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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Wed, 21 Oct 2026 10:25:17 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Una nuova crisi del debito europeo? Lo shock dei mercati travolge la Francia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/una-nuova-crisi-del-debito-europeo-lo-shock-dei-mercati-travolge-la-francia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 10:25:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Francia" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-600x398.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nessuno scudo anti-spread basterà, da solo, a salvare la Francia, alle prese con una serie di problemi strutturali accumulati negli anni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/una-nuova-crisi-del-debito-europeo-lo-shock-dei-mercati-travolge-la-francia.html">Una nuova crisi del debito europeo? Lo shock dei mercati travolge la Francia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Francia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/francia-1-600x398.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Banca Centrale Europea sarebbe disposta a intervenire se le tensioni sui titoli di Stato francesi dovessero aggravarsi?  In poche parole: <strong>l’Europa salverebbe Parigi? </strong>È la grande domanda che pervade in questi giorni il mercato obbligazionario europeo, non scaturita però dai problemi di Roma, come spesso è accaduto negli anni passati, ma da una Francia in preda a crisi politiche e sociali sempre più violente. Il titolo di stato a 10 anni francese <a href="https://it.investing.com/rates-bonds/france-10-year-bond-yield">sta toccando livelli che non si vedevano dalla crisi sovrana dei debiti pubblici europei (superando il 4,5% di rendimento),</a> alimentando timori e preoccupazioni sulla salute reale della posizione fiscale e finanziaria della Francia.<br> <br>In un recente intervento su <em>Milano Finanza</em>, Francesco Ninfole si è dunque posto una domanda che va oltre il caso francese e che si cela dietro il dibattito sullo spread (ci arriviamo in seguito) tra OAT francesi e Bund tedeschi, e cioè: <strong>qual è il limite oltre il quale una banca centrale non può più lasciare che sia il mercato a giudicare la sostenibilità del debito di un Paese? </strong>Procediamo per gradi. I dibattiti all’Assemblea nazionale francese sul disegno di legge di bilancio per il 2027 sono iniziati lo scorso martedì 13 ottobre e queste discussioni saranno fondamentali per le prospettive economiche in attesa dei risultati delle elezioni presidenziali del 2027. Come riporta <em>Le Grand Continent</em>, <a href="https://legrandcontinent.eu/it/2026/10/13/se-si-mantenessero-i-ritmi-attuali-la-francia-diventerebbe-il-paese-piu-indebitato-dellunione-negli-anni-30/">la Francia è attualmente il terzo Stato membro dell’Unione con il più alto livello di indebitamento in rapporto al proprio PIL</a> e nel primo trimestre del 2026 il debito ammontava al 118% del PIL, ovvero 21 punti in meno rispetto all’Italia e 26 in meno rispetto alla Grecia. Se dovesse, dunque, proseguire sulla strada attuale, la Francia potrebbe diventare lo Stato membro più indebitato nel corso del prossimo decennio.<br><br>È dunque fisiologico che <a href="https://www.milanofinanza.it/mfnewswires/commento-bond-divergenza-oat-btp-dimostra-che-investitoti-sono-piu-selettivi-unicredit-202610151820038479">i mercati guardino con crescente preoccupazione alla situazione fiscale della Francia</a> chiedendo rendimenti più alti per finanziare la spesa francese perché <strong>il Paese dovrà prima o poi ridurre il proprio deficit pubblico per arrestare la crescita del debito</strong> e riportarlo su una traiettoria più sostenibile. Il problema è che questo percorso di risanamento richiederebbe decisioni politicamente molto costose, difficili da adottare in una fase già segnata da forti tensioni interne nella quale è improbabile che il governo francese avvii una correzione significativa dei conti pubblici prima delle elezioni presidenziali. </p>



<p><strong>Marine Le Pen</strong>, favorita alle prossime elezioni, <a href="https://www.lemonde.fr/en/france/article/2026/10/06/le-pen-vows-drastic-budget-cuts-to-prevent-french-default-on-debt_6758304_7.html">propone addirittura 140 miliardi di euro di risparmi entro il 2032</a>, attraverso un ampio programma di riduzione della spesa pubblica per riportare il deficit pubblico sotto il 3% del PIL entro il 2030; dovrà comunque fare i conti con cittadini, studenti e lavoratori che chiedono più spesa pubblica e maggiori investimenti nei servizi (come hanno sottolineato le <a href="https://www.bbc.com/news/articles/crq5nlqnn184o">recenti proteste degli studenti francesi in molte città e licei francesi</a>). <a href="https://www.theguardian.com/world/2026/oct/10/france-caught-between-bond-markets-student-worker-blockades">Un&#8217;indagine di Medef</a>, la principale associazione degli imprenditori francesi, mostra infatti che l&#8217;82% delle aziende è già pessimista riguardo alle future politiche economiche e che due imprese su tre temono di diventare vulnerabili se lo stallo politico dovesse protrarsi per diversi anni. La situazione è quindi complessa e la stessa Le Pen, se da una parte propone di abbassare nuovamente l&#8217;età pensionabile a 62 anni, misura che comporterebbe maggiori costi per i conti pubblici, dall&#8217;altro sostiene l&#8217;introduzione tramite referendum di una sorta di &#8220;freno al debito&#8221;, pensato per <strong>limitare il ricorso a nuovo indebitamento da parte dello Stato. </strong>La coesistenza di queste due promesse, più spesa e maggiori vincoli di bilancio, alimenta l&#8217;incertezza dei mercati sulla reale sostenibilità del programma economico. A rendere la Francia particolarmente esposta contribuisce inoltre la composizione del suo debito pubblico. Una quota rilevante dei titoli di Stato francesi, <a href="https://stephane-lalut.com/en/who-really-pays-public-debt/">arrivata a costituire oltre la metà dell’intero volume di titoli</a> (!), è infatti <strong>detenuta da investitori internazionali </strong>che, rispetto agli investitori domestici, tendono a reagire più rapidamente ai segnali di deterioramento economico o politico, aumentando il rischio di vendite improvvise nei momenti di tensione.<br><br>Il tema è tutt’altro che irrilevante, tanto che secondo gli analisti di Bloomberg, una delle minacce più concrete per il mercato obbligazionario francese non arriva dalla politica interna o dalla BCE, ma <a href="https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2026-10-05/japan-s-massive-bond-rotation-is-france-s-nightmare">da un profondo cambiamento in corso nei flussi di capitale giapponesi</a>. <strong>Per anni il Giappone ha infatti rappresentato uno dei principali finanziatori del debito francese,</strong> grazie a un contesto di tassi estremamente bassi che spingeva assicurazioni, fondi pensione e gestori patrimoniali nipponici a cercare rendimenti più elevati all&#8217;estero. La Francia era stata tra i principali beneficiari di questo fenomeno ma oggi le condizioni stanno cambiando in modo rapido e il concomitante rialzo dei tassi d&#8217;interesse in Giappone e l&#8217;aumento dei rendimenti dei titoli di Stato nipponici stanno rendendo sempre più conveniente riportare parte del capitale in patria. </p>



<p>Allo stesso tempo, le crescenti preoccupazioni per la situazione fiscale e politica della Francia stanno riducendo l&#8217;attrattività dei titoli francesi. Il caso più citato è ad esempio quello di <em>Sumitomo Mitsui DS Asset Management</em>, che <a href="https://it.marketscreener.com/notizie/sumitomo-mitsui-ds-asset-management-riduce-l-esposizione-ai-titoli-di-stato-francesi-a-causa-delle-d-ce785ddadc88f020">ha liquidato interamente alcune posizioni in titoli di Stato francesi</a>, reindirizzando le risorse verso Bund tedeschi e obbligazioni governative giapponesi a breve scadenza. La mossa è sicuramente significativa perché il Giappone risulta tra i maggiori creditori esteri della Francia, detenendo circa 145 miliardi di dollari di debito pubblico francese. Se altri investitori giapponesi dovessero seguire la stessa strada, <strong>la Francia rischierebbe di perdere una delle sue fonti più stabili di finanziamento</strong> proprio nel momento in cui deve rifinanziare volumi record di debito a costi sensibilmente superiori rispetto agli anni passati: un tema che non riguarda in realtà solo la Francia ma che potrebbe potenzialmente coinvolgere molti altri Paesi al mondo, inclusi gli Stati Uniti, che ha, però, a che fare con <a href="https://www.idnfinancials.com/news/69355/rising-jgb-yields-spur-eastsprings-reverse-carry-trade-push">il grande cambiamento strategico della politica monetaria giapponese e il potenziale e graduale smontamento del cosiddetto <em>carry trade</em></a>. </p>



<p>Chiudiamo, però, subito la parentesi giapponese perché <a href="https://robinjbrooks.substack.com/p/whos-selling-french-debt">è l’analista Robin J Brooks a dimostrare</a> in punta di analisi grafica che l&#8217;idea che l&#8217;aumento dei rendimenti dei titoli di Stato francesi sia stato provocato da singoli investitori esteri sia una sorta di specchietto per le allodole. Secondo Brooks, concentrarsi su chi sta vendendo significa guardare nella direzione sbagliata poiché i mercati obbligazionari sono troppo grandi e liquidi perché il movimento dei rendimenti possa essere attribuito a poche operazioni specifiche. La vera causa dell&#8217;aumento dei rendimenti, sostiene l&#8217;autore, v<strong>a ricercata nei fondamentali della Francia, e con gli investitori che stanno ora semplicemente chiedendo un premio per il rischio maggiore.</strong></p>



<p>E qui ritorniamo quindi dal nostro punto iniziale: il ruolo della Banca Centrale Europa per provare a “raffreddare” il mercato dei bond francesi. È vero, infatti, che la BCE dispone del TPI, lo scudo anti-spread (sì, lo spread!) creato per contrastare movimenti eccessivi e disordinati dei mercati. Il TPI è stato introdotto nel 2022 e <a href="https://global.morningstar.com/it/economia/cosa-pu-fare-la-bce-per-contrastare-laumento-dei-rendimenti-dei-titoli-di-stato-francesi">dovrebbe consentire alla BCE di acquistare titoli obbligazionari dei Paesi europei</a>, francesi in questo caso, sui mercati secondari qualora movimenti “ingiustificati” (non è chiaro però in base a chi e a cosa si definisca un movimento giustificato o meno) minaccino la trasmissione della politica monetaria decisa dalla Banca Centrale nell’intera eurozona. Gli acquisti sarebbero incentrati su titoli del settore pubblico con scadenze residue comprese tra uno e dieci anni, senza alcun limite prestabilito in termini di volume. </p>



<p>Tuttavia, non è detto che Francoforte intervenga ai livelli di spread osservati oggi, a maggior ragione dopo <a href="https://www.ekonomia.it/2026/10/15/francia-draghi-e-fmi-la-bce-non-e-dietro-angolo-il-bilancio-2027-e-il-vero-banco-di-prova/">l’appello dell’ex banchiere centrale Mario Draghi</a> che nei giorni scorsi ha escluso, almeno nel breve termine, un intervento della Banca Centrale. Dopo un lungo periodo di relativa stabilità, in effetti, negli ultimi mesi del 2026 il differenziale di rendimento (lo spread appunto) tra i titoli di stato francesi a dieci anni contro l’equivalente tedesco, il Bund, ha accelerato bruscamente arrivando anche a superare quota 150 punti base (linea grigia nel grafico che segue); segnale che il mercato considera sempre più problematico il profilo fiscale francese. <strong>L&#8217;impennata francese non è però stata isolata, motivo per cui la parola “spread” è tornata ad aleggiare come uno spauracchio anche nel dibattito pubblico italiano.</strong> Il rialzo dei differenziali <a href="https://x.com/GlobalMktObserv/status/2107071355191521286/photo/1">ha infatti coinvolgo anche Italia (linea bianca), Grecia (linea azzurra), Spagna (linea rosa) e Portogallo (linea arancione)</a>. Pur restando lontani dai livelli della crisi del debito europeo del 2011-2012, tutti mostrano un movimento improvviso e sincronizzato verso l&#8217;alto, portando gli investitori a temere il fantomatico effetto contagio dalla Francia ai Paesi “mediterranei”.<br></p>



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<p><br>Quindi sì, <strong>lo spread è tornato,</strong> ma basterà questo per spingere la BCE a “salvare” la Francia e il resto dei Paesi coinvolti? Lo vedremo, ma che la BCE intervenga o meno, nessuno scudo anti-spread potrà risolvere i problemi strutturali della Francia: una crescente difficoltà nel conciliare le richieste dell&#8217;elettorato con i vincoli di bilancio e anni di debito pubblico e privato accumulati che oggi stanno presentando il conto. La vera domanda, quindi, è se il mercato non stia semplicemente iniziando a richiedere un premio per il rischio più coerente con la realtà fiscale di molti Paesi avanzati, trasformando quelli che sembravano tassi eccezionalmente elevati in una nuova normalità. E questa non è una questione che riguarda soltanto la Francia o l&#8217;Europa: riguarda sempre di più anche gli Stati Uniti, di cui, però, parleremo nel prossimo articolo su <em>InsideOver</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/una-nuova-crisi-del-debito-europeo-lo-shock-dei-mercati-travolge-la-francia.html">Una nuova crisi del debito europeo? Lo shock dei mercati travolge la Francia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;euro potrebbe finire? Ecco perché nell&#8217;età del rischio nessuno scenario può essere escluso</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/leuro-potrebbe-finire-ecco-perche-nelleta-del-rischio-nessuno-scenario-puo-essere-escluso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 04:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Euro]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1251" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-1024x667.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-768x500.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-1536x1001.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-600x391.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'euro potrebbe finire? Ecco perché nell'età del rischio nessuno scenario può essere escluso. Gli scenari in campo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leuro-potrebbe-finire-ecco-perche-nelleta-del-rischio-nessuno-scenario-puo-essere-escluso.html">L&#8217;euro potrebbe finire? Ecco perché nell&#8217;età del rischio nessuno scenario può essere escluso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1251" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-1024x667.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-768x500.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-1536x1001.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-600x391.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per anni abbiamo <strong>dato per scontato che l&#8217;integrazione europea fosse un processo irreversibile.</strong> Eppure, la storia recente racconta qualcosa di diverso. Brexit, la crescita dei movimenti euroscettici e, da ultimo, il terremoto politico emerso dalle elezioni regionali tedesche ricordano che<strong>l&#8217;Unione Europea non è un&#8217;entità eterna né una destinazione inevitabile della storia, ma una costruzione politica</strong> che continua a essere discussa, contestata e ridefinita. <a href="https://it.insideover.com/politica/berlino-e-meclemburgo-nuovo-momento-della-verita-in-germania-per-merz.html" type="post" id="530096">L&#8217;avanzata di AfD in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e il successo di Die Linke a Berlino</a> rappresentano l&#8217;ennesimo segnale di un panorama politico sempre più frammentato e distante dagli equilibri che hanno sostenuto il progetto europeo negli ultimi decenni. Naturalmente, parlare oggi della fine dell&#8217;Unione Europea o della scomparsa dell&#8217;euro resta, almeno per il momento, uno scenario più ipotetico che reale. Ma proprio per questo emerge una domanda interessante: esiste qualcuno che sta provando a capire, senza slogan, senza ideologie e senza allarmismi, cosa accadrebbe davvero se un giorno la moneta unica non esistesse più? In fondo, <strong>gran parte del dibattito pubblico si concentra sul &#8220;se&#8221;. Molto meno, però, sul &#8220;come&#8221;.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;euro è (in)sostenibile?</h2>



<p>Le problematiche geopolitiche ed economiche hanno spesso messo in difficoltà l’euro in passato. Riflettere dello scenario di un suo possibile momento di crisi e del rischio di una fine dell’integrazione monetaria europea è dunque tutto fuorché da escludere nell’analisi strategica contemporanea. Come scriveva l’economista <strong>Gabriele Pinosa nel 2017 nel paper “<em>L’insostenibilità dell’euro e la definizione di una way out</em>”:</strong> «Si rende necessario attivare tutte le energie possibili per preparare adeguatamente un processo che si rivelerà denso di incognite, sia da un punto di vista economico-finanziario che giuridico-legale». In fondo, la domanda che resta aperta non è tanto se l&#8217;euro finirà, ma se l&#8217;Europa sarà capace di riformarlo prima che siano gli eventi a mettere alla prova la sua tenuta.</p>



<p>Nella ricerca Pinosa, fondatore di Go-Spa Consulting, si pone un interrogativo che ha continuato a analizzare per oltre dieci anni, cercando di capire, se l&#8217;euro dovesse un giorno cessare di esistere, come avverrebbe concretamente la sua dissoluzione e quali sarebbero le conseguenze economiche di un evento che oggi quasi nessuno considera possibile.</p>



<p>Prima ancora di chiederci come potrebbe avvenire una dissoluzione dell&#8217;euro, vale la pena approfondire perché una parte degli economisti sostiene effettivamente che la moneta unica presenti fragilità strutturali irrisolte. Il citato Pinosa già nel 2016 dedicò un intero studio al tema dell&#8217;eventuale insostenibilità dell&#8217;euro sottolineando che il problema non sarebbe l&#8217;euro in sé, ma il fatto che l&#8217;Europa ha costruito una moneta unica senza completare l&#8217;architettura politica, fiscale e istituzionale necessaria a sostenerla nel lungo periodo. Secondo Pinosa, <strong>la crisi finanziaria del 2008 non avrebbe infatti creato le fragilità dell&#8217;Eurozona</strong>, ma avrebbe semplicemente portato alla luce problemi che erano presenti fin dalla nascita della moneta unica. Nel suo lavoro, Pinosa riprende ampiamente le analisi del premio Nobel Joseph Stiglitz, che <a href="https://www.amazon.it/Euro-How-Common-Currency-Threatens/dp/1536617709">individua proprio nell&#8217;euro uno dei principali fattori della debole performance economica europea degli ultimi decenni</a>. Il cuore del ragionamento è che una moneta unica funziona soltanto se i Paesi che la condividono sono sufficientemente simili oppure dispongono di strumenti capaci di assorbire gli shock economici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Eurozona non è un&#8217;area valutaria ottimale</h2>



<p>Gli economisti chiamano questo concetto &#8220;<a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/aree-valutarie-ottimali_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/">Area Valutaria Ottimale</a>&#8220;. In teoria, un&#8217;unione monetaria dovrebbe essere accompagnata da elevata mobilità del lavoro, integrazione fiscale, sistemi di trasferimento delle risorse tra aree forti e aree deboli, convergenza dell&#8217;inflazione, mercati del lavoro flessibili e un sistema bancario realmente unificato.</p>



<p>Secondo Pinosa, il problema è che l&#8217;Eurozona non soddisfa pienamente molti di questi requisiti. I lavoratori europei continuano ad esempio a muoversi molto meno rispetto a quanto accade, ad esempio, negli Stati Uniti. Le differenze linguistiche, culturali e normative rappresentano ancora una barriera rilevante. Allo stesso tempo, quando una regione americana entra in difficoltà economica, una parte consistente del sostegno arriva automaticamente dal bilancio federale; nell&#8217;Eurozona, invece, il peso delle politiche sociali e della spesa pubblica resta per gran parte a carico dei singoli Stati. Per questo motivo l&#8217;assenza di questi elementi non è neutrale, ovvero la moneta unica, per come è stata costruita e sviluppata, rischia di diventare essa stessa…una fonte di squilibrio economico. Un&#8217;altra parte centrale della sua analisi riguarda la crescente divergenza economica tra Germania e Paesi dell&#8217;Europa meridionale.</p>



<p>All’inizio dell&#8217;era dell&#8217;euro i saldi commerciali delle principali economie europee erano relativamente vicini. Negli anni successivi, invece, la situazione avrebbe iniziato a cambiare profondamente: la Germania ha accumulato surplus commerciali sempre più elevati, mentre diversi Paesi del Sud Europa hanno registrato deficit persistenti.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="598" height="477" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.png" alt="" class="wp-image-530602" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro.png 598w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro-300x239.png 300w" sizes="auto, (max-width: 598px) 100vw, 598px" /></figure>
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<p>Tale chiave di lettura respinge però una spiegazione semplicistica secondo cui questo fenomeno sarebbe dovuto esclusivamente alla superiorità dell&#8217;industria tedesca. A suo giudizio, un ruolo importante lo avrebbe avuto la scelta di contenere la crescita dei salari e della domanda interna, favorendo un modello economico fortemente orientato alle esportazioni (una forma di &#8220;mercantilismo tedesco&#8221;). I vantaggi competitivi della Germania sono quindi cresciuti proprio all&#8217;interno di un sistema in cui gli altri Paesi non potevano più ricorrere alla svalutazione della propria valuta per recuperare competitività. Con la moneta unica questa valvola di sfogo è scomparsa e gli squilibri commerciali si sono accumulati per anni senza trovare un meccanismo automatico di correzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come abbandonare un&#8217;unione monetaria</h2>



<p><br>Arriviamo quindi al punto più pragmatico dell’analisi, e cioè: se davvero una crisi esistenziale della moneta unica dovesse materializzarsi, come funzionerebbe concretamente un&#8217;uscita dall&#8217;euro e quali sarebbero le conseguenze economiche per cittadini, imprese e mercati finanziari? Secondo lo studio <a href="https://www.researchgate.net/publication/314423971_How_to_Abandon_the_Common_Currency_in_Exchange_for_a_New_National_Currency"><em>How to abandon the common currency in exchange for a new national currency</em></a>realizzato da un gruppo di economisti guidati da Tuomas Malinen, il processo sarebbe molto più tecnico e meno cinematografico di quanto spesso si immagini. L&#8217;uscita avverrebbe infatti nel momento in cui uno Stato europeo dichiarasse una nuova valuta nazionale come unica moneta legale sul proprio territorio e la banca centrale smettesse di convertire automaticamente euro e nuova valuta in rapporto uno a uno. Da quel momento i mercati inizierebbero immediatamente a trattare le due monete come strumenti diversi, assegnando a ciascuna un proprio valore.</p>



<p> Il vero problema, però, non sarebbero le banconote ma i sistemi finanziari. Gli autori individuano tre questioni centrali: mantenere operativo il sistema dei pagamenti, evitare il collasso di banche e imprese e gestire le inevitabili tensioni con gli altri Paesi dell&#8217;unione monetaria. Per questo motivo una fuoriuscita dall&#8217;euro richiederebbe una preparazione dettagliata e, soprattutto, riservata. Il paper sottolinea che, se cittadini e investitori venissero a conoscenza in anticipo dei piani di uscita, potrebbero trasferire rapidamente i propri capitali all&#8217;estero, provocando una corsa agli sportelli e mettendo sotto pressione il sistema bancario ancora prima dell&#8217;introduzione della nuova valuta. È esattamente ciò che si osservò <strong>durante la crisi greca del 2015,</strong> quando <a href="https://www.researchgate.net/publication/314423971_How_to_Abandon_the_Common_Currency_in_Exchange_for_a_New_National_Currency">il congelamento della liquidità da parte della BCE contribuì alla chiusura temporanea delle banche e all&#8217;introduzione dei controlli sui capitali</a>. In uno scenario del genere, tutti i depositi bancari, i mutui e gran parte dei contratti regolati dal diritto nazionale verrebbero probabilmente convertiti automaticamente nella nuova valuta al tasso iniziale di uno a uno. È il principio giuridico noto come <em>lex monetae</em>: uno Stato sovrano può decidere quale sia la moneta legale all&#8217;interno della propria giurisdizione e ridenominare gli obblighi denominati nella vecchia valuta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un processo difficile, ma non impossibile</h2>



<p>Diverso sarebbe il caso dei contratti sottoposti a legislazioni straniere, che potrebbero continuare a essere denominati in euro e dare vita a lunghe controversie legali. Un altro passaggio fondamentale riguarderebbe le banche. Se la nuova valuta si svalutasse rispetto all&#8217;euro, i debiti esteri di istituti finanziari, imprese e enti pubblici aumenterebbero automaticamente di valore, creando il rischio di insolvenze.</p>



<p>Per questo, secondo gli autori, la banca centrale nazionale dovrebbe essere pronta a fornire liquidità d&#8217;emergenza e, in casi estremi, persino ricapitalizzare parte del sistema bancario per evitare una crisi finanziaria. Contrariamente a quanto si tende a pensare, tuttavia, il paper sostiene che la fine di un&#8217;unione monetaria non equivale necessariamente al collasso dell&#8217;economia. Gli autori ricordano che la separazione monetaria tra Repubblica Ceca e Slovacchia nel 1993 avvenne senza gravi conseguenze economiche e citano <a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1135492">uno studio dell&#8217;economista Andrew Rose</a>, secondo cui le decine di uscite da unioni monetarie osservate nel mondo tra il 1946 e il 2005 non hanno generalmente prodotto le catastrofi macroeconomiche spesso evocate nel dibattito pubblico. Questo non significa che la dissoluzione dell&#8217;euro sarebbe semplice o indolore. Significa però che, almeno secondo l&#8217;analisi di Malinen e dei suoi colleghi, e riproposta da Pinosa, si tratterebbe prima di tutto di un gigantesco esercizio di ingegneria finanziaria, giuridica e politica. Un processo complesso, ricco di incognite e potenzialmente traumatico, ma non necessariamente impossibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cosa accadrebbe se un Paese uscisse dall&#8217;euro</h2>



<p>Un ulteriore tassello interessante arriva da un altro studio, il paper di Roger Bootle per Capital Economics, intitolato <a href="https://www.fullertreacymoney.com/system/data/images/archive/2012-07-06/CapitalEconomics-Leaving-the-Euro-A-Practical-Guide.pdf"><em>Leaving the euro: A practical guide</em></a>, vincitore del Wolfson Economics Prize nel 2012. Secondo l’analisi, l&#8217;uscita dall&#8217;euro non va pensata come un singolo evento, ma come la combinazione di due processi distinti. Da una parte c&#8217;è la ridenominazione, cioè la conversione di stipendi, prezzi, conti correnti e contratti in una nuova valuta nazionale. Dall&#8217;altra c&#8217;è la svalutazione, ovvero il calo del valore di quella nuova moneta sui mercati internazionali. Ed è proprio la svalutazione il vero meccanismo attraverso cui un Paese potrebbe recuperare competitività, ben semplificato con il cosiddetto &#8220;Swan Diagram&#8221;.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="643" height="342" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro2.png" alt="" class="wp-image-530603" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro2.png 643w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro2-300x160.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/euro2-600x319.png 600w" sizes="auto, (max-width: 643px) 100vw, 643px" /></figure>



<p>Gli autori sostengono infatti che i Paesi periferici dell&#8217;Eurozona non avrebbero bisogno soltanto di aggiustare la domanda interna, ma anche di riportare il tasso di cambio reale su livelli più competitivi. Di quanto però dovrebbe svalutarsi una nuova valuta? Secondo gli autori, per recuperare la competitività perduta dall&#8217;introduzione dell&#8217;euro, la Grecia e il Portogallo avrebbero avuto bisogno di una svalutazione fino al 40%; Italia e Spagna di circa il 30%; l&#8217;Irlanda tra il 15 e il 20%. Naturalmente una simile svalutazione non sarebbe indolore. Il principale effetto collaterale sarebbe l&#8217;inflazione importata. Tuttavia, gli autori ritengono che l&#8217;impatto sarebbe probabilmente più contenuto di quanto spesso si immagini. <strong>Le loro stime parlano di un aumento dei prezzi nell&#8217;ordine del 10-15% distribuito nell&#8217;arco di due ann</strong>i, con un incremento dell&#8217;inflazione annuale compreso tra il 5% e il 7%. Il vero nodo, però, sarebbe il debito. Su questo punto il paper converge con molte delle riflessioni già riportate da Pinosa. Un Paese che uscisse dall&#8217;euro non potrebbe permettersi di mantenere integralmente il proprio debito denominato in euro.</p>



<p>Se una nuova valuta si svalutasse del 30-40%, il peso reale di quel debito esploderebbe. Per questo motivo il documento sostiene che una ridenominazione nella nuova valuta sarebbe praticamente inevitabile per gran parte del debito pubblico seguito anche da haircut sostanziali. Forse la parte più sorprendente del paper riguarda però la configurazione futura dell&#8217;Europa monetaria. Gli autori ritengono che la soluzione economicamente più coerente non sarebbe una semplice permanenza dell&#8217;attuale Eurozona, ma la nascita di un nucleo settentrionale formato da Germania, Austria, Paesi Bassi, Finlandia e Belgio, economie considerate più omogenee tra loro. I Paesi dell&#8217;Europa meridionale, al contrario, difficilmente costituirebbero una vera area valutaria ottimale, e nel lungo periodo sarebbero probabilmente destinati a recuperare valute nazionali autonome.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Allarmismo? No, realismo</h2>



<p>Al di là delle valutazioni politiche e delle previsioni su ciò che accadrà nei prossimi anni, il punto centrale sollevato dalle analisi precedentemente riportate è che ignorare il tema non lo rende meno rilevante. Se l&#8217;euro è una costruzione economica e politica, allora anche la sua eventuale dissoluzione merita di essere studiata con serietà, senza pregiudizi e senza allarmismi. Da questo quadro complessivo si evince come il vero nodo non sia tanto stabilire se l&#8217;uscita dalla moneta unica sia auspicabile, quanto comprendere se un&#8217;unione monetaria possa restare sostenibile nel lungo periodo senza quei meccanismi di integrazione fiscale, economica e politica che la teoria delle aree valutarie ottimali considera essenziali. In assenza di questi correttivi il rischio è che gli squilibri tra economie forti ed economie più deboli continuino ad accumularsi fino a rendere inevitabile un qualche tipo di aggiustamento. <strong>Prepararsi a uno scenario estremo non significa dunque augurarselo</strong>. Significa riconoscere che nessun sistema è immutabile e che comprendere in anticipo i possibili percorsi di uscita è parte integrante di una corretta analisi del rischio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leuro-potrebbe-finire-ecco-perche-nelleta-del-rischio-nessuno-scenario-puo-essere-escluso.html">L&#8217;euro potrebbe finire? Ecco perché nell&#8217;età del rischio nessuno scenario può essere escluso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Se vuoi capire come gira il mondo studia il prezzo del rame</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/se-vuoi-capire-come-gira-il-mondo-studia-il-prezzo-del-rame.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Rame]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rame" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per la sua presenza capillare nell'economia reale, il rame offre una fotografia più autentica di ciò che sta accadendo sotto la superficie. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/se-vuoi-capire-come-gira-il-mondo-studia-il-prezzo-del-rame.html">Se vuoi capire come gira il mondo studia il prezzo del rame</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="rame" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/rame-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre i mercati inseguono le ultime dichiarazioni delle banche centrali, tra <em>Bank of Japan </em>e <em>Federal Reserve,</em> c&#8217;è un indicatore molto più silenzioso che continua a raccontare lo stato di salute dell&#8217;economia globale. È il rame, un metallo che raramente conquista le prime pagine ma che, <strong>proprio per la sua presenza capillare nell&#8217;economia reale,</strong> spesso offre una fotografia più autentica di ciò che sta accadendo sotto la superficie. Non è un caso che il rame venga talvolta soprannominato &#8220;<a href="https://au.finance.yahoo.com/news/why-copper-tells-bigger-economic-104500460.html">Dr. Copper&#8221;, il dottore dei mercati</a>. A differenza di altri asset finanziari, il suo valore non dipende soltanto dalle aspettative degli investitori, ma soprattutto dalla domanda proveniente da settori concreti: edilizia, infrastrutture, manifattura, trasporti, elettronica e reti elettriche. <strong>Se si costruiscono case, si ampliano le reti energetiche o si producono più macchinari e veicoli, il rame serve. </strong>Proprio questa diffusione rende il metallo rosso un interessante termometro economico. Osservarne la domanda significa quindi seguire il filo che collega attività economiche spesso analizzate separatamente, ma che finiscono per convergere nello stesso materiale.<br>Oggi questo ruolo assume un significato ancora maggiore.</p>



<p>La transizione energetica e quella tecnologica stanno infatti ampliando il peso strategico del rame nelle reti di trasmissione, nelle infrastrutture energetiche e nelle tecnologie che alimentano il mondo digitale. I nuovi data center dedicati all&#8217;AI richiedono ad esempio tra 27 e 33 tonnellate di rame per ogni megawatt di capacità installata. Per questo, mentre l&#8217;attenzione generale è puntata altrove, vale la pena fermarsi a guardare cosa sta succedendo al metallo che, più di molti altri indicatori, continua a raccontare dove stanno andando investimenti, industria e crescita globale.</p>



<p><br>Partiamo dai dati. Il <a href="https://x.com/kurtsaltrichter/status/2100158003529867687/photo/1">grafico seguente mostra le fasi del prezzo del rame</a>, che ha tra l’altro raggiunto nuovi massimi storici, sfiorando i 14.000 dollari per tonnellata nel 2026.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="484" height="341" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-1.jpg" alt="" class="wp-image-529996" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-1.jpg 484w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-1-300x211.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 484px) 100vw, 484px" /></figure>



<p>Dal 2019 al 2020 il prezzo oscillava tra i 5.000 e i 6.000 dollari per tonnellata. Poi, con la ripresa post-pandemica e gli enormi programmi di stimolo varati in tutto il mondo, il rame ha iniziato una prima fase rialzista che lo ha portato oltre i 10.000 dollari nel 2021. La vera svolta è arrivata però tra la fine del 2025 e il 2026, quando il grafico del prezzo assume una forma quasi &#8220;parabolica&#8221;: nel giro di pochi mesi il prezzo ha infatti iniziato ad accelerare violentemente fino a nuovi massimi, segnalando che dietro il rally probabilmente non c’è stata soltanto la domanda fisica. A spiegare il movimento potrebbero infatti aver concorso soprattutto aspettative, flussi finanziari e scommesse sul futuro.</p>



<p>E proprio il futuro del rame oggi è legato a una convinzione ormai molto diffusa tra investitori e governi e cioè che il mondo avrà bisogno di quantità sempre maggiori di elettricità. La corsa degli ultimi mesi potrebbe quindi essere una sorta di scommessa sulla crescita futura più che come una fotografia dell&#8217;economia presente. Ma quando un prezzo corre troppo velocemente, inevitabilmente emerge una domanda: la crescita della domanda reale sarà davvero sufficiente a giustificare valutazioni così elevate?<br>Se quindi il prezzo del rame racconta molto delle aspettative (o speranze) dei mercati sulle promesse dell’Intelligenza Artificiale, il <a href="https://x.com/minenergybiz/status/2098727128241942571/photo/1">costo di trovarne di nuovo</a> racconta invece la storia di un&#8217;offerta sempre più difficile da espandere. Un altro grafico ci corre in soccorso per mettere a fuoco il tema.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="377" height="377" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-2.png" alt="" class="wp-image-529995" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-2.png 377w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-2-300x300.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-2-150x150.png 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/RAME-2-100x100.png 100w" sizes="auto, (max-width: 377px) 100vw, 377px" /></figure>



<p>Negli anni Novanta, secondo i dati di S&amp;P Global Market Intelligence, bastavano mediamente 8 dollari di budget esplorativo per individuare una tonnellata di rame. Nel periodo 2020-2025, la cifra è salita a 1.889 dollari. In poco più di trent&#8217;anni il costo di scoperta è quindi sostanzialmente aumentato di oltre 230 volte. <strong>Il mondo sta perciò progressivamente esaurendo i giacimenti facili da trovare e convenienti da sfruttare </strong>facendo sì che ogni nuovo progetto richiede investimenti, infrastrutture e tempi autorizzativi sempre più lunghi. È una dinamica che inizia a pesare proprio mentre la domanda globale continua a crescere. Secondo l&#8217;International Energy Agency (IEA), <a href="https://www.iea.org/reports/global-critical-minerals-outlook-2026">la domanda globale potrebbe passare da 26,7 milioni di tonnellate nel 2024 a 31,3 milioni entro il 2030</a>, anche mantenendo gli attuali indirizzi politici e industriali. Se, però, per costruire un nuovo sito estrattivo occorre spesso oltre un decennio tra scoperta, permessi, infrastrutture e avvio della produzione i tempi risultano incompatibili con la velocità con cui stanno crescendo i consumi legati all&#8217;elettrificazione.</p>



<p>Per questo motivo, secondo il <em>World Economic Forum</em>, il problema non riguarda soltanto quanto rame esiste nel sottosuolo, ma <a href="https://www.weforum.org/stories/energy-transition/copper-we-need-already-mined-global-supply-chains/">quanto rame riusciamo effettivamente a recuperare</a>. Una parte significativa del metallo contenuto nelle rocce estratte non arriva infatti sul mercato. Rimane intrappolato in materiali a basso tenore o in minerali che le tecniche tradizionali non riescono a trattare in modo economicamente sostenibile. Il WEF parla apertamente di &#8220;stranded inventory&#8221;, inventario bloccato: rame già pagato, già movimentato e già presente nei bilanci delle compagnie, ma privo di una via economicamente conveniente per essere recuperato. Da qui l&#8217;interesse crescente per tecnologie innovative come il <em>bioleaching</em>, una tecnica che sfrutta microrganismi capaci di facilitare il rilascio del metallo dalle rocce. La grande partita del rame, dunque, non si gioca soltanto nelle borse merci o a livello geopolitico ma anche nella capacità di aumentare il recupero del metallo già estratto e di espandere il riciclo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo della Cina</h2>



<p>C&#8217;è infine un ultimo elemento che aiuta a capire perché il rame continui a muoversi su livelli storicamente elevati: la Cina. Se per anni il gigante asiatico è stato considerato semplicemente il principale consumatore mondiale del metallo, oggi continua a rappresentare il vero ago della bilancia dell&#8217;intero mercato. Proprio per questo gli operatori seguono con attenzione alcuni indicatori apparentemente tecnici, ma estremamente rivelatori. Uno di questi è il cosiddetto <em>Yangshan premium</em>, cioè il sovrapprezzo che gli importatori cinesi sono disposti a pagare rispetto ai prezzi futures per ottenere consegne fisiche immediate di rame. Quando questo premio sale significa che qualcuno vuole il metallo subito, non sulla carta. Secondo <a href="https://financialpost.com/commodities/copper-rallies-china-buying-lends-support">le analisi riportate dal <em>Financial Post</em></a>, nelle ultime settimane proprio questi segnali hanno iniziato a rafforzarsi. I<strong> compratori cinesi sono tornati sul mercato dopo la correzione dei prezzi registrata a settembre </strong>e i premi sulle importazioni sono aumentati sensibilmente, suggerendo un rafforzamento della domanda fisica. La notizia è importante anche per un&#8217;altra ragione. Negli ultimi mesi il mercato del rame è stato sostenuto da fattori straordinari, come le attese di possibili dazi statunitensi sul metallo raffinato e il conseguente accumulo di scorte negli Stati Uniti. Molti analisti si chiedevano se, una volta venuta meno questa spinta speculativa, il prezzo sarebbe riuscito a mantenersi su livelli elevati. Il ritorno degli acquisti cinesi sembra offrire una risposta positiva: al di là delle scommesse finanziarie, la domanda industriale continua a essere presente.</p>



<p><br>Guardare il rame oggi significa osservare un indicatore che va ben oltre il semplice prezzo di una commodity. Nel suo andamento si intrecciano la salute dell&#8217;industria cinese, la corsa globale all&#8217;elettrificazione, il boom dell&#8217;intelligenza artificiale, le difficoltà del settore minerario e perfino le tensioni commerciali tra le grandi potenze. Per questo il &#8220;Dr. Copper&#8221; continua a essere uno dei migliori strumenti per leggere l&#8217;economia mondiale.</p>
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		<title>Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 04:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[robot]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=527760</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Siamo molto vicini a un mondo in cui milioni di macchine svolgono compiti sempre più specifici, sempre più economici e sempre più utili. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html">Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C&#8217;è una fotografia, <a href="https://www.theguardian.com/world/gallery/2026/aug/25/from-mixed-martial-arts-to-mechanical-dogs-the-world-robot-conference-2026-in-pictures">tra quelle pubblicate dal <em>Guardian</em> nel reportage dedicato alla World Robot Conference 2026 di Pechino</a>, che sintetizza molto bene la rivoluzione tecnologica che stiamo attraversando: due robot umanoidi impegnati in un combattimento di <em>mixed martial arts</em>, osservati da un pubblico che non guarda più alla scena con stupore, ma con la naturalezza con cui si assiste a una competizione sportiva. Poco più in là, cani meccanici avanzano con passo sicuro tra gli stand; robot umanoidi giocano a calcio con bambini; altri organizzano scaffali, danzano, servono clienti o interagiscono con i visitatori. Non sembrano più prototipi ma lavoratori in attesa di essere assunti. Passeggiare, anche solo virtualmente, tra le immagini della World Robot Conference significa entrare in <strong>una sorta di anticipazione del mondo che ci aspetta. </strong>Potrebbe essere definita come una grande prova generale del prossimo paradigma economico in cui la robotica rappresenta un’infrastruttura della futura società industriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;AI non basta</h2>



<p><br>Per anni l&#8217;intelligenza artificiale ha monopolizzato il dibattito tecnologico globale ma oggi sta diventando evidente che l&#8217;AI da sola non basta. La vera rivoluzione economica del prossimo decennio nasce dalla <strong>convergenza tra software intelligente e corpo fisico:</strong> ciò che a Pechino viene definito sempre più spesso <a href="https://cset.georgetown.edu/publication/chinas-embodied-ai-a-path-to-agi/"><em>embodied intelligence</em>, l&#8217;intelligenza incarnata</a>. In altre parole, la robotica è quel passaggio dall&#8217;AI che genera contenuti all&#8217;AI che agisce nel mondo reale. La World Robot Conference 2026 ha rappresentato forse la più grande manifestazione di questa trasformazione. <strong>Oltre 3.000 prodotti robotici esposti, decine di nuove tecnologie presentate e un ecosistema industriale che appare ormai orientato alla produzione di massa più che alla sperimentazione.</strong> La Cina ha utilizzato la conferenza non soltanto come vetrina tecnologica, ma come dimostrazione di forza industriale, oltre che un segnale rivolto tanto ai mercati quanto ai concorrenti geopolitici, a partire dagli Stati Uniti. </p>



<p>Dietro le immagini spettacolari dei robot combattenti e dei cani meccanici si nasconde infatti una questione molto più profonda. Se il XX secolo è stato definito dalla competizione sull&#8217;energia e il XXI, fino ad oggi, dalla corsa ai dati e ai semiconduttori, <strong>il prossimo decennio potrebbe essere ricordato come l&#8217;era della competizione globale per la robotica <em>general purpose</em>. </strong>Una corsa nella quale la Cina sta cercando di replicare quanto già fatto nel fotovoltaico, nelle batterie e nei veicoli elettrici, cioè conquistare rapidamente scala produttiva, leadership nella supply chain e vantaggio di costo.</p>



<p>Un recente report del <em>Mercator Institute for China Studies </em>(MERICS),<em>“<a href="https://merics.org/en/report/embodied-ai-chinas-ambitious-path-transform-its-robotics-industry">Embodied AI: China&#8217;s ambitious path to transform its robotics industry</a>”</em>, suggerisce infatti che <strong>Pechino considera ormai la robotica uno dei pilastri della propria strategia di crescita economica e di competizione sistemica con gli Stati Uniti. </strong>Il Paese è oggi il più grande mercato mondiale per l&#8217;installazione di robot industriali e dispone della più ampia base manifatturiera robotizzata al mondo. Secondo il report, la leadership nella Embodied AI consentirebbe alla Cina di affrontare contemporaneamente diverse sfide strutturali: compensare l&#8217;invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro; aumentare la produttività industriale; rafforzare la resilienza delle catene produttive; sostenere la competitività manifatturiera e sviluppare applicazioni dual-use con possibili implicazioni anche per sicurezza e difesa.</p>



<p>Uno dei principali vantaggi competitivi di Pechino in questo settore deriva dalla combinazione tra tre ecosistemi che nessun&#8217;altra economia possiede simultaneamente su questa scala: <strong>l&#8217;industria manifatturiera, la filiera dei veicoli elettrici e la leadership nella robotica industriale. </strong>Molte delle competenze necessarie ai robot umanoidi, dai motori elettrici alle batterie, dai sensori alla produzione su larga scala, sono in effetti state sviluppate proprio grazie all&#8217;espansione dell&#8217;industria EV cinese. Esiste però una vulnerabilità strategica particolarmente rilevante: la dipendenza dall&#8217;ecosistema tecnologico americano e dall&#8217;hardware NVIDIA oltre che sugli strumenti software associati per addestrare e sviluppare i propri sistemi di Embodied AI.</p>



<p>Tra le analisi più interessanti emerse dopo la World Robot Conference di Pechino c&#8217;è però <a href="https://www.baiguan.news/p/world-robot-conference-beijing-26-humanoid-motion-improvement-tien-kung-ultra-reinforcement-learning-unitree-combat-commercial-automation-tea-coffee-quadruped-data-bottleneck-tcm-pulse-exoskeleton-rehab?r=7f7s3s&amp;utm_medium=ios&amp;triedRedirect=true">quella pubblicata da Amber Zhang su <em>Baiguan</em> &#8211; <em>China Insight</em></a>, la quale ha raccolto impressioni direttamente tra gli stand, osservando dove si fermavano i visitatori, quali dimostrazioni attiravano investitori e clienti e, soprattutto, quali tecnologie sembravano davvero vicine a una diffusione commerciale. Le sue conclusioni sono particolarmente utili perché aiutano a distinguere tra ciò che oggi appare spettacolare e ciò che potrebbe effettivamente trasformare l&#8217;economia nei prossimi anni e meritano di essere riportate integralmente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I robot si muovono meglio rispetto a un anno fa<br></strong></h2>



<p>Nel corso dei World Humanoid Robot Games, organizzati parallelamente alla conferenza, il <a href="https://azertag.az/en/xeber/multiple_machines_beat_human_records_at_second_world_humanoid_robot_games-4381953">robot Tien Kung Ultra ha completato i 400 metri in 38,15 secondi</a>, migliorando drasticamente rispetto ai risultati dell&#8217;anno precedente. Ancora più interessante è il caso di Tien Kung Omni, diventato virale in Cina per il suo <a href="https://x.com/XHNews/status/2091841749111185812">modo insolito di correre con le mani vicino al volto</a>. Secondo gli sviluppatori non si trattava di una postura programmata ma il comportamento è emerso autonomamente durante il processo di <em>reinforcement learning</em>, quando il robot ha &#8220;scoperto&#8221; che oscillare le braccia come un corridore umano generava un surriscaldamento delle articolazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La commercializzazione è meno rivoluzionaria di quanto raccontino i titoli</strong></h2>



<p>Se si esce dalle aree dedicate alle dimostrazioni spettacolari e si osservano le applicazioni che generano ordini e clienti, il panorama cambia radicalmente. Le categorie che stanno trovando reale trazione commerciale sono sostanzialmente le stesse degli anni precedenti: <strong>automazione nella preparazione di bevande, robot industriali, sistemi di smistamento, quadrupedi robotici e robot-companion.</strong> Non gli umanoidi. I casi di maggior successo riguardano macchine che preparano tè, caffè e bevande con elevati livelli di standardizzazione oppure sistemi industriali già integrati nei processi produttivi. Si tratta di un’osservazione che gli investitori dovrebbero tenere presente a fronte del fatto che oggi esiste una narrativa dominante secondo cui il mercato della robotica coinciderebbe con gli umanoidi. </p>



<p>Il caso Unitree è emblematico in questa prospettiva. Il più noto produttore cinese di robot umanoidi e quadrupedi ha infatti visto <a href="https://www.reuters.com/business/finance/china-robot-maker-unitrees-post-listing-slump-sparks-bubble-fears-2026-08-25/">perdere circa il 45% del valore delle proprie azioni nei giorni successivi alla quotazione a Shanghai</a>, dopo un debutto esplosivo che aveva visto il titolo salire di oltre cinque volte rispetto al prezzo di collocamento. La capitalizzazione di mercato dell&#8217;azienda è arrivata a sfiorare 66 miliardi di dollari, per poi evaporare di circa 30 miliardi di dollari nel giro di pochi giorni. D’altronde, i robot di Unitree attirano l&#8217;attenzione globale per le loro capacità di correre, danzare o praticare arti marziali, ma l&#8217;azienda ha ottenuto solo risultati limitati nelle applicazioni commerciali su larga scala.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sta nascendo una nuova industria: quella dei dati per i robot</strong></h2>



<p>Secondo Zhang, una parte crescente della conferenza non era occupata da aziende che costruiscono robot, bensì da imprese che raccolgono, organizzano e vendono dati per addestrarli.Persino i guanti utilizzati dagli operatori umani per insegnare movimenti complessi ai robot stanno diventando un segmento industriale autonomo.</p>



<p>Uno degli aspetti che ha colpito maggiormente Zhang è stata <strong>la coda davanti ai robot per la diagnosi del polso nella medicina tradizionale cinese. </strong>Questi sistemi combinano riconoscimento facciale, analisi della lingua, rilevazione del polso e questionari digitali per produrre in pochi minuti una valutazione dello stato di salute dell&#8217;utente. Il dispositivo viene utilizzato come strumento di acquisizione clienti e genera ricavi attraverso servizi collegati come consulenze, integratori, tisane e programmi di benessere personalizzati. In Occidente una soluzione simile probabilmente faticherebbe a diffondersi, in Cina invece può inserirsi in un ecosistema di fiducia verso la medicina tradizionale e intercettare un mercato del wellness in forte crescita.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il vero mercato consumer potrebbe essere l&#8217;esoscheletro</strong></h2>



<p>Se oggi dovesse Zhang dovesse indicare una categoria con concrete possibilità di diffusione di massa, non sceglierebbe gli umanoidi ma gli esoscheletri. Alla conferenza erano presenti grandi marchi industriali e persino aziende di elettronica di consumo a causa soprattutto delle necessità di supporto di una popolazione cinese sempre più anziana. Con circa 300 milioni di persone sopra i 60 anni, dispositivi in grado di assistere la mobilità o supportare i percorsi di riabilitazione possono in fondo rispondere a un bisogno immediato e crescente.</p>



<p>Quindi, cosa ci indica davvero la World Robot Conference di Pechino? Che probabilmente siamo ancora lontani dal momento in cui un robot umanoide busserà alla porta di casa chiedendo di essere assunto come maggiordomo, infermiere, baby-sitter e dog-sitter contemporaneamente. Ma siamo molto più vicini a un altro scenario: <strong>un mondo in cui milioni di macchine svolgono compiti sempre più specifici, sempre più economici e sempre più utili.</strong> I veri protagonisti di questa rivoluzione potrebbero quindi essere molto meno fotogenici, comei robot che preparano caffè senza sbagliare un ordine, gli esoscheletri che aiutano un anziano a camminare, i sistemi industriali che riducono i costi di una fabbrica o le aziende che raccolgono e vendono dati per addestrare l&#8217;intelligenza delle macchine. Naturalmente il percorso è tutt&#8217;altro che garantito. Restano enormi ostacoli tecnologici, economici e geopolitici. I robot umanoidi costano ancora troppo, apprendono troppo lentamente e in molti casi faticano a dimostrare un ritorno economico convincente. Inoltre, gran parte dell&#8217;ecosistema continua a dipendere da componenti e tecnologie critiche sviluppate negli Stati Uniti. Insomma, il copione di questa nuova sfida tecno-geopolitica è ancora tutto da scrivere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html">Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 12:27:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Eclissi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eclisse" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'enorme afflusso di visitatori per l'eclisse e l'ormai vicino referendum per l'adesione alla Ue possono mutare la fisionomia dell'isola.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html">L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eclisse" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>REYKJAVÍK &#8211; Per due minuti il tempo è sembrato fermarsi. Poco prima delle 17.00, il Sole è scomparso dietro il disco della Luna e sull’Islanda è calato un crepuscolo improvviso, quasi irreale. Le voci si sono abbassate, gli sguardi si sono alzati al cielo e migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, hanno assistito a uno degli eventi astronomici più attesi del secolo: <strong>l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, la prima visibile dall’Europa continentale dal 1999. </strong>Se in molti Paesi europei il fenomeno è apparso soltanto in forma parziale, <strong>l’Islanda è stata una delle grandi protagoniste della giornata. </strong>L’ombra della Luna ha attraversato soprattutto le regioni occidentali e meridionali dell’isola, regalando uno spettacolo straordinario tra vulcani, campi di lava, coste battute dal vento e ghiacciai. Reykjavík, la penisola di Reykjanes, la regione di Snæfellsnes e i remoti Fiordi Occidentali si sono trasformati nei luoghi simbolo dell’evento.</p>



<p>Ma l’eclissi non è stata soltanto un fenomeno astronomico. <strong>È stata anche un fenomeno turistico senza precedenti. </strong>Da settimane gli operatori turistici islandesi parlavano di numeri record, e le previsioni si sono confermate. Secondo i dati riportati da AirDNA, <a href="https://siviaggia.it/notizie/eclissi-sole-12-agosto-2026-record-prenotazioni-spagna-islanda/597954/">la domanda di alloggi nelle località islandesi interessate dal percorso della totalità è aumentata del 56,9%</a> rispetto all’anno precedente, contro una crescita del 19,2% nel resto del Paese. A trainare la corsa alle prenotazioni sono state soprattutto Kópavogur, con un incremento del 48%, e Reykjavík, con il 44% in più di richieste rispetto allo scorso anno. Ancora più impressionante il dato relativo alle ricerche online di strutture ricettive: la capitale islandese ha registrato un balzo del 250%, uno dei più alti in Europa legati all’evento.</p>



<p><strong>La città si è riempita di astronomi, fotografi, curiosi e semplici viaggiatori </strong>desiderosi di vivere un’esperienza irripetibile (tra i quali si trova anche chi scrive). In molti hanno scelto di osservare il fenomeno dalle coste della capitale, altri si sono spinti verso aree meno urbanizzate per approfittare di panorami ancora più spettacolari. D’altronde, la particolarità di un’eclissi totale è che può essere osservata completamente soltanto all’interno di una fascia geografica relativamente stretta, <strong>il cosiddetto “percorso della totalità”. </strong>Proprio questa caratteristica ha generato una concentrazione eccezionale di visitatori in poche destinazioni selezionate. Secondo gli analisti del settore, l’evento rappresenta uno dei <a href="https://siviaggia.it/notizie/astroturismo-trend-viaggio/516898/">casi più evidenti di crescita dell’astroturismo</a>, una forma di viaggio che unisce la scoperta del territorio all’osservazione dei fenomeni celesti. Ora che l’eclissi è passata, restano le immagini: il cielo che si oscura in pieno giorno, la corona solare che appare attorno a un disco nero perfetto, il silenzio improvviso della folla e la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di straordinario. Ma l&#8217;eclissi che ieri ha oscurato il cielo islandese è arrivata in un momento in cui l&#8217;isola nordatlantica si trova a sua volta a un bivio storico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Arriva il referendum sull&#8217;Europa</h2>



<p>Mentre migliaia di visitatori affollavano Reykjavík e le coste occidentali per assistere alla totalità, il Paese si trovava già immerso nel dibattito sul <a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/27/al-via-in-islanda-il-voto-anticipato-per-il-referendum-per-entrare-in-ue_177dbae2-25d8-4c4a-87fa-03c0169c3c26.html">referendum che il 29 agosto deciderà se riaprire i negoziati di adesione all&#8217;Unione europea</a>. A rilanciare la discussione europea non sono state semplicemente nuove difficoltà economiche o cambiamenti ideologici, bensì <strong>le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. </strong>Le ambizioni statunitensi sull&#8217;isola artica, vicina strategicamente all&#8217;Islanda, hanno infatti alimentato a Reykjavík una nuova percezione di vulnerabilità e sicurezza regionale. Basti ricordare che lo scorso gennaio, Billy Long, nominato ambasciatore in Islanda proprio dal presidente americano, <a href="https://www.open.online/2026/01/15/billy-long-ambasciatore-usa-islanda-polemiche/">aveva scherzato pubblicamente sul fatto che l’Islanda sarebbe dovuta diventare il 52esimo stato americano</a> e che lui avrebbe ricoperto il ruolo di governatore.</p>



<p>Una battuta forse, ma che a Reykjavik avrebbero decisamente preso sul serio. Non è passata inosservata nemmeno la gaffe di Donald Trump, che a gennaio di quest’anno, durante il World Economic Forum di Davos, <a href="https://www.rainews.it/video/2026/01/trump-ha-confuso-ripetutamente-la-groenlandia-con-lislanda-6a0c14de-50cf-4c48-9761-1b60973de62e.html">aveva confuso ripetutamente Groenlandia e Islanda mentre parlava delle ambizioni strategiche americane nell&#8217;Artico</a>. La Casa Bianca ha poi tentato di correggere il tiro sostenendo che il presidente si riferisse alla Groenlandia come a una &#8220;terra di ghiaccio&#8221; (&#8220;a piece of ice&#8221;), ma il lapsus ha scatenato ironie e meme in tutto il mondo. Per gli islandesi, abituati a vivere all&#8217;ombra mediatica della ben più grande vicina groenlandese, è stata probabilmente la prima volta in cui il loro Paese è finito al centro di una disputa geopolitica semplicemente per uno scambio di nomi (!). La stessa premier Kristrún Frostadóttir aveva riconosciuto che la &#8220;crisi della Groenlandia&#8221; avesse toccato un nervo scoperto nell&#8217;opinione pubblica islandese.</p>



<p>Per un Paese di appena 400 mila abitanti, tradizionalmente orgoglioso della propria autonomia, si tratta d’altronde di un cambiamento notevole. <strong>L&#8217;Islanda è membro della NATO dal 1949 ma è l&#8217;unico Paese dell&#8217;Alleanza a non possedere un esercito permanente. </strong>Per decenni la sua sicurezza si è basata sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Oggi però le incertezze legate alla politica estera americana e le tensioni nell&#8217;Artico hanno spinto una parte crescente della società a guardare a Bruxelles come a un ulteriore ancoraggio strategico. Anche l&#8217;Unione europea osserva con attenzione il processo. <a href="https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/le-mire-di-trump-sulla-groenlandia-spingono-l-islanda-verso-l-europa.html">A marzo 2026 Bruxelles e Reykjavík hanno firmato un accordo di partenariato sulla sicurezza e la difesa</a>, segnale di una cooperazione sempre più stretta. Non a caso, per l&#8217;Europa l&#8217;Islanda rappresenta un tassello fondamentale nello scacchiere del Nord Atlantico e dell&#8217;Artico, una regione destinata ad assumere un peso crescente nelle competizioni energetiche, commerciali e militari tra le grandi potenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema (non solo economico) della pesca</h2>



<p>Resta però un nodo storico che continua a dividere gli islandesi: la pesca. Il settore <a href="https://tradingeconomics.com/iceland/gdp-growth-annual">vale circa il 12% del PIL nazionale e impiega il 5% della popolazione</a>, numeri che spiegano perché il controllo delle acque territoriali e delle quote ittiche venga percepito come <strong>una questione identitaria prima ancora che economica.</strong> Proprio le divergenze sulla Politica Comune della Pesca contribuirono a bloccare il precedente processo di adesione nel 2013, e ancora oggi rappresentano uno dei principali argomenti dei contrari all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione. I sondaggi fotografano infatti un Paese profondamente diviso, con il referendum di fine agosto che si preannuncia come uno degli appuntamenti politici più importanti dell&#8217;estate europea.</p>



<p>Come, però, ha sottolineato la stessa premier Frostadóttir, si tratta di un voto per &#8220;completare il dialogo&#8221;, non per entrare immediatamente nell&#8217;Ue. In caso di vittoria del &#8220;Sì&#8221;, il governo otterrebbe infatti il mandato per riaprire formalmente il dossier europeo. A quel punto sarebbero gli Stati membri dell&#8217;Unione a dover concordare la ripresa del negoziato, partendo dal fatto che <a href="https://newunionpost.eu/2026/03/07/iceland-calls-eu-referendum-accession/">l&#8217;Islanda non ha mai ritirato formalmente la sua candidatura presentata nel 2009, la quale per Bruxelles rimane giuridicamente valida</a>, seppure congelata. Il percorso potrebbe quindi rivelarsi più rapido rispetto a quello di altri Paesi candidati perché quando i colloqui furono sospesi erano già stati aperti 28 capitoli negoziali e 11 erano stati chiusi provvisoriamente. Inoltre, grazie all&#8217;appartenenza allo Spazio Economico Europeo, l&#8217;Islanda applica già una parte significativa della normativa comunitaria, circostanza che potrebbe agevolare un eventuale ritorno al tavolo delle trattative. Prima dell&#8217;adesione vera e propria, tuttavia, sarebbe comunque necessario un secondo referendum, chiamato a ratificare l&#8217;eventuale accordo finale con Bruxelles.<br>Il cielo in Islanda è quindi tornato a illuminarsi dopo la storica eclissi solare del 12 agosto: resta da capire se, nelle prossime settimane, anche la rotta europea dell&#8217;isola diventerà più chiara</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html">L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quando clima e guerra riscrivono la geografia delle commodities</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/quando-clima-e-guerra-riscrivono-la-geografia-delle-commodities.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 08:20:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Materie prime]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=525648</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="commercio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando una rete dipende da pochi porti o da una rotta esposta a conflitti, ogni interruzione può diventare una crisi di produzione. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="commercio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per capire <strong>quanto il cambiamento climatico stia trasformando l’economia reale </strong>non serve guardare soltanto ai grafici sulle temperature. È sufficiente osservare il prezzo di una pesca, la quantità di latte prodotta da una stalla o la resa di un campo di grano duro. Ma quando caldo estremo e siccità colpiscono contemporaneamente, il problema non riguarda più soltanto gli agricoltori e si trasmette lungo tutta la filiera, dai produttori all’industria alimentare, fino ai prezzi pagati dai consumatori.</p>



<p>È questa la dinamica descritta in un articolo de <em>Il Sole 24 Ore</em> (&#8220;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/ortaggi-frutta-e-olio-d-oliva-caldo-e-siccita-mettono-ginocchio-l-agricoltura-AJfQ2pd?refresh_ce=1#google_vignette">Ortaggi, frutta e olio d&#8217;oliva: caldo e siccità colpiscono molte produzioni agricole</a>&#8220;) scritto da Giorgio Dell’Orefice qualche giorno fa, in cui si racconta di un’agricoltura italiana stretta in una vera e propria “tenaglia”: da una parte i raccolti diminuiscono per effetto delle condizioni climatiche avverse; dall’altra aumentano i costi di produzione, rendendo più fragile la redditività delle imprese agricole. Il fenomeno può essere letto, in termini macroeconomici, come uno shock dal lato dell’offerta. In altre parole, <strong>eventi esterni, in questo caso siccità, ondate di calore, maltempo e incendi, riducono la quantità di beni agricoli disponibili. </strong>Se la domanda di alimenti resta relativamente stabile, una minore offerta tende a esercitare pressioni sui prezzi. Tuttavia, il meccanismo non produce automaticamente maggiori guadagni per gli agricoltori: spesso il prezzo riconosciuto al produttore rimane basso, mentre crescono i costi di energia, carburanti, fertilizzanti, acqua, mangimi e trasporti.</p>



<p>Uno dei casi più significativi riguarda il grano duro, materia prima essenziale per la produzione della pasta, uno dei prodotti simbolo del <em>Made in Italy.</em> Secondo i dati riportati nell’articolo, <strong>la campagna di raccolta ha registrato una diminuzione del 6% rispetto allo scorso anno</strong>; una perdita che può avere conseguenze anche per l’industria molitoria e pastaria, che deve approvvigionarsi di una materia prima meno disponibile e potenzialmente più costosa. La riduzione dei raccolti si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà per i cereali e per altre produzioni agricole. Il problema è particolarmente rilevante perché la siccità non colpisce soltanto la quantità del raccolto, ma può incidere anche sulla qualità del prodotto. Un raccolto più scarso o qualitativamente meno omogeneo può obbligare le imprese a ricorrere maggiormente a forniture esterne, aumentando la dipendenza dai mercati internazionali e dall’andamento dei prezzi globali. Secondo le stime di Coldiretti riportate dal quotidiano, negli ultimi quattro anni gli eventi estremi hanno addirittura provocato agli agricoltori italiani danni superiori a 5 miliardi di euro all’anno (!). Nel calcolo rientrano le conseguenze di fenomeni come siccità, maltempo e incendi. Si tratta di una cifra che dà la misura economica del problema e che dimostra come non siamo di fronte a perdite episodiche e circoscritte, ma a un costo ricorrente che grava sulla capacità di investimento delle imprese agricole.</p>



<p>Gli effetti del clima diventano evidenti anche nel comparto ortofrutticolo. L’articolo segnala, ad esempio, che i prezzi pagati agli agricoltori per le pesche sono diminuiti del 18% nonostante le difficoltà produttive causate dal caldo. Se, infatti, l’offerta si concentra in un breve periodo o se il prodotto non può essere immagazzinato a lungo, gli agricoltori possono essere costretti a vendere rapidamente, anche a condizioni poco favorevoli. Il caldo estremo produce effetti anche sulla zootecnia. Le alte temperature sottopongono gli animali a stress termico in una condizione nella quale l’organismo fatica a mantenere il proprio equilibrio fisiologico. Ecco che quindi anche la produzione di latte potrebbe diminuire fino al 10% con una riduzione dei ricavi per gli allevatori aggravata da un aumento per le spese necessarie per garantire acqua, ventilazione, raffrescamento e alimentazione adeguata degli animali. Il cambiamento climatico agisce in sostanza come un moltiplicatore di vulnerabilità nel settore agricolo alimentare e non rappresenta più soltanto una questione ambientale, bensì un problema di reddito, competitività e sicurezza economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre al clima, anche la politica</h2>



<p>Alla pressione del cambiamento climatico, però, si aggiunge oggi un secondo fattore di instabilità, ovvero <strong>la crescente vulnerabilità geopolitica delle catene alimentari. </strong>Il caso dell’Ucraina mostra con particolare chiarezza questo meccanismo. Circa il 90% delle esportazioni agricole ucraine, per un valore nell’intorno dei 30 miliardi, passa dai porti del Mar Nero, in particolare Odessa, Chornomorsk e Pivdenny. Quando queste infrastrutture diventano impraticabili a causa degli attacchi russi, la crisi non riguarda soltanto la logistica: ma inizia a coinvolgere la liquidità delle imprese agricole, la capacità di pagare gli affitti, la programmazione dei raccolti e soprattutto la disponibilità di cereali sui mercati internazionali. </p>



<p><a href="https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-grano-che-non-riesce-a-lasciare-l%E2%80%99Ucraina--3926403.html">Secondo Dmitro Barinov, presidente dell’associazione dei porti ucraini, dall’incirca il 20 luglio di quest’anno nessuna nave entrava nei porti ucraini</a>. Formalmente gli scali restavano aperti, ma la minaccia di missili e droni rendeva troppo rischioso l’attracco per compagnie di navigazione e comandanti. Un Paese può quindi disporre di grano nei propri silos, ma se non riesce a trasferirlo via mare non può venderlo sui mercati esteri. Il raccolto rimane fisicamente disponibile, ma diventa economicamente “intrappolato”: occupa spazio, perde valore commerciale e impedisce all’agricoltore di incassare i ricavi necessari per finanziare il ciclo produttivo successivo. Le rotte alternative, inoltre, non sarebbero al momento sufficienti a compensare il blocco dei porti del Mar Nero. I porti sul Danubio hanno una capacità solo parziale rispetto ai grandi terminal marittimi e, nello stesso periodo, la siccità nell’Europa centrale ha fatto diminuire il livello del fiume al punto da provocare la chiusura al traffico di uno dei due principali canali di accesso per le imbarcazioni da trasporto.</p>



<p><br>Le conseguenze, ancora una volta, ricadono direttamente sugli agricoltori. <a href="https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-grano-che-non-riesce-a-lasciare-l%E2%80%99Ucraina--3926403.html">RSI racconta ad esempio del caso di Volodymyr Zhitnik, titolare dell’azienda agricola Shevchenko,</a> che gestisce complessivamente 1.800 ettari, in parte di proprietà e in parte presi in affitto da circa 350 proprietari. Con i porti bloccati, l’impresa non riusciva a liberare i depositi dal grano già raccolto e rischiava di non avere spazio sufficiente per il raccolto successivo, compreso quello dei girasoli. L’unica alternativa ai terminal bloccati era rivolgersi a intermediari definiti come “mercato nero”, disposti a pagare meno della metà dei circa 200 franchi svizzeri per tonnellata indicati dal listino ufficiale.</p>



<p><br>La vulnerabilità delle catene globali non riguarda soltanto il grano, il mais o l’olio d’oliva. Gli stessi choke point, cioè i punti critici da cui dipende il passaggio di grandi quantità di merci, possono bloccare anche materie prime industriali fondamentali come il minerale di ferro. Lo dimostra il caso analizzato da <em>The New Voice of Ukraine</em> nell’articolo “<a href="https://english.nv.ua/business/port-deadlock-chokes-ukrainian-steelmakers-as-iron-ore-exports-collapse-50629730.html">Port deadlock chokes Ukrainian steelmakers as iron ore exports collapse</a>”. La chiusura dei porti ad Odessa, provocata dall’intensificarsi degli attacchi russi, ha interrotto non solo le esportazioni agricole, ma anche quelle di minerale di ferro e di prodotti siderurgici. Anche il settore metallurgico ucraino dipende in modo significativo dal trasporto marittimo. Secondo i dati riportati nell’articolo, il mare rappresenta circa i due terzi dei volumi esportati dall’Ucraina in termini di peso e circa la metà del valore complessivo delle esportazioni. Per il minerale di ferro, il trasporto marittimo ha rappresentato circa il 60% delle spedizioni nell’ultimo anno, mentre il blocco dei porti mette a rischio circa 1 milione di tonnellate di esportazioni al mese.</p>



<p>La lezione è valida tanto per il cibo quanto per l’industria: una catena di approvvigionamento non è resiliente soltanto perché dispone di fornitori alternativi. Deve avere anche infrastrutture sufficienti, corridoi diversificati, capacità di stoccaggio e margini economici abbastanza ampi da assorbire gli shock. Quando invece la rete dipende da pochi porti, da un singolo fiume o da una rotta marittima esposta a conflitti, <strong>ogni interruzione può trasformarsi rapidamente in una crisi di produzione,</strong> di reddito e di finanza pubblica. Il cambiamento climatico e la geopolitica finiscono così per rafforzarsi a vicenda: entrambi rendono più fragili le infrastrutture e le disponibilità fisiche e spesse volte impediscono di utilizzare le rotte alternative. La conseguenza finale non è quindi soltanto un aumento della volatilità dei prezzi alimentari o delle materie prime industriali, ma una crescente incertezza sulla capacità stessa dell’economia globale di produrre, trasportare e scambiare beni essenziali.</p>
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		<title>Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-giappone-e-la-bomba-silenziosa-sotto-i-mercati-globali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 04:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Yen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1024x751.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'intervento Usa sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa.  </p>
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<p>Per capire perché oggi molti investitori guardano al Giappone con crescente preoccupazione bisogna partire da una delle dinamiche più importanti e meno comprese della finanza globale: il <em>carry trade </em>sullo yen. Per oltre vent&#8217;anni, infatti, il Giappone ha rappresentato un&#8217;anomalia nel panorama economico mondiale perché mentre Stati Uniti ed Europa attraversavano cicli di crescita, inflazione e rialzi dei tassi, <strong>Tokyo conviveva con deflazione cronica, crescita debole e tassi d&#8217;interesse vicini allo zero. </strong>Questa situazione ha reso lo yen una fonte quasi inesauribile di capitale a bassissimo costo per investitori di tutto il mondo.</p>



<p>Il meccanismo era apparentemente semplice. <strong>Fondi, banche e investitori prendevano in prestito yen pagando interessi minimi e utilizzavano quel denaro per acquistare attività finanziarie più redditizie altrove:</strong> Treasury americani, obbligazioni corporate, azioni statunitensi, mercati emergenti, <em>private equity </em>e immobili. La differenza tra il rendimento ottenuto sugli investimenti e il costo del finanziamento rappresentava il profitto del carry trade. Per anni questa strategia ha funzionato così bene da diventare uno degli ingranaggi fondamentali della liquidità mondiale, oltre ad essere stata anche una delle principali fonti di leva finanziaria globale; una parte significativa della domanda di asset finanziari nel mondo è stata, non a caso, alimentata proprio da denaro preso in prestito in Giappone. Per questa ragione esisteva <a href="https://x.com/KobeissiLetter/status/2084805628816409056">una relazione molto stretta tra il cambio USD/JPY e il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato americani e quelli giapponesi</a>. Più i Treasury americani offrivano rendimenti superiori rispetto ai bond giapponesi, maggiore era l&#8217;incentivo per gli investitori a vendere yen, acquistare dollari e investire negli Stati Uniti. Il risultato era un dollaro più forte e uno yen più debole. Il grafico seguente mostra questa relazione:</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="569" height="298" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1.jpg" alt="" class="wp-image-525561" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1.jpg 569w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1-300x157.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 569px) 100vw, 569px" /></figure>



<p>La linea blu rappresenta il differenziale tra il rendimento del Treasury americano a dieci anni e quello del titolo di Stato giapponese a dieci anni. La linea verde rappresenta invece il cambio USD/JPY. Quando aumenta il vantaggio dei rendimenti americani rispetto a quelli giapponesi, il dollaro si rafforza contro lo yen e quando il differenziale si riduce, il cambio tende a seguirlo. A partire da aprile 2025, indicato con la linea tratteggiata e associato al cosiddetto &#8220;<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-liberation-day-quale-liberazione-234842">Liberation Day</a>&#8221; (cioè il giorno dell’avvio della politica tariffaria della seconda amministrazione Trump), e all&#8217;inizio di una nuova fase di tensioni commerciali globali, la correlazione si rompe. Da quel momento il differenziale di rendimento continua a scendere in modo significativo, passando da circa il 3,5% a livelli inferiori al 2%, ma il cambio USD/JPY non segue più la stessa traiettoria. Anzi, il dollaro rimane sorprendentemente forte e lo yen non si apprezza nella misura che i modelli tradizionali avrebbero suggerito, sintomo che il mercato sembrerebbe aver iniziato a interrogarsi sulla sostenibilità dell&#8217;intero sistema che ha sorretto il carry trade per decenni.</p>



<p><a href="https://www.cnbc.com/2026/07/14/japan-bond-jgb-yields-.html">La Bank of Japan ha infatti avviato negli ultimi anni un lento processo di normalizzazione della politica monetaria dopo un periodo straordinariamente lungo di tassi ultra-bassi</a>. Per decenni, gli investitori globali hanno praticamente ignorato i titoli di Stato giapponesi poiché i rendimenti erano schiacciati vicino allo zero dalla politica ultra-espansiva della Bank of Japan, che attraverso quantitative easing e controllo della curva dei rendimenti (Yield Curve Control) aveva trasformato il mercato dei JGB (Japanese Government Bonds) in uno dei meno remunerativi del mondo. Dopo aver abbandonato il controllo della curva dei rendimenti nel 2024 e dopo una serie di rialzi dei tassi, il mercato obbligazionario giapponese ha ricominciato a muoversi liberamente. I rendimenti dei JGB sono saliti a livelli che non si vedevano dagli anni Novanta e il decennale giapponese è arrivato vicino al 3%, mentre le scadenze più lunghe hanno raggiunto massimi pluridecennali. Per la prima volta dopo una generazione, gli investitori giapponesi hanno potuto ottenere rendimenti interessanti senza esportare necessariamente il loro capitale all&#8217;estero. Ma <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/japan-slips-third-largest-creditor-behind-china-despite-record-net-external-2026-05-25/">il Giappone rimane uno dei più grandi creditori del pianeta</a>: se una quota anche limitata dei flussi che tradizionalmente finivano nei Treasury americani o in altri asset globali dovesse essere reindirizzata verso il mercato domestico, gli effetti potrebbero essere significativi per tutto il sistema finanziario internazionale.</p>



<p>La risalita dei rendimenti è stata però alimentata non solo dalla normalizzazione monetaria, ma anche dalle crescenti preoccupazioni degli investitori per i piani di spesa del governo e per la sostenibilità fiscale di un paese che già possiede il più elevato rapporto debito/PIL del mondo sviluppato. Negli ultimi giorni il governo della premier Takaichi ha inoltre approvato un <a href="https://finance.yahoo.com/economy/policy/articles/japans-ruling-party-backs-takaichis-023820246.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly93d3cuYmluZy5jb20v&amp;guce_referrer_sig=AQAAAG3Hs5muDWbthha4NDDeVAa3mNJqXPqLDUGPL-rbeC_HhG-hQdyo3x67bBsx8-u7ab5MeZLLeX6j-9gQetm4EJFdjM9ngDCjSbCXZsqfHgNndewuById6-k0QUL-vSDAl7K-_624AUnoJ82SfEfRkp4vjLQa8AhSu3epLqmA8Ifj">controverso piano per ridurre l&#8217;imposta sui prodotti alimentari dall&#8217;8% all&#8217;1% per due anni,</a> una misura che potrebbe creare un buco di bilancio vicino ai 5.000 miliardi di yen (circa 32 miliardi di dollari). Il risultato è però che il Giappone si trova in una situazione estremamente delicata. Da un lato la Bank of Japan deve continuare a normalizzare la politica monetaria <a href="https://tradingeconomics.com/japan/inflation-cpi">per rispondere al ritorno dell&#8217;inflazione e alle pressioni sui prezzi</a>. Dall&#8217;altro, ogni aumento dei rendimenti incrementa il costo di finanziamento di uno Stato fortemente indebitato e rischia di generare tensioni sul mercato obbligazionario domestico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;intervento Usa per salvare&#8230; lo yen o il dollaro?</h2>



<p>Se la rottura della correlazione tra differenziale dei tassi e cambio USD/JPY rappresenta il primo segnale di un cambiamento strutturale, <a href="https://www.ilpost.it/2026/08/03/stati-uniti-giappone-yen/">lo storico intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone per sostenere lo yen mostra quanto le autorità siano consapevoli dei rischi che stanno emergendo</a>. A inizio agosto Washington e Tokyo sono intervenute direttamente sul mercato valutario per arrestare il crollo dello yen, sceso ai livelli più bassi degli ultimi quarant&#8217;anni contro il dollaro. Si tratta del primo intervento coordinato dal 2011, un evento straordinario che sottolinea quanto la debolezza della valuta giapponese sia ormai considerata un problema sistemico e non più soltanto una questione domestica. Un ulteriore indebolimento dello yen rischierebbe infatti di spingere Tokyo a difendere la valuta attraverso la vendita di una parte delle sue enormi riserve in Treasury americani. Per gli Stati Uniti questo scenario sarebbe potenzialmente destabilizzante, poiché il Giappone è uno dei principali detentori esteri di debito pubblico americano e una massiccia liquidazione di Treasury potrebbe alimentare un ulteriore rialzo dei rendimenti statunitensi proprio in una fase già delicata per la sostenibilità fiscale americana. </p>



<p>In questo senso, <a href="https://www.gospaconsulting.it/panorama-go-spa/tokyo-5-agosto-2024-the-big-crash-due-anni-dopo-che-lezione-trarne/">l&#8217;intervento sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa</a>. A differenza delle tradizionali operazioni sul mercato valutario, però, Washington non ha venduto dollari per acquistare yen. Secondo quanto riportato dal <em>Financial Times </em>e da Reuters, la Federal Reserve Bank di New York, operando per conto del Tesoro americano, avrebbe invece <a href="https://www.wealthprofessional.ca/investments/global-investing/us-sells-euros-to-buy-yen-in-rare-joint-move-with-japan/393187">venduto euro e acquistato yen, in un&#8217;operazione definita da diversi analisti come &#8220;altamente insolita&#8221;</a> e forse addirittura senza precedenti. Washington non vuole quindi semplicemente aiutare il Giappone a difendere lo yen: vuole soprattutto evitare che il Giappone debba vendere Treasury americani per farlo.</p>



<p>Per questo il <a href="https://it.insideover.com/economia/usa-scott-bessent-al-tesoro-usa-da-soros-a-trump-parabola-di-un-finanziere-dassalto.html#google_vignette">Segretario al Tesoro Scott Bessent</a> sta spingendo <a href="https://www.msn.com/en-us/money/markets/us-treasurys-bessent-reasonable-for-fed-to-consider-upsizing-fima/ar-AA29nlFt?ocid=BingNewsSerp">la Federal Reserve ad ampliare il FIMA Repo Facility</a>, uno strumento che permette alle banche centrali estere di ottenere dollari mettendo in garanzia i Treasury detenuti presso la Fed di New York, senza doverli liquidare sul mercato. Sostanzialmente, invece di vendere centinaia di miliardi di dollari di titoli di Stato americani per raccogliere liquidità e comprare yen, il Giappone potrebbe temporaneamente &#8220;impegnare&#8221; quei titoli presso la Fed e ottenere direttamente i dollari necessari per intervenire sul mercato valutario. Se quindi il Giappone dovesse smettere gradualmente di essere il grande fornitore di liquidità che è stato finora, gli effetti non si fermerebbero a Tokyo, ma si farebbero sentire in tutto il sistema finanziario globale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-giappone-e-la-bomba-silenziosa-sotto-i-mercati-globali.html">Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Power of Siberia 2: il gasdotto che Russia e Cina vogliono, basta che a pagare sia l&#8217;altra</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-russia-e-cina-vogliono-basta-che-a-pagare-sia-laltra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 04:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Power of Siberia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1407" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1024x750.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La Russia ha fretta, la Cina tentenna e il progetto non decolla. I disaccordi sono sul tracciato e sul prezzo del gas.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-russia-e-cina-vogliono-basta-che-a-pagare-sia-laltra.html">Power of Siberia 2: il gasdotto che Russia e Cina vogliono, basta che a pagare sia l&#8217;altra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1407" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1024x750.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per anni il <strong>Power of Siberia 2 </strong>(o gasdotto Altai) è stato raccontato come il grande progetto destinato a cementare l&#8217;asse energetico tra Mosca e Pechino. Una sorta di matrimonio geopolitico celebrato a colpi di metri cubi di gas: la Russia avrebbe trovato un nuovo sbocco per le proprie immense riserve artiche, mentre la Cina avrebbe ottenuto una fornitura stabile via terra, meno vulnerabile alle tensioni marittime globali. Sulla carta, quasi perfetto.<br><br>Nella realtà, però, il progetto assomiglia sempre di più a una di quelle infrastrutture che esistono da anni nelle conferenze stampa, nelle mappe strategiche e nei comunicati ufficiali, ma che faticano terribilmente a trasformarsi in tubi d&#8217;acciaio nel terreno. Il problema non sembrerebbe tecnico e nemmeno politico nel senso tradizionale del termine. L’origine delle difficoltà sarebbe infatti il prezzo del gas. Secondo quanto riportato da <em>bne IntelliNews</em>, la Cina avrebbe infatti sostanzialmente <a href="https://www.intellinews.com/china-s-impossible-gas-price-risks-killing-off-power-of-siberia-2-455033/">&#8220;prezzato fuori dal mercato&#8221; il progetto chiedendo condizioni economiche che Mosca considera inaccettabili</a>. Pechino sarebbe disposta a firmare un accordo soltanto se il gas russo venisse <a href="https://www.startmag.it/energia/cina-russia-trattive-prezzo-gas-forza-siberia-2/">venduto a circa 50 dollari per mille metri cubi</a> (poco più di 4 €/MWh!), un livello vicino ai prezzi sussidiati che vigono in Russia. I russi, d’altro canto, vorrebbero venderlo a 250 dollari per mille metri cubi (circa 21 euro al megawattora). Per fare un veloce paragone, il prezzo del gas in Europa si aggira sui 50 €/MWh. Il punto è che, secondo <strong>Sergey Vakulenko </strong>del <em>Carnegie Russia Eurasia Center</em> ed ex dirigente Gazprom, il <a href="https://carnegieendowment.org/russia-eurasia/politika/2025/09/russia-china-gas-deals">progetto avrebbe bisogno di un prezzo di almeno 125 dollari per mille metri cubi alla frontiera cinese solo per raggiungere il punto di pareggio economico</a> (il cosiddetto <em>breakeven point</em>). In altre parole, alle condizioni richieste da Pechino il gasdotto rischierebbe semplicemente di non stare in piedi dal punto di vista finanziario.</p>



<p>E questo non è un dettaglio marginale visto che il Power of Siberia 2 rappresenta molto più di una normale infrastruttura energetica. Per capire la posta in gioco bisogna tornare al 2022. Prima della guerra in Ucraina, l&#8217;Europa era il mercato più redditizio per il gas russo. Per decenni Gazprom ha alimentato industrie, centrali elettriche e sistemi di riscaldamento europei, e specialmente tedeschi, attraverso una rete di gasdotti che garantiva a Mosca enormi entrate fiscali e geopolitiche. Dopo l&#8217;invasione e la conseguente crisi energetica, quello schema si è sostanzialmente spezzato con il drastico calo delle esportazioni verso l&#8217;Europa, crollate <a href="https://tg24.sky.it/economia/2026/05/20/gasdotto-russia-cina-power-of-siberia-2">da 157 a soli 18 miliardi di metri cubi all’anno</a>. <strong>Se il petrolio russo ha trovato relativamente facilmente nuovi compratori in Asia, il gas è una storia completamente diversa. </strong>Una petroliera può cambiare destinazione in poche settimane; un gasdotto richiede anni di progettazione e decine di miliardi di investimenti. Ed è proprio qui entra in scena il Power of Siberia 2.</p>



<p>Gazprom ha avviato i primi studi di fattibilità dell’opera già nel 2020 e nel settembre del 2025 ha siglato un memorandum vincolante di trent&#8217;anni con la Cina. <strong>Il progetto dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all&#8217;anno </strong>dai giganteschi giacimenti della penisola di Yamal, nell&#8217;Artico russo, fino alla Cina passando attraverso la Mongolia. Si tratta delle stesse regioni che per anni hanno alimentato una parte consistente delle esportazioni dirette all&#8217;Europa. In realtà, le prime discussioni sul progetto risalgono almeno al 2006, ma già nel 2013 Russia e Cina avevano spostato la loro attenzione su un percorso diverso: <a href="https://www.einaudiblog.it/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-potrebbe-ridisegnare-gli-equilibri-energetici-eurasiatici/">il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina</a> ed entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. </p>



<p>Per Mosca il nuovo gasdotto avrebbe quindi una funzione quasi esistenziale: monetizzare riserve immense che altrimenti rischiano di rimanere sottoutilizzate. <a href="https://gogel.org/yamal-lng-and-arctic-lng-2-gas-extraction-russian-arctic">Yamal contiene alcune delle più grandi riserve di gas del pianeta</a> e rappresenta uno dei pilastri della produzione russa. Il problema è che <strong>il mercato europeo non può essere semplicemente sostituito con quello cinese. </strong>Sempre Vakulenko ha stimato che, anche in uno scenario relativamente favorevole, i profitti ottenibili dalle esportazioni verso la Cina sarebbero nettamente inferiori rispetto a quelli che la Russia ricavava dall&#8217;Europa prima del conflitto. Le cosiddette <em>resource rents</em>, cioè i profitti generati dallo sfruttamento delle risorse naturali al netto dei costi, potrebbero valere circa 2,5-4,3 miliardi di dollari all&#8217;anno, contro i circa 20 miliardi di dollari che arrivavano dal mercato europeo.</p>



<p>E perché invece la Cina non sembra avere alcuna fretta? Se la posizione russa appare comprensibile, quella cinese è forse ancora più interessante. Il primo Power of Siberia sta già consegnando gas russo alla Cina e ha raggiunto una capacità vicina ai 38 miliardi di metri cubi annui. Inoltre, <strong>la Cina del 2026 non è la Cina di dieci anni fa e Pechino ha costruito una strategia energetica molto più diversificata. </strong>Riceve gas dai Paesi dell&#8217;Asia Centrale attraverso una rete di gasdotti già operativa, importa gas naturale liquefatto (LNG) via nave da numerosi fornitori e, soprattutto, ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, diventando il principale installatore mondiale di impianti eolici e solari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La via più breve, la via più sicura</h2>



<p>Dietro i tentennamenti di Pechino si potrebbe dunque nascondere il timore di sviluppare una dipendenza eccessiva da un unico fornitore energetico, muovendosi invece con estrema cautela prima di legarsi a contratti trentennali così massicci. Ridurre lo stallo del Power of Siberia 2 a una semplice trattativa commerciale rischia infatti di essere fuorviante. Certo, i numeri contano. Ma quando si parla di energia, soprattutto tra grandi potenze, <strong>il problema non è solo quanto costa il gas, bensì quanto è sicuro il percorso che quel gas dovrà attraversare per i prossimi trent&#8217;anni. </strong>Da questo punto di vista, uno dei nodi più delicati riguarda proprio il tracciato del progetto. La Russia ha sempre spinto per la rotta attraverso la Mongolia, una soluzione considerata più economica e tecnicamente più semplice. Il progetto Soyuz Vostok, la sezione mongola del Power of Siberia 2, consentirebbe infatti di collegare i giacimenti di Yamal alla Cina evitando opere ancora più complesse lungo il confine sino-russo. </p>



<p>Per Pechino, però, il criterio del &#8220;meno costoso&#8221; non coincide necessariamente con quello del &#8220;più sicuro&#8221;. <a href="https://www.transportation.gov/briefing-room/united-states-mongolia-sign-open-skies-agreement-and-transportation-memorandum">Nel 2023 la Mongolia ha infatti firmato con gli Stati Uniti un accordo di Open Skies</a>, accompagnato da un memorandum più ampio sulla cooperazione nei trasporti. L&#8217;intesa crea il quadro normativo per collegamenti aerei diretti tra i due Paesi, amplia le opportunità commerciali nel settore dell&#8217;aviazione e rafforza la cooperazione in numerosi ambiti infrastrutturali, dalle ferrovie alle autostrade fino alla sicurezza dei trasporti. Ma in geopolitica il significato di un evento raramente coincide con il suo testo giuridico. La Mongolia occupa in fondo una posizione unica: è un enorme Stato cuscinetto incastonato tra Russia e Cina. Da anni Ulan Bator cerca di bilanciare l&#8217;ingombrante vicinanza dei due giganti <a href="https://www.geopoliticalmonitor.com/mongolias-third-neighbor-finding-balance-between-china-russia-and-the-u-s/">coltivando rapporti con quelli che la diplomazia mongola definisce i <em>third neighbours</em>, i &#8220;terzi vicini&#8221;:</a> <strong>Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Paesi europei. </strong>L&#8217;accordo con Washington è stato letto da molti osservatori come un ulteriore tassello di questa strategia. Se, quindi, il Power of Siberia 2 passasse attraverso la Mongolia, una parte cruciale della sicurezza energetica cinese dipenderebbe da un Paese terzo che sta progressivamente ampliando la propria rete di relazioni con gli Stati Uniti. <strong>Non significa che la Mongolia abbia intenzione di bloccare il gasdotto. </strong>Né esistono prove che Washington stia lavorando in quella direzione. Ma per i pianificatori strategici cinesi il problema non è ciò che accade oggi ma ciò che potrebbe accadere in uno scenario di crisi futura.</p>



<p>La Cina ha comunque recentemente <a href="https://www.linkiesta.it/2026/05/russia-cina-putin-xi-power-of-siberia-2-dipendenza-energetica/">inserito il progetto tra le priorità strategiche del suo 15° Piano Quinquennale (2026-2030)</a>. A spingere Pechino verso questa decisione sono state anche di recente le tensioni nelle rotte marittime globali (come le crisi nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso), che minacciano le rotte del gas e del petrolio via nave. <strong>Una linea terrestre sicura via terra attraverso la Siberia e la Mongolia offre alla Cina una garanzia di sicurezza nazionale </strong>che potrebbe col tempo ammorbidire la sua posizione sui prezzi.  Al momento le due potenze continuano a potenziare i flussi energetici attraverso le rotte già esistenti, ma per il <em>Power of Siberia 2</em> manca ancora una tabella di marcia precisa per l’inizio effettivo dei lavori. E proprio questa crescente asimmetria tra Mosca e Pechino apre una questione molto più ampia: il Power of Siberia 2 non è soltanto una disputa commerciale sul prezzo del gas, ma <strong>un indicatore del nuovo equilibrio di potere</strong> che si sta formando all&#8217;interno della partnership sino-russa. Una relazione che, almeno nel settore energetico, sembra sempre meno una collaborazione tra pari e sempre più un negoziato in cui una delle due parti può permettersi di aspettare, mentre l&#8217;altra no.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-russia-e-cina-vogliono-basta-che-a-pagare-sia-laltra.html">Power of Siberia 2: il gasdotto che Russia e Cina vogliono, basta che a pagare sia l&#8217;altra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Comac]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La cinese Comac vuole sfidare il monopolio di Airbus e Boeing nell'aviazione civile. I pregi del costruttore cinese e le difficoltà. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html">Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi anni il dibattito internazionale è stato dominato dalla corsa all’intelligenza artificiale delle grandi potenze globali. <strong>Stati Uniti e Cina si contendono la leadership nei semiconduttori, nei data center e nei modelli linguistici più avanzati. </strong>Ma c’è un altro settore strategico in cui Pechino sta cercando di rompere un monopolio occidentale consolidato da decenni: <strong>l’aviazione civile.</strong> Per oltre quarant’anni il mercato degli aerei commerciali è stato sostanzialmente un duopolio tra Boeing, statunitense, e Airbus, europea. Oggi, però, la cinese Comac (<em>Commercial Aircraft Corporation of China</em>) vuole inserirsi in questa competizione con il C919, <a href="https://www.startmag.it/smartcity/debutta-fuori-dallasia-il-c919-di-comac-rivale-cinese-di-boeing-e-airbus/">un aereo progettato per sfidare direttamente i modelli più diffusi delle due aziende occidentali</a>. L’ultima conferma arriva dal Sud-Est asiatico. Malaysia Airlines ha infatti di recente dichiarato che <a href="https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3360130/chinas-c919-still-malaysia-airlines-radar-western-certification-preferred?utm_medium=Social&amp;utm_content=visual-style&amp;utm_source=Twitter">il C919 è ancora tra le opzioni osservate dalla compagnia per il futuro</a>, anche se esiste una condizione ritenuta fondamentale: ottenere le certificazioni delle principali autorità aeronautiche occidentali. Una richiesta che racconta molto sia delle ambizioni della Cina sia degli ostacoli che deve ancora superare.</p>



<p>Analizziamo più nel dettaglio il C919. Si tratta di un aereo a corridoio singolo (in inglese <em>single-aisle</em>), cioè la categoria di velivoli utilizzata per la maggior parte dei collegamenti regionali e di medio raggio nel mondo. È lo stesso segmento dominato dal Boeing 737 e dall’Airbus A320, <a href="https://www.flightradar24.com/blog/aviation-news/manufacturers/airbus-320-the-most-delivered-jetliner/">i modelli più venduti nella storia dell’aviazione commerciale</a>. Sviluppato dalla società statale Comac con sede a Shanghai, il C919 rappresenta uno dei più importanti progetti industriali cinesi degli ultimi decenni. L’aereo ha effettuato il <a href="https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3221895/chinas-c919-maiden-commercial-flight-will-span-busiest-domestic-route-sunday?module=inline&amp;pgtype=article">suo primo volo commerciale nel maggio 2023</a>, un passaggio simbolico che ha segnato l’ingresso effettivo della Cina nel mercato dei grandi jet civili. L’obiettivo di Pechino, infatti, è evidentemente quello di costruire una filiera aeronautica nazionale capace di ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente e offrire alle compagnie aeree una terza alternativa rispetto ai tradizionali produttori europei e americani. </p>



<p>Nonostante i progressi compiuti, <strong>il vero banco di prova per il C919 resta, però, la certificazione internazionale. </strong>Bryan Foong, amministratore delegato del business aereo di <em>Malaysia Aviation Group</em> (la holding che controlla Malaysia Airlines), ha dichiarato al <em>South China Morning Post</em> di non avere dubbi sul fatto che Comac riuscirà prima o poi a ottenere la certificazione dell’EASA, l’Agenzia europea per la sicurezza aerea. Ha aggiunto di sperare anche nell’approvazione della FAA, la <em>Federal Aviation Administration</em> degli Stati Uniti. <strong>Secondo il manager malese, il C919 è già oggi un’opzione credibile per il rinnovo delle flotte aeree.</strong> Tuttavia, il programma ha ancora bisogno di maturare. Foong ha spiegato che Malaysia Airlines non prevede nuovi ordini di aerei a corridoio singolo prima del 2035, poiché gli ordini già effettuati coprono le necessità della compagnia per molti anni. Questo significa che eventuali opportunità per il C919 potrebbero emergere soltanto nel prossimo ciclo di rinnovo delle flotte.</p>



<p>La sfida di Comac, però, non è soltanto tecnologica, ma anche geopolitica.<a href="https://simpleflying.com/comac-c919-western-suppliers-list/">Il C919 utilizza ancora motori occidentali</a> e, nonostante il successo ottenuto sul mercato domestico cinese, non ha ancora conquistato il primo ordine internazionale definitivo da parte di una compagnia straniera. Il processo di certificazione europea procede infatti da anni. All’inizio del 2026 <a href="https://www.aerotime.aero/articles/easa-pilots-comac-c919-certification-test-flights">piloti collaudatori europei hanno iniziato a effettuare voli di prova sul C919 a Shanghai</a>, una fase fondamentale per la valutazione tecnica del velivolo da parte delle autorità europee, ma siamo ancora lontani dall’accettazione globale del modello come nuovo velivolo passeggeri a tutti gli effetti. <strong>Il C919 resta quindi ancora un programma quasi interamente domestico cinese, con la flotta operativa concentrata su China Eastern, Air China e China Southern.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi si è fidato dell&#8217;aereo cinese</h2>



<p>Ad oggi, il caso più significativo di ordine esterno alla Cina è quello di GallopAir, compagnia emergente del Brunei, che nel settembre 2023 <a href="https://simpleflying.com/gallop-air-lauches-china-southern-c909-sole-comac-c919-customer-outside-china/">ha firmato una lettera di intenti per l&#8217;acquisto di 30 velivoli Comac</a>, di cui 15 C919 e 15 C909 (ex ARJ21). L&#8217;accordo ha avuto un valore simbolico enorme poiché GallopAir è stata la prima compagnia non cinese a ordinare il C919, diventando il principale banco di prova delle ambizioni internazionali di Comac. Parallelamente, il costruttore cinese sta intensificando la ricerca di nuovi clienti all&#8217;estero, <a href="https://www.aerotime.aero/articles/comac-seeks-international-orders-for-c919">avviando colloqui con diverse compagnie asiatiche</a>, tra cui Garuda Indonesia, che potrebbe avere bisogno di decine di nuovi aeromobili a corridoio singolo per rinnovare la propria flotta, Angkor Air in Cambogia e SCAT Airlines in Kazakistan. Nessun accordo è stato ancora finalizzato, ma queste trattative mostrano come Pechino stia cercando di sfruttare i ritardi produttivi e le lunghe liste di attesa di Boeing e Airbus per proporre il C919 come una terza alternativa sul mercato globale.</p>



<p><br>Se, infatti, la certificazione internazionale rappresenta la grande sfida di Comac, il contesto di mercato potrebbe giocare a favore del costruttore cinese. Secondo la BBC, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/ce3exl1k247o">molte compagnie aeree dell&#8217;Asia-Pacifico stanno affrontando crescenti difficoltà nel ricevere nuovi velivoli da Boeing e Airbus</a> a causa di ritardi nelle consegne, problemi lungo la catena di fornitura e carenza di motori. In alcuni casi, il tempo che intercorre tra l&#8217;ordine e la consegna di un nuovo aereo può arrivare a circa sette anni. È proprio in questo spazio che Comac sta cercando di inserirsi. <strong>Willie Walsh,</strong> direttore generale della IATA (<em>International Air Transport Association,</em> la principale organizzazione mondiale delle compagnie aeree), ha dichiarato alla BBC che nel lungo periodo l&#8217;azienda cinese potrebbe diventare un vero concorrente globale. Secondo Walsh, tra dieci o quindici anni il settore potrebbe non essere più dominato esclusivamente da Boeing e Airbus, ma vedere Comac come il terzo grande protagonista dell&#8217;aviazione commerciale mondiale. Anche secondo <strong>Subhas Menon</strong>, direttore generale dell&#8217;<em>Association of Asia Pacific Airlines </em>(AAPA), il settore aeronautico mondiale soffre da tempo di una forte concentrazione industriale. L&#8217;arrivo di Comac viene quindi visto da diverse compagnie come un&#8217;opportunità per aumentare la concorrenza, diversificare i fornitori e ridurre la dipendenza da un duopolio che negli ultimi anni ha mostrato evidenti limiti produttivi.</p>



<p>In quest&#8217;ottica, il C919 non rappresenta soltanto il tentativo della Cina di costruire un proprio aereo passeggeri ma è il simbolo di una più ampia strategia nazionale volta a conquistare quote di mercato in uno dei settori industriali più complessi e redditizi del pianeta. Come sta accadendo nell&#8217;intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nelle batterie, <strong>Pechino non si accontenta più di essere il più grande mercato del mondo:</strong> vuole diventare anche uno dei principali produttori mondiali di tecnologia ad alto valore aggiunto. Tuttavia, la strada verso una piena affermazione internazionale passa ancora attraverso un elemento decisivo: la credibilità certificata dalle autorità aeronautiche globali.</p>



<p><br>La storia del C919 ci ricorda in fondo una lezione fondamentale che va ben oltre l&#8217;aviazione civile. Nella competizione tecnologica globale non basta sviluppare un prodotto avanzato o raggiungere l&#8217;eccellenza ingegneristica. Per imporre nuovi standard servono anche fiducia, reputazione e credibilità internazionale, appunto. È la stessa sfida che la Cina sta affrontando nell&#8217;intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori e oggi nell&#8217;aeronautica: <strong>convincere il resto del mondo che le sue tecnologie siano non solo competitive, ma anche affidabili e accettabili dal punto di vista politico e strategico.</strong> Ma anche la fiducia da sola potrebbe non bastare. Pur ammettendo che il C919 ottenga tutte le certificazioni tecniche necessarie, resterebbe una domanda destinata ad accompagnarne l&#8217;espansione internazionale: gli Stati Uniti accetteranno mai che le proprie compagnie aeree acquistino velivoli prodotti dal loro principale rivale strategico? Un aereo moderno non è soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma tecnologica che genera enormi quantità di dati operativi, logistici e commerciali. In un contesto di crescente rivalità tra Washington e Pechino, è difficile immaginare che tali considerazioni vengano ignorate. Lo stesso interrogativo riguarda l&#8217;Europa, oggi stretta tra la necessità di preservare la concorrenza e quella di proteggere un campione industriale continentale come Airbus.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html">Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 08:28:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina sta imparando a utilizzare meno petrolio di quanto gli analisti avessero previsto. Le conseguenze sul mercato globale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html">Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Solo poche settimane fa il mercato temeva una nuova crisi energetica globale. Gli attacchi nel Golfo Persico, il <strong>blocco dello Stretto di Hormuz,</strong> i danni a impianti petroliferi e raffinerie in Russia e il rischio di un&#8217;interruzione delle forniture avevano riportato alla memoria lo shock seguito all&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina nel 2022. Eppure, oggi lo scenario appare completamente diverso. <a href="https://en.ilsole24ore.com/art/gas-and-oil-prices-are-down-but-the-alert-level-remains-high-AIOsynxD">Le quotazioni del petrolio sono tornate ai livelli precedenti al conflitto, il gas ha perso gran parte dei rialzi registrati durante la crisi</a> e anche numerose altre materie prime hanno invertito la rotta. A prima vista, il mercato sembra aver archiviato la guerra. Ma è davvero così? </p>



<p>Per capire cosa sta accadendo bisogna guardare oltre i movimenti dei prezzi. Dietro la brusca correzione delle materie prime si nasconde infatti una dinamica molto più complessa, in cui si intrecciano tensioni geopolitiche ancora irrisolte, attacchi con droni alle infrastrutture energetiche e danni agli impianti produttivi. Sullo sfondo, però, <strong>emerge anche il ruolo sempre più determinante della Cina</strong>, oggi il principale consumatore e importatore mondiale di petrolio, le cui scelte di acquisto e di gestione delle scorte rischiano di essere persino più influenti degli eventi che si verificano in Medio Oriente.</p>



<p><br>Come evidenzia <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/materie-prime-perche-prezzi-ora-vanno-picco-come-2020-AJzCIj?refresh_ce=1">Sissi Bellomo in un&#8217;analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore</a>, il mercato delle materie prime sta in effetti vivendo una fase in cui i prezzi sembrano raccontare una storia diversa rispetto alla situazione reale delle forniture globali. Nonostante i problemi logistici e produttivi siano tutt&#8217;altro che risolti, gli operatori finanziari stanno rapidamente abbandonando le scommesse rialziste e tornano a concentrarsi sul rischio opposto: quello di un eccesso di offerta. Da qui nasce la brusca discesa registrata da petrolio, gas, alluminio e altre <em>commodity</em> nelle ultime settimane. <strong>Il <em>Bloomberg Commodity Total Return Index</em>, che misura l&#8217;andamento complessivo delle principali materie prime</strong>, <a href="https://www.investing.com/indices/bbg-commodity-tr">ha perso quasi il 15% dai massimi storici toccati tra maggio e giugno</a>, mentre le posizioni speculative rialziste su 25 <em>commodities</em> monitorate da Saxo Bank sono crollate del 73% in appena cinque settimane, scendendo a 478 mila contratti. La finanziarizzazione del mercato ha quindi amplificato una fase di liquidazioni che ha coinvolto praticamente ogni comparto, ma in particolare quello energetico.</p>



<p><br><strong>Il caso più emblematico è proprio quello del petrolio.</strong> Nel pieno della crisi nel Golfo Persico, il blocco delle esportazioni e della produzione aveva provocato <a href="https://it.marketscreener.com/notizie/il-mondo-assorbe-la-storica-perdita-di-forniture-petrolifere-dovuta-alla-guerra-in-iran-ma-le-scort-ce7f5edade8ef02c">la più grande interruzione dell&#8217;offerta della storia moderna</a>, equivalente a più del 10% della capacità produttiva globale (nel momento peggiore, la perdita complessiva di offerta ha raggiunto i 14 milioni di barili al giorno). <strong>Le quotazioni del Brent erano schizzate fino a 126 dollari al barile</strong>, alimentando il timore di una nuova crisi energetica simile a quella che seguì l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina nel 2022. La correzione seguita all’annuncio della tregua tra Iran e Stati Uniti è stata, però, talmente violenta da evocare il ricordo del 2020, quando la pandemia causò un crollo dei prezzi tale da provocare una distruzione della domanda senza precedenti: aerei a terra, aziende ferme e consumi energetici collassati. Oggi, quindi, i prezzi stanno raccontando una storia che non coincide completamente con la realtà fisica del mercato.</p>



<p><br>Ed è qui che entrano in gioco gli aspetti geopolitici che continueranno a dominare il mercato petrolifero nei prossimi mesi (se non anni!). La guerra ha lasciato ferite profonde nella regione. Sebbene i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz siano ripresi, <a href="https://www.cnbc.com/2026/07/07/iran-strait-hormuz-oil-tanker-lng.html">il traffico marittimo resta fortemente ridimensionato</a>. Prima del conflitto transitavano circa 130 navi al giorno; oggi nella maggior parte delle giornate ne passano appena una quarantina. <strong>Ancora più rilevante è il tema degli attacchi alle infrastrutture energetiche. </strong>La guerra ha dimostrato ancora una volta come droni e missili possano colpire bersagli strategici con grande efficacia. Secondo le stesse stime citate da Bellomo, importanti raffinerie come Satorp in Arabia Saudita, Sitra in Bahrein e Mina Al-Ahmadi in Kuwait avranno bisogno di almeno sei mesi per tornare a pieno regime. La capacità complessiva di raffinazione della regione rimane quindi tuttora ridotta di circa un terzo. </p>



<p>Questo significa che il problema non riguarda tanto il greggio estratto dai giacimenti, quanto la trasformazione del petrolio in prodotti finiti come diesel, carburante per aerei e altri derivati essenziali per l&#8217;economia mondiale. La sorprendente tenuta dei prezzi suggerisce tuttavia che il mercato stia guardando anche a un altro fattore: il ritorno di un possibile surplus produttivo. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-l-aie-torna-ottimista-offerta-nuovo-eccesso-fin-2027-AIixzVjD">L&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia ha ripreso a evidenziare il rischio di un&#8217;offerta destinata a superare la domanda nei prossimi anni</a>. Inoltre, con la graduale normalizzazione dei flussi da Hormuz, centinaia di carichi rimasti bloccati nel Golfo stanno tornando sul mercato, aumentando temporaneamente la disponibilità di greggio.</p>



<p><br>In questa fase, però, esiste un attore la cui importanza è pari, se non superiore, a quella del Medio Oriente: la Cina. <strong>Il più grande importatore mondiale di petrolio è diventato il principale arbitro dell&#8217;equilibrio globale tra domanda e offerta. </strong>Se negli anni Duemila il mercato guardava principalmente all&#8217;OPEC, oggi osserva soprattutto Pechino. La ragione è semplice: ogni variazione negli acquisti delle raffinerie cinesi produce effetti immediati sulle quotazioni internazionali. Quando la Cina aumenta gli acquisti per ricostruire le proprie scorte strategiche, assorbe una quota significativa del greggio disponibile sul mercato e sostiene i prezzi. Quando invece rallenta gli approvvigionamenti, magari sfruttando le scorte accumulate nei mesi precedenti o riducendo l&#8217;attività industriale, il mercato interpreta il segnale come un indebolimento della domanda globale. Quest’ultima opzione è proprio ciò che è accaduto negli ultimi mesi.</p>



<p>Come evidenzia Julianne Geiger su <em>OilPrice.com</em>, <a href="https://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/China-Is-Learning-to-Use-Less-Oiland-Thats-a-Bigger-Deal-Than-It-Sounds.html">la Cina sta imparando a utilizzare meno petrolio di quanto gli analisti avessero previsto</a>. <strong>Le vendite di benzina di Sinopec, il maggiore raffinatore e distributore di carburanti del Paese, sono diminuite dell&#8217;8% su base annua ad aprile, mentre quelle di diesel hanno registrato un calo del 6%</strong>; secondo Goldman Sachs, il consumo di benzina e prodotti correlati potrebbe addirittura essere diminuito fino al 20%. Parallelamente, le importazioni cinesi di greggio sono crollate del 29% a maggio, scendendo a 7,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi otto anni. Dietro questi numeri potrebbe non esserci soltanto una reazione temporanea ai prezzi elevati o alle tensioni geopolitiche, bensì una trasformazione più profonda dell&#8217;economia e del sistema dei trasporti cinese verso l’elettrificazione, accompagnata da una crisi del settore immobiliare che continua a ridurre la domanda di diesel proveniente dall&#8217;edilizia e dalle infrastrutture, tradizionalmente tra i maggiori consumatori di carburante del Paese. </p>



<p>Per il mercato petrolifero globale questa potrebbe essere una svolta storica. Finora gli investitori hanno sempre considerato la Cina come una fonte quasi inesauribile di crescita della domanda energetica, ma se Pechino dovesse entrare in una fase segnata da efficienza energetica, elettrificazione dei trasporti e rallentamento economico potrebbe diventare un fattore strutturalmente ribassista per i prezzi, capace di attenuare gli effetti di crisi geopolitiche che in passato avrebbero provocato impennate molto più durature del greggio. </p>



<p>Un ulteriore segnale dell&#8217;influenza crescente della Cina sul mercato arriva dalla <a href="https://www.marketscreener.com/news/china-further-eases-fuel-export-curbs-for-july-sources-say-ce7f5ed8de88f024">decisione di allentare le restrizioni alle esportazioni di carburanti introdotte durante la crisi nel Golfo</a>. Secondo Reuters, Pechino ha autorizzato un aumento delle esportazioni di benzina, diesel e jet fuel nel mese di luglio, con volumi che potrebbero raggiungere circa 3 milioni di tonnellate, in linea con la media dello scorso anno. Inoltre, anche il gruppo Zhejiang Petrochemical è stato autorizzato a riprendere le spedizioni dopo mesi di stop. La mossa suggerisce che la Cina non sta influenzando il mercato soltanto attraverso i propri acquisti di greggio, ma <strong>anche aumentando l&#8217;offerta di prodotti raffinati sui mercati internazionali.</strong> In un momento in cui molte raffinerie del Golfo Persico operano ancora sotto capacità a causa dei danni subiti durante il conflitto, maggiori esportazioni cinesi di diesel, benzina e carburante per aerei potrebbero infatti contribuire a contenere ulteriori rialzi dei prezzi energetici.<br></p>



<p>Eppure, sarebbe un errore concludere che il rischio di una nuova impennata dei prezzi sia definitivamente alle spalle. <a href="https://oilprice.com/Energy/Crude-Oil/The-Next-Oil-Price-Spike-Could-Come-Sooner-Than-Traders-Think.html">Come osserva Tsvetana Paraskova sempre su <em>OilPrice.com</em>, il mercato sta scontando uno scenario molto ottimistico</a>, basato sull&#8217;ipotesi che l&#8217;accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran conduca effettivamente a una stabilizzazione duratura della regione e alla piena normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz. Tuttavia, si tratta ancora di un&#8217;intesa provvisoria e le questioni più delicate restano aperte.  Una parte significativa della resilienza mostrata dal mercato negli ultimi mesi è stata favorita da fattori difficilmente replicabili tra i quali il ricorso alle riserve strategiche da parte di diversi Paesi e la drastica riduzione degli acquisti spot da parte della Cina, che secondo le stime disponeva di oltre 1,3 miliardi di barili accumulati tra scorte commerciali e strategiche all&#8217;inizio del conflitto. Se nei prossimi mesi Pechino dovesse tornare ad acquistare greggio con maggiore intensità per ricostituire le scorte o se dovessero riemergere tensioni geopolitiche nel Golfo, il mercato potrebbe trovarsi improvvisamente con margini di sicurezza molto più ridotti di quanto oggi i prezzi lascino intendere. </p>



<p>Non a caso diversi analisti hanno evidenziato che il progressivo impoverimento delle scorte globali rappresenta uno dei principali fattori di vulnerabilità del sistema energetico mondiale. In definitiva, il futuro del petrolio dipenderà dall&#8217;interazione tra due forze: una geopolitica ancora instabile, che continua a minacciare le forniture globali, e una Cina che sta ridefinendo il proprio rapporto con l&#8217;energia. Se Pechino confermerà la traiettoria verso minori consumi e importazioni di greggio, i prezzi potrebbero restare sotto nell’intorno dei livelli attuali; se invece tornerà ad accumulare scorte per sostenere una nuova fase di crescita industriale e tecnologica legata anche all&#8217;intelligenza artificiale, il mercato potrebbe rapidamente riscoprire il rischio di scarsità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html">Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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