L’attacco ucraino condotto nella notte tra il 16 e il 17 maggio 2026 non può essere liquidato come una semplice operazione di droni, né come l’ennesimo episodio della guerra tecnologica che da anni accompagna il conflitto russo-ucraino. Siamo davanti a qualcosa di più significativo: una dimostrazione di capacità, una prova di saturazione, un esperimento operativo su vasta scala e, nello stesso tempo, un atto politico.
Per la prima volta dall’inizio della guerra, la Russia ha dovuto affrontare una pressione simultanea su quattordici regioni del proprio territorio, oltre alla Crimea. I vettori ucraini sono arrivati fino al Mar Caspio, cioè a oltre mille chilometri dalla linea del fronte. Questo dato, già da solo, dice molto. La guerra non è più confinata nello spazio classico del fronte. Non riguarda soltanto il Donbass, la Crimea, Kharkiv o Zaporizhzhia. Ora investe direttamente la profondità strategica russa: depositi petroliferi, raffinerie, basi aeree, impianti di microelettronica, porti militari, infrastrutture energetiche e nodi industriali.
Secondo il Ministero della Difesa russo, durante le ventiquattr’ore dell’operazione sarebbero stati intercettati 1.054 droni ucraini, otto bombe guidate e due missili, tra cui un FP-5 Flamingo e un Neptune-MD. È una cifra impressionante, tale da suggerire un’operazione di dimensioni mai viste. Ma proprio per questo va trattata con cautela. L’Ucraina ha confermato di aver lanciato un attacco massiccio, ma non ha confermato il numero complessivo dei vettori impiegati. Kiev mantiene deliberatamente il silenzio sui dettagli quantitativi: non vuole offrire alla Russia elementi utili per valutare la produzione ucraina, le capacità residue, le rotte di penetrazione, i tassi di successo e le vulnerabilità operative.
Il dato russo, dunque, resta un dato di parte. Potrebbe essere gonfiato per presentare la difesa antiaerea come quasi impenetrabile. Oppure potrebbe essere inferiore al reale, per evitare di allarmare l’opinione pubblica russa sulla scala effettiva dell’offensiva. La prima ipotesi appare più probabile, perché ogni sistema militare tende a valorizzare la propria efficacia. Ma il punto centrale non cambia: l’operazione ucraina è stata abbastanza grande da obbligare Mosca a mobilitare un dispositivo difensivo vastissimo.
La guerra dei numeri e la nebbia dell’informazione
La prima lezione dell’attacco riguarda la guerra dell’informazione. In un conflitto moderno, i numeri non sono mai soltanto numeri. Sono armi politiche. Dire di aver abbattuto più di mille droni significa inviare tre messaggi contemporaneamente: alla popolazione russa, per rassicurarla; all’Ucraina, per dissuaderla; all’Occidente, per mostrare che il sostegno tecnologico a Kiev non basta a piegare la difesa russa.
Ma l’assenza di conferma indipendente obbliga a una lettura prudente. Se davvero la Russia avesse abbattuto 1.054 vettori, il tasso d’intercettazione sarebbe vicino al 99 per cento. Se invece il numero fosse stato gonfiato, il quadro cambierebbe: la difesa russa resterebbe forte, ma meno perfetta di quanto Mosca vorrebbe far credere. In entrambi i casi, l’operazione mostra che la misurazione dell’efficacia militare è sempre più difficile. Non basta sapere quanti droni sono stati lanciati o abbattuti. Bisogna sapere quali obiettivi erano davvero importanti, quali vettori erano esche, quali servivano a saturare i radar, quali erano destinati a colpire e quali soltanto a costringere il nemico a consumare munizioni.
Questa è la natura della guerra contemporanea: un attacco può fallire tatticamente e riuscire strategicamente, oppure riuscire su alcuni obiettivi ma rivelarsi troppo costoso nel lungo periodo. Se Kiev ha lanciato centinaia o forse oltre mille vettori per ottenere una decina di impatti documentati, il bilancio militare non è semplice. Ma se quei vettori hanno costretto la Russia ad accendere radar, spostare batterie, impiegare missili, proteggere raffinerie, chiudere spazi aerei e mettere in allerta regioni lontane dal fronte, allora il risultato non può essere misurato solo dal numero delle esplosioni riuscite.
Il paradosso russo: vietare le immagini e produrre prove
Uno degli aspetti più interessanti dell’operazione riguarda la documentazione dei danni. La Russia, dall’aprile 2026, ha introdotto una legge che vieta la pubblicazione non autorizzata di immagini, video o informazioni relative alle conseguenze degli attacchi ucraini sul proprio territorio. Le multe possono variare da 3.000 a 200.000 rubli. L’obiettivo è evidente: impedire che la popolazione contribuisca involontariamente all’intelligence ucraina, ma anche ridurre l’impatto psicologico degli attacchi.
Eppure questa disciplina viene largamente violata. Canali Telegram indipendenti, utenti dei social russi, residenti, automobilisti, persone affacciate alle finestre pubblicano immagini di esplosioni, incendi, fumo, detriti, sirene, colonne di fuoco sopra installazioni industriali. Ne nasce un paradosso: la Russia, pur essendo uno Stato autoritario e impegnato a controllare la narrazione, produce spesso più prove visive degli attacchi subiti di quante ne produca l’Ucraina sugli attacchi russi contro obiettivi militari interni.
In Ucraina il quadro è diverso. La pubblicazione di immagini sensibili può comportare conseguenze penali molto gravi, fino a dodici anni di carcere. La disciplina informativa di Kiev è più efficace e più sistematica. Il risultato è che molte informazioni sulle conseguenze degli attacchi russi vengono filtrate dalle autorità ucraine. Si vedono soprattutto edifici civili colpiti, abitazioni distrutte, infrastrutture danneggiate. Molto meno si vede di depositi militari, batterie antiaeree, impianti logistici o basi operative.
Questa asimmetria condiziona la percezione internazionale. I danni in Russia appaiono più documentati perché i cittadini russi pubblicano di più, non perché necessariamente siano più gravi. I danni in Ucraina appaiono più selezionati perché Kiev controlla meglio il flusso delle immagini. La guerra, quindi, si combatte anche nella diversa capacità dei due Stati di reprimere, orientare o sfruttare la testimonianza spontanea.
Belbek: il colpo alla difesa della Crimea
Il teatro più documentato dell’attacco è la Crimea, in particolare la base aerea di Belbek, presso Sebastopoli. Le immagini satellitari NASA FIRMS hanno registrato un incendio significativo nell’area dell’aerodromo a partire dalle due del mattino. Secondo il servizio di sicurezza ucraino, l’attacco avrebbe colpito più elementi del sistema militare russo: un Pantsir-S2, cioè un sistema antiaereo a corto raggio; un hangar che avrebbe ospitato un radar 92N6 collegato al sistema S-400; un pilone utilizzato per il controllo di droni Orion e Forpost; un punto di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo dell’aeroporto; e un altro hangar.
Non tutto può essere verificato in modo indipendente. Tuttavia, le immagini diffuse da Kiev mostrano almeno cinque o sei droni impegnati contro la base, alcuni dei quali armati con razzi. Questo dettaglio è importante perché indica una crescente sofisticazione dei vettori ucraini. Non siamo più soltanto davanti a droni kamikaze diretti contro grandi infrastrutture statiche. Siamo davanti a sistemi capaci di avvicinarsi a installazioni militari, selezionare punti vulnerabili e colpire componenti specifiche della difesa aerea.
Belbek ha un valore strategico evidente. È una delle infrastrutture fondamentali per la presenza russa in Crimea. Colpire Belbek significa mettere sotto pressione la difesa dell’intera penisola, ma anche contestare la pretesa russa di aver trasformato la Crimea in una fortezza. Se vengono danneggiati radar, sistemi antiaerei, centri di trasmissione e controllo del traffico aereo, non si colpisce soltanto una pista o un edificio. Si colpisce la capacità della Russia di coordinare sorveglianza, reazione e protezione dello spazio aereo.
Il Caspio non è più lontano
Il secondo elemento di grande rilievo è l’attacco al porto di Kaspiysk, in Daghestan, sul Mar Caspio. Le Forze ucraine dei sistemi senza pilota hanno diffuso un video nel quale un drone FP-1 si avvicina da poppa a un pattugliatore russo della classe Svetlyak, appartenente al Servizio delle guardie di frontiera dell’FSB. Il natante prova a manovrare, apre il fuoco con i cannoni automatici, ma non riesce a evitare l’impatto.
Il dato militare è importante, ma quello geografico lo è ancora di più. Kaspiysk si trova a una distanza enorme dal fronte, tra mille e millecinquecento chilometri. Non è il Mar Nero, dove la guerra navale tra Russia e Ucraina è ormai una realtà consolidata. È il Mar Caspio, spazio interno, periferico, apparentemente sicuro, connesso a infrastrutture energetiche, logistiche e militari di grande valore.
Se l’Ucraina riesce a colpire anche lì, significa che il concetto russo di retrovia sicura si restringe. Il Caspio è collegato a rotte energetiche, porti, basi, traffici militari e linee di collegamento verso il Caucaso, l’Iran e l’Asia centrale. Un attacco in quella zona ha quindi un valore simbolico superiore al danno materiale inflitto al singolo pattugliatore. È un messaggio: nessuna profondità è completamente al riparo.
Mosca e la vulnerabilità delle infrastrutture critiche
La regione di Mosca è stata un altro bersaglio centrale. Qui la logica ucraina appare chiarissima: colpire non tanto la capitale come luogo politico, ma il sistema infrastrutturale che la sostiene. A Solnechnogorsk, nel villaggio di Durykino, è stato documentato un incendio in una stazione di stoccaggio petrolifero. L’impianto è connesso ai grandi anelli di oleodotti che riforniscono Mosca di carburante civile e militare. Il valore strategico di un’infrastruttura di questo tipo è evidente. Non serve distruggerla completamente per produrre effetti. Basta costringere la Russia a rafforzarne la protezione, interrompere temporaneamente alcune attività, deviare flussi, mobilitare squadre di emergenza, aumentare la sorveglianza.
A Zelenograd, il tecnoparco Elma è stato interessato da un vasto incendio. Questo complesso ospita oltre centocinquanta imprese legate alla microelettronica, all’ottica militare e ai sistemi di controllo. È spesso descritto come uno dei poli più sensibili dell’industria tecnologica russa. Anche qui il valore militare non risiede soltanto nel danno immediato. La Russia è sottoposta da anni a sanzioni tecnologiche. La microelettronica è uno dei settori più delicati per la produzione di missili, droni, sistemi di comunicazione, radar e apparati di controllo. Ogni interruzione, anche parziale, ha effetti cumulativi.
Sempre a Zelenograd, Kiev ha rivendicato un attacco contro l’impianto Angstrem, produttore di semiconduttori già sottoposto a sanzioni americane e collegato al complesso militare-industriale. In questo caso, però, la conferma indipendente resta debole. È un esempio perfetto della difficoltà di costruire un bilancio rigoroso: la rivendicazione esiste, il valore strategico dell’obiettivo è chiaro, ma la prova del danno effettivo non è sufficiente.
Infine, la raffineria di Mosca, nel quartiere di Kapotnia, è stata indicata tra gli obiettivi. Il sindaco Sergej Sobjanin ha confermato che l’impianto era stato preso di mira e ha parlato di dodici feriti nelle vicinanze, precisando però che la produzione non sarebbe stata interrotta. Anche qui il danno operativo resta incerto. Ma il fatto che una raffineria della capitale sia entrata nella lista degli obiettivi ucraini ha un significato politico enorme. Kiev vuole dimostrare che la guerra può toccare direttamente il metabolismo energetico della Russia centrale.
Le vittime civili e il problema della difesa in ambiente urbano
Un elemento delicato riguarda i danni civili. Diversi droni ucraini sono stati abbattuti sopra aree abitate. I rottami hanno colpito edifici, strade, abitazioni. Nella regione di Mosca tre persone sono morte, tra cui una donna la cui casa sarebbe stata direttamente investita nella città di Khimki.
È importante distinguere il piano militare da quello umanitario. Questi danni non sembrano derivare da un’intenzione ucraina di colpire deliberatamente obiettivi civili. Sono piuttosto la conseguenza della difesa antiaerea russa operante in zone urbane dense e delle traiettorie estremamente basse adottate dai droni per sfuggire ai radar. Un drone che vola molto basso può urtare edifici più alti della sua quota di volo, oppure cadere in aree abitate dopo essere stato intercettato.
Il problema, naturalmente, non riguarda solo la Russia. Anche l’Ucraina subisce lo stesso rischio quando i missili e i droni russi vengono abbattuti sopra città e infrastrutture civili. In una guerra condotta con vettori a lunga distanza, la distinzione tra obiettivo militare e danno civile collaterale diventa sempre più fragile. Il diritto internazionale continua a imporre la distinzione tra civili e combattenti, ma la realtà tecnica della guerra urbana rende questa distinzione sempre più difficile da preservare nella pratica.
La valutazione economica: la guerra come calcolo dei costi
L’aspetto economico è decisivo. I droni ucraini sono relativamente meno costosi dei missili antiaerei impiegati per abbatterli. Questo è uno degli assunti della guerra di saturazione: costringere il difensore a spendere molto più dell’attaccante. Tuttavia, se il tasso di successo reale fosse intorno al 2 per cento, la questione diventerebbe più complessa.
Un conto è lanciare cento droni, farne passare venti e colpire cinque obiettivi importanti. Un altro è lanciare mille vettori e ottenere una decina di impatti documentati. La sostenibilità economica dipende da molti fattori: costo unitario dei droni, capacità produttiva ucraina, aiuti occidentali, disponibilità di componenti, capacità russa di rimpiazzare i missili antiaerei, valore degli obiettivi colpiti e danno effettivo prodotto.
La guerra di logoramento è sempre una guerra di bilanci comparati. Non importa solo quanto spende chi attacca. Importa quanto costa difendersi. Se la Russia deve impiegare missili costosi, sistemi radar, batterie mobili, guerra elettronica, uomini e mezzi per proteggere un territorio immenso, anche un attacco in parte fallito può produrre un costo strategico. Ma se l’Ucraina deve consumare quantità enormi di vettori per ottenere pochi risultati, anche la sua strategia può diventare onerosa.
Qui si apre il vero dilemma. L’Ucraina deve dimostrare ai propri alleati che può colpire la Russia in profondità. Ma deve anche evitare che la guerra a lunga distanza diventi una forma di consumo industriale non sostenibile. La Russia, dal canto suo, deve dimostrare di saper difendere il proprio spazio, ma ogni intercettazione ha un prezzo. La domanda non è chi spende. La domanda è chi può permettersi di spendere più a lungo.
La valutazione militare: una difesa russa davvero formidabile?
Se i dati russi fossero anche solo parzialmente corretti, la difesa antiaerea di Mosca uscirebbe da questa prova con un’immagine molto diversa da quella spesso presentata da alcuni media occidentali. Non una difesa fragile, disorganizzata, facilmente aggirabile, ma un sistema stratificato, denso, capace di reggere un attacco massiccio.
La Russia dispone di una rete ampia di sistemi: difese a lungo, medio e corto raggio; guerra elettronica; radar; unità mobili; sistemi come Pantsir e S-400; difese locali intorno a basi, raffinerie e infrastrutture critiche. La chiave è la stratificazione. Non esiste un solo scudo. Esiste una successione di barriere, alcune tecnologicamente sofisticate, altre più semplici, ma tutte integrate in un sistema di reazione.
Naturalmente, anche questa efficacia ha limiti. Una difesa così ampia deve coprire un territorio enorme. Ogni rafforzamento in una regione può indebolire un’altra. Ogni batteria spostata a protezione di Mosca è una batteria non disponibile altrove. Ogni successo ucraino, anche limitato, obbliga Mosca a ricalcolare la propria distribuzione difensiva.
Per Kiev, questo è già un risultato. La Russia deve difendere non solo il fronte, ma anche la retrovia. Deve proteggere la Crimea, il Caspio, Mosca, i poli industriali, i depositi, i porti, le raffinerie. La difesa della profondità diventa essa stessa una forma di logoramento.
Il ruolo dell’Occidente e l’ottimizzazione delle traiettorie
Un altro elemento da considerare è il sostegno occidentale. L’Ucraina non opera nel vuoto. La preparazione di attacchi profondi richiede intelligence, dati satellitari, conoscenza delle reti radar russe, mappatura delle difese, studio delle traiettorie, coordinamento tra esche e vettori d’attacco. È evidente che Kiev beneficia di capacità occidentali, in particolare americane, per ottimizzare le rotte e ridurre la probabilità di intercettazione.
Questo rende ancora più interessante il bilancio dell’operazione. Se, nonostante il sostegno occidentale, la Russia ha abbattuto una percentuale altissima dei vettori, allora la sua difesa appare davvero robusta. Se invece il numero russo è esagerato, allora Mosca sta usando la comunicazione per trasformare un successo parziale in una vittoria difensiva totale.
In entrambi i casi, l’operazione conferma che la guerra russo-ucraina è ormai anche una guerra tra ecosistemi tecnologici. L’Ucraina colpisce con droni e missili alimentati da intelligence e componenti occidentali. La Russia difende con sistemi propri, guerra elettronica, produzione interna, adattamento tattico e capacità di mobilitazione industriale. Il campo di battaglia è solo la parte visibile di uno scontro molto più vasto tra filiere, satelliti, software, radar e industrie.
La valutazione geopolitica: portare insicurezza dentro la Russia
Sul piano geopolitico, l’obiettivo ucraino è evidente: rompere l’idea russa di invulnerabilità interna. La guerra deve essere sentita anche lontano dal fronte. Non necessariamente attraverso distruzioni di massa, ma attraverso l’instabilità quotidiana: aeroporti chiusi, incendi in raffinerie, allarmi notturni, divieti di pubblicazione, danni a case, videosorveglianza, paura di nuovi attacchi.
È una strategia psicologica. Kiev vuole mostrare alla popolazione russa che il Cremlino non può garantire sicurezza assoluta. Vuole costringere le autorità russe a spiegare perché droni ucraini arrivino vicino a Mosca, in Crimea, nel Caspio, nelle aree industriali. Vuole rendere politicamente costosa la prosecuzione della guerra.
Ma questa strategia contiene un rischio. Gli attacchi in profondità possono anche rafforzare la narrativa del Cremlino: la Russia assediata, l’Occidente che usa l’Ucraina come piattaforma d’attacco, la necessità di resistere, militarizzare, reprimere, mobilitare. In guerra, la pressione sul fronte interno può produrre dissenso, ma può anche produrre coesione patriottica. Molto dipende dalla frequenza degli attacchi, dalla loro letalità, dal tipo di obiettivi colpiti e dalla capacità dello Stato di trasformare la paura in consenso.
La valutazione geoeconomica: energia, microelettronica e profondità industriale
Dal punto di vista geoeconomico, l’operazione è ancora più significativa. L’Ucraina ha scelto obiettivi che appartengono al sistema nervoso dell’economia di guerra russa: petrolio, raffinazione, microelettronica, basi aeree, sistemi antiaerei, porti e naviglio di sicurezza. L’energia resta il punto più sensibile. La Russia è una potenza energetica, ma proprio per questo le sue infrastrutture sono immense, diffuse e difficili da proteggere integralmente. Depositi, raffinerie, oleodotti, terminali, impianti di pompaggio e nodi di distribuzione costituiscono una rete vulnerabile. Colpire questa rete non significa necessariamente interrompere l’export o paralizzare il mercato interno, ma può produrre attriti, ritardi, costi, riallocazioni e vulnerabilità psico
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