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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 26 Jun 2026 14:37:16 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 14:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1363" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-300x213.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1024x727.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-768x545.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1536x1090.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-600x426.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il rafforzamento dei legami tra Cina e Paesi del Golfo è una trasformazione strutturale che va ben oltre la dipendenza dal petrolio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html">Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1363" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-300x213.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1024x727.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-768x545.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1536x1090.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-600x426.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha probabilmente già ridisegnato in parte la mappa delle alleanze in Medio Oriente. Molti osservatori, in particolare, hanno più volte previsto che un quadro geopolitico così incendiario avrebbe spinto gli attori esterni, a partire dalla Cina, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c2044vzrdpzo">a una strategia di prudente attesa o di parziale disimpegno</a> per evitare di rimanere schiacciati dalle crescenti pressioni di Washington. La realtà sul campo sta però smentendo questa lettura, mostrando come Pechino considera i propri legami con le monarchie del Golfo una priorità strutturale non negoziabile, indipendente dalle crisi del momento.</p>



<p>Un indicatore chiarissimo di questa tendenza emerge dalle ultime decisioni industriali e militari della Repubblica Popolare. Un recente articolo del <em>South China Morning Post</em> <a href="https://www.scmp.com/news/china/military/article/3357197/beijing-planning-make-more-drones-overseas-middle-eastern-buyers">evidenzia infatti come Pechino stia valutando di espandere la produzione di droni militari all’estero</a>, in particolare per servire meglio i clienti del Medio Oriente, sulla scia delle strategie mostrate dal colosso statale Norinco durante l’Eurosatory 2026 a Parigi. La società ha presentato un modello di linea di assemblaggio completo, dalla produzione dei componenti ai test finali, accompagnato dal messaggio di “localizzazione della difesa”, indicando una possibile delocalizzazione industriale. <strong>Questa mossa risponde alla crescente domanda nei Paesi del Golfo,</strong> già tra i maggiori acquirenti di droni cinesi per capacità operative rapide e costi contenuti. La produzione offshore permetterebbe quindi di ridurre tempi di consegna, migliorare manutenzione e supporto locale e aggirare frizioni logistiche o vincoli politici legati alle esportazioni. Inoltre, l’approccio riflette un passaggio <strong>da semplice vendita di armamenti a integrazione industriale con partner regionali</strong>, includendo addestramento e <em>supply chain</em> locali. Nel complesso, la strategia segnala un rafforzamento della presenza cinese nel mercato militare mediorientale e una crescente competizione con i fornitori occidentali.</p>



<p>Se la notizia sull’intensificarsi della cooperazione in materia militare tra Cina e Paesi del Golfo aiuta già a comprendere la crescente presenza cinese nella regione nonostante l’escalation militare, le ultime notizie forniscono ulteriore supporto a questa osservazione.</p>



<p>Sempre a giugno, infatti, <a href="https://www.arabnews.jp/en/business/article_172196/">Arabia Saudita e Cina hanno concordato la firma di sei accordi e memorandum d’intesa durante una visita ufficiale a Pechino</a> (13-16 giugno 2026), accompagnata dall’assegnazione di progetti abitativi per oltre 1,9 miliardi di riyal sauditi (circa 506 milioni di dollari) tra Riyadh e Dammam. Le intese coprono investimenti nel settore edilizio, trasferimento tecnologico, sviluppo del capitale umano e partnership pubblico‑private, con l’obiettivo di migliorare efficienza e qualità nell’esecuzione dei progetti. <strong>L’iniziativa si inserisce nel contesto della Vision 2030 saudita</strong>, che punta a diversificare l’economia e potenziare infrastrutture e mercato immobiliare e dove il forum sino-saudita dei contractor ha rafforzato le sinergie industriali. Le stesse autorità saudite sottolineano come le aziende cinesi contribuiscano a trasformare ambizioni strategiche in risultati concreti, consolidando una presenza crescente in costruzioni, trasporti e grandi progetti.</p>



<p><br>E ancora. Investitori cinesi starebbero anche <a href="https://www.omanobserver.om/article/1191164/business/energy/chinese-firms-back-omans-solar-cyber-ambitions">sostenendo le ambizioni industriali e digitali dell’Oman attraverso due progetti strategici presentati il 13 giugno 2026 nell’ambito del Future Fund Oman</a>, in linea con la Vision 2040. Il principale è il complesso Orion Solar nella Sohar Freezone, un investimento da circa 220 milioni di rial omaniti (oltre 570 milioni di dollari) destinato a produrre ogni anno 6 GW di celle solari e 3 GW di pannelli, posizionandosi tra le strutture più avanzate a livello globale. Parallelamente, la società XCyber (legata al gruppo cinese QAX) prevede di costruire un hub regionale di cybersecurity, con capacità sovrane di monitoraggio, laboratori forensi digitali e centri operativi per la gestione delle minacce informatiche.<br></p>



<p>La scelta di avviare progetti industriali di questa portata da parte cinese, proprio mentre la regione è attraversata da uno scontro aperto tra USA e Iran, è perciò un segnale politico di enorme rilevanza. Una possibile lettura strategica di questi avvenimenti deriva anche dal <a href="https://www.gccbusinessnews.com/uae-china-strategic-partnerships-beijing/">rafforzamento della partnership strategica tra Emirati Arabi Uniti e Cina emersa durante la visita ufficiale del principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed</a>, a Pechino lo scorso aprile (ancora una volta, mentre il conflitto in Medio Oriente era ben lontano dalla “tregua”), dove ha incontrato il premier <strong>Li Qiang</strong> per ampliare la cooperazione bilaterale in settori prioritari. Al centro dei colloqui è stato posizionato proprio il passaggio a una fase più integrata della relazione, con dei focus ben precisi su opportunità future, resilienza delle supply chain e… ruolo congiunto nell’economia globale (!). I due Paesi hanno infatti sottolineato la crescita significativa degli scambi, con il commercio non petrolifero che ha raggiunto circa 111 miliardi di dollari nel 2025. Ad arricchire di importanza l’evento ha contribuito anche la UAE‑China Business Promotion Conference, un momento volto a rafforzare i legami tra imprese e investitori in settori ricorrenti negli accordi cinesi che hanno come oggetto il Golfo (infrastrutture, tecnologia e industria). Ecco, dunque, che la Cina non sembra aver rinunciato ai propri obbiettivi economici e geopolitici nel Golfo nemmeno dopo l’escalation in Iran.</p>



<p>L’analisi di Zaid M. Belbagi di qualche giorno fa su <em>Arab News</em>, evidenzia infatti come, <a href="https://www.arabnews.jp/en/uncategorized/article_172684/">anche nel contesto di crescenti tensioni regionali la Cina riesca comunque a consolidare in modo sistematico la propria presenza economica e strategica nel Golfo</a>, rafforzando legami che vanno ben oltre il tradizionale scambio energia‑manifattura. L’autore sottolinea che i Paesi del GCC (Gulf Cooperation Council), storicamente dipendenti dagli Stati Uniti, hanno accelerato il perseguimento di una maggiore autonomia strategica, riconoscendo probabilmente in Pechino un partner credibile soprattutto per investimenti industriali, tecnologia e finanza. I dati citati nell’articolo sono significativi: <strong>il commercio bilaterale Cina‑Golfo ha raggiunto circa 300 miliardi di dollari annui, mentre il Middle East copre il 42% delle importazioni petrolifere cinesi</strong>, a dimostrazione di un’interdipendenza strutturale. A prima vista sembrerebbe che il Golfo abbia bisogno della Cina… tanto quando Pechino abbia bisogno del Golfo, ponendo la Cina nella posizione di non poter rinunciare facilmente e velocemente ai Paesi arabi.</p>



<p>Tuttavia, il punto centrale dell’analisi è qualitativo: Pechino sta accumulando posizioni industriali e finanziarie profonde, come la partecipazione di <a href="https://constructionreviewonline.com/north-field-east-lng-in-qatar-project-resumes-full-construction-after-iran-conflict-evacuation/">Sinopec nel North Field East in Qatar</a> o le <a href="https://www.saentrepreneurs.ch/index.php/experts?view=article&amp;id=832:saudi-aramco-joint-venture-to-develop-huge-refinery-petrochemical-complex-in-china&amp;catid=205:news">joint venture con Aramco</a>, oltre a esportare tecnologie strategiche, con 850 milioni di dollari di pannelli solari esportati nella regione solo nei primi due mesi del 2026. Belbagi evidenzia inoltre che la costanza della politica estera cinese e l’assenza di condizioni politiche negli investimenti rappresentano un vantaggio competitivo rispetto all’approccio statunitense, spesso percepito come più volatile e vincolante. Nonostante ciò, rimane difficile immaginare che la Cina intenda sostituire il ruolo di sicurezza degli USA, i quali mantengono ancora una presenza militare dominante e il 54% delle forniture di armi alla regione; quello che Pechino sembrerebbe voler ottenere è invece la realizzazione di un’architettura economico‑industriale alternativa su scala globale. In questo quadro, il rafforzamento dei legami con il Golfo non si interrompe con le tensioni geopolitiche, ma anzi si intensifica, configurandosi come uno strumento attraverso cui i Paesi del Golfo ridefiniscono il loro rapporto con Washington e avanzano verso una maggiore “indipendenza”.</p>



<p>D’altronde, <a href="https://www.weforum.org/stories/2026/06/gcc-china-ties-matter-beyond-gulf/">anche un’analisi del World Economic Forum evidenzia come il rafforzamento dei legami tra Cina e Paesi del Golfo rappresenti una trasformazione strutturale</a> che va ben oltre la tradizionale dipendenza dal petrolio, evolvendo verso una relazione economica definita “full‑stack” che comprende cioè capitale, tecnologia, manifattura, logistica ed energia pulita. L’analisi evidenzia poi quattro driver principali sui quali si stanno innestando i nuovi rapporti tra Pechino e Paesi arabi: l’allineamento tra capitale del Golfo e capacità industriale cinese, l’integrazione tra manifattura cinese e logistica regionale, la complementarità tra energia del Golfo e domanda cinese per AI e clean tech, e una convergenza strategica su diversificazione e nuove rotte commerciali; traiettorie talmente strategiche che nemmeno la Terza Guerra del Golfo sembra poter annuvolare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html">Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/basta-soldi-facili-con-le-armi-perche-la-bolla-della-difesa-in-borsa-si-sta-sgonfiando.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 04:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa europea]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="armamenti" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-600x372.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'indice azionario di riferimento, lo Stoxx Europe Targeted Defence, ha perso oltre il 15% dal picco di gennaio. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/basta-soldi-facili-con-le-armi-perche-la-bolla-della-difesa-in-borsa-si-sta-sgonfiando.html">Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="armamenti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-600x372.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per oltre tre anni, i titoli delle aziende della difesa europee <a href="https://www.cnbc.com/2026/05/30/defense-stocks-consolidation-rheinmetall-saab-renk.html">sono stati i &#8220;re incontrastati&#8221; delle Borse mondiali</a>. Dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022, e per tutto il 2025, investire nei colossi delle armi sembrava una scommessa blindata. Un boom alimentato dalle promesse dei governi di ricostruire gli arsenali e dall&#8217;accordo NATO per alzare le spese militari fino a un ambizioso 5% del PIL. Ma nel 2026 il vento è cambiato. Quella che sembrava una corsa inarrestabile ha bruscamente invertito la rotta. Come rileva un recente articolo del Financial Times, <a href="https://archive.is/20260612045759/https:/www.ft.com/content/1fa66019-c241-46f8-b9e4-7b3ac8575904"><em>l&#8217;indice azionario di riferimento, lo Stoxx Europe Targeted Defence</em>, ha perso oltre il 15% dal picco di gennaio</a>, mandando in fumo miliardi di euro e colpendo giganti del calibro di Leonardo, BAE Systems, Rolls-Royce, Thales e Rheinmetall. Cosa sta succedendo? La finanza sta voltando le spalle alla geopolitica? Non proprio. Semplicemente, i mercati hanno smesso di sognare e hanno iniziato a chiedere i conti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="606" height="426" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg.png" alt="" class="wp-image-520608" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg.png 606w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg-300x211.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg-600x422.png 600w" sizes="auto, (max-width: 606px) 100vw, 606px" /></figure>



<p>Il primo grande problema sottolineato anche dal <em>Financial Times </em>riguarda la sostenibilità economica. Con l&#8217;esplosione del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran e la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, l&#8217;inflazione globale è tornata a fare paura. Di conseguenza, <a href="https://www.reuters.com/business/how-surging-bond-yields-add-europes-fiscal-headaches-2026-04-16/">le banche centrali minacciano nuovi aumenti dei tassi d&#8217;interesse e i costi di indebitamento per i governi sono schizzati alle stelle</a>. Gli analisti si stanno dunque ponendo una domanda cruciale: come faranno i governi europei, già gravati da forti deficit pubblici, a finanziare piani di difesa così colossali se emettere debito costa sempre di più? Il timore è che le promesse della politica non si trasformino davvero in contratti reali. </p>



<p>Le crepe stanno emergendo chiaramente anche al di fuori dei confini dell&#8217;Unione Europea. Il caso più emblematico si sta consumando nel Regno Unito, dove <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c4gyp8n7g3go">la crisi politica innescata dalle dimissioni shock del Segretario alla Difesa John Healey e del Ministro delle Forze Armate Al Carns</a> ha portato alla luce un profondo scontro sul finanziamento militare. Al centro della disputa c&#8217;è il <em>Defence Investment Plan </em>(DIP), giudicato dai dimissionari &#8220;sottofinanziato&#8221; e inadeguato a raggiungere l&#8217;obiettivo del 3% del PIL entro il 2030 (le stime attuali si fermano al 2,68%). Questa spaccatura dimostra in modo inequivocabile come, <strong>persino all&#8217;interno dell&#8217;area geografica europea e in un Paese storicamente pilastro della NATO</strong>, l&#8217;entusiasmo retorico per il riarmo stia drammaticamente rallentando di fronte alla rigidità dei conti pubblici e alla resistenza dei Ministeri delle Finanze. Per gli investitori, l&#8217;instabilità politica di Londra è il segnale che il percorso verso una spesa militare illimitata è tutt&#8217;altro che garantito, trasformando le promesse governative di contratti a lungo termine in una scommessa incerta e frenando, di conseguenza, i rally azionari del settore.<br><br>C&#8217;è poi un problema di &#8220;messa a terra&#8221;. Nel gergo finanziario si dice infatti che <strong>le aspettative erano troppo alte rispetto alla realtà dei bilanci. </strong>Non era dunque totalmente imprevedibile che al di là dei numeri, giganti come <a href="https://www.ft.com/content/3361cf9c-84a6-433e-81ba-ef47242d0f69?syn-25a6b1a6=1">Rheinmetall</a>, Airbus e Thales avrebbero presentato in ogni caso risultati del primo trimestre deludenti per il mercato. Le commesse e gli ordini ci sono, ma convertire un ordine per un carro armato o un sistema radar in fatturato e utili netti richiede anni. Gli investitori istituzionali (i grandi fondi) hanno esaurito la pazienza e hanno iniziato a vendere le loro quote, <a href="https://www.marketscreener.com/news/rheinmetall-co-slip-as-morgan-stanley-downgrades-sector-ce7f5dd3df80f421">portando colossi bancari come Morgan Stanley a declassare il settore a un giudizio &#8220;neutrale&#8221;</a>.<br><br></p>



<p>L&#8217;altro grande scossone è tecnologico. I recenti e drammatici sviluppi in Medio Oriente hanno dimostrato che la guerra moderna non si combatte più (o non solo) con la vecchia &#8220;artiglieria pesante&#8221; o con i cingolati. <strong>I veri protagonisti sono i droni low-cost, l&#8217;intelligenza artificiale e i sistemi missilistici ad alta tecnologia. </strong>Molte aziende europee storiche vengono oggi percepite dagli investitori come <em>«old school»</em>, giganti della vecchia economia manifatturiera troppo lenti ad aggiornarsi. <a href="https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/european-defence-stocks-cool-investors-reassess-war-winners-2026-04-20/">I capitali si stanno quindi spostando verso startup della difesa tecnologica o aziende specializzate in droni e software di guerra</a>.</p>



<p><br>Tuttavia, se la tenuta dei bilanci nazionali rappresenta un freno nel breve periodo, le determinanti macro-geopolitiche continuano a tracciare una traiettoria di lungo termine che potrebbe paradossalmente mantenere in forte auge i titoli della difesa europei. La prospettiva che l&#8217;Europa debba fare i conti con <a href="https://www.msn.com/en-us/money/other/europe-braces-for-drastic-cuts-to-us-nato-wartime-contributions/ar-AA25vwTE?ocid=BingNewsSerp">drastici tagli ai contributi militari statunitensi in ambito NATO</a> &#8211; con la riduzione di circa un terzo dei caccia e il disimpegno di bombardieri e sottomarini strategici &#8211; costringe infatti i governi continentali ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale. Questo progressivo arretramento di Washington crea un vuoto operativo che i Paesi europei saranno obbligati a colmare con risorse proprie, garantendo una domanda strutturale e prolungata per i produttori locali di armamenti. </p>



<p>In questo contesto, persino le recenti tensioni con l&#8217;alleato americano (culminate nella <a href="https://en.ilsole24ore.com/art/usa-warns-eu-no-buy-european-weapons-or-we-will-retaliate-AI0Zh1WB">minaccia statunitense di ritorsioni contro l&#8217;introduzione di clausole &#8220;Buy European&#8221; nei bandi di gara militari</a>) potrebbero trasformarsi in un acceleratore inatteso per il comparto. Di fronte alle pressioni della Casa Bianca, l&#8217;Unione Europea si troverà di fatto costretta a verticalizzare i propri investimenti, blindando la preferenza comunitaria nei programmi di spesa come il piano SAFE o l&#8217;<em>Industrial Accelerator Act</em>. Di conseguenza, quello che si prospetta come un duro scontro commerciale si potrebbe rivelare anche un catalizzatore per un riarmo europeo forzato, canalizzando enormi flussi di capitale pubblico direttamente verso i campioni industriali del vecchio continente.</p>



<p><br>La strada verso questo traguardo si preannuncia però in forte salita, ostacolata dalle storiche e croniche gelosie industriali che continuano a frammentare l’Europa proprio nel momento di massimo sforzo. Il fallimento e la chiusura ufficiale del programma FCAS (<em>Future Combat Air System</em>) per il caccia di sesta generazione (un progetto da oltre 100 miliardi di dollari che legava Parigi, Berlino e Madrid) rappresenta in questo senso un durissimo scontro con la realtà. Quello che è stato ribattezzato come il &#8220;<a href="https://scenarieconomici.it/caccia-di-sesta-generazione-il-grande-divorzio-europeo-germania-e-spagna-lanciano-il-team-gen-6/">grande divorzio europeo</a>&#8220;, consumatosi a causa di divergenze insanabili sui requisiti militari e sulla proprietà intellettuale, ha visto la Germania e la Spagna muoversi autonomamente con il lancio del consorzio industriale &#8220;Team Gen 6&#8221; guidato da Airbus, otto grandi appaltatori tedeschi e cinque eccellenze spagnole, escludendo la Francia di Dassault. </p>



<p>Questa ennesima scissione interna, che costringe il settore a dividersi tra il neonato blocco tedesco-spagnolo, l&#8217;asse rivale italo-britannico-giapponese del GCAP e una Francia isolata, dimostra come la spinta politica verso l&#8217;autonomia strategica rischi di naufragare in una dispersione di risorse e in una dannosa duplicazione dei programmi. <strong>Per gli investitori, lo stop ai megaprogetti comunitari introduce un forte elemento di incertezza:</strong> se da un lato il riarmo resta una necessità imprescindibile per sopravvivere al disimpegno statunitense, dall&#8217;altro l&#8217;incapacità dell&#8217;Europa di fare fronte comune rischia di dilatare i tempi di sviluppo dei sistemi d&#8217;arma avanzati, riducendo le economie di scala e zavorrando i margini di profitto complessivi dei grandi player azionari della difesa continentale.</p>



<p><br>Gli esperti sono quindi concordi sul fatto che la fase dei &#8220;soldi facili&#8221; nel settore della difesa si sia conclusa. Il settore non è destinato a fallire, poiché le tensioni geopolitiche rimangono altissime, ma d&#8217;ora in avanti gli investitori potrebbero diventare molto più selettivi. Sopravviverà e crescerà solo chi saprà dimostrare due cose: bilanci solidi nell&#8217;immediato e una forte leadership nelle tecnologie del futuro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/basta-soldi-facili-con-le-armi-perche-la-bolla-della-difesa-in-borsa-si-sta-sgonfiando.html">Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/gli-usa-ai-minimi-ma-la-crisi-energetica-travolge-le-scorte-di-petrolio-in-tutto-il-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 09:47:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Gli Usa sono arrivati ai minimi dal 2004 ma il problema è globale: le scorte di petrolio sono ormai vicine al livello minimo operativo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/gli-usa-ai-minimi-ma-la-crisi-energetica-travolge-le-scorte-di-petrolio-in-tutto-il-mondo.html">Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il sistema energetico globale si sta avvicinando a una soglia critica. Al centro di questo pericoloso percorso c’è <strong>il ruolo delle scorte di petrolio,</strong> cioè le quantità di greggio già estratto e immagazzinato, sia in depositi commerciali sia in riserve strategiche governative che funzionano come “cuscinetto” contro shock improvvisi dell’offerta. Secondo i dati citati di JPMorgan, <a href="https://wanaen.com/countdown-to-oil-price-explosion-global-reserves-plunge-toward-critical-floor/">le scorte globali sarebbero infatti in forte riduzione: da circa 8,4 miliardi di barili a inizio anno a una proiezione di circa 7,5 miliardi entro fine luglio</a>, un livello vicino ai minimi operativi, ovvero la quantità sotto la quale il sistema fatica fisicamente a garantire flussi stabili tra produzione, trasporto e raffinazione.<br><br>Questo concetto di “limite operativo” è cruciale: non coincide con lo zero, ma rappresenta <strong>il livello minimo necessario per far funzionare senza interruzioni la complessa catena logistica del petrolio</strong> (oleodotti, petroliere, raffinerie), e scendere sotto tale soglia aumenta fortemente la volatilità dei prezzi e il rischio di carenze. In parallelo, il contesto geopolitico, in particolare le tensioni in Medio Oriente e il ruolo del passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, amplifica il rischio di shock sull’offerta, rendendo le scorte ancora più determinanti per la stabilità dei mercati. Le riserve strategiche di petrolio (<em>Strategic Petroleum Reserves,</em> SPR) sono infatti stock pubblici creati per essere utilizzati in emergenza proprio per compensare improvvisi cali di offerta e stabilizzare i prezzi; ma il loro utilizzo intensivo negli ultimi anni, anche per gestire inflazione e crisi geopolitiche, ha ridotto progressivamente il margine di sicurezza.<br></p>



<p>A rafforzare questo quadro già teso si aggiungono <a href="https://www.linkedin.com/posts/us-petroleum-stockpiles-are-draining-at-a-share-7468906545443921921-NMvM/?utm_source=share&amp;utm_medium=member_android&amp;rcm=ACoAADB-oBkBj3Ypre9svH8hdkFS0L7SBrvFYuw">evidenze molto recenti sul lato statunitense, che rappresenta oggi il vero baricentro di stabilizzazione del sistema petrolifero globale</a>. I dati mostrano infatti un drenaggio accelerato delle scorte USA: gli stock complessivi di greggio e prodotti petroliferi <strong>sono scesi di circa 10,6 milioni di barili in una sola settimana,</strong> raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.<br><br>Ancora più rilevante è il crollo delle sole scorte di greggio (commerciali e governative), diminuite di 15,9 milioni di barili, tra i cali settimanali più ampi mai registrati. Questo svuotamento è direttamente collegato all’aumento straordinario delle esportazioni verso Europa e Asia, in un contesto in cui i mercati globali cercano di compensare la perdita o l’instabilità delle forniture mediorientali. Il risultato è che i flussi in uscita dagli Stati Uniti sono passati da circa 3 milioni di barili al giorno prima del conflitto con l’Iran a circa 13,6 milioni di barili al giorno, uno dei livelli più alti mai osservati. Anche le riserve strategiche statunitensi risultano in calo significativo: si sono ridotte di altri 7,9 milioni di barili nell’ultima settimana e complessivamente di circa 58 milioni dall’inizio del conflitto, scendendo a circa 357 milioni di barili. Fa “peggio” il Giappone, <a href="https://x.com/randgroup/status/2063770983693951379/photo/1">le cui scorte commerciali di greggio hanno registrato un crollo improvviso e molto accentuato fino a circa 275 milioni di barili</a>, segnando nuovi minimi storici.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="653" height="415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio.jpg" alt="" class="wp-image-520151" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio.jpg 653w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-300x191.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-600x381.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="559" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-2.jpg" alt="" class="wp-image-520155" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-2.jpg 559w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-2-300x204.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 559px) 100vw, 559px" /></figure>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="762" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3-1024x762.jpg" alt="" class="wp-image-520156" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3-1024x762.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3-300x223.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3-768x572.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3-600x447.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/petrolio-3.jpg 1147w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nonostante però il ruolo giocato dagli USA, il direttore dell’IEA, <strong>Fatih Birol,</strong> <a href="https://energynow.com/2026/04/iea-is-ready-to-further-tap-global-oil-reserves-if-needed-chief-says/">aveva già dichiarato ad aprile che l’organizzazione sarebbe stata pronta a rilasciare ulteriori volumi di petrolio dalle riserve strategiche</a> pur sottolineando che si tratterebbe di una misura auspicabilmente evitabile. Questo intervento si inserisce dopo la decisione già storica presa a marzo 2026 dai 32 Paesi membri di <strong>liberare circa 400 milioni di barili, il più grande rilascio coordinato mai effettuato, con gli Stati Uniti in prima linea </strong>attraverso una quota di 172 milioni di barili dalla propria <em>Strategic Petroleum Reserve.</em> Tuttavia, lo stesso Birol chiarisce un punto cruciale per comprendere i limiti dello strumento: queste immissioni non rappresentano una soluzione strutturale alla crisi, ma solo un modo per “ridurre il dolore” causato dalla perdita di offerta, soprattutto in un contesto in cui oltre 80 infrastrutture energetiche (tra impianti di produzione, terminal e raffinerie) sono state danneggiate e il transito nello Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso. In altre parole, le riserve strategiche funzionano come un meccanismo temporaneo di stabilizzazione, in grado di guadagnare tempo e limitare la volatilità dei prezzi, ma non possono compensare a lungo un deficit fisico di produzione su larga scala.</p>



<p>In aggiunta, va ricordato che la disponibilità di petrolio non è sufficiente se non esiste una capacità adeguata di trasformarlo in prodotti utilizzabili. Il sistema energetico globale non dipende infatti solo dall’estrazione di greggio, <strong>ma soprattutto dalla raffinazione,</strong> cioè dal processo industriale che converte il petrolio in carburanti e derivati fondamentali come benzina, diesel, jet fuel, GPL, nafta e prodotti petrolchimici. L’immagine seguente mostra una mappa delle principali raffinerie mondiali nel 2026 ed evidenzia chiaramente come <a href="https://x.com/jackprandelli/status/2063747987084579210">questa capacità sia concentrata in pochi hub geografici ad altissima intensità industriale</a>, tra cui India (con il complesso di Jamnagar da oltre 1,2 milioni di barili/giorno), Corea del Sud (con siti come Ulsan e Yeosu sopra i 600–800 mila barili/giorno), Stati Uniti (hub texani), Medio Oriente e grandi poli logistici come Singapore.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="255" height="280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine4.jpg" alt="" class="wp-image-520157"/></figure>



<p><br>Queste strutture non rappresentano semplicemente asset produttivi, ma veri e propri “chokepoint” strategici, cioè nodi critici della catena energetica globale, la cui interruzione o saturazione può avere effetti immediati sull’offerta reale di carburanti, indipendentemente dalla disponibilità di crude oil. In un contesto di scorte in calo e tensioni geopolitiche, questo implica che la sicurezza energetica non si misura più solo in barili disponibili, ma nella capacità integrata dell’intero sistema: estrazione, trasporto e soprattutto trasformazione; asset che, a differenza del rapporto domanda/offerta, non sono ancora “prezzati” completamente negli attuali prezzi di mercato del petrolio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/gli-usa-ai-minimi-ma-la-crisi-energetica-travolge-le-scorte-di-petrolio-in-tutto-il-mondo.html">Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L’eccellenza europea della Glass Economy</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/glass-economy/leccellenza-europea-della-glass-economy.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Glass Economy]]></category>
		<category><![CDATA[vetro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel 2026 l’industria italiana del vetro ha segnato un sorpasso poco raccontato ma strategico: l’Italia è infatti diventata il primo produttore europeo</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/leccellenza-europea-della-glass-economy.html">L’eccellenza europea della Glass Economy</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510190217974_c5fbe50370d959c47128e7c01ae9d3f7-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel 2026 l’industria italiana del vetro ha segnato un sorpasso poco raccontato ma strategico: l’Italia è infatti diventata <a href="https://www.businesscommunity.it/m/20260401/fare/l-industria-italiana-del-vetro-e-la-prima-produzione-europea-e-supera-la-germania.php">il primo produttore europeo, superando la Germania</a> per capacità produttiva e struttura della filiera. Pur trattandosi di un settore energivoro, l’industria del vetro rimane centrale per packaging, edilizia, automotive e farmaceutica, dimostrando di saper reggere gli shock energetici e mantenere un saldo commerciale estero positivo. I <a href="https://fattidigreen.it/2026/03/litalia-del-vetro-si-conferma-leader-in-europa-i-dati-assovetro-e-nomisma/">dati diffusi da Assovetro</a>, integrati dalle analisi di Nomisma, raccontano ad esempio un settore italiano del vetro che nel 2025 ha saputo crescere nonostante un contesto segnato da forte volatilità dei costi energetici e da uno scenario geopolitico complesso. Consideriamo solo alcuni numeri rilevanti: la produzione di contenitori in vetro ha superato i 4,5 milioni di tonnellate, registrando un aumento del 4% rispetto all’anno precedente, con un contributo decisivo del comparto bottiglie, cresciuto del 6% e sempre più trainante per l’intera filiera.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="699" height="393" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/image.jpeg" alt="" class="wp-image-516688" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/image.jpeg 699w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/image-300x169.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/image-334x188.jpeg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/image-600x337.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p>A sostenere questa performance è soprattutto il packaging per alimenti e bevande, dove il vetro rimane il materiale di riferimento. Il successo non si limita ovviamente solo al mercato interno perché l’export del segmento bottiglie ha messo a segno un vero e proprio balzo in avanti, con una crescita del 23,8%. La resilienza del comparto è dovuta in gran parte al rapporto con i consumatori poiché, sempre secondo le ricerche citate da Assovetro, il materiale è percepito come un vero e proprio marchio di qualità, sinonimo di sicurezza alimentare e rispetto per l’ambiente. Se quindi da una parte è la domanda dal mercato a rimanere un fattore di competitività importante, dall’altra c’è l’evoluzione recente dell’industria cinese del vetro a rappresentare uno dei fattori critici più rilevanti per gli equilibri futuri del mercato. </p>



<p>La Cina è oggi il <a href="https://en.people.cn/n3/2026/0427/c90000-20450654.html">primo produttore e consumatore mondiale di vetro</a>, con oltre il 50% della produzione globale e una filiera che ha compiuto un deciso salto qualitativo verso prodotti ad alto valore tecnologico e industriale. Questa trasformazione apre scenari complessi ma ricchi di occasioni per l’industria europea, soprattutto in termini di riposizionamento strategico. E’ bene premette, però, che il confronto tra vetro di produzione cinese e vetro europeo viene troppo spesso affrontato in modo riduttivo, limitandosi al prezzo industriale per unità. <a href="https://jmborosilicate.com/blog/chinese-glassware-vs-european-real-cost-comparison/4439/">Una recente analisi proposta da JM Borosilicate</a> mostra invece come questa lettura sia parziale e, in molti casi, fuorviante. Se il vetro cinese appare inizialmente più competitivo grazie a costi di manodopera più bassi e prezzi dell’energia più convenienti, il cosiddetto “costo reale” lungo l’intera catena del valore racconta una storia più articolata ma cruciale da conoscere. Alla quotazione ex‑fabbrica si sommano infatti oneri logistici significativi, come il trasporto intercontinentale, imballaggi più robusti per ridurre il rischio di rotture (a differenza del vetro europeo!), tempi di consegna più lunghi e necessità di pianificare scorte elevate. </p>



<p>Tutti fattori che aumentano il capitale immobilizzato e riducono la flessibilità operativa, sommandosi inoltre ai costi di gestione dei controlli qualità a distanza oltre alle difficoltà di comunicazione e coordinamento. Se a tali costi operativi si aggiungono anche gli effetti delle tensioni geopolitiche e la crescente frammentazione dei mercati, accentuate dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina, risulta evidente che l’accesso a fornitori politicamente non allineati diventerà un rischio sempre più importante per gli importatori, ma anche un’opportunità per i produttori domestici. Per l’industria europea del vetro, infatti, si apre un’importante finestra di vantaggio per il consolidamento del proprio posizionamento nei segmenti dove qualità, servizio, sostenibilità e flessibilità sono determinanti. Il rischio, al contrario, è quello di rimanere intrappolati in una competizione di volume su prodotti indistinti, terreno sul quale la scala produttiva cinese resta difficilmente eguagliabile. L’apparente convenienza di prezzo delle importazioni cinesi è ormai diventata talmente rilevante da incentivare perfino <a href="https://www.euronews.com/my-europe/2026/04/15/eu-cracks-down-on-chinese-goods-bypassing-tariffs-via-belt-and-road-initiative">strategie di aggiramento dei dazi da parte di aziende cinesi che sfruttano produzioni di fibre di vetro delocalizzate lungo le rotte della Belt and Road</a>. È un segnale chiaro che la competizione non può più essere affrontata sul terreno del prezzo, ma su quello dell’innovazione e della sicurezza delle forniture.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/leccellenza-europea-della-glass-economy.html">L’eccellenza europea della Glass Economy</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Industria del vetro e automotive: alleati nella sicurezza e nell&#8217;efficienza energetica</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/glass-economy/industria-del-vetro-e-automotive-alleati-nella-sicurezza-e-nellefficienza-energetica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:19:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Glass Economy]]></category>
		<category><![CDATA[automotive]]></category>
		<category><![CDATA[vetro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Stellantis" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/08/OVERCOME_20240821001952916_47bc480c6cb717a96238b4a30dc310f6-1536x1022.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando si parla di innovazione nel settore dell’auto, l’attenzione si concentra quasi sempre su rivoluzioni sfavillanti come la guida autonoma, l’intelligenza artificiale e il software di bordo. Raramente, però, si guarda a uno degli elementi più presenti e determinanti dell’esperienza di guida: il vetro. Eppure, parabrezza e finestrini non sono, contrariamente a quello che si &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/industria-del-vetro-e-automotive-alleati-nella-sicurezza-e-nellefficienza-energetica.html">[...]</a></p>
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<p>Quando si parla di innovazione nel settore dell’auto, l’attenzione si concentra quasi sempre su rivoluzioni sfavillanti come la guida autonoma, l’intelligenza artificiale e il software di bordo. Raramente, però, si guarda a uno degli elementi più presenti e determinanti dell’esperienza di guida: il vetro. Eppure, parabrezza e finestrini non sono, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, superfici passive, bensì componenti tecnologici evoluti, capaci di aumentare sicurezza ed efficienza del veicolo. Un caso concreto? I <a href="https://www.motorpassion.it/tecnologie-per-vetri-auto-materiali/">vetri a trasparenza variabile basati su film elettrocromici</a>. In alcune auto di fascia medio‑alta e premium, il parabrezza e i tetti panoramici sono ad esempio già in grado di modificare automaticamente il proprio livello di oscuramento in base all’intensità della luce esterna. Quando il sole è forte, il vetro diventa più scuro, riducendo l’abbagliamento e il calore all’interno dell’abitacolo; nelle condizioni di luce scarsa, torna invece completamente trasparente, garantendo visibilità ottimale. Questo non migliora solo il comfort, ma incide direttamente sulla sicurezza e sui consumi perchè meno calore significa minore ricorso al climatizzatore, quindi meno distrazioni per il conducente e maggiore efficienza energetica del veicolo.</p>



<p><br>In altre parole, quindi, l’innovazione nel vetro sta a tutti gli effetti cambiando il modo in cui il conducente vive la strada. Si tratta, però, di una rivoluzione silenziosa, spesso invisibile, ma fondamentale per comprendere il futuro dell’auto tanto quanto l’elettronica e l’intelligenza artificiale. Basti considerare <a href="https://frattinauto.it/blog/realta-aumentata-nuove-auto/">l’introduzione della realtà aumentata sui parabrezza</a>, una delle innovazioni più intuitive e “visibili” per chi guida e che ha nel 2025 l’anno di maggiore diffusione della tecnologia tra case di costruzione diverse. Con questa svolta, le informazioni non compaiono più su schermi separati, ma sembrano disegnate direttamente sulla strada, davanti agli occhi del conducente. L’obbiettivo è quello di rendere la guida più naturale e meno stressante, perché lo sguardo resta sempre rivolto avanti. </p>



<p>Secondo <a href="https://www.researchnester.com/it/reports/augmented-reality-windshield-market/7462">l’analisi di Research Nester</a> il mercato dei parabrezza con realtà aumentata è solo uno dei segmenti delle applicazioni automotive del vetro in forte crescita: ha ad esempio superato i 435 milioni di dollari nel 2025 e dovrebbe arrivare a 1,32 miliardi di dollari entro il 2035, con un tasso di crescita annuo intorno all’11,7%. La crescita è trainata soprattutto da Nord America ed Europa, ma è l’Asia‑Pacifico l’area a più rapido sviluppo grazie agli investimenti automotive e digitali. Facendo invece uno zoom-out dalla singola applicazione al mercato globale del vetro nell’automotive, è utile sottolineare il dato rilevato <a href="https://finance.yahoo.com/news/automotive-glass-market-analysis-report-125100622.html">dall’Automotive Glass Market Analysis Report 2026</a> che rileva come questo comparto sia in crescita (da 26,4 miliardi di dollari nel 2025 a quasi 35 miliardi entro il 2031) poiché trainato dalla diffusione dell’elettrico. Inoltre, la forte incidenza dei costi energetici e delle materie prime conferma il legame stretto tra innovazione nel vetro e sostenibilità industriale del settore automotive. <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/445619-industrial-glass-processing-using-lasers-is-better-for-the-environment/it">La lavorazione del vetro tramite laser</a> consente ad esempio di eliminare la molatura meccanica, riducendo del 90% i materiali di consumo e dell’80% i rifiuti, oltre a tagliare in modo significativo l’uso di energia e acqua. Il processo permette di lavorare grandi superfici di vetro piano e sagomato, risultando particolarmente adatto all’industria automobilistica. Le valutazioni indipendenti indicano inoltre che, su volumi industriali, questa tecnologia potrebbe ridurre fino a 120 tonnellate annue di emissioni di gas serra, rafforzando il ruolo del vetro come componente chiave dell’auto sostenibile del futuro. Al pari, e di certo non di meno, delle altre componenti <em>hard</em> dell’auto (!).</p>



<p><br>Non bisogna, però, dimenticare che nel rapporto tra vetro e automotive si inserisce spesso “prepotentemente” anche la normativa e rileva in questo caso menzionare la nuova <a href="https://glassforeurope.com/the-end-of-life-vehicles-regulation-moves-forward-with-key-provisions-for-automotive-glass/">End‑of‑Life Vehicles Regulation (ELV</a>), che introduce un cambio di paradigma molto concreto sul fronte regolatorio e industriale. Come evidenziato da Glass for Europe, l’accordo votato dal Parlamento europeo nel febbraio del 2026 prevede l’obbligo di smontare almeno il 70% del vetro proveniente da parabrezza, finestrini e tetti panoramici dei veicoli a fine vita, imponendo inoltre che il vetro recuperato venga riciclato in nuovo vetro. La norma richiede anche che i veicoli siano progettati fin dall’origine per facilitarne lo smontaggio, rafforzando il legame tra design dell’automotive e filiera del vetro. Questo approccio regolatorio spinge i due settori verso una circolarità e co-dipendenza strutturale, con benefici diretti in termini di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di CO₂, rendendo il vetro un componente sempre più strategico nelle politiche industriali e ambientali europee e internazionali.</p>
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		<title>Lo sguardo al cielo dell&#8217;uomo è anche una questione di industria del vetro</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/glass-economy/lo-sguardo-al-cielo-delluomo-e-anche-una-questione-di-industria-del-vetro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 13:15:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Glass Economy]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[vetro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-1536x863.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla scoperta quasi accidentale del vetro nell’antico Egitto (intorno al 3500 a.C.), quando la sabbia fusa dava origine a materiali decorativi rudimentali, questa materia ha accompagnato l’evoluzione delle civiltà umane. I Romani ne perfezionarono le tecniche, ampliandone l’uso nella vita quotidiana, mentre il Medioevo e il Rinascimento, con il ruolo centrale di Venezia, trasformarono il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/lo-sguardo-al-cielo-delluomo-e-anche-una-questione-di-industria-del-vetro.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/lo-sguardo-al-cielo-delluomo-e-anche-una-questione-di-industria-del-vetro.html">Lo sguardo al cielo dell&#8217;uomo è anche una questione di industria del vetro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-1536x863.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260508162139986_d4e86a8945c74ee94859b9eed01e2ef3-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla scoperta quasi accidentale del vetro nell’antico Egitto (intorno al 3500 a.C.), quando la sabbia fusa dava origine a materiali decorativi rudimentali, <a href="https://touchscreenmfg.com/it/evolution-of-glass-manufacturing/">questa materia ha accompagnato l’evoluzione delle civiltà umane</a>. I Romani ne perfezionarono le tecniche, ampliandone l’uso nella vita quotidiana, mentre il Medioevo e il Rinascimento, con il ruolo centrale di Venezia, trasformarono il vetro in un materiale di eccellenza tecnica e artistica. La rivoluzione industriale segnò poi il passaggio alla produzione di massa, rendendo il vetro accessibile su larga scala. Oggi, grazie a processi digitalizzati, nanotecnologie e nuovi materiali, l’industria vetraria è diventato un settore all’avanguardia nell’innovazione, costituendo un ponte tra tradizione manifatturiera e applicazioni tecnologiche avanzate.</p>



<p>Pur essendo infatti uno dei materiali più antichi della storia umana il vetro è allo stesso tempo uno dei più strategici per il futuro dell’intelligenza artificiale e persino dello spazio. Un segnale particolarmente eloquente delle dinamiche di innovazione che stanno attraversando l’industria del vetro arriva da una storia in apparenza anomala, quella di <em>LPKF Laser &amp; Electronics</em>, azienda tedesca di medie dimensioni, con cinquant’anni di storia industriale alle spalle e un fatturato relativamente contenuto. Nel 2026 il titolo dell’azienda in borsa <a href="https://www.home.saxo/markets/stocks/lpk-xetr">è cresciuto di oltre il 250% dall’inizio dell’anno</a>, surclassando colossi del settore dei semiconduttori che pure attraversano una fase molto positiva (pur essendoci stati <a href="https://www.ad-hoc-news.de/boerse/news/ueberblick/lpkf-laser-stock-a-speculative-surge-meets-sobering-fundamentals/69199909">dei movimenti di natura speculativa sul titolo borsistico</a>). </p>



<p>Questo scarto non si spiega con il marchio ma con un tassello tecnologico diventato improvvisamente critico, ovvero il processo LIDE (<em>Laser‑Induced Deep Etching</em>), una tecnica laser avanzata che consente di forare il vetro in modo estremamente preciso, rapido e pulito, creando i cosiddetti <a href="https://x.com/PhotonCap/status/2051686267700887818"><em>Through Glass Vias</em></a>, ovvero collegamenti verticali che permettono il passaggio dei segnali elettrici attraverso il substrato. Senza fori affidabili e di qualità, il vetro non può d’altronde assolvere al suo nuovo ruolo di piattaforma avanzata per l’elettronica. Il caso LPKF mostra quindi con chiarezza come l’innovazione nell’industria del vetro non possa essere ridotta a un mero produrre un “materiale migliore”, ma piuttosto nel controllare processi chiave che rendono possibile un intero cambio di architettura tecnologica.</p>



<p>Dal micro al macro. Il vetro si è infatti rivelato uno dei materiali più importanti anche per l’innovazione spaziale perché, fin dalle origini dell’esplorazione del cosmo, ha permesso all’umanità di vedere più lontano e di spingersi in ambienti estremi in modo sicuro e affidabile. Un recente articolo dell’American Ceramic Society ( <em>“</em><a href="https://bulletin.ceramics.org/article/star-power-how-glass-and-ceramics-push-us-deeper-into-space/"><em>Star power! How glass and ceramics push us deeper into space</em></a><em>”)</em> racconta ad esempio come già i primi telescopi del Seicento, imperfetti e pieni di bolle, fossero basati sul vetro e rappresentassero il primo passo concreto per “avvicinare” stelle e pianeti alla Terra. Da allora, con il miglioramento della qualità del vetro e l’introduzione di nuove composizioni come il borosilicato, questo materiale è rimasto centrale in tutte le grandi imprese di osservazione spaziale. Oggi i telescopi più avanzati, sia a terra sia nello spazio, utilizzano enormi specchi di vetro estremamente lisci e stabili, capaci di raccogliere grandi quantità di luce e di non deformarsi nonostante forti sbalzi di temperatura. </p>



<p>Questi vetri hanno un cosiddetto coefficiente di dilatazione termica quasi nullo, cioè sono in grado di resistere a sbalzi termici estremi, mantenendo una superficie regolare a livello nanometrico per massimizzare la raccolta di luce; è questo che consente a strumenti come quelli del Giant Magellan Telescope o dell’Extremely Large Telescope di produrre immagini molto più nitide di quelle ottenute in passato (<a href="https://www.media.inaf.it/2021/06/01/eso-mavis-agreement/">addirittura superiori a quelle del famoso telescopio spaziale Hubble</a>!). Accanto al vetro, anche le ceramiche giocano un ruolo decisivo perché resistono a condizioni che distruggerebbero altri materiali, considerando che nello spazio si passa dal freddo estremo di ambienti lontani dal Sole a temperature elevatissime durante il rientro nell’atmosfera terrestre (senza contare radiazioni e detriti ad altissima velocità). Le ceramiche, grazie alla loro stabilità termica e chimica, proteggono veicoli, strumenti e astronauti, come dimostrato anche dalle piastrelle ceramiche usate fin dallo Space Shuttle e le versioni più evolute impiegate oggi nei programmi Artemis e <a href="https://www.fondazioneleonardo.com/stories/orion-scudo-termico-salvare-astronauti-artemis">Orion</a>. È quindi dal vetro che passa la strada non solo dell’innovazione terrestre nell’ambiente micro ma anche quella per arrivare a nuovi telescopi capaci di osservare l’universo con una precisione senza precedenti, fino alla realizzazione di missioni dirette verso ambienti estremi come il Sole e perfino… <a href="https://cnes.fr/en/projects/bepicolombo">Mercurio</a>, il pianeta ad oggi meno noto del nostro sistema solare.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/glass-economy/lo-sguardo-al-cielo-delluomo-e-anche-una-questione-di-industria-del-vetro.html">Lo sguardo al cielo dell&#8217;uomo è anche una questione di industria del vetro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il calo di Bitcoin, o della maturità delle criptovalute</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-calo-di-bitcoin-o-della-maturita-delle-criptovalute.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 04:50:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Bitcoin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1236" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bitcoin" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-1024x659.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-768x494.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-1536x989.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-600x386.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Bitcoin sta attraversando una fase di ridefinizione, in cui da asset “da detenere a tutti i costi” sta diventando anche asset “da gestire”. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-calo-di-bitcoin-o-della-maturita-delle-criptovalute.html">Il calo di Bitcoin, o della maturità delle criptovalute</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1236" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="bitcoin" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-1024x659.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-768x494.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-1536x989.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bitcoin-600x386.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre l’attenzione dei mercati è spesso catturata da inflazione, tassi o tensioni geopolitiche, basta una mossa apparentemente piccola nel mondo delle criptovalute per ricordarci <strong>quanto Bitcoin resti un termometro sensibile e influente della fiducia globale. </strong>Il suo prezzo tende infatti a salire o scendere in base a quanto gli investitori si sentono fiduciosi oppure preoccupati rispetto al contesto economico e finanziario. Bitcoin non è legato direttamente a un’economia nazionale (come l’euro o il dollaro), né a utili aziendali (come le azioni). <strong>Il suo valore dipende quindi in gran parte dalla fiducia, </strong>cioè dalla convinzione che altre persone continueranno a considerarlo un bene prezioso nel tempo. Per questo motivo, Bitcoin reagisce spesso in modo molto sensibile a ciò che accade nel mondo: tensioni geopolitiche, cambiamenti nei tassi d’interesse, o anche decisioni di grandi operatori. </p>



<p>E questo è proprio quello che è accaduto questa settimana, quando Strategy, una società quotata e tra i più grandi detentori aziendali di Bitcoin, ha venduto una piccola parte delle sue riserve. Parliamo di numeri che, presi singolarmente, sembrano quasi marginali: <a href="https://assets.contentstack.io/v3/assets/bltf8d808d9b8cebd37/blt01aedf36c9f1b5b3/6a1cdb95487e7818fe49dd85/form-8-k_06-01-2026.pdf">tra il 26 e il 31 maggio l’azienda ha infatti venduto 32 Bitcoin per un controvalore di circa 2,5 milioni di dollari</a>, a un prezzo medio di 77.135 dollari per moneta. Eppure, la reazione del mercato è stata immediata e significativa. </p>



<p>Per capire perché questa notizia ha avuto un impatto così forte, bisogna però partire da un elemento chiave: non è tanto la quantità venduta a contare, quanto il segnale che questa scelta manda. Strategy, infatti, ha fatto della strategia del “<a href="https://x.com/saylor/status/1886046076316041641?s=20">non vendere mai</a>” uno dei pilastri della propria identità negli ultimi anni. L’azienda acquistava infatti Bitcoin con l’idea di tenerli in portafoglio a lungo termine, accumulandoli come una sorta di riserva di valore digitale. Il fatto che abbia deciso di vendere, per la seconda volta nella sua storia, <a href="https://www.websim.it/etf/notizie-etf/cripto/strategy-vende-bitcoin-e-la-prima-volta-dal-2022/">dopo un’operazione simile nel dicembre 2022</a>, rappresenta quindi una svolta simbolica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le reazioni del mercato</h2>



<p>Il mercato ha reagito rapidamente con le azioni della società che sono scese del 5,85% nel giorno della notizia, mentre <a href="https://x.com/BullTheoryio/status/2061427127283781652">il prezzo di Bitcoin è calato di circa il 2%.</a> Per chi non è esperto, può sembrare sorprendente che la vendita di appena 32 monete possa influenzare così tanto il mercato, ma nei mercati finanziari contano tanto i fatti quanto le aspettative. Perciò quando un attore considerato “di lungo periodo” cambia comportamento, gli investitori iniziano a chiedersi se quel cambiamento sia l’inizio di qualcosa di più grande. La decisione di Strategy non è però arrivata dal nulla. <a href="https://finance.yahoo.com/video/has-michael-saylor-changed-strategys-bitcoin-playbook-154511273.html">L’azienda ha infatti dichiarato di voler abbandonare la rigidità della strategia “mai vendere”</a> e passare a una gestione più attiva del proprio bilancio, cioè del modo in cui gestisce le proprie risorse finanziarie. In termini semplici, questo significa che potrebbe vendere Bitcoin in futuro se questo dovesse migliorare la propria posizione finanziaria complessiva, ad esempio generando o sostenendo il valore per gli azionisti. </p>



<p>Accanto alla vendita di Bitcoin, Strategy ha <a href="https://www.gurufocus.com/news/8893627/strategy-mstr-adjusts-liquidity-strategy-with-bitcoin-sale?mobile=true">anche venduto quasi 802.000 azioni ordinarie</a>, raccogliendo circa 128,3 milioni di dollari. Si tratta di un elemento che aiuta anche meglio a contestualizzare l’operazione, segnalando che la società sta effettivamente cercando nuove modalità per finanziare le proprie attività e rafforzare la propria struttura finanziaria, invece di affidarsi solo alla crescita del valore del Bitcoin.<br></p>



<p>Tutto questo avviene però in un momento delicato per il mercato crypto. Il prezzo di Bitcoin risulta ancora oltre il 42% al di sotto dei massimi storici superiori ai 126.000 dollari, mentre gli ETF che replicano il prezzo del Bitcoin <a href="https://cryptonomist.ch/2026/03/02/etf-bitcoin-deflussi-2/">hanno registrato una lunga serie di deflussi</a>. Inoltre, il contesto globale, segnato da incertezze geopolitiche, continua a pesare sul sentiment degli investitori. È chiaro, dunque, che dopo l’annuncio della vendita dei 32 Bitcoin, molti osservatori si sono chiesti se potesse essere l’inizio di un effetto domino e se altre aziende con grandi riserve di criptovalute avrebbero iniziato a vendere a loro volta. Negli ultimi anni è anche nata una nuova categoria di società, le cosiddette “bitcoin treasury company”, che accumulano criptovalute in bilancio come parte centrale della loro strategia finanziaria, con il rischio che la scelta di Strategy si propagasse al resto del settore.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un asset come tutti gli altri?</h2>



<p>Ma mentre l’azienda vendeva, altri facevano esattamente il contrario. Nello stesso periodo, due società del settore, cioè <a href="https://www.cointribune.com/en/bitmine-buys-237-million-in-ether-its-biggest-purchase-in-2026/">BitMine Immersion Technologies</a> (focalizzata su Ethereum) e <a href="https://news.bitcoin.com/it/strive-acquista-1109-bitcoin-portando-il-proprio-portafoglio-a-16500-btc/">Strive</a> (legata a Bitcoin), hanno infatti acquistato asset digitali per oltre 300 milioni di dollari complessivi. Una cifra enorme se confrontata con i 2,5 milioni venduti da Strategy che ridimensiona il rischio di “contagio”. Inoltre, in un post molto circolato su X, Adam Livingston (analista molto seguito nell’ecosistema Bitcoin) ha <a href="https://x.com/AdamBLiv/status/2061490902191767803">interpretato la vendita di Strategy in modo controintuitivo</a>, e cioè non come un segnale di debolezza, ma come una dimostrazione di forza. Il fatto che un attore così rilevante venda una quantità minima di Bitcoin non significa infatti che stia cambiando idea sull’asset, bensì che lo considera ormai uno strumento finanziario a tutti gli effetti, da utilizzare in modo flessibile. La vendita, pur essendo minima, è come se rompesse un tabù, ma allo stesso tempo normalizzasse Bitcoin. </p>



<p>Quest’ultimo potrebbe iniziare a diventare quindi non più solo un bene da accumulare e custodire, quasi ideologico, ma un asset operativo che rientra nella logica delle decisioni aziendali concrete: vendere, comprare, ribilanciare. Dopo questa vendita di Strategy, forse Bitcoin potrebbe iniziare a smettere gradualmente di essere solo una scommessa sul futuro per diventare… una leva gestionale nel presente. Questa evoluzione potrebbe rendere il mercato più maturo perché un asset che può essere sia accumulato sia utilizzato è, paradossalmente, più integrato nel sistema finanziario rispetto a uno che può solo essere detenuto.</p>



<p>Ma questa potenziale normalizzazione ha anche un lato più sottile. Se Bitcoin entra pienamente nella logica finanziaria tradizionale, allora sarà sempre più influenzato da quelle stesse dinamiche, tra le quali l’esigenza di liquidità, la gestione del debito, la distribuzione di dividendi, e così via. Queste dinamiche potrebbero però “sporcare” il valore strategico di Bitcoin, che per i puristi, è di fatto un nuovo oro digitale da tesaurizzare anziché utilizzare per le operazioni operative quotidiane. D’altronde, vale la pena sottolineare un dato che aiuta a mettere tutto in prospettiva: i 32 Bitcoin venduti rappresentano circa lo 0,004% delle riserve complessive della società. </p>



<p>In termini pratici, è una quantità quasi irrilevante dal punto di vista finanziario, nonostante il suo peso comunicativo sia stato enorme, dimostrando ancora una volta che oltre la dimostrazione di forza rimane il tema cruciale della custodia a lungo termine; una questione esplicitata anche da figure chiave della finanza tradizionale. <a href="https://www.blockchaincenter.net/trending/kevin-warsh-bitcoin-new-gold/">Kevin Warsh, indicato alla guida della Federal Reserve, ha ad esempio definito Bitcoin il “nuovo oro”</a> soprattutto per le generazioni più giovani, cioè per chi ha meno di 40 anni. </p>



<p><br>La vendita di 32 Bitcoin da parte di Strategy (ricordiamolo, lo 0,004% delle sue riserve) non è dunque rilevante per l’impatto diretto sui numeri ma lo è perché avviene in un momento in cui Bitcoin sta attraversando una fase di ridefinizione, in cui da asset “da detenere a tutti i costi” sta diventando anche asset “da gestire”. Ed è proprio questa ambivalenza, più di ogni altra cosa, a raccontare a che punto, controverso e ricco di nuovi sviluppi, siamo arrivati.</p>
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		<title>Produttori di chip di tutto il mondo unitevi! Gli scioperi di Seul e la sfida per il mercato dell&#8217;Ia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/produttori-di-chip-di-tutto-il-mondo-unitevi-gli-scioperi-di-seul-e-la-sfida-per-il-mercato-dellia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 05:13:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Samsung]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="samsung" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il cuore della trattativa è l’introduzione di un meccanismo che prevede l’assegnazione ai lavoratori di una quota di profitti dei microchip.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="samsung" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/samsung-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;<em>How far semiconductor giants can go in sharing windfall profits before it begins to strain investment capacity, deepen social divisions and unsettle global competitors?</em>”. È da questa domanda, posta fin dalle prime righe dell’<a href="https://m.ajupress.com/amp/20260525145148950" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo pubblicato da Aju Press</a>, che può prendere avvio una riflessione ampia e molto attuale: fino a che punto le grandi aziende tecnologiche, soprattutto quelle dei semiconduttori, possono redistribuire i loro enormi profitti senza mettere a rischio il proprio futuro? </p>



<p>La vicenda ruota attorno a <strong>Samsung Electronics,</strong> uno dei colossi mondiali dei chip, che sta per approvare un nuovo accordo salariale con i suoi dipendenti. Si tratta di un’intesa importante, <a href="https://en.sedaily.com/society/2026/05/24/samsung-electronics-union-vote-turnout-tops-82-percent-with" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sostenuta da una partecipazione quasi record dei lavoratori al voto interno</a>, segno di quanto il tema sia sentito. L’accordo ha un obiettivo immediato, cioè quello di evitare uno sciopero che avrebbe potuto interrompere la produzione in un momento cruciale per l’industria, proprio mentre la domanda globale di chip, spinta dall’intelligenza artificiale, è in piena espansione. Ma il vero nodo è un altro, ed è legato al nuovo sistema di bonus legato direttamente ai profitti. </p>



<p>Il cuore dell’intesa è infatti l’introduzione di un cosiddetto <em>special management performance bonus</em>, cioè un meccanismo di redistribuzione degli utili che prevede l’assegnazione ai lavoratori di una quota significativa dei profitti della divisione semiconduttori. Le trattative si stanno concentrando su <a href="https://www.tomshardware.com/tech-industry/samsungs-bonus-dispute-spreads-to-chip-packaging-divisions-threatening-hbm-delivery-schedules" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una percentuale intorno al 10,5% dell’utile operativo sotto forma di bonus azionari</a>, con un ulteriore 1,5% in incentivi <em>cash</em>, configurando di fatto un sistema stabile di partecipazione agli utili. In alcune fasi della trattativa, la quota complessiva discussa è arrivata anche vicino al 13% dell’utile operativo, pari a circa 340.000 dollari medi per dipendente, mentre il sindacato chiedeva inizialmente il 15% e la rimozione dei limiti ai bonus. </p>



<p>Un elemento chiave del compromesso, che segna un “caso 0” cruciale da osservare per studiare lo sviluppo della relazione tra la governance delle aziende legate all’IA e i suoi dipendenti, è anche la struttura distributiva interna: il bonus viene infatti suddiviso per il 40% in modo uniforme tra tutti i lavoratori della divisione chip e per il restante 60% in base alle performance delle singole unità, mantenendo quindi una differenziazione tra i vari segmenti produttivi. Proprio questa impostazione, pensata per bilanciare costi aziendali e incentivi, è diventata la principale fonte di tensione interna visto che <em>i</em><strong>l divario nei premi sembrerebbe essere enorme:</strong> i lavoratori delle memorie, trainati dalla domanda di chip HBM legati all’AI, arriverebbero a bonus di circa 600 milioni di won (circa 400.000 dollari), mentre altre divisioni, come quelle dei prodotti elettronici o del packaging, riceverebbero cifre molto più basse, nell’ordine di 6 milioni di won (circa 4.000 dollari). </p>



<p>Questa disparità aveva già innescato nelle scorse settimane <a href="https://www.tomshardware.com/tech-industry/big-tech/union-rally-causes-samsung-fab-production-to-plummet-by-58-percent-during-night-shift-as-workers-demand-up-to-usd400-000-bonuses-updated-figures-show-over-40-000-people-attended-rally-for-better-pay-and-bonuses" target="_blank" rel="noreferrer noopener">una protesta che non si era limitata alle trattative sindacali</a>, ma si era spostata direttamente nella produzione e in particolare nelle divisioni di test e packaging (TSP), che permettono ai semiconduttori di essere assemblati e resi pronti per l’uso nei sistemi AI. Le conseguenze potenziali sono quindi sistemiche perché le divisioni TSP operano con processi integrati che collegano fabbricazione e packaging e se il “back-end” rallenta, si crea un collo di bottiglia che limita l’intera produzione di chip avanzati. <strong>Questo potrebbe compromettere la capacità di Samsung di rispettare le tempistiche di consegna,</strong> soprattutto in vista della crescente domanda di HBM destinati ai grandi clienti del settore AI, come i produttori di acceleratori e i servizi cloud.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Più bonus, meno flessibilità</h2>



<p>Ecco perché, a&nbsp;prima vista, l’idea di condividere i profitti con i lavoratori può sembrare positiva, tuttavia, molti analisti e investitori stanno&nbsp;iniziando a sollevare dei&nbsp;dubbi.&nbsp;Il motivo è legato alla natura stessa dell’industria dei semiconduttori,&nbsp;<a href="https://www.sammobile.com/news/samsung-spent-25-55-billion-usd-r-d-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">che richiede investimenti giganteschi e continui</a>.&nbsp;In un contesto simile, fissare una quota rilevante dei profitti da distribuire automaticamente ai dipendenti potrebbe ridurre la flessibilità finanziaria dell’azienda, tanto che&nbsp;gli analisti&nbsp;di&nbsp;CitiGroup&nbsp;hanno&nbsp;già avvertito che queste misure potrebbero comportare rischi per gli utili,&nbsp;soprattutto se si accompagnano a tensioni sindacali.&nbsp;In&nbsp;particolare,&nbsp;<a href="https://biz.chosun.com/en/en-finance/2026/05/03/WZCWLB654RDVTJEEOL6A2CVQHI/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la Banca&nbsp;ha ridotto il target di prezzo delle azioni Samsung Electronics</a>, segnalando come il contesto di instabilità operativa e strategica che può derivarne&nbsp;(mobilitazione dei lavoratori o anche solo la minaccia di un’interruzione delle attività)&nbsp;potrebbe incidere su produzione, consegne e capacità di rispettare gli impegni con i clienti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In questo quadro,&nbsp;quindi,&nbsp;il negoziato sui bonus assume un valore molto più ampio&nbsp;e&nbsp;non riguarda solo la distribuzione dei profitti,&nbsp;bensì&nbsp;un indicatore della tenuta complessiva del modello industriale di Samsung&nbsp;e di tutti i&nbsp;chipmakers&nbsp;impegnati nella fornitura degli elementi di base della rivoluzione dell’IA. Gli investitori osservano&nbsp;infatti&nbsp;con attenzione se l’azienda riuscirà a trovare un equilibrio tra richieste sindacali e sostenibilità finanziaria, oppure se le tensioni interne finiranno per tradursi in una perdita di competitività rispetto ai rivali globali.&nbsp;Le conseguenze, d’altronde,&nbsp;non si fermano a Samsung. L’accordo sta&nbsp;infatti&nbsp;già facendo discutere anche fuori dalla Corea del Sud.&nbsp;In particolare, i lavoratori di&nbsp;TSMC a&nbsp;Taiwan,&nbsp;altro gigante dei chip,&nbsp;stanno osservando la situazione con attenzione. Secondo diverse fonti,&nbsp;<a href="https://biz.chosun.com/en/en-it/2026/05/25/XQFE7Y2HO5BAHATUHG2BYB46W4/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alcuni dipendenti hanno iniziato a criticare apertamente le politiche interne sui bonus, arrivando perfino a parlare di possibili proteste</a>.&nbsp;</p>



<p>Questi episodi sono molto rilevanti poiché per anni, l’industria dei semiconduttori in Asia si è basata su un equilibrio implicito: orari intensi e forte disciplina in cambio di stabilità e crescita economica progressiva. Ora però questo equilibrio potrebbe cambiare perché sempre più lavoratori si chiedono perché i profitti straordinari generati dall’intelligenza artificiale debbano restare concentrati nelle aziende. <strong>Si tratta dunque di una sfida che va oltre Samsung,</strong> il cui accordo con i lavoratori non è solo una trattativa sindacale ma è una sorta di esperimento su larga scala che mette in discussione uno dei nodi centrali dell’economia contemporanea: come distribuire la ricchezza creata dalle nuove tecnologie senza frenare l’innovazione (!).  Da una parte ci sono i dipendenti, che chiedono una quota maggiore dei guadagni; dall’altra, manager e investitori temono che una redistribuzione eccessiva possa indebolire la capacità competitiva delle aziende. E nel mezzo ci sono governi e mercati globali, chiamati a trovare un equilibrio che, almeno per ora, appare tutt’altro che semplice. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/produttori-di-chip-di-tutto-il-mondo-unitevi-gli-scioperi-di-seul-e-la-sfida-per-il-mercato-dellia.html">Produttori di chip di tutto il mondo unitevi! Gli scioperi di Seul e la sfida per il mercato dell&#8217;Ia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Perché l&#8217;unico vero nemico di Donald Trump si chiama inflazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/perche-lunico-vero-nemico-di-donald-trump-si-chiama-inflazione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 03:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1309" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1-1024x698.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1-768x524.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1-1536x1047.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1-600x409.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un’inflazione troppo alta riduce il potere d’acquisto dei cittadini e può influenzare direttamente il consenso politico.  </p>
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<p>Quanto sta diventando un problema l’inflazione per l’amministrazione americana? Il grafico&nbsp;seguente&nbsp;offre una risposta chiara: molto più di quanto sembri a prima vista.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="566" height="467" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/inflazione-usa-1.jpg" alt="" class="wp-image-517700" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/inflazione-usa-1.jpg 566w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/inflazione-usa-1-300x248.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 566px) 100vw, 566px" /></figure>



<p><br> <br>Negli Stati Uniti l’inflazione è misurata principalmente attraverso il CPI (<em>Consumer Price Index</em>), un indicatore che segue nel tempo il costo medio di beni e servizi (dalla spesa alimentare all’affitto, passando per carburanti e trasporti). Dopo anni in cui questo indice cresceva intorno al 2% annuo, il livello considerato ideale dalla banca centrale (Federal Reserve) perché segnala un’economia stabile, <strong>tra il 2021 e il 2022 si è verificata un’impennata straordinaria, con l’inflazione arrivata fino a circa 9%</strong> su base annua (<em>year-over-year, YoY</em>). In termini concreti, significa che un carrello della spesa da 100 dollari è diventato, nel giro di un solo anno, un carrello da 109 dollari. </p>



<p>Negli ultimi anni, come mostra la curva che scende nel grafico, l’inflazione ha però iniziato a rallentare, entrando in una fase di disinflazione, cioè di prezzi che continuano ad aumentare, ma più lentamente. Tuttavia, il livello resta sopra il target: siamo infatti intorno al 3-4%, quindi ancora lontani dal 2% desiderato. <strong>Ed è proprio qui che emerge il problema politico ed economico. </strong>La parte finale del grafico introduce diversi scenari futuri basati sulla crescita mensile dei prezzi (<em>month-over-month, MoM</em>): anche aumenti apparentemente piccoli, come uno 0,3% al mese, possono tradursi in un’inflazione annua superiore al 4%. Se il ritmo mensile salisse allo 0,4%, l’inflazione tornerebbe oltre il 5%, un livello percepito dai cittadini come particolarmente pesante.</p>



<p> Per l’amministrazione americana questo è ovviamente un nodo cruciale. Un’inflazione troppo alta riduce il potere d’acquisto dei cittadini e può influenzare direttamente il consenso politico. Allo stesso tempo, ridurla troppo rapidamente, ad esempio aumentando i tassi di interesse, rischia di rallentare l’economia e aumentare la disoccupazione. A questo si aggiunge un elemento fondamentale che il grafico da solo non mostra, ma che emerge chiaramente da un’analisi di Kobeissi Letter: <a href="https://x.com/KobeissiLetter/status/2056044190841114887" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’inflazione non colpisce tutti allo stesso modo</a>. Mentre finora abbiamo ragionato su indicatori aggregati come il CPI, nella realtà l’impatto sui cittadini dipende molto da quanta ricchezza finanziaria si possiede. Secondo i dati riportati dall’Università del Michigan, circa <strong>il 55% dei consumatori senza investimenti in Borsa indica l’aumento dei prezzi come principale causa del peggioramento della propria situazione economica</strong>, il valore più alto degli ultimi dieci anni. Al contrario, tra chi possiede più asset finanziari, cioè azioni, fondi o altri strumenti legati ai mercati, solo circa il 40% percepisce l’inflazione come un problema centrale. </p>



<p>La differenza, pari a circa 15 punti percentuali, racconta una dinamica per cui il forte rialzo dei mercati finanziari degli ultimi anni ha agito come una sorta di “scudo” per le fasce più ricche della popolazione, compensando l’aumento dei prezzi; <strong>chi invece vive principalmente di reddito da lavoro ha subito l’inflazione senza alcuna protezione. </strong>Anche se quindi l’inflazione generale dovesse arrivare alle elezioni di midterm di novembre a un livello meno “esagerato” di quello indicato nel primo grafico, sotto quindi il 5% di crescita annua, la sua persistenza sopra il target continuerebbe comunque a erodere il potere d’acquisto soprattutto delle fasce più vulnerabili. E se, come mostrano gli scenari, bastano piccoli aumenti mensili per far risalire rapidamente l’inflazione, il rischio è che questa divergenza sociale si ampli ulteriormente. In altre parole, l’inflazione negli Stati Uniti non è solo una questione macroeconomica o di politica monetaria, ma diventa sempre più una questione distributiva, che distingue chi riesce a proteggersi dall’aumento dei prezzi e chi, invece, ne sopporta interamente il peso. </p>



<p>Tra il 2000 e il 2025, in effetti, <a href="https://x.com/BitcoinNewsCom/status/2056392207737745695/photo/1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i prezzi di diversi beni e servizi sono aumentati in modo molto diverso</a>, come mostra il seguente grafico:  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/INFLAZIONE-USA-2-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-517701" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/INFLAZIONE-USA-2-768x1024.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/INFLAZIONE-USA-2-225x300.jpg 225w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/INFLAZIONE-USA-2-600x800.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/INFLAZIONE-USA-2.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><br> <br>I costi che sono cresciuti di più sono quelli di beni e servizi essenziali, come <strong>sanità (+281%), università (+196%), asili e assistenza all’infanzia (+158%) e casa (+111%)</strong>, cioè spese che incidono molto sul bilancio delle famiglie meno abbienti, mentre altri beni come elettronica, software, telefoni e televisori sono diventati molto più economici nel tempo, ma questi prodotti hanno un peso minore nei consumi dei più poveri e sono invece più presenti nei consumi dei più ricchi. Inoltre, anche i salari sono aumentati (+131%), ma meno di molti servizi fondamentali. I lavoratori americani stanno quindi vivendo una crescente perdita di potere d’acquisto e per la prima volta negli ultimi tre anni, l’inflazione ha superato proprio la crescita dei salari. Ad aprile, infatti, <a href="https://x.com/GlobalMktObserv/status/2056395134611128723" target="_blank" rel="noreferrer noopener">i prezzi sono aumentati in media del 3,8% rispetto all’anno precedente, mentre gli stipendi sono cresciuti solo del 3,6%,</a> il che significa che, in termini reali, le persone guadagnano meno di un anno fa, perché l’aumento dei prezzi annulla completamente i miglioramenti salariali. Questa situazione è aggravata anche dall’aumento dei costi dell’energia e dei beni, legato a tensioni geopolitiche come il conflitto con l’Iran, che ha intensificato la pressione sul budget delle famiglie.  </p>



<p>È in questo contesto che si inserisce la proposta di <strong>Kevin Warsh</strong>, indicato proprio da Trump per guidare la Federal Reserve, <a href="https://finance.yahoo.com/economy/policy/article/warsh-says-he-wants-the-fed-to-adopt-a-new-approach-to-measuring-inflation-100100867.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly93d3cuZ29vZ2xlLmNvbS8&amp;guce_referrer_sig=AQAAANetX7ou45FcPLKIpKikLU7uG_k1sFHYcBfadUREft4CD_9YF6nPwfLLPPqZsoTCrsL77lxqesI6Cpce9mOTME425V0OgM4PT2nKN66fN0-fNvC_ZCXaGyLUyGij1zCTF_32ymsK-38K10kodDzSXlDIeLGWKZHPYFffq_GA-OGL" target="_blank" rel="noreferrer noopener">di cambiare il modo in cui viene misurata l’inflazione</a>, passando dal tradizionale “Core PCE” (abbastanza simile al CPI) a un indicatore alternativo, il <em>Trimmed Mean PCE</em>, che tende a fornire valori più bassi perché elimina le variazioni più estreme dei prezzi. Questo cambiamento non è solo tecnico, perché con il nuovo indicatore l’inflazione apparirebbe già oggi molto più vicina all’obiettivo del 2% (<a href="https://x.com/kurtsaltrichter/status/2055714913083883959" target="_blank" rel="noreferrer noopener">circa 2,3% invece di oltre il 3%</a>), dando così l’impressione che il problema stia rientrando più velocemente di quanto suggeriscano i dati tradizionali. </p>



<p>In termini politici, ciò significherebbe “avvicinare” artificialmente la vittoria contro l’inflazione e creare le condizioni per tagliare i tassi di interesse, sostenere l’economia e migliorare il clima economico proprio nei mesi precedenti al voto. La realtà dei dati è però al momento un serio problema per l’amministrazione Trump in vista delle elezioni del prossimo autunno e rimane quindi un’unica vera domanda che dovremo iniziare a porci con sempre più serietà: riuscirà The Donald a “distrarre” efficacemente gli americani dal fastidioso aumento dei prezzi e a “salvare” parte dei seggi dei repubblicani al Congresso? </p>
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		<title>Santi e trasparenti bilanci: che cosa raccontano i conti in salute dello Ior</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/santi-e-trasparenti-bilanci-che-cosa-raccontano-i-conti-in-salute-dello-ior.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 04:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[IOR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="vaticano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Uscita dalla "zona grigia", la banca vaticana pubblica con trasparenza un bilancio che parla di conti in ordine e investimenti azzeccati. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="vaticano" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se c’è un luogo al mondo dove ci si aspetterebbe conti silenziosi e numeri sussurrati, quello è il Vaticano. E invece, una volta l’anno, lo IOR, la cosiddetta “banca vaticana”, apre i registri e mette tutto nero su bianco. Il <a href="https://www.ior.va/contenuti/comunicati-stampa-2026/bilancio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bilancio 2025</a> è uno dei documenti che forse meglio racconta <strong>la storia di un’istituzione che oggi naviga con bussola stabile e una solidità finanziaria che farebbe invidia a molte banche commerciali.</strong> Nel bilancio d’esercizio approvato al 31 dicembre 2025 c’è infatti un dato che spicca subito, cioè l’utile netto, che a fine dell’anno scorso ammontava a 51 milioni di euro, un risultato in forte crescita rispetto all’anno precedente e il migliore dell’ultimo decennio. Scendendo nel dettaglio, una parte rilevante dei ricavi esplicitati nel documento arriva dal cosiddetto margine di interesse, che è la differenza tra gli interessi incassati sugli investimenti e quelli riconosciuti ai clienti sui depositi.</p>



<p>Nel 2025 questo margine è aumentato, <strong>segno che lo IOR è riuscito a impiegare le risorse in modo più efficiente</strong>. Accanto a questo c’è il margine commissionale, che deriva dai servizi offerti alla clientela, come la gestione dei patrimoni e la custodia dei titoli, e che è rimasto stabile, indicando una base di attività consolidata. Mettendo insieme questi elementi si ottiene il margine di intermediazione, una sorta di indicatore generale della “vita operativa” della banca: anche questo è cresciuto in modo significativo, confermando che l’Istituto nel suo complesso funziona meglio rispetto all’anno precedente. </p>



<p>Un altro capitolo fondamentale riguarda la raccolta complessiva, cioè l’insieme di conti correnti, depositi, gestioni patrimoniali e titoli custoditi per conto dei clienti. In questo caso, <strong>il volume arriva fino a 5,9 miliardi di euro; una cifra enorme se si pensa che lo IOR non opera come una banca tradizionale aperta al pubblico,</strong> ma serve soprattutto congregazioni religiose e enti legati alla Santa Sede. Ancora più importante, per capire la solidità dell’Istituto è il patrimonio netto, che ha superato gli 815 milioni di euro. Questo valore rappresenta, in sostanza, il “cuscinetto” di sicurezza a disposizione dell’istituto, il quale può servirsi di queste risorse proprie che servono ad assorbire eventuali perdite future. Collegato a questo c’è il Tier 1 ratio, un indice tecnico che misura il rapporto tra il capitale di migliore qualità e le attività rischiose.</p>



<p>Con un valore che sfiora il 72%, lo IOR si colloca, anche su questo fronte, su livelli di robustezza rarissimi nel panorama finanziario internazionale, ben oltre i requisiti minimi richiesti alle banche (<a href="https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/tier-capitale-banche164.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">che si attestano attorno al 7%)</a>. Come viene gestita quindi questa ricchezza? Il bilancio ci dice che, oltre alle Opere di religione e carità, u<strong>na parte significativa degli utili dello IOR vengono distribuiti sotto forma di dividendo al Santo Padre</strong>, che riceverà nello specifico 24,3 milioni di euro. In un contesto laico questa voce suonerebbe come la remunerazione di un azionista, ma è lo stesso IOR a mettere nero su bianco che la Chiesa non mira tecnicamente a massimizzare i profitti fini a sé stessi, ma a posizionare invece la finanza al servizio di una missione più ampia di cui il Papa è chiaramente il principale abilitatore.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Finita la &#8220;cultura del segreto&#8221;</h2>



<p>Dietro una sfilata di numeri impeccabili, però, il bilancio 2025 dello IOR&nbsp;potrebbe raccontare&nbsp;anche un’altra storia, fatta&nbsp;soprattutto&nbsp;di passaggi di testimone&nbsp;ma anche di&nbsp;cicatrici del passato.&nbsp;Il 2025, infatti, non è solo l’anno dell’utile record e del dividendo più generoso mai destinato al Papa, ma&nbsp;<a href="https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/ior-l-ex-presidente-de-franssu-chiusa-l-era-dell-istituto-come-paradiso-fiscale/ar-AA22WfBf?ocid=finance-verthp-feeds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">segna anche la fine della lunga missione di Jean‑Baptiste de Franssu</a>, presidente dello IOR per dodici anni. Un mandato iniziato&nbsp;nel 2014&nbsp;con&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2014/07/10/news/ior-de-franssu-piu-aiuto-ai-poveri-e-piu-trasparenza-1.35732040/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’obiettivo di rendere lo IOR effettivamente uguale a qualunque altro istituto&nbsp;bancario</a>, proprio mentre l’ente&nbsp;usciva da una delle fasi più oscure della sua storia.&nbsp;Quando de Franssu&nbsp;arriva allo IOR, i profitti erano persino più alti di oggi, ma maturavano,&nbsp;<a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/05/11/news/balzano_i_conti_dello_ior_fine_missione_per_de_franssu_la_banca_vaticana_non_e_piu_un_paradiso_fiscale-21890644/?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=twitter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come lui stesso ha ammesso</a>,&nbsp;in una “zona grigia” della finanza internazionale, se non addirittura oltre la linea rossa. Tra il 2004 e il 2014, secondo quanto ricostruito&nbsp;in alcune inchieste, l’Istituto sarebbe stato “saccheggiato” di circa 150 milioni di euro, tra mala gestione, appropriazioni indebite e pratiche opache.&nbsp;<a href="https://askanews.it/old/op.php?file=%2Fcronaca%2F2022%2F07%2F22%2Fcresta-sulle-svendite-dello-ior-condannato-in-via-definitiva-lex-presidente-top10_20220722_163220%2F" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’ex presidente Angelo Caloia è stato condannato per appropriazione indebita a danno dello IOR</a>, così come&nbsp;<a href="https://www.acistampa.com/story/18943/confermata-in-appello-la-condanna-di-mala-gestio-per-due-dirigenti-dello-ior-18943" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’ex direttore generale Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli</a>.&nbsp;</p>



<p>Per decenni lo IOR aveva&nbsp;in effetti&nbsp;operato dentro una “cultura del segreto”, come ha commentato&nbsp;testualmente&nbsp;lo stesso De Franssu,&nbsp;alimentata&nbsp;soprattutto&nbsp;dal contesto geopolitico della Guerra Fredda. De Franssu, come viene riportato in un&nbsp;<a href="https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/ior-l-ex-presidente-de-franssu-chiusa-l-era-dell-istituto-come-paradiso-fiscale/ar-AA22WfBf?ocid=finance-verthp-feeds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo de Il Messaggero</a>,&nbsp;ricorda&nbsp;inoltre&nbsp;come l’istituto fosse stato usato in passato per trasferire denaro&nbsp;verso Paesi ostili alla Chiesa, aggirando controlli e restrizioni&nbsp;(il più famoso di questi casi è forse il&nbsp;<a href="https://askanews.it/old/op.php?file=%2Fcronaca%2F2022%2F07%2F22%2Fcresta-sulle-svendite-dello-ior-condannato-in-via-definitiva-lex-presidente-top10_20220722_163220%2F" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finanziamento di Giovanni Paolo II di Solidarnosc in Polonia con fondi vaticani</a>&nbsp;per&nbsp;contribuire alla caduta del muro di Berlino).&nbsp;È un’eredità pesantissima, che spiega perché&nbsp;a inizio aprile di quest’anno, quando&nbsp;De Franssu consegna le chiavi a François Pauly,&nbsp;il&nbsp;<a href="https://www.policymakermag.it/italia/ior-via-de-franssu-dentro-pauly-chi-e-il-nuovo-presidente-del-consiglio-di-sovrintendenza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuovo presidente del Consiglio di Sovrintendenza dello IOR</a>,&nbsp;ci tiene a sottolineare che sta lasciando&nbsp;un’Istituzione che, parole sue, “<a href="https://www.farodiroma.it/lo-ior-registra-un-utile-record-e-invia-un-dividendo-da-243-milioni-a-papa-leone-chiusa-lera-del-paradiso-fiscale-letizia-lucarelli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">non è più un paradiso fiscale</a>”, ma una banca con regole chiare e controlli stringenti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>A completare il quadro dei risultati finanziari dello IOR c’è un tassello meno noto al grande pubblico ma molto indicativo della direzione strategica intrapresa dall’Istituto. Si tratta della creazione di indici azionari propri, sviluppati in collaborazione con Morningstar, ovvero il <a href="https://investire.biz/analisi-previsioni-ricerche/indici-di-borsa/ior-cosa-sono-come-funzionano-nuovi-indici-azionari-morningstar" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles</em> e <em>Morningstar IOR US Catholic Principles</em></a>. Non sono prodotti finanziari in cui investire direttamente, ma <em>benchmark</em>, cioè parametri di riferimento che servono per misurare come va un investimento e per verificare se chi gestisce un patrimonio sta ottenendo risultati coerenti con il mercato di riferimento. <strong>Qui, però, il mercato viene prima “filtrato” sulla base di criteri morali ben precisi. </strong>Gli indici IOR, infatti, si ispirano alla dottrina sociale della Chiesa cattolica dando vita a panieri di <strong>circa cinquanta società a media e grande capitalizzazione, negli Stati Uniti e nell’Eurozona, che rappresentano la parte considerata compatibile con una specifica visione morale dell’economia.</strong> Restano fuori, per esempio, le imprese coinvolte nella produzione di armi, nella pornografia, nel gioco d’azzardo, nelle dipendenze, nelle attività sanitarie considerate contrarie alla tutela della vita, così come i gruppi legati al carbone, ad attività energetiche ad alto impatto ambientale o a produzioni significative di tabacco e alcol.</p>



<p>All’interno dei benchmark trovano&nbsp;però&nbsp;spazio grandi multinazionali ben note, soprattutto nel&nbsp;settore&nbsp;tecnologico&nbsp;come&nbsp;Meta&nbsp;Platforms, Amazon, Tesla&nbsp;e&nbsp;SAP.&nbsp;Dietro la costruzione di questi indici potrebbe celarsi&nbsp;quindi una prospettiva di medio periodo&nbsp;in cui&nbsp;l’infrastruttura&nbsp;esistente diventi pronta&nbsp;all’uso per eventuali strumenti finanziari futuri costruiti esplicitamente su principi cattolici. Letti insieme al bilancio record, questi indici&nbsp;ci mandano forse dei segnali&nbsp;di un’istituzione che, dopo aver chiuso la stagione delle emergenze, prova a giocare un ruolo più propositivo, contribuendo&nbsp;a ridefinirne i parametri.&nbsp;È in questo contesto che il cambio al vertice assume&nbsp;perciò&nbsp;un significato che va oltre la semplice scadenza del mandato. Formalmente, la fine dell’incarico di de Franssu&nbsp;rientra nella normale alternanza prevista dalla governance, ma sostanzialmente&nbsp;potrebbe anche rappresentare&nbsp;un passaggio di fase&nbsp;dall’epoca del risanamento e della “bonifica” a quella del consolidamento e della gestione ordinaria di una banca che ormai si muove a pieno titolo nel sistema finanziario internazionale.&nbsp;&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/santi-e-trasparenti-bilanci-che-cosa-raccontano-i-conti-in-salute-dello-ior.html">Santi e trasparenti bilanci: che cosa raccontano i conti in salute dello Ior</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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