Una «organizzazione benefica ebraica» a New York qualche giorno fa è stata presa di mira da «manifestanti musulmani» con l’accusa di essere protagonista di una non meglio precisata «vendita di terreni». Così l’ex direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, sempre più calato nel ruolo di difensore d’ufficio di Israele, ha definito l’ennesimo utilizzo di una sinagoga per mettere all’asta appezzamenti di terra a disposizione di colonie in Cisgiordania, e cioè illegali per il diritto internazionale: un uso improprio di uno spazio religioso secondo i contestatori (subito liquidati dalla stampa ebraica conservatrice e dagli alleati di Netanyahu come jihadisti o poco ci manca). E anche secondo Zohran Mamdani, neoeletto sindaco della Grande Mela, che dopo avercela messa tutta in questi mesi a mostrarsi come moderato non ha potuto fare a meno di difendere il diritto dei manifestanti a protestare.
La contestazione davanti alla sinagoga di Park East, nell’Upper East Side di Manhattan, si inserisce in un triste trend che va avanti da anni e che ha creato tensioni simili: l’evento preso di mira si chiama Great Israeli Real Estate Event, viene organizzato regolarmente negli Stati Uniti e in Canada con l’obiettivo di attirare acquirenti stranieri interessati a trasferirsi in Israele. La questione problematica è che molte delle proprietà pubblicizzate comprendono lotti di terra situati in insediamenti come Gush Etzion, Kfar Eldad e Karnei Shomron. Ossia costruiti su territori occupati militarmente: cosa che non sembra preoccupare né un segmento importante della leadership ebraica statunitense, né la politica che lo difende. Ma a protestare tra i circa cento attivisti pro-Palestina (la seconda manifestazione di questo tipo negli ultimi sei mesi, e che ha portato a diversi momenti di tensione e scontri con la polizia) c’erano anche attivisti ebrei.
E sono proprio loro a ricordare l’ovvio: la scelta della sinagoga per queste pratiche immobiliari non è casuale. Serve a sfruttare uno spazio che grazie al suo status si ammanta di uno scudo di intoccabilità. Fare casino davanti a una sinagoga vuol dire esporsi all’accusa più scontata di antisemitismo aggressivo e di importazione dell’Intifada globale, from the river to the sea, magari per conto di Hamas: accusa puntualmente formulata dalla politica dominante, incluso l’establishment democratico. Le associazioni che hanno organizzato la protesta, tra cui Jewish Voice for Peace, sostengono che la scelta di ospitare tali vendite all’interno di luoghi di culto sia una strategia deliberata per far apparire le critiche politiche come attacchi religiosi. Dall’altra parte, alcuni legislatori locali e rappresentanti della comunità ebraica hanno criticato duramente il presidio, definendolo un tentativo di intimidire i cittadini ebrei di New York.
Le sinagoghe come agenzie immobiliari
Mamdani, che pure ha promosso nuove norme che prevedono zone cuscinetto e restrizioni specifiche per le manifestazioni che si svolgono in prossimità di istituzioni religiose (necessità partorita da eventi del genere), ha condannato l’iniziativa senza mezzi termini. Un portavoce dell’amministrazione comunale ha spiegato che la commercializzazione di questi terreni è profondamente legata all’espulsione della popolazione palestinese. Anche diverse organizzazioni per i diritti civili, come l’American Arab Anti-Discrimination Committee, hanno presentato esposti formali sostenendo che queste fiere immobiliari violino le leggi statunitensi contro la discriminazione, poiché l’accesso agli eventi e la vendita delle case sarebbero preclusi ai non ebrei. Questi eventi puntano ad aumentare il numero di coloni di provenienza statunitense in Cisgiordania, circondando al tempo stesso la transazione con l’intimità e la legittimità dello spazio comunitario.
Ciò che rende inquietanti queste fiere immobiliari non è soltanto ciò che vendono, ma l’infrastruttura simbolica che rende possibile la vendita. Nelle sinagoghe nordamericane (spazi storicamente associati alla diaspora) le società immobiliari israeliane legate al movimento dei coloni, come Amana o Tivuch Shelly, organizzano eventi promozionali calibrando il linguaggio con attenzione: non si parla mai di colonie, bensì di English-speaking neighborhoods perfetti per realizzare un Zionist dream. I territori occupati vengono ripacchettizzati attraverso i codici estetici della classe media nordamericana: gated communities, ville di lusso, investimenti sicuri, piscine affacciate su colline i cui nomi arabi scompaiono dalle brochure. L’ideologia sionista viene tradotta in marketing lifestyle.
La posizione ufficiale del governo degli Stati Uniti sugli insediamenti illegali in Palestina rimane volutamente ambigua. Sebbene molte amministrazioni abbiano criticato l’espansione dei coloni, al governo israeliano è stata risparmiata qualsiasi azione punitiva, anche la più lieve. Nel 2019, durante la sua prima presidenza, Donald Trump ha promosso un salto di complicità, annunciando che Washington non avrebbe più considerato gli insediamenti illegali. Oggi, pur opponendosi formalmente a un’annessione totale della Cisgiordania, continua a garantire massicci aiuti militari a Israele.
Difficile immaginare una pratica più in malafede, e più foriera di ulteriore odio, dell’uso delle sinagoghe come scudo morale per proteggere la compravendita della Palestina, e del conseguente liquidamento dei legittimi, prevedibili contestatori (molti dei quali ebrei) come una marmaglia di pogromisti. Difficile immaginare un uso più spericolato dell’identità religiosa per pretendere un safe space. Forse solo rimettere in discussione certe dinamiche, a lungo protette da una politica pusillanime, potrà davvero favorire la convivenza.
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