbe colpito gruppi di soldati ucraini in ritirata, scambiandoli o trattandoli deliberatamente come disertori. Secondo le testimonianze riportate dalla stampa, la gestione della truppa si basava su minacce continue, punizioni corporali e sulla presenza di vere e proprie squadre di sbarramento incaricate di impedire la ritirata verso le retrovie.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il &#8220;metodo sovietico&#8221; dei generali ucraini</h2>



<p>Oltre alle violenze disciplinari, l’inchiesta ci parla di una strategia militare che prevede il raggiungimento degli obiettivi tattici anche a costo di un’ecatombe di morti: il famoso &#8220;metodo sovietico&#8221; che veniva attribuito al generale <strong>Oleksandr Syrsky</strong>, ex capo delle forze armate ucraine, definito il &#8220;macellaio&#8221; dai critici per un approccio troppo arretrato e di stampo sovietico, incurante delle perdite fra i suoi soldati. Da qui le manifestazioni in sostegno del popolare ministro della Difesa, <strong>Mychajlo Fedorov</strong>, che negli ultimi sei mesi aveva cambiato l’approccio alla guerra dell’Ucraina facendo un maggiore affidamento sulla tecnologia, con droni e robot, messo in contrapposizione a Syrsky nelle proteste, con cartelli che dicevano: &#8220;Fedorov = più morti fra i russi, Syrsky = più morti fra gli ucraini&#8221;. A proposito del 225° reggimento, gli ufficiali hanno riferito che <strong>le unità d&#8217;assalto arrivavano a perdere fino al novanta per cento degli effettivi in operazioni offensive pianificate con poca preparazione,</strong> sostenendo che la leadership del reggimento considerasse i soldati rimpiazzabili in tempi brevi per mantenere la pressione sulle linee nemiche.</p>



<p>Per le grandi formazioni dell&#8217;esercito ucraino è un momento di verifiche molto dure e di polemiche. È di pochi mesi fa <a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html" type="link" id="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-gli-orrori-del-reggimento-skala-violenze-torture-morti-sospette-e-il-comandante-sotto-inchiesta.html">un&#8217;altra dettagliata indagine</a>, pubblicata dal giornale ucraino <em>Babel</em>, che sollevava accuse analoghe nei confronti del <strong>425° Reggimento autonomo d’assalto</strong>, noto anche come <strong>Reggimento Skala</strong>. L&#8217;inchiesta su <strong>Skala</strong> ha portato alla sospensione del suo comandante, il tenente colonnello <strong>Yuriy Harkavyi</strong>, ed è ora al centro di un&#8217;indagine ufficiale condotta dall&#8217;<strong>Ufficio statale delle indagini</strong>. In quel caso, le testimonianze e le verifiche sui certificati medici hanno portato alla luce episodi di tortura, reclutamento forzato di persone vulnerabili, condizioni di detenzione degradanti all&#8217;interno dei centri di addestramento e decine di morti sospette coperte da diagnosi mediche ufficiali non corrispondenti ai traumi ritrovati sui corpi dei soldati. Scandali che aprono una riflessione critica sulle prassi di comando adottate nei settori più esposti del fronte, ma gettano anche una luce di speranza sulla libertà di stampa che ancora sopravvive in Ucraina.</p>



<p>Fonte: Texty <a href="https://texty.org.ua/">https://texty.org.ua/</a></p>
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		<title>Loomer e Biletsky, l&#8217;influencer trumpiana e il capo del battaglione Azov: un incontro interessante</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/loomer-e-biletsky-linfluencer-trumpiana-e-il-capo-del-battaglione-azov-un-incontro-interessante.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 04:34:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1270" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-1536x1016.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-600x397.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dietro la pagliacciata di Loomer, resta l'influenza - pressoché assoluta - di Biletsky sulla galassia dell'estrema destra ucraina.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/loomer-e-biletsky-linfluencer-trumpiana-e-il-capo-del-battaglione-azov-un-incontro-interessante.html">Loomer e Biletsky, l&#8217;influencer trumpiana e il capo del battaglione Azov: un incontro interessante</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1270" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-1536x1016.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-600x397.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Prima di diventare il volto della <a href="https://it.insideover.com/luoghi/ucraina" type="link" id="https://it.insideover.com/luoghi/ucraina">resistenza ucraina</a> agli occhi di molti media occidentali, <strong>Andriy Biletsky</strong>, fondatore del Battaglione Azov, era meglio conosciuto negli ambienti dell&#8217;estrema destra con un soprannome impegnativo: il &#8220;Fuhrer bianco&#8221; (<em>Bilyi Führer</em>). Dopo tre anni in cui sui quotidiani occidentali il suo nome è stato affiancato a descrizioni sobrie &#8211; un &#8220;combattente neutrale&#8221;, un comandante carismatico della nuova generazione o persino un &#8220;tecnocrate militare&#8221; &#8211; qualche giorno fa ha trovato un&#8217;intervistatrice che a malapena riusciva a contenere il suo entusiasmo. Si tratta di <strong>Laura Loomer</strong>, influencer trumpiana, la cui <a href="https://www.youtube.com/watch?v=hJA-KfGlMeQ" type="link" id="https://www.youtube.com/watch?v=hJA-KfGlMeQ">chiacchierata</a> lunga un&#8217;ora e mezza, a Kyiv, con il comandante azoviano presenta diversi motivi di interesse. Per lo meno se vogliamo capire cosa si muove nel mondo della destra Maga, ma anche all&#8217;interno della destra istituzionale in Ucraina.</p>



<p>Fino a poco tempo fa Loomer parlava del presidente ucraino Zelensky come un &#8220;giustificatore della jihad&#8221; e accusava l&#8217;Ucraina di dare spazio agli estremisti. Durante il suo recente viaggio nel Paese, però, ha fatto una <strong>giravolta notevole</strong> e dopo aver intervistato Zelensky ha rivisto le sue critiche agli aiuti militari statunitensi, immettendo nella sua rivalutazione dell&#8217;Ucraina il fatto che si tratterebbe di una nazione <strong>antropologicamente pura</strong> e conservatrice. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Dagli ultras ad Azov</h2>



<p>Se Loomer è una figura culturalmente ridicola nel mondo Maga, e dall&#8217;impatto non così grande come spesso si dice nella galassia destrorsa, Biletsky è invece una figura chiave della<strong> scena ultranazionalista e militare </strong>di Kyiv. La sua storia politica ha radici nella città di <strong>Kharkiv</strong>, nell&#8217;Est dell&#8217;Ucraina. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni 2000, le sue prime azioni sul campo non riguardavano la resistenza contro la Russia, ma violenti scontri di strada contro le comunità di migranti vietnamiti e aggressioni a gruppi ultranazionalisti rivali. Una traiettoria che passa dal mondo degli <strong>ultras del calcio</strong>, per portarlo a diventare la punta di diamante della scena nazionalista radicale e suprematista caucasica del suo Paese.</p>



<p>Fino all&#8217;ambito militare e paramilitare. Anche lì, un&#8217;ascesa repentina: quando nel 2005 i principali partiti nazionalisti dell&#8217;Ovest, come il Partito Social-Nazionale di <strong>Andriy Parubiy</strong>, iniziarono ad avvicinarsi alle forze liberali e filo-occidentali, Biletsky se ne distaccò violentemente, accusandoli di essersi venduti l&#8217;anima. Nel 2014 è il responsabile della nascita della cosiddetta Famiglia Azov, un vasto ed efficiente ecosistema che comprende movimenti civili, formazioni paramilitari giovanili (come <em>Centuria</em>) e brigate di prima linea. Meno di dieci anni più tardi, questo gruppo paramilitare d&#8217;élite sarà assorbito dall&#8217;esercito ucraino insieme ad altre formazioni minori ma simili, e prenderà il nome di <strong>Terza Brigata d&#8217;Assalto</strong>, portandosi dietro anche un bel po&#8217; dell&#8217;iconografia nazistoide dei un tempo. Gli alleati europei vedono e non vedono, la stampa pure.</p>



<p>Nel settembre del 2025 Biletstky è promosso al grado di brigadiere generale dell&#8217;esercito ucraino: un traguardo notevole per un uomo che non ha mai ricevuto una formazione militare formale. Così ottiene un potere enorme, sul campo e sui social, senza passare dal voto. <strong>Oggi Biletsky viene indicato dagli osservatori della politica come uno dei personaggi con l&#8217;aspirazione di governare l&#8217;Ucraina, </strong>nell&#8217;eventuale post-Zelensky: col pugno di ferro, immaginiamo, in un mondo di reduci induriti. Nei sondaggi, però, non ha mai fatto il botto.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La visione politica di Biletsky</h2>



<p>Eppure è indubbiamente un <strong>comunicatore sofisticato</strong>, considerato il contesto. Si prenda la parte dell&#8217;intervista con Loomer, verso il minuto diciotto, in cui lei, dopo avergli portato solidarietà per le accuse &#8220;ingiuste&#8221; di nazismo &#8211; purtroppo succede anche a Trump, dice, nonostante sia l&#8217;alleato numero uno di Israele &#8211; tenta di provocarlo più volte con l&#8217;argomento <strong>dell&#8217;immigrazione</strong>: ciò che le piace dell&#8217;Ucraina è che non ci sono letteralmente musulmani in giro, a differenza degli Stati Uniti. La propagandista di Trump dice a Biletsky: vedi, da noi, negli Stati Uniti, il Primo emendamento, quello sulla libertà d&#8217;espressione, finisce col proteggere i nostri nemici interni, come gli islamisti, mentre i Dem stanno eleggendo sindaci musulmani e marxisti che ci porteranno alla sottomissione. In Ucraina, nota con ammirazione, ci sono leggi contro l&#8217;antisemitismo più dure che in America e di nazisti non se ne vedono (<em>fact-checking: sì, è vero che in Ucraina hanno un presidente ebreo il movimento pro-Palestina è inesistente, ma nei villaggi ucraini, nelle festività pasquali, compare la figura del &#8220;moskho&#8221;, l&#8217;ebreo infido, barbuto e vecchio che viene preso simbolicamente a legnate: tradizione che esportata in Canada e Stati Uniti dalla diaspora ha provocato dello scandalo</em>).</p>



<p>A differenza del classico nazionalismo dell&#8217;Ucraina occidentale, storicamente legato alla difesa della lingua ucraina e alla tradizione cattolica o ortodossa, <strong>Biletsky s&#8217;è costruito una visione politica basata per lo più sul classico razzismo biologico</strong>: la lingua parlata non conta quanto il colore della pelle. Nelle sue prime manifestazioni ideologiche non a caso rifiutava apertamente l&#8217;Occidente liberal-democratico e in via di mescolamento: si opponeva alla Nato per i bombardamenti sulla Serbia negli anni Novanta, criticava l&#8217;Unione Europea per le politiche d&#8217;accoglienza ed esaltava il paganesimo rispetto alla religione tradizionale.</p>



<p>Non a caso nell&#8217;intervista con Loomer si svincola dalle provocazioni con un ragionamento che suona più o meno così: in Ucraina non esiste violenza nazista perché, in effetti, l&#8217;immigrazione è molto bassa. E lascia intendere che anche la scarsa xenofobia &#8211; più che lo scarso antisemitismo &#8211; sarebbe dovuta proprio a questo fattore.</p>



<p>Insomma, Biletsky si dice d&#8217;accordo con l&#8217;ospite, ma non si lascia prendere la mano. E non si lascia trascinare neppure un attimo nelle guerre culturali di tipo statunitense. Non segue Loomer nel dare addosso ai Democratici o al <em>woke</em>. Forse il tema non gli interessa; forse immagina che non lo aiuterebbe con un possibile successore di Trump spostato più a sinistra; di sicuro non lo trova importante in quella conversazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;Ucraina come simbolo della &#8220;purezza etnica&#8221;</strong></h2>



<p>Molti influencer trumpiani diventano anti-israeliani perché antisemiti. <strong>Altri diventano filoucraini perché islamofobi.</strong> Questo argomento di Loomer è diffuso anche in ambienti del neofascismo italiano che ho intervistato: l&#8217;Ucraina sarebbe l&#8217;Europa di un tempo, omogenea e intonsa rispetto alle orde islamiche, mentre la Russia sarebbe il meticciato che avanza, l&#8217;Eurasia minacciosa, come mi spiegava un teorico di Casapound. Peccato che questo ragionamento non tenga conto del nuovo capo dell’agenzia che si occupa di attività di intelligence all’estero, <a href="https://kyivindependent.com/ukraines-top-security-official-set-to-become-head-of-foreign-intelligence-service-source-says/">appena nominato</a> da Zelensky, <strong>Rustem Umerov:</strong> un musulmano tataro che parla arabo e turco.</p>



<p>Loomer vuole &#8220;vendere&#8221; la causa ucraina a un certo pubblico antimusulmano e razzista, con un ragionamento speculare a quello della destra che vede la Russia come esempio di purezza etnica, senza conoscerne affatto le innumerevoli minoranze (ereditate dall&#8217;Urss). Diversi commentatori hanno sostenuto che il suo appoggio fosse il segnale di una svolta di Trump verso posizioni più favorevoli a Kyiv. I fatti sembrano dire il contrario: <strong>dopo l&#8217;intervento di Loomer, Trump ha ridimensionato la promessa di consentire all&#8217;Ucraina di produrre sistemi Patriot,</strong> respinto una richiesta ucraina di 300 missili Pac-3 e rallentato l&#8217;erogazione di 400 milioni di dollari di aiuti militari già approvati dal Congresso.</p>



<p>Oggi, dietro la pagliacciata di Loomer, resta l&#8217;influenza &#8211; pressoché assoluta &#8211; di Biletsky sulla galassia dell&#8217;estrema destra ucraina, mentre l&#8217;atteggiamento statunitense resta ambiguo e inaffidabile.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/loomer-e-biletsky-linfluencer-trumpiana-e-il-capo-del-battaglione-azov-un-incontro-interessante.html">Loomer e Biletsky, l&#8217;influencer trumpiana e il capo del battaglione Azov: un incontro interessante</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;economia Usa gira meglio di quella europea? Solo grazie alla Silicon Valley. Ma per il resto&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/leconomia-usa-gira-meglio-di-quella-europea-solo-grazie-alla-silicon-valley-ma-per-il-resto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Mossetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:24:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-600x372.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>il divario di PIL pro capite tra Usa ed Europa si allarga. Questo è vero nei numeri, ma nasconde un’illusione ottica piuttosto interessante. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leconomia-usa-gira-meglio-di-quella-europea-solo-grazie-alla-silicon-valley-ma-per-il-resto.html">L&#8217;economia Usa gira meglio di quella europea? Solo grazie alla Silicon Valley. Ma per il resto&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260725153338982_6529688a196767671e50b23a98536829-600x372.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non è facilissimo raccontare la storia dell’economia globale senza cadere nel tranello dell’eccezionalismo americano, cioè in quell’idea rassicurante e un po’ pigra secondo cui gli Stati Uniti vincono sempre su tutti i fronti perché lavorano di più, innovano di più e guadagnano di più. Questa è l&#8217;idea rassicurante e un po&#8217; pigra che inquina da qualche anno, in particolare dopo la pubblicazione di vari studi europei e del rapporto stilato da <strong>Mario Draghi</strong> sulla competitività dell’Unione Europea, la narrazione dominante ci dice che <strong>il divario di PIL pro capite tra Stati Uniti ed Europa continua ad allargarsi</strong>. Questo è vero nei numeri, ma nasconde un’illusione ottica piuttosto interessante.</p>



<p>Vista da vicino, ad esempio leggendo <a href="https://www.ft.com/content/3fcda833-80d2-4e13-86f4-29b479b79adf" type="link" id="https://www.ft.com/content/3fcda833-80d2-4e13-86f4-29b479b79adf">questa inchiesta</a> del <em>Financial Time</em>s, la presunta superiorità schiacciante degli Stati Uniti smette di essere un dato omogeneo e si rivela per quello che è: <strong>il risultato quasi esclusivo del settore tecnologico</strong>. Escludendo la produzione di hardware, la fornitura di servizi informatici e le loro applicazioni più dirette, le economie delle due sponde dell’Atlantico viaggiano a ritmi spaventosamente simili. In altre parole, <strong>l’enorme solco economico che ci separa dagli statunitensi si riduce all’enorme successo commerciale di una manciata di multinazionali della Silicon Valley.</strong></p>



<p>Negli ultimi vent’anni la produttività oraria europea ha rallentato il passo, questo è innegabile, ma non perché gli occupati europei si siano improvvisamente messi a lavorare peggio: la differenza sta nell’<strong>adozione sistemica delle tecnologie digitali</strong>, dove le imprese statunitensi hanno accumulato vantaggi enormi. Negli Stati Uniti si investe prima e di più nell’automazione dei processi amministrativi, nell’integrazione delle architetture in <em>cloud</em> e negli strumenti di intelligenza artificiale. In Europa si tende ad approcciare la trasformazione digitale con maggiore prudenza, spesso frenati da un quadro normativo severo, come la disciplina della privacy, e da un tessuto industriale frammentato.</p>



<p>Qui possiamo provare a ricordare un paradosso tipico della società contemporanea: dedichiamo enormi quantità di capitale e intelligenza per risparmiare tempo sulle mansioni burocratiche, automatizzare le riunioni e velocizzare i flussi di lavoro, al solo scopo di produrre margini finanziari che poi destiniamo a <strong>sostenere i costi di sistemi sociali sempre più complessi e precari</strong>. Gli Stati Uniti estraggono un valore immenso dalla tecnologia, ma la conversione di questo Pil in effettivo benessere umano si rivela tragicamente inefficiente.</p>



<p>I dati sulla qualità della vita raccontano infatti una storia del tutto opposta a quella delle curve di produttività. Nonostante una spesa sanitaria <em>pro capite</em> immensamente superiore a quella di qualsiasi Paese europeo, l’aspettativa di vite oltreoceano rimane nettamente inferiore. E non menzioniamo neanche i tassi di carcerazione e di omicidi che nelle democrazie europee sarebbero considerati intollerabili.</p>



<p>La difficoltà dell&#8217;economia statunitense sta nel<strong> trasformare la sua straordinaria ricchezza finanziaria in stabilità sociale</strong>, trasformando la crescita in un meccanismo di accumulazione che compensa disuguaglianze e disfunzioni strutturali. Gli economisti tendono a misurare la competitività analizzando esclusivamente le ore lavorate e la produttività per ora. L&#8217;Europa ha scelto, più o meno consapevolmente, di scambiare una parte di questo potenziale incremento di ricchezza con più tempo libero e una rete di protezione sociale più solida. <strong>Possiamo allora dire che vera sfida del modello europeo non è copiare la Silicon Valley</strong>, ma capire fino a quando questa preferenza per la stabilità potrà reggere senza che il ritardo tecnologico comprometta la sostenibilità stessa dello Stato sociale.<br></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leconomia-usa-gira-meglio-di-quella-europea-solo-grazie-alla-silicon-valley-ma-per-il-resto.html">L&#8217;economia Usa gira meglio di quella europea? Solo grazie alla Silicon Valley. Ma per il resto&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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