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Guerra

La nuova corsa allo spazio lascia Mosca sempre più indietro

Mentre gli Stati Uniti trainati da SpaceX e la Cina accelerano, la Russia perde terreno nella competizione spaziale. L’isolamento tecnologico, causato dalle sanzioni post-invasione dell’Ucraina, avrebbe portato al declino di un settore centrale per l’identità geopolitica della superpotenza eurasiatica, sin...

Mentre gli Stati Uniti trainati da SpaceX e la Cina accelerano, la Russia perde terreno nella competizione spaziale. L’isolamento tecnologico, causato dalle sanzioni post-invasione dell’Ucraina, avrebbe portato al declino di un settore centrale per l’identità geopolitica della superpotenza eurasiatica, sin dall’Unione Sovietica. La scivolosa posizione di leadership odierna è raccontata da un’approfondita inchiesta di Bloomberg, che mette in luce come Mosca stia provando a lanciare un ambizioso piano di rilancio da 60 miliardi per la sua agenzia spaziale, Roscosmos, cercando paradossalmente di imitare il modello commerciale e seriale del suo più grande rivale statunitense, la SpaceX di Elon Musk.

Il problema principale della Russia è il divario sui lanci orbitali: negli ultimi cinque anni quelli statunitensi e cinesi sono cresciuti in modo esponenziale, mentre i lanci russi sono rimasti o sono diminuiti, riducendo Mosca a un ruolo marginale nella nuova space race. Un declino le cui ragioni sono sia strettamente legate all’attualità politica, sia storiche. Da un lato, l’industria aerospaziale russa è rimasta ancorata a vecchie logiche statali e artigianali, molto lontane dall’efficienza industriale dei privati occidentali. Dall’altro, l’invasione russa dell’Ucraina ha trasformato il Paese in un paria per l’Occidente, privando Roscosmos dei contratti commerciali e dei finanziamenti internazionali che un tempo ne garantivano la sopravvivenza economica.

Il legame inscindibile tra lo spazio e il conflitto in Ucraina emerge chiaramente anche dalle analisi sulle tendenze belliche correnti, come quelle pubblicate dalla newsletter Events in Ukraine. In una guerra che è sempre più di logoramento, anche tecnologico, la connettività satellitare e l’intelligence spaziale rappresentano un’arma cruciale a disposizione dei contendenti. Non va dimenticato che fino a oggi la superiorità tecnologica di Kyiv è stata garantita in larga parte dalla rete Starlink dell’odiato Elon Musk – l’uomo più ricco del mondo che non ha mai fatto mistero del suo disprezzo per l’Ucraina – nonché dal supporto di aziende private occidentali specializzate nell’analisi dei dati, che hanno permesso alle forze ucraine di coordinare i grossi droni che attaccano l’entroterra russo e di mantenere le comunicazioni stabili anche sotto i bombardamenti.

La Russia ha compreso che l’impossibilità di contrastare efficacemente l’alleanza tra Musk e forze armate ucraine rappresenta uno dei suoi più grandi svantaggi sul campo di battaglia. Per tentare di invertire la rotta si sta dedicando quindi a satelliti più piccoli: l’obiettivo è creare una costellazione a bassa orbita proprio sul modello di Starlink, in grado di resistere al jamming e di estendere la portata del controllo dei droni direttamente dallo spazio: battezzata Rassvet, sviluppata dalla compagnia privata russa Bureau 1440, vorrebbe essere un tentativo inedito di collaborazione tra privato e pubblico in un settore che a Mosca è da sempre custodito con gelosia dallo Stato. L’obiettivo del resto non è quello di restaurare il prestigio scientifico dell’Urss, quanto quello di colmare un vuoto tecnologico che sta condizionando l’andamento delle operazioni terrestri.

Ma i tentativi di modernizzazione di Mosca si scontrano con la realtà di un’economia che, per quanto capace di adattarsi alla guerra e alle sanzioni, fatica a reperire le risorse umane e tecnologiche necessarie. Rincorrere il modello SpaceX richiede una flessibilità industriale, una trasparenza e una notevole disponibilità di componenti elettroniche avanzate.

Ecco che allora entra in gioco la Cina. Documenti militari segreti, riportati alla luce la settimana scorsa da un’inchiesta congiunta di The Insider, Der Spiegel e Le Monde, ci parlano di una cooperazione strategica piuttosto profonda tra Mosca e Pechino: una serie di forum bilaterali riservati, l’ultimo dei quali si è tenuto a Ekaterinenburg alla fine del 2024, con l’obiettivo di copiare e neutralizzare Starlink.

Per i ricercatori cinesi e russi, l’architettura distribuita di Starlink rappresenta una formidabile nemesi, poiché la mancanza di un nodo centrale rende la rete flessibile e difficilmente vulnerabile ai singoli attacchi o ai sistemi di disturbo. Il piano d’azione concordato si articola dunque su tre livelli di intensità crescente: il primo prevede pressioni diplomatiche e legali internazionali, mentre il secondo punta a bloccare l’assegnazione delle frequenze a SpaceX e a unificare i sistemi di guerra elettronica dei due paesi. Il terzo livello ipotizza la distruzione fisica della costellazione sia attraverso attacchi cyber, mirati a paralizzare la rete tramite i terminali degli utenti, sia impiegando armi orbitali a basso costo capaci di distruggere i satelliti a un ritmo superiore rispetto alla capacità di lancio di SpaceX.

Ma quanto sono integrate le strategie di Russia e Cina? Alla base della suddetta cooperazione c’è uno scambio reciproco in cui la Russia offre la propria esperienza sul campo di battaglia ottenuta in oltre quattro anni di guerra in Ucraina, mentre la Cina fornisce l’intelligenza artificiale e le catene di fornitura necessarie a aggirare le sanzioni occidentali. Questa sinergia è già visibile nei droni autonomi impiegati dalle forze russe, che utilizzano moduli e sensori cinesi, e nei progetti per i veicoli corazzati di nuova generazione dotati di torrette automatizzate. Ma è anche vero che per diversi anni i droni ucraini sono stati realizzati al 95 per cento con componentistica cinese – ad esempio batterie al litio, magneti per i motori e cavi in fibra ottica: pagati a caro prezzo, certo, ma senza nessuna particolare obiezione da parte di Pechino.

Ed è di mercoledì la notizia che l’UE permetterà all’Ucraina di usare parte dei fondi di un grosso prestito destinato alla difesa (una tranche di 6 miliardi di euro su 60 miliardi di euro) per acquistare componenti per droni prodotti in Cina. La Cina fa affari e collabora sul campo con Mosca, ma sia Bruxelles che Kyiv continuano a dipendere da Pechino per la guerra, in mancanza di un’autonomia completa.

Negli ultimi tempi i produttori ucraini di droni stanno cercando di emanciparsi, e avvertendo gli omologhi europei che la forte dipendenza dalla Cina rappresenta un rischio strategico sia per l’Ucraina sia per l’Europa. Vecchia storia. Ma l’Europa sa che un’interruzione delle esportazioni cinesi, ad esempio in caso di una crisi su Taiwan, potrebbe mettere in difficoltà l’intera produzione. Gli ucraini dunque chiedono all’Ue di sviluppare una filiera industriale alternativa, che però non sembra dietro l’angolo. Fatto sta che nonostante Pechino continui a negare il proprio coinvolgimento in Ucraina, i dettagli emersi mostrano come la Russia sia sempre più aiutata dalla Cina nella propria industria bellica, il che le sta permettendo di ridurre l’efficacia dei tentativi di isolamento messi in atto dal fronte euroatlantico. Declino spaziale, o meno.

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