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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 28 Aug 2026 04:46:01 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 04:45:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[robot]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Siamo molto vicini a un mondo in cui milioni di macchine svolgono compiti sempre più specifici, sempre più economici e sempre più utili. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html">Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C&#8217;è una fotografia, <a href="https://www.theguardian.com/world/gallery/2026/aug/25/from-mixed-martial-arts-to-mechanical-dogs-the-world-robot-conference-2026-in-pictures">tra quelle pubblicate dal <em>Guardian</em> nel reportage dedicato alla World Robot Conference 2026 di Pechino</a>, che sintetizza molto bene la rivoluzione tecnologica che stiamo attraversando: due robot umanoidi impegnati in un combattimento di <em>mixed martial arts</em>, osservati da un pubblico che non guarda più alla scena con stupore, ma con la naturalezza con cui si assiste a una competizione sportiva. Poco più in là, cani meccanici avanzano con passo sicuro tra gli stand; robot umanoidi giocano a calcio con bambini; altri organizzano scaffali, danzano, servono clienti o interagiscono con i visitatori. Non sembrano più prototipi ma lavoratori in attesa di essere assunti. Passeggiare, anche solo virtualmente, tra le immagini della World Robot Conference significa entrare in <strong>una sorta di anticipazione del mondo che ci aspetta. </strong>Potrebbe essere definita come una grande prova generale del prossimo paradigma economico in cui la robotica rappresenta un’infrastruttura della futura società industriale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;AI non basta</h2>



<p><br>Per anni l&#8217;intelligenza artificiale ha monopolizzato il dibattito tecnologico globale ma oggi sta diventando evidente che l&#8217;AI da sola non basta. La vera rivoluzione economica del prossimo decennio nasce dalla <strong>convergenza tra software intelligente e corpo fisico:</strong> ciò che a Pechino viene definito sempre più spesso <a href="https://cset.georgetown.edu/publication/chinas-embodied-ai-a-path-to-agi/"><em>embodied intelligence</em>, l&#8217;intelligenza incarnata</a>. In altre parole, la robotica è quel passaggio dall&#8217;AI che genera contenuti all&#8217;AI che agisce nel mondo reale. La World Robot Conference 2026 ha rappresentato forse la più grande manifestazione di questa trasformazione. <strong>Oltre 3.000 prodotti robotici esposti, decine di nuove tecnologie presentate e un ecosistema industriale che appare ormai orientato alla produzione di massa più che alla sperimentazione.</strong> La Cina ha utilizzato la conferenza non soltanto come vetrina tecnologica, ma come dimostrazione di forza industriale, oltre che un segnale rivolto tanto ai mercati quanto ai concorrenti geopolitici, a partire dagli Stati Uniti. </p>



<p>Dietro le immagini spettacolari dei robot combattenti e dei cani meccanici si nasconde infatti una questione molto più profonda. Se il XX secolo è stato definito dalla competizione sull&#8217;energia e il XXI, fino ad oggi, dalla corsa ai dati e ai semiconduttori, <strong>il prossimo decennio potrebbe essere ricordato come l&#8217;era della competizione globale per la robotica <em>general purpose</em>. </strong>Una corsa nella quale la Cina sta cercando di replicare quanto già fatto nel fotovoltaico, nelle batterie e nei veicoli elettrici, cioè conquistare rapidamente scala produttiva, leadership nella supply chain e vantaggio di costo.</p>



<p>Un recente report del <em>Mercator Institute for China Studies </em>(MERICS),<em>“<a href="https://merics.org/en/report/embodied-ai-chinas-ambitious-path-transform-its-robotics-industry">Embodied AI: China&#8217;s ambitious path to transform its robotics industry</a>”</em>, suggerisce infatti che <strong>Pechino considera ormai la robotica uno dei pilastri della propria strategia di crescita economica e di competizione sistemica con gli Stati Uniti. </strong>Il Paese è oggi il più grande mercato mondiale per l&#8217;installazione di robot industriali e dispone della più ampia base manifatturiera robotizzata al mondo. Secondo il report, la leadership nella Embodied AI consentirebbe alla Cina di affrontare contemporaneamente diverse sfide strutturali: compensare l&#8217;invecchiamento della popolazione e la riduzione della forza lavoro; aumentare la produttività industriale; rafforzare la resilienza delle catene produttive; sostenere la competitività manifatturiera e sviluppare applicazioni dual-use con possibili implicazioni anche per sicurezza e difesa.</p>



<p>Uno dei principali vantaggi competitivi di Pechino in questo settore deriva dalla combinazione tra tre ecosistemi che nessun&#8217;altra economia possiede simultaneamente su questa scala: <strong>l&#8217;industria manifatturiera, la filiera dei veicoli elettrici e la leadership nella robotica industriale. </strong>Molte delle competenze necessarie ai robot umanoidi, dai motori elettrici alle batterie, dai sensori alla produzione su larga scala, sono in effetti state sviluppate proprio grazie all&#8217;espansione dell&#8217;industria EV cinese. Esiste però una vulnerabilità strategica particolarmente rilevante: la dipendenza dall&#8217;ecosistema tecnologico americano e dall&#8217;hardware NVIDIA oltre che sugli strumenti software associati per addestrare e sviluppare i propri sistemi di Embodied AI.</p>



<p>Tra le analisi più interessanti emerse dopo la World Robot Conference di Pechino c&#8217;è però <a href="https://www.baiguan.news/p/world-robot-conference-beijing-26-humanoid-motion-improvement-tien-kung-ultra-reinforcement-learning-unitree-combat-commercial-automation-tea-coffee-quadruped-data-bottleneck-tcm-pulse-exoskeleton-rehab?r=7f7s3s&amp;utm_medium=ios&amp;triedRedirect=true">quella pubblicata da Amber Zhang su <em>Baiguan</em> &#8211; <em>China Insight</em></a>, la quale ha raccolto impressioni direttamente tra gli stand, osservando dove si fermavano i visitatori, quali dimostrazioni attiravano investitori e clienti e, soprattutto, quali tecnologie sembravano davvero vicine a una diffusione commerciale. Le sue conclusioni sono particolarmente utili perché aiutano a distinguere tra ciò che oggi appare spettacolare e ciò che potrebbe effettivamente trasformare l&#8217;economia nei prossimi anni e meritano di essere riportate integralmente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I robot si muovono meglio rispetto a un anno fa<br></strong></h2>



<p>Nel corso dei World Humanoid Robot Games, organizzati parallelamente alla conferenza, il <a href="https://azertag.az/en/xeber/multiple_machines_beat_human_records_at_second_world_humanoid_robot_games-4381953">robot Tien Kung Ultra ha completato i 400 metri in 38,15 secondi</a>, migliorando drasticamente rispetto ai risultati dell&#8217;anno precedente. Ancora più interessante è il caso di Tien Kung Omni, diventato virale in Cina per il suo <a href="https://x.com/XHNews/status/2091841749111185812">modo insolito di correre con le mani vicino al volto</a>. Secondo gli sviluppatori non si trattava di una postura programmata ma il comportamento è emerso autonomamente durante il processo di <em>reinforcement learning</em>, quando il robot ha &#8220;scoperto&#8221; che oscillare le braccia come un corridore umano generava un surriscaldamento delle articolazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La commercializzazione è meno rivoluzionaria di quanto raccontino i titoli</strong></h2>



<p>Se si esce dalle aree dedicate alle dimostrazioni spettacolari e si osservano le applicazioni che generano ordini e clienti, il panorama cambia radicalmente. Le categorie che stanno trovando reale trazione commerciale sono sostanzialmente le stesse degli anni precedenti: <strong>automazione nella preparazione di bevande, robot industriali, sistemi di smistamento, quadrupedi robotici e robot-companion.</strong> Non gli umanoidi. I casi di maggior successo riguardano macchine che preparano tè, caffè e bevande con elevati livelli di standardizzazione oppure sistemi industriali già integrati nei processi produttivi. Si tratta di un’osservazione che gli investitori dovrebbero tenere presente a fronte del fatto che oggi esiste una narrativa dominante secondo cui il mercato della robotica coinciderebbe con gli umanoidi. </p>



<p>Il caso Unitree è emblematico in questa prospettiva. Il più noto produttore cinese di robot umanoidi e quadrupedi ha infatti visto <a href="https://www.reuters.com/business/finance/china-robot-maker-unitrees-post-listing-slump-sparks-bubble-fears-2026-08-25/">perdere circa il 45% del valore delle proprie azioni nei giorni successivi alla quotazione a Shanghai</a>, dopo un debutto esplosivo che aveva visto il titolo salire di oltre cinque volte rispetto al prezzo di collocamento. La capitalizzazione di mercato dell&#8217;azienda è arrivata a sfiorare 66 miliardi di dollari, per poi evaporare di circa 30 miliardi di dollari nel giro di pochi giorni. D’altronde, i robot di Unitree attirano l&#8217;attenzione globale per le loro capacità di correre, danzare o praticare arti marziali, ma l&#8217;azienda ha ottenuto solo risultati limitati nelle applicazioni commerciali su larga scala.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Sta nascendo una nuova industria: quella dei dati per i robot</strong></h2>



<p>Secondo Zhang, una parte crescente della conferenza non era occupata da aziende che costruiscono robot, bensì da imprese che raccolgono, organizzano e vendono dati per addestrarli.Persino i guanti utilizzati dagli operatori umani per insegnare movimenti complessi ai robot stanno diventando un segmento industriale autonomo.</p>



<p>Uno degli aspetti che ha colpito maggiormente Zhang è stata <strong>la coda davanti ai robot per la diagnosi del polso nella medicina tradizionale cinese. </strong>Questi sistemi combinano riconoscimento facciale, analisi della lingua, rilevazione del polso e questionari digitali per produrre in pochi minuti una valutazione dello stato di salute dell&#8217;utente. Il dispositivo viene utilizzato come strumento di acquisizione clienti e genera ricavi attraverso servizi collegati come consulenze, integratori, tisane e programmi di benessere personalizzati. In Occidente una soluzione simile probabilmente faticherebbe a diffondersi, in Cina invece può inserirsi in un ecosistema di fiducia verso la medicina tradizionale e intercettare un mercato del wellness in forte crescita.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il vero mercato consumer potrebbe essere l&#8217;esoscheletro</strong></h2>



<p>Se oggi dovesse Zhang dovesse indicare una categoria con concrete possibilità di diffusione di massa, non sceglierebbe gli umanoidi ma gli esoscheletri. Alla conferenza erano presenti grandi marchi industriali e persino aziende di elettronica di consumo a causa soprattutto delle necessità di supporto di una popolazione cinese sempre più anziana. Con circa 300 milioni di persone sopra i 60 anni, dispositivi in grado di assistere la mobilità o supportare i percorsi di riabilitazione possono in fondo rispondere a un bisogno immediato e crescente.</p>



<p>Quindi, cosa ci indica davvero la World Robot Conference di Pechino? Che probabilmente siamo ancora lontani dal momento in cui un robot umanoide busserà alla porta di casa chiedendo di essere assunto come maggiordomo, infermiere, baby-sitter e dog-sitter contemporaneamente. Ma siamo molto più vicini a un altro scenario: <strong>un mondo in cui milioni di macchine svolgono compiti sempre più specifici, sempre più economici e sempre più utili.</strong> I veri protagonisti di questa rivoluzione potrebbero quindi essere molto meno fotogenici, comei robot che preparano caffè senza sbagliare un ordine, gli esoscheletri che aiutano un anziano a camminare, i sistemi industriali che riducono i costi di una fabbrica o le aziende che raccolgono e vendono dati per addestrare l&#8217;intelligenza delle macchine. Naturalmente il percorso è tutt&#8217;altro che garantito. Restano enormi ostacoli tecnologici, economici e geopolitici. I robot umanoidi costano ancora troppo, apprendono troppo lentamente e in molti casi faticano a dimostrare un ritorno economico convincente. Inoltre, gran parte dell&#8217;ecosistema continua a dipendere da componenti e tecnologie critiche sviluppate negli Stati Uniti. Insomma, il copione di questa nuova sfida tecno-geopolitica è ancora tutto da scrivere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/cinque-lezioni-dalla-world-robot-conference-di-pechino.html">Cinque lezioni dalla World Robot Conference di Pechino</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 12:27:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Eclissi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eclisse" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'enorme afflusso di visitatori per l'eclisse e l'ormai vicino referendum per l'adesione alla Ue possono mutare la fisionomia dell'isola.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html">L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eclisse" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/eclisse-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>REYKJAVÍK &#8211; Per due minuti il tempo è sembrato fermarsi. Poco prima delle 17.00, il Sole è scomparso dietro il disco della Luna e sull’Islanda è calato un crepuscolo improvviso, quasi irreale. Le voci si sono abbassate, gli sguardi si sono alzati al cielo e migliaia di persone, arrivate da ogni parte del mondo, hanno assistito a uno degli eventi astronomici più attesi del secolo: <strong>l’eclisse totale di Sole del 12 agosto 2026, la prima visibile dall’Europa continentale dal 1999. </strong>Se in molti Paesi europei il fenomeno è apparso soltanto in forma parziale, <strong>l’Islanda è stata una delle grandi protagoniste della giornata. </strong>L’ombra della Luna ha attraversato soprattutto le regioni occidentali e meridionali dell’isola, regalando uno spettacolo straordinario tra vulcani, campi di lava, coste battute dal vento e ghiacciai. Reykjavík, la penisola di Reykjanes, la regione di Snæfellsnes e i remoti Fiordi Occidentali si sono trasformati nei luoghi simbolo dell’evento.</p>



<p>Ma l’eclissi non è stata soltanto un fenomeno astronomico. <strong>È stata anche un fenomeno turistico senza precedenti. </strong>Da settimane gli operatori turistici islandesi parlavano di numeri record, e le previsioni si sono confermate. Secondo i dati riportati da AirDNA, <a href="https://siviaggia.it/notizie/eclissi-sole-12-agosto-2026-record-prenotazioni-spagna-islanda/597954/">la domanda di alloggi nelle località islandesi interessate dal percorso della totalità è aumentata del 56,9%</a> rispetto all’anno precedente, contro una crescita del 19,2% nel resto del Paese. A trainare la corsa alle prenotazioni sono state soprattutto Kópavogur, con un incremento del 48%, e Reykjavík, con il 44% in più di richieste rispetto allo scorso anno. Ancora più impressionante il dato relativo alle ricerche online di strutture ricettive: la capitale islandese ha registrato un balzo del 250%, uno dei più alti in Europa legati all’evento.</p>



<p><strong>La città si è riempita di astronomi, fotografi, curiosi e semplici viaggiatori </strong>desiderosi di vivere un’esperienza irripetibile (tra i quali si trova anche chi scrive). In molti hanno scelto di osservare il fenomeno dalle coste della capitale, altri si sono spinti verso aree meno urbanizzate per approfittare di panorami ancora più spettacolari. D’altronde, la particolarità di un’eclissi totale è che può essere osservata completamente soltanto all’interno di una fascia geografica relativamente stretta, <strong>il cosiddetto “percorso della totalità”. </strong>Proprio questa caratteristica ha generato una concentrazione eccezionale di visitatori in poche destinazioni selezionate. Secondo gli analisti del settore, l’evento rappresenta uno dei <a href="https://siviaggia.it/notizie/astroturismo-trend-viaggio/516898/">casi più evidenti di crescita dell’astroturismo</a>, una forma di viaggio che unisce la scoperta del territorio all’osservazione dei fenomeni celesti. Ora che l’eclissi è passata, restano le immagini: il cielo che si oscura in pieno giorno, la corona solare che appare attorno a un disco nero perfetto, il silenzio improvviso della folla e la sensazione condivisa di assistere a qualcosa di straordinario. Ma l&#8217;eclissi che ieri ha oscurato il cielo islandese è arrivata in un momento in cui l&#8217;isola nordatlantica si trova a sua volta a un bivio storico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Arriva il referendum sull&#8217;Europa</h2>



<p>Mentre migliaia di visitatori affollavano Reykjavík e le coste occidentali per assistere alla totalità, il Paese si trovava già immerso nel dibattito sul <a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/27/al-via-in-islanda-il-voto-anticipato-per-il-referendum-per-entrare-in-ue_177dbae2-25d8-4c4a-87fa-03c0169c3c26.html">referendum che il 29 agosto deciderà se riaprire i negoziati di adesione all&#8217;Unione europea</a>. A rilanciare la discussione europea non sono state semplicemente nuove difficoltà economiche o cambiamenti ideologici, bensì <strong>le ripetute dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia. </strong>Le ambizioni statunitensi sull&#8217;isola artica, vicina strategicamente all&#8217;Islanda, hanno infatti alimentato a Reykjavík una nuova percezione di vulnerabilità e sicurezza regionale. Basti ricordare che lo scorso gennaio, Billy Long, nominato ambasciatore in Islanda proprio dal presidente americano, <a href="https://www.open.online/2026/01/15/billy-long-ambasciatore-usa-islanda-polemiche/">aveva scherzato pubblicamente sul fatto che l’Islanda sarebbe dovuta diventare il 52esimo stato americano</a> e che lui avrebbe ricoperto il ruolo di governatore.</p>



<p>Una battuta forse, ma che a Reykjavik avrebbero decisamente preso sul serio. Non è passata inosservata nemmeno la gaffe di Donald Trump, che a gennaio di quest’anno, durante il World Economic Forum di Davos, <a href="https://www.rainews.it/video/2026/01/trump-ha-confuso-ripetutamente-la-groenlandia-con-lislanda-6a0c14de-50cf-4c48-9761-1b60973de62e.html">aveva confuso ripetutamente Groenlandia e Islanda mentre parlava delle ambizioni strategiche americane nell&#8217;Artico</a>. La Casa Bianca ha poi tentato di correggere il tiro sostenendo che il presidente si riferisse alla Groenlandia come a una &#8220;terra di ghiaccio&#8221; (&#8220;a piece of ice&#8221;), ma il lapsus ha scatenato ironie e meme in tutto il mondo. Per gli islandesi, abituati a vivere all&#8217;ombra mediatica della ben più grande vicina groenlandese, è stata probabilmente la prima volta in cui il loro Paese è finito al centro di una disputa geopolitica semplicemente per uno scambio di nomi (!). La stessa premier Kristrún Frostadóttir aveva riconosciuto che la &#8220;crisi della Groenlandia&#8221; avesse toccato un nervo scoperto nell&#8217;opinione pubblica islandese.</p>



<p>Per un Paese di appena 400 mila abitanti, tradizionalmente orgoglioso della propria autonomia, si tratta d’altronde di un cambiamento notevole. <strong>L&#8217;Islanda è membro della NATO dal 1949 ma è l&#8217;unico Paese dell&#8217;Alleanza a non possedere un esercito permanente. </strong>Per decenni la sua sicurezza si è basata sul rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Oggi però le incertezze legate alla politica estera americana e le tensioni nell&#8217;Artico hanno spinto una parte crescente della società a guardare a Bruxelles come a un ulteriore ancoraggio strategico. Anche l&#8217;Unione europea osserva con attenzione il processo. <a href="https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/le-mire-di-trump-sulla-groenlandia-spingono-l-islanda-verso-l-europa.html">A marzo 2026 Bruxelles e Reykjavík hanno firmato un accordo di partenariato sulla sicurezza e la difesa</a>, segnale di una cooperazione sempre più stretta. Non a caso, per l&#8217;Europa l&#8217;Islanda rappresenta un tassello fondamentale nello scacchiere del Nord Atlantico e dell&#8217;Artico, una regione destinata ad assumere un peso crescente nelle competizioni energetiche, commerciali e militari tra le grandi potenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema (non solo economico) della pesca</h2>



<p>Resta però un nodo storico che continua a dividere gli islandesi: la pesca. Il settore <a href="https://tradingeconomics.com/iceland/gdp-growth-annual">vale circa il 12% del PIL nazionale e impiega il 5% della popolazione</a>, numeri che spiegano perché il controllo delle acque territoriali e delle quote ittiche venga percepito come <strong>una questione identitaria prima ancora che economica.</strong> Proprio le divergenze sulla Politica Comune della Pesca contribuirono a bloccare il precedente processo di adesione nel 2013, e ancora oggi rappresentano uno dei principali argomenti dei contrari all&#8217;ingresso nell&#8217;Unione. I sondaggi fotografano infatti un Paese profondamente diviso, con il referendum di fine agosto che si preannuncia come uno degli appuntamenti politici più importanti dell&#8217;estate europea.</p>



<p>Come, però, ha sottolineato la stessa premier Frostadóttir, si tratta di un voto per &#8220;completare il dialogo&#8221;, non per entrare immediatamente nell&#8217;Ue. In caso di vittoria del &#8220;Sì&#8221;, il governo otterrebbe infatti il mandato per riaprire formalmente il dossier europeo. A quel punto sarebbero gli Stati membri dell&#8217;Unione a dover concordare la ripresa del negoziato, partendo dal fatto che <a href="https://newunionpost.eu/2026/03/07/iceland-calls-eu-referendum-accession/">l&#8217;Islanda non ha mai ritirato formalmente la sua candidatura presentata nel 2009, la quale per Bruxelles rimane giuridicamente valida</a>, seppure congelata. Il percorso potrebbe quindi rivelarsi più rapido rispetto a quello di altri Paesi candidati perché quando i colloqui furono sospesi erano già stati aperti 28 capitoli negoziali e 11 erano stati chiusi provvisoriamente. Inoltre, grazie all&#8217;appartenenza allo Spazio Economico Europeo, l&#8217;Islanda applica già una parte significativa della normativa comunitaria, circostanza che potrebbe agevolare un eventuale ritorno al tavolo delle trattative. Prima dell&#8217;adesione vera e propria, tuttavia, sarebbe comunque necessario un secondo referendum, chiamato a ratificare l&#8217;eventuale accordo finale con Bruxelles.<br>Il cielo in Islanda è quindi tornato a illuminarsi dopo la storica eclissi solare del 12 agosto: resta da capire se, nelle prossime settimane, anche la rotta europea dell&#8217;isola diventerà più chiara</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/leclisse-e-il-referendum-sullue-lestate-che-puo-cambiare-il-destino-dellislanda.html">L&#8217;eclisse e il referendum sull&#8217;Ue: l&#8217;estate che può cambiare il destino dell&#8217;Islanda</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quando clima e guerra riscrivono la geografia delle commodities</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/quando-clima-e-guerra-riscrivono-la-geografia-delle-commodities.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 08:20:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Materie prime]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="commercio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando una rete dipende da pochi porti o da una rotta esposta a conflitti, ogni interruzione può diventare una crisi di produzione. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/quando-clima-e-guerra-riscrivono-la-geografia-delle-commodities.html">Quando clima e guerra riscrivono la geografia delle commodities</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="commercio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/commercio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per capire <strong>quanto il cambiamento climatico stia trasformando l’economia reale </strong>non serve guardare soltanto ai grafici sulle temperature. È sufficiente osservare il prezzo di una pesca, la quantità di latte prodotta da una stalla o la resa di un campo di grano duro. Ma quando caldo estremo e siccità colpiscono contemporaneamente, il problema non riguarda più soltanto gli agricoltori e si trasmette lungo tutta la filiera, dai produttori all’industria alimentare, fino ai prezzi pagati dai consumatori.</p>



<p>È questa la dinamica descritta in un articolo de <em>Il Sole 24 Ore</em> (&#8220;<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/ortaggi-frutta-e-olio-d-oliva-caldo-e-siccita-mettono-ginocchio-l-agricoltura-AJfQ2pd?refresh_ce=1#google_vignette">Ortaggi, frutta e olio d&#8217;oliva: caldo e siccità colpiscono molte produzioni agricole</a>&#8220;) scritto da Giorgio Dell’Orefice qualche giorno fa, in cui si racconta di un’agricoltura italiana stretta in una vera e propria “tenaglia”: da una parte i raccolti diminuiscono per effetto delle condizioni climatiche avverse; dall’altra aumentano i costi di produzione, rendendo più fragile la redditività delle imprese agricole. Il fenomeno può essere letto, in termini macroeconomici, come uno shock dal lato dell’offerta. In altre parole, <strong>eventi esterni, in questo caso siccità, ondate di calore, maltempo e incendi, riducono la quantità di beni agricoli disponibili. </strong>Se la domanda di alimenti resta relativamente stabile, una minore offerta tende a esercitare pressioni sui prezzi. Tuttavia, il meccanismo non produce automaticamente maggiori guadagni per gli agricoltori: spesso il prezzo riconosciuto al produttore rimane basso, mentre crescono i costi di energia, carburanti, fertilizzanti, acqua, mangimi e trasporti.</p>



<p>Uno dei casi più significativi riguarda il grano duro, materia prima essenziale per la produzione della pasta, uno dei prodotti simbolo del <em>Made in Italy.</em> Secondo i dati riportati nell’articolo, <strong>la campagna di raccolta ha registrato una diminuzione del 6% rispetto allo scorso anno</strong>; una perdita che può avere conseguenze anche per l’industria molitoria e pastaria, che deve approvvigionarsi di una materia prima meno disponibile e potenzialmente più costosa. La riduzione dei raccolti si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà per i cereali e per altre produzioni agricole. Il problema è particolarmente rilevante perché la siccità non colpisce soltanto la quantità del raccolto, ma può incidere anche sulla qualità del prodotto. Un raccolto più scarso o qualitativamente meno omogeneo può obbligare le imprese a ricorrere maggiormente a forniture esterne, aumentando la dipendenza dai mercati internazionali e dall’andamento dei prezzi globali. Secondo le stime di Coldiretti riportate dal quotidiano, negli ultimi quattro anni gli eventi estremi hanno addirittura provocato agli agricoltori italiani danni superiori a 5 miliardi di euro all’anno (!). Nel calcolo rientrano le conseguenze di fenomeni come siccità, maltempo e incendi. Si tratta di una cifra che dà la misura economica del problema e che dimostra come non siamo di fronte a perdite episodiche e circoscritte, ma a un costo ricorrente che grava sulla capacità di investimento delle imprese agricole.</p>



<p>Gli effetti del clima diventano evidenti anche nel comparto ortofrutticolo. L’articolo segnala, ad esempio, che i prezzi pagati agli agricoltori per le pesche sono diminuiti del 18% nonostante le difficoltà produttive causate dal caldo. Se, infatti, l’offerta si concentra in un breve periodo o se il prodotto non può essere immagazzinato a lungo, gli agricoltori possono essere costretti a vendere rapidamente, anche a condizioni poco favorevoli. Il caldo estremo produce effetti anche sulla zootecnia. Le alte temperature sottopongono gli animali a stress termico in una condizione nella quale l’organismo fatica a mantenere il proprio equilibrio fisiologico. Ecco che quindi anche la produzione di latte potrebbe diminuire fino al 10% con una riduzione dei ricavi per gli allevatori aggravata da un aumento per le spese necessarie per garantire acqua, ventilazione, raffrescamento e alimentazione adeguata degli animali. Il cambiamento climatico agisce in sostanza come un moltiplicatore di vulnerabilità nel settore agricolo alimentare e non rappresenta più soltanto una questione ambientale, bensì un problema di reddito, competitività e sicurezza economica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre al clima, anche la politica</h2>



<p>Alla pressione del cambiamento climatico, però, si aggiunge oggi un secondo fattore di instabilità, ovvero <strong>la crescente vulnerabilità geopolitica delle catene alimentari. </strong>Il caso dell’Ucraina mostra con particolare chiarezza questo meccanismo. Circa il 90% delle esportazioni agricole ucraine, per un valore nell’intorno dei 30 miliardi, passa dai porti del Mar Nero, in particolare Odessa, Chornomorsk e Pivdenny. Quando queste infrastrutture diventano impraticabili a causa degli attacchi russi, la crisi non riguarda soltanto la logistica: ma inizia a coinvolgere la liquidità delle imprese agricole, la capacità di pagare gli affitti, la programmazione dei raccolti e soprattutto la disponibilità di cereali sui mercati internazionali. </p>



<p><a href="https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-grano-che-non-riesce-a-lasciare-l%E2%80%99Ucraina--3926403.html">Secondo Dmitro Barinov, presidente dell’associazione dei porti ucraini, dall’incirca il 20 luglio di quest’anno nessuna nave entrava nei porti ucraini</a>. Formalmente gli scali restavano aperti, ma la minaccia di missili e droni rendeva troppo rischioso l’attracco per compagnie di navigazione e comandanti. Un Paese può quindi disporre di grano nei propri silos, ma se non riesce a trasferirlo via mare non può venderlo sui mercati esteri. Il raccolto rimane fisicamente disponibile, ma diventa economicamente “intrappolato”: occupa spazio, perde valore commerciale e impedisce all’agricoltore di incassare i ricavi necessari per finanziare il ciclo produttivo successivo. Le rotte alternative, inoltre, non sarebbero al momento sufficienti a compensare il blocco dei porti del Mar Nero. I porti sul Danubio hanno una capacità solo parziale rispetto ai grandi terminal marittimi e, nello stesso periodo, la siccità nell’Europa centrale ha fatto diminuire il livello del fiume al punto da provocare la chiusura al traffico di uno dei due principali canali di accesso per le imbarcazioni da trasporto.</p>



<p><br>Le conseguenze, ancora una volta, ricadono direttamente sugli agricoltori. <a href="https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-grano-che-non-riesce-a-lasciare-l%E2%80%99Ucraina--3926403.html">RSI racconta ad esempio del caso di Volodymyr Zhitnik, titolare dell’azienda agricola Shevchenko,</a> che gestisce complessivamente 1.800 ettari, in parte di proprietà e in parte presi in affitto da circa 350 proprietari. Con i porti bloccati, l’impresa non riusciva a liberare i depositi dal grano già raccolto e rischiava di non avere spazio sufficiente per il raccolto successivo, compreso quello dei girasoli. L’unica alternativa ai terminal bloccati era rivolgersi a intermediari definiti come “mercato nero”, disposti a pagare meno della metà dei circa 200 franchi svizzeri per tonnellata indicati dal listino ufficiale.</p>



<p><br>La vulnerabilità delle catene globali non riguarda soltanto il grano, il mais o l’olio d’oliva. Gli stessi choke point, cioè i punti critici da cui dipende il passaggio di grandi quantità di merci, possono bloccare anche materie prime industriali fondamentali come il minerale di ferro. Lo dimostra il caso analizzato da <em>The New Voice of Ukraine</em> nell’articolo “<a href="https://english.nv.ua/business/port-deadlock-chokes-ukrainian-steelmakers-as-iron-ore-exports-collapse-50629730.html">Port deadlock chokes Ukrainian steelmakers as iron ore exports collapse</a>”. La chiusura dei porti ad Odessa, provocata dall’intensificarsi degli attacchi russi, ha interrotto non solo le esportazioni agricole, ma anche quelle di minerale di ferro e di prodotti siderurgici. Anche il settore metallurgico ucraino dipende in modo significativo dal trasporto marittimo. Secondo i dati riportati nell’articolo, il mare rappresenta circa i due terzi dei volumi esportati dall’Ucraina in termini di peso e circa la metà del valore complessivo delle esportazioni. Per il minerale di ferro, il trasporto marittimo ha rappresentato circa il 60% delle spedizioni nell’ultimo anno, mentre il blocco dei porti mette a rischio circa 1 milione di tonnellate di esportazioni al mese.</p>



<p>La lezione è valida tanto per il cibo quanto per l’industria: una catena di approvvigionamento non è resiliente soltanto perché dispone di fornitori alternativi. Deve avere anche infrastrutture sufficienti, corridoi diversificati, capacità di stoccaggio e margini economici abbastanza ampi da assorbire gli shock. Quando invece la rete dipende da pochi porti, da un singolo fiume o da una rotta marittima esposta a conflitti, <strong>ogni interruzione può trasformarsi rapidamente in una crisi di produzione,</strong> di reddito e di finanza pubblica. Il cambiamento climatico e la geopolitica finiscono così per rafforzarsi a vicenda: entrambi rendono più fragili le infrastrutture e le disponibilità fisiche e spesse volte impediscono di utilizzare le rotte alternative. La conseguenza finale non è quindi soltanto un aumento della volatilità dei prezzi alimentari o delle materie prime industriali, ma una crescente incertezza sulla capacità stessa dell’economia globale di produrre, trasportare e scambiare beni essenziali.</p>
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		<title>Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-giappone-e-la-bomba-silenziosa-sotto-i-mercati-globali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 04:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Yen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1024x751.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'intervento Usa sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa.  </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1024x751.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260629145139441_9d2a52470e4b20a5ecb12e55831ade3f-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per capire perché oggi molti investitori guardano al Giappone con crescente preoccupazione bisogna partire da una delle dinamiche più importanti e meno comprese della finanza globale: il <em>carry trade </em>sullo yen. Per oltre vent&#8217;anni, infatti, il Giappone ha rappresentato un&#8217;anomalia nel panorama economico mondiale perché mentre Stati Uniti ed Europa attraversavano cicli di crescita, inflazione e rialzi dei tassi, <strong>Tokyo conviveva con deflazione cronica, crescita debole e tassi d&#8217;interesse vicini allo zero. </strong>Questa situazione ha reso lo yen una fonte quasi inesauribile di capitale a bassissimo costo per investitori di tutto il mondo.</p>



<p>Il meccanismo era apparentemente semplice. <strong>Fondi, banche e investitori prendevano in prestito yen pagando interessi minimi e utilizzavano quel denaro per acquistare attività finanziarie più redditizie altrove:</strong> Treasury americani, obbligazioni corporate, azioni statunitensi, mercati emergenti, <em>private equity </em>e immobili. La differenza tra il rendimento ottenuto sugli investimenti e il costo del finanziamento rappresentava il profitto del carry trade. Per anni questa strategia ha funzionato così bene da diventare uno degli ingranaggi fondamentali della liquidità mondiale, oltre ad essere stata anche una delle principali fonti di leva finanziaria globale; una parte significativa della domanda di asset finanziari nel mondo è stata, non a caso, alimentata proprio da denaro preso in prestito in Giappone. Per questa ragione esisteva <a href="https://x.com/KobeissiLetter/status/2084805628816409056">una relazione molto stretta tra il cambio USD/JPY e il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato americani e quelli giapponesi</a>. Più i Treasury americani offrivano rendimenti superiori rispetto ai bond giapponesi, maggiore era l&#8217;incentivo per gli investitori a vendere yen, acquistare dollari e investire negli Stati Uniti. Il risultato era un dollaro più forte e uno yen più debole. Il grafico seguente mostra questa relazione:</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="569" height="298" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1.jpg" alt="" class="wp-image-525561" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1.jpg 569w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/GIAPPONE-1-300x157.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 569px) 100vw, 569px" /></figure>



<p>La linea blu rappresenta il differenziale tra il rendimento del Treasury americano a dieci anni e quello del titolo di Stato giapponese a dieci anni. La linea verde rappresenta invece il cambio USD/JPY. Quando aumenta il vantaggio dei rendimenti americani rispetto a quelli giapponesi, il dollaro si rafforza contro lo yen e quando il differenziale si riduce, il cambio tende a seguirlo. A partire da aprile 2025, indicato con la linea tratteggiata e associato al cosiddetto &#8220;<a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-liberation-day-quale-liberazione-234842">Liberation Day</a>&#8221; (cioè il giorno dell’avvio della politica tariffaria della seconda amministrazione Trump), e all&#8217;inizio di una nuova fase di tensioni commerciali globali, la correlazione si rompe. Da quel momento il differenziale di rendimento continua a scendere in modo significativo, passando da circa il 3,5% a livelli inferiori al 2%, ma il cambio USD/JPY non segue più la stessa traiettoria. Anzi, il dollaro rimane sorprendentemente forte e lo yen non si apprezza nella misura che i modelli tradizionali avrebbero suggerito, sintomo che il mercato sembrerebbe aver iniziato a interrogarsi sulla sostenibilità dell&#8217;intero sistema che ha sorretto il carry trade per decenni.</p>



<p><a href="https://www.cnbc.com/2026/07/14/japan-bond-jgb-yields-.html">La Bank of Japan ha infatti avviato negli ultimi anni un lento processo di normalizzazione della politica monetaria dopo un periodo straordinariamente lungo di tassi ultra-bassi</a>. Per decenni, gli investitori globali hanno praticamente ignorato i titoli di Stato giapponesi poiché i rendimenti erano schiacciati vicino allo zero dalla politica ultra-espansiva della Bank of Japan, che attraverso quantitative easing e controllo della curva dei rendimenti (Yield Curve Control) aveva trasformato il mercato dei JGB (Japanese Government Bonds) in uno dei meno remunerativi del mondo. Dopo aver abbandonato il controllo della curva dei rendimenti nel 2024 e dopo una serie di rialzi dei tassi, il mercato obbligazionario giapponese ha ricominciato a muoversi liberamente. I rendimenti dei JGB sono saliti a livelli che non si vedevano dagli anni Novanta e il decennale giapponese è arrivato vicino al 3%, mentre le scadenze più lunghe hanno raggiunto massimi pluridecennali. Per la prima volta dopo una generazione, gli investitori giapponesi hanno potuto ottenere rendimenti interessanti senza esportare necessariamente il loro capitale all&#8217;estero. Ma <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/japan-slips-third-largest-creditor-behind-china-despite-record-net-external-2026-05-25/">il Giappone rimane uno dei più grandi creditori del pianeta</a>: se una quota anche limitata dei flussi che tradizionalmente finivano nei Treasury americani o in altri asset globali dovesse essere reindirizzata verso il mercato domestico, gli effetti potrebbero essere significativi per tutto il sistema finanziario internazionale.</p>



<p>La risalita dei rendimenti è stata però alimentata non solo dalla normalizzazione monetaria, ma anche dalle crescenti preoccupazioni degli investitori per i piani di spesa del governo e per la sostenibilità fiscale di un paese che già possiede il più elevato rapporto debito/PIL del mondo sviluppato. Negli ultimi giorni il governo della premier Takaichi ha inoltre approvato un <a href="https://finance.yahoo.com/economy/policy/articles/japans-ruling-party-backs-takaichis-023820246.html?guccounter=1&amp;guce_referrer=aHR0cHM6Ly93d3cuYmluZy5jb20v&amp;guce_referrer_sig=AQAAAG3Hs5muDWbthha4NDDeVAa3mNJqXPqLDUGPL-rbeC_HhG-hQdyo3x67bBsx8-u7ab5MeZLLeX6j-9gQetm4EJFdjM9ngDCjSbCXZsqfHgNndewuById6-k0QUL-vSDAl7K-_624AUnoJ82SfEfRkp4vjLQa8AhSu3epLqmA8Ifj">controverso piano per ridurre l&#8217;imposta sui prodotti alimentari dall&#8217;8% all&#8217;1% per due anni,</a> una misura che potrebbe creare un buco di bilancio vicino ai 5.000 miliardi di yen (circa 32 miliardi di dollari). Il risultato è però che il Giappone si trova in una situazione estremamente delicata. Da un lato la Bank of Japan deve continuare a normalizzare la politica monetaria <a href="https://tradingeconomics.com/japan/inflation-cpi">per rispondere al ritorno dell&#8217;inflazione e alle pressioni sui prezzi</a>. Dall&#8217;altro, ogni aumento dei rendimenti incrementa il costo di finanziamento di uno Stato fortemente indebitato e rischia di generare tensioni sul mercato obbligazionario domestico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;intervento Usa per salvare&#8230; lo yen o il dollaro?</h2>



<p>Se la rottura della correlazione tra differenziale dei tassi e cambio USD/JPY rappresenta il primo segnale di un cambiamento strutturale, <a href="https://www.ilpost.it/2026/08/03/stati-uniti-giappone-yen/">lo storico intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone per sostenere lo yen mostra quanto le autorità siano consapevoli dei rischi che stanno emergendo</a>. A inizio agosto Washington e Tokyo sono intervenute direttamente sul mercato valutario per arrestare il crollo dello yen, sceso ai livelli più bassi degli ultimi quarant&#8217;anni contro il dollaro. Si tratta del primo intervento coordinato dal 2011, un evento straordinario che sottolinea quanto la debolezza della valuta giapponese sia ormai considerata un problema sistemico e non più soltanto una questione domestica. Un ulteriore indebolimento dello yen rischierebbe infatti di spingere Tokyo a difendere la valuta attraverso la vendita di una parte delle sue enormi riserve in Treasury americani. Per gli Stati Uniti questo scenario sarebbe potenzialmente destabilizzante, poiché il Giappone è uno dei principali detentori esteri di debito pubblico americano e una massiccia liquidazione di Treasury potrebbe alimentare un ulteriore rialzo dei rendimenti statunitensi proprio in una fase già delicata per la sostenibilità fiscale americana. </p>



<p>In questo senso, <a href="https://www.gospaconsulting.it/panorama-go-spa/tokyo-5-agosto-2024-the-big-crash-due-anni-dopo-che-lezione-trarne/">l&#8217;intervento sullo yen può essere letto come un tentativo di guadagnare tempo durante una transizione estremamente complessa</a>. A differenza delle tradizionali operazioni sul mercato valutario, però, Washington non ha venduto dollari per acquistare yen. Secondo quanto riportato dal <em>Financial Times </em>e da Reuters, la Federal Reserve Bank di New York, operando per conto del Tesoro americano, avrebbe invece <a href="https://www.wealthprofessional.ca/investments/global-investing/us-sells-euros-to-buy-yen-in-rare-joint-move-with-japan/393187">venduto euro e acquistato yen, in un&#8217;operazione definita da diversi analisti come &#8220;altamente insolita&#8221;</a> e forse addirittura senza precedenti. Washington non vuole quindi semplicemente aiutare il Giappone a difendere lo yen: vuole soprattutto evitare che il Giappone debba vendere Treasury americani per farlo.</p>



<p>Per questo il <a href="https://it.insideover.com/economia/usa-scott-bessent-al-tesoro-usa-da-soros-a-trump-parabola-di-un-finanziere-dassalto.html#google_vignette">Segretario al Tesoro Scott Bessent</a> sta spingendo <a href="https://www.msn.com/en-us/money/markets/us-treasurys-bessent-reasonable-for-fed-to-consider-upsizing-fima/ar-AA29nlFt?ocid=BingNewsSerp">la Federal Reserve ad ampliare il FIMA Repo Facility</a>, uno strumento che permette alle banche centrali estere di ottenere dollari mettendo in garanzia i Treasury detenuti presso la Fed di New York, senza doverli liquidare sul mercato. Sostanzialmente, invece di vendere centinaia di miliardi di dollari di titoli di Stato americani per raccogliere liquidità e comprare yen, il Giappone potrebbe temporaneamente &#8220;impegnare&#8221; quei titoli presso la Fed e ottenere direttamente i dollari necessari per intervenire sul mercato valutario. Se quindi il Giappone dovesse smettere gradualmente di essere il grande fornitore di liquidità che è stato finora, gli effetti non si fermerebbero a Tokyo, ma si farebbero sentire in tutto il sistema finanziario globale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-giappone-e-la-bomba-silenziosa-sotto-i-mercati-globali.html">Il Giappone e la bomba silenziosa sotto i mercati globali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Power of Siberia 2: il gasdotto che Russia e Cina vogliono, basta che a pagare sia l&#8217;altra</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-russia-e-cina-vogliono-basta-che-a-pagare-sia-laltra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 04:55:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Power of Siberia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1407" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1024x750.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La Russia ha fretta, la Cina tentenna e il progetto non decolla. I disaccordi sono sul tracciato e sul prezzo del gas.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1407" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-300x220.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1024x750.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-768x563.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-1536x1126.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/russia-1-600x440.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per anni il <strong>Power of Siberia 2 </strong>(o gasdotto Altai) è stato raccontato come il grande progetto destinato a cementare l&#8217;asse energetico tra Mosca e Pechino. Una sorta di matrimonio geopolitico celebrato a colpi di metri cubi di gas: la Russia avrebbe trovato un nuovo sbocco per le proprie immense riserve artiche, mentre la Cina avrebbe ottenuto una fornitura stabile via terra, meno vulnerabile alle tensioni marittime globali. Sulla carta, quasi perfetto.<br><br>Nella realtà, però, il progetto assomiglia sempre di più a una di quelle infrastrutture che esistono da anni nelle conferenze stampa, nelle mappe strategiche e nei comunicati ufficiali, ma che faticano terribilmente a trasformarsi in tubi d&#8217;acciaio nel terreno. Il problema non sembrerebbe tecnico e nemmeno politico nel senso tradizionale del termine. L’origine delle difficoltà sarebbe infatti il prezzo del gas. Secondo quanto riportato da <em>bne IntelliNews</em>, la Cina avrebbe infatti sostanzialmente <a href="https://www.intellinews.com/china-s-impossible-gas-price-risks-killing-off-power-of-siberia-2-455033/">&#8220;prezzato fuori dal mercato&#8221; il progetto chiedendo condizioni economiche che Mosca considera inaccettabili</a>. Pechino sarebbe disposta a firmare un accordo soltanto se il gas russo venisse <a href="https://www.startmag.it/energia/cina-russia-trattive-prezzo-gas-forza-siberia-2/">venduto a circa 50 dollari per mille metri cubi</a> (poco più di 4 €/MWh!), un livello vicino ai prezzi sussidiati che vigono in Russia. I russi, d’altro canto, vorrebbero venderlo a 250 dollari per mille metri cubi (circa 21 euro al megawattora). Per fare un veloce paragone, il prezzo del gas in Europa si aggira sui 50 €/MWh. Il punto è che, secondo <strong>Sergey Vakulenko </strong>del <em>Carnegie Russia Eurasia Center</em> ed ex dirigente Gazprom, il <a href="https://carnegieendowment.org/russia-eurasia/politika/2025/09/russia-china-gas-deals">progetto avrebbe bisogno di un prezzo di almeno 125 dollari per mille metri cubi alla frontiera cinese solo per raggiungere il punto di pareggio economico</a> (il cosiddetto <em>breakeven point</em>). In altre parole, alle condizioni richieste da Pechino il gasdotto rischierebbe semplicemente di non stare in piedi dal punto di vista finanziario.</p>



<p>E questo non è un dettaglio marginale visto che il Power of Siberia 2 rappresenta molto più di una normale infrastruttura energetica. Per capire la posta in gioco bisogna tornare al 2022. Prima della guerra in Ucraina, l&#8217;Europa era il mercato più redditizio per il gas russo. Per decenni Gazprom ha alimentato industrie, centrali elettriche e sistemi di riscaldamento europei, e specialmente tedeschi, attraverso una rete di gasdotti che garantiva a Mosca enormi entrate fiscali e geopolitiche. Dopo l&#8217;invasione e la conseguente crisi energetica, quello schema si è sostanzialmente spezzato con il drastico calo delle esportazioni verso l&#8217;Europa, crollate <a href="https://tg24.sky.it/economia/2026/05/20/gasdotto-russia-cina-power-of-siberia-2">da 157 a soli 18 miliardi di metri cubi all’anno</a>. <strong>Se il petrolio russo ha trovato relativamente facilmente nuovi compratori in Asia, il gas è una storia completamente diversa. </strong>Una petroliera può cambiare destinazione in poche settimane; un gasdotto richiede anni di progettazione e decine di miliardi di investimenti. Ed è proprio qui entra in scena il Power of Siberia 2.</p>



<p>Gazprom ha avviato i primi studi di fattibilità dell’opera già nel 2020 e nel settembre del 2025 ha siglato un memorandum vincolante di trent&#8217;anni con la Cina. <strong>Il progetto dovrebbe trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all&#8217;anno </strong>dai giganteschi giacimenti della penisola di Yamal, nell&#8217;Artico russo, fino alla Cina passando attraverso la Mongolia. Si tratta delle stesse regioni che per anni hanno alimentato una parte consistente delle esportazioni dirette all&#8217;Europa. In realtà, le prime discussioni sul progetto risalgono almeno al 2006, ma già nel 2013 Russia e Cina avevano spostato la loro attenzione su un percorso diverso: <a href="https://www.einaudiblog.it/power-of-siberia-2-il-gasdotto-che-potrebbe-ridisegnare-gli-equilibri-energetici-eurasiatici/">il gasdotto Power of Siberia 1, originariamente progettato per collegare i giacimenti di gas della Siberia orientale al nord‑est della Cina</a> ed entrato in funzione nel dicembre 2019 e rapidamente diventato un pilastro fondamentale della cooperazione energetica tra Russia e Cina. </p>



<p>Per Mosca il nuovo gasdotto avrebbe quindi una funzione quasi esistenziale: monetizzare riserve immense che altrimenti rischiano di rimanere sottoutilizzate. <a href="https://gogel.org/yamal-lng-and-arctic-lng-2-gas-extraction-russian-arctic">Yamal contiene alcune delle più grandi riserve di gas del pianeta</a> e rappresenta uno dei pilastri della produzione russa. Il problema è che <strong>il mercato europeo non può essere semplicemente sostituito con quello cinese. </strong>Sempre Vakulenko ha stimato che, anche in uno scenario relativamente favorevole, i profitti ottenibili dalle esportazioni verso la Cina sarebbero nettamente inferiori rispetto a quelli che la Russia ricavava dall&#8217;Europa prima del conflitto. Le cosiddette <em>resource rents</em>, cioè i profitti generati dallo sfruttamento delle risorse naturali al netto dei costi, potrebbero valere circa 2,5-4,3 miliardi di dollari all&#8217;anno, contro i circa 20 miliardi di dollari che arrivavano dal mercato europeo.</p>



<p>E perché invece la Cina non sembra avere alcuna fretta? Se la posizione russa appare comprensibile, quella cinese è forse ancora più interessante. Il primo Power of Siberia sta già consegnando gas russo alla Cina e ha raggiunto una capacità vicina ai 38 miliardi di metri cubi annui. Inoltre, <strong>la Cina del 2026 non è la Cina di dieci anni fa e Pechino ha costruito una strategia energetica molto più diversificata. </strong>Riceve gas dai Paesi dell&#8217;Asia Centrale attraverso una rete di gasdotti già operativa, importa gas naturale liquefatto (LNG) via nave da numerosi fornitori e, soprattutto, ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, diventando il principale installatore mondiale di impianti eolici e solari.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La via più breve, la via più sicura</h2>



<p>Dietro i tentennamenti di Pechino si potrebbe dunque nascondere il timore di sviluppare una dipendenza eccessiva da un unico fornitore energetico, muovendosi invece con estrema cautela prima di legarsi a contratti trentennali così massicci. Ridurre lo stallo del Power of Siberia 2 a una semplice trattativa commerciale rischia infatti di essere fuorviante. Certo, i numeri contano. Ma quando si parla di energia, soprattutto tra grandi potenze, <strong>il problema non è solo quanto costa il gas, bensì quanto è sicuro il percorso che quel gas dovrà attraversare per i prossimi trent&#8217;anni. </strong>Da questo punto di vista, uno dei nodi più delicati riguarda proprio il tracciato del progetto. La Russia ha sempre spinto per la rotta attraverso la Mongolia, una soluzione considerata più economica e tecnicamente più semplice. Il progetto Soyuz Vostok, la sezione mongola del Power of Siberia 2, consentirebbe infatti di collegare i giacimenti di Yamal alla Cina evitando opere ancora più complesse lungo il confine sino-russo. </p>



<p>Per Pechino, però, il criterio del &#8220;meno costoso&#8221; non coincide necessariamente con quello del &#8220;più sicuro&#8221;. <a href="https://www.transportation.gov/briefing-room/united-states-mongolia-sign-open-skies-agreement-and-transportation-memorandum">Nel 2023 la Mongolia ha infatti firmato con gli Stati Uniti un accordo di Open Skies</a>, accompagnato da un memorandum più ampio sulla cooperazione nei trasporti. L&#8217;intesa crea il quadro normativo per collegamenti aerei diretti tra i due Paesi, amplia le opportunità commerciali nel settore dell&#8217;aviazione e rafforza la cooperazione in numerosi ambiti infrastrutturali, dalle ferrovie alle autostrade fino alla sicurezza dei trasporti. Ma in geopolitica il significato di un evento raramente coincide con il suo testo giuridico. La Mongolia occupa in fondo una posizione unica: è un enorme Stato cuscinetto incastonato tra Russia e Cina. Da anni Ulan Bator cerca di bilanciare l&#8217;ingombrante vicinanza dei due giganti <a href="https://www.geopoliticalmonitor.com/mongolias-third-neighbor-finding-balance-between-china-russia-and-the-u-s/">coltivando rapporti con quelli che la diplomazia mongola definisce i <em>third neighbours</em>, i &#8220;terzi vicini&#8221;:</a> <strong>Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Paesi europei. </strong>L&#8217;accordo con Washington è stato letto da molti osservatori come un ulteriore tassello di questa strategia. Se, quindi, il Power of Siberia 2 passasse attraverso la Mongolia, una parte cruciale della sicurezza energetica cinese dipenderebbe da un Paese terzo che sta progressivamente ampliando la propria rete di relazioni con gli Stati Uniti. <strong>Non significa che la Mongolia abbia intenzione di bloccare il gasdotto. </strong>Né esistono prove che Washington stia lavorando in quella direzione. Ma per i pianificatori strategici cinesi il problema non è ciò che accade oggi ma ciò che potrebbe accadere in uno scenario di crisi futura.</p>



<p>La Cina ha comunque recentemente <a href="https://www.linkiesta.it/2026/05/russia-cina-putin-xi-power-of-siberia-2-dipendenza-energetica/">inserito il progetto tra le priorità strategiche del suo 15° Piano Quinquennale (2026-2030)</a>. A spingere Pechino verso questa decisione sono state anche di recente le tensioni nelle rotte marittime globali (come le crisi nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso), che minacciano le rotte del gas e del petrolio via nave. <strong>Una linea terrestre sicura via terra attraverso la Siberia e la Mongolia offre alla Cina una garanzia di sicurezza nazionale </strong>che potrebbe col tempo ammorbidire la sua posizione sui prezzi.  Al momento le due potenze continuano a potenziare i flussi energetici attraverso le rotte già esistenti, ma per il <em>Power of Siberia 2</em> manca ancora una tabella di marcia precisa per l’inizio effettivo dei lavori. E proprio questa crescente asimmetria tra Mosca e Pechino apre una questione molto più ampia: il Power of Siberia 2 non è soltanto una disputa commerciale sul prezzo del gas, ma <strong>un indicatore del nuovo equilibrio di potere</strong> che si sta formando all&#8217;interno della partnership sino-russa. Una relazione che, almeno nel settore energetico, sembra sempre meno una collaborazione tra pari e sempre più un negoziato in cui una delle due parti può permettersi di aspettare, mentre l&#8217;altra no.</p>
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		<title>Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 09:22:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Comac]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La cinese Comac vuole sfidare il monopolio di Airbus e Boeing nell'aviazione civile. I pregi del costruttore cinese e le difficoltà. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html">Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi anni il dibattito internazionale è stato dominato dalla corsa all’intelligenza artificiale delle grandi potenze globali. <strong>Stati Uniti e Cina si contendono la leadership nei semiconduttori, nei data center e nei modelli linguistici più avanzati. </strong>Ma c’è un altro settore strategico in cui Pechino sta cercando di rompere un monopolio occidentale consolidato da decenni: <strong>l’aviazione civile.</strong> Per oltre quarant’anni il mercato degli aerei commerciali è stato sostanzialmente un duopolio tra Boeing, statunitense, e Airbus, europea. Oggi, però, la cinese Comac (<em>Commercial Aircraft Corporation of China</em>) vuole inserirsi in questa competizione con il C919, <a href="https://www.startmag.it/smartcity/debutta-fuori-dallasia-il-c919-di-comac-rivale-cinese-di-boeing-e-airbus/">un aereo progettato per sfidare direttamente i modelli più diffusi delle due aziende occidentali</a>. L’ultima conferma arriva dal Sud-Est asiatico. Malaysia Airlines ha infatti di recente dichiarato che <a href="https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3360130/chinas-c919-still-malaysia-airlines-radar-western-certification-preferred?utm_medium=Social&amp;utm_content=visual-style&amp;utm_source=Twitter">il C919 è ancora tra le opzioni osservate dalla compagnia per il futuro</a>, anche se esiste una condizione ritenuta fondamentale: ottenere le certificazioni delle principali autorità aeronautiche occidentali. Una richiesta che racconta molto sia delle ambizioni della Cina sia degli ostacoli che deve ancora superare.</p>



<p>Analizziamo più nel dettaglio il C919. Si tratta di un aereo a corridoio singolo (in inglese <em>single-aisle</em>), cioè la categoria di velivoli utilizzata per la maggior parte dei collegamenti regionali e di medio raggio nel mondo. È lo stesso segmento dominato dal Boeing 737 e dall’Airbus A320, <a href="https://www.flightradar24.com/blog/aviation-news/manufacturers/airbus-320-the-most-delivered-jetliner/">i modelli più venduti nella storia dell’aviazione commerciale</a>. Sviluppato dalla società statale Comac con sede a Shanghai, il C919 rappresenta uno dei più importanti progetti industriali cinesi degli ultimi decenni. L’aereo ha effettuato il <a href="https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3221895/chinas-c919-maiden-commercial-flight-will-span-busiest-domestic-route-sunday?module=inline&amp;pgtype=article">suo primo volo commerciale nel maggio 2023</a>, un passaggio simbolico che ha segnato l’ingresso effettivo della Cina nel mercato dei grandi jet civili. L’obiettivo di Pechino, infatti, è evidentemente quello di costruire una filiera aeronautica nazionale capace di ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente e offrire alle compagnie aeree una terza alternativa rispetto ai tradizionali produttori europei e americani. </p>



<p>Nonostante i progressi compiuti, <strong>il vero banco di prova per il C919 resta, però, la certificazione internazionale. </strong>Bryan Foong, amministratore delegato del business aereo di <em>Malaysia Aviation Group</em> (la holding che controlla Malaysia Airlines), ha dichiarato al <em>South China Morning Post</em> di non avere dubbi sul fatto che Comac riuscirà prima o poi a ottenere la certificazione dell’EASA, l’Agenzia europea per la sicurezza aerea. Ha aggiunto di sperare anche nell’approvazione della FAA, la <em>Federal Aviation Administration</em> degli Stati Uniti. <strong>Secondo il manager malese, il C919 è già oggi un’opzione credibile per il rinnovo delle flotte aeree.</strong> Tuttavia, il programma ha ancora bisogno di maturare. Foong ha spiegato che Malaysia Airlines non prevede nuovi ordini di aerei a corridoio singolo prima del 2035, poiché gli ordini già effettuati coprono le necessità della compagnia per molti anni. Questo significa che eventuali opportunità per il C919 potrebbero emergere soltanto nel prossimo ciclo di rinnovo delle flotte.</p>



<p>La sfida di Comac, però, non è soltanto tecnologica, ma anche geopolitica.<a href="https://simpleflying.com/comac-c919-western-suppliers-list/">Il C919 utilizza ancora motori occidentali</a> e, nonostante il successo ottenuto sul mercato domestico cinese, non ha ancora conquistato il primo ordine internazionale definitivo da parte di una compagnia straniera. Il processo di certificazione europea procede infatti da anni. All’inizio del 2026 <a href="https://www.aerotime.aero/articles/easa-pilots-comac-c919-certification-test-flights">piloti collaudatori europei hanno iniziato a effettuare voli di prova sul C919 a Shanghai</a>, una fase fondamentale per la valutazione tecnica del velivolo da parte delle autorità europee, ma siamo ancora lontani dall’accettazione globale del modello come nuovo velivolo passeggeri a tutti gli effetti. <strong>Il C919 resta quindi ancora un programma quasi interamente domestico cinese, con la flotta operativa concentrata su China Eastern, Air China e China Southern.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi si è fidato dell&#8217;aereo cinese</h2>



<p>Ad oggi, il caso più significativo di ordine esterno alla Cina è quello di GallopAir, compagnia emergente del Brunei, che nel settembre 2023 <a href="https://simpleflying.com/gallop-air-lauches-china-southern-c909-sole-comac-c919-customer-outside-china/">ha firmato una lettera di intenti per l&#8217;acquisto di 30 velivoli Comac</a>, di cui 15 C919 e 15 C909 (ex ARJ21). L&#8217;accordo ha avuto un valore simbolico enorme poiché GallopAir è stata la prima compagnia non cinese a ordinare il C919, diventando il principale banco di prova delle ambizioni internazionali di Comac. Parallelamente, il costruttore cinese sta intensificando la ricerca di nuovi clienti all&#8217;estero, <a href="https://www.aerotime.aero/articles/comac-seeks-international-orders-for-c919">avviando colloqui con diverse compagnie asiatiche</a>, tra cui Garuda Indonesia, che potrebbe avere bisogno di decine di nuovi aeromobili a corridoio singolo per rinnovare la propria flotta, Angkor Air in Cambogia e SCAT Airlines in Kazakistan. Nessun accordo è stato ancora finalizzato, ma queste trattative mostrano come Pechino stia cercando di sfruttare i ritardi produttivi e le lunghe liste di attesa di Boeing e Airbus per proporre il C919 come una terza alternativa sul mercato globale.</p>



<p><br>Se, infatti, la certificazione internazionale rappresenta la grande sfida di Comac, il contesto di mercato potrebbe giocare a favore del costruttore cinese. Secondo la BBC, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/ce3exl1k247o">molte compagnie aeree dell&#8217;Asia-Pacifico stanno affrontando crescenti difficoltà nel ricevere nuovi velivoli da Boeing e Airbus</a> a causa di ritardi nelle consegne, problemi lungo la catena di fornitura e carenza di motori. In alcuni casi, il tempo che intercorre tra l&#8217;ordine e la consegna di un nuovo aereo può arrivare a circa sette anni. È proprio in questo spazio che Comac sta cercando di inserirsi. <strong>Willie Walsh,</strong> direttore generale della IATA (<em>International Air Transport Association,</em> la principale organizzazione mondiale delle compagnie aeree), ha dichiarato alla BBC che nel lungo periodo l&#8217;azienda cinese potrebbe diventare un vero concorrente globale. Secondo Walsh, tra dieci o quindici anni il settore potrebbe non essere più dominato esclusivamente da Boeing e Airbus, ma vedere Comac come il terzo grande protagonista dell&#8217;aviazione commerciale mondiale. Anche secondo <strong>Subhas Menon</strong>, direttore generale dell&#8217;<em>Association of Asia Pacific Airlines </em>(AAPA), il settore aeronautico mondiale soffre da tempo di una forte concentrazione industriale. L&#8217;arrivo di Comac viene quindi visto da diverse compagnie come un&#8217;opportunità per aumentare la concorrenza, diversificare i fornitori e ridurre la dipendenza da un duopolio che negli ultimi anni ha mostrato evidenti limiti produttivi.</p>



<p>In quest&#8217;ottica, il C919 non rappresenta soltanto il tentativo della Cina di costruire un proprio aereo passeggeri ma è il simbolo di una più ampia strategia nazionale volta a conquistare quote di mercato in uno dei settori industriali più complessi e redditizi del pianeta. Come sta accadendo nell&#8217;intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nelle batterie, <strong>Pechino non si accontenta più di essere il più grande mercato del mondo:</strong> vuole diventare anche uno dei principali produttori mondiali di tecnologia ad alto valore aggiunto. Tuttavia, la strada verso una piena affermazione internazionale passa ancora attraverso un elemento decisivo: la credibilità certificata dalle autorità aeronautiche globali.</p>



<p><br>La storia del C919 ci ricorda in fondo una lezione fondamentale che va ben oltre l&#8217;aviazione civile. Nella competizione tecnologica globale non basta sviluppare un prodotto avanzato o raggiungere l&#8217;eccellenza ingegneristica. Per imporre nuovi standard servono anche fiducia, reputazione e credibilità internazionale, appunto. È la stessa sfida che la Cina sta affrontando nell&#8217;intelligenza artificiale, nelle telecomunicazioni, nei semiconduttori e oggi nell&#8217;aeronautica: <strong>convincere il resto del mondo che le sue tecnologie siano non solo competitive, ma anche affidabili e accettabili dal punto di vista politico e strategico.</strong> Ma anche la fiducia da sola potrebbe non bastare. Pur ammettendo che il C919 ottenga tutte le certificazioni tecniche necessarie, resterebbe una domanda destinata ad accompagnarne l&#8217;espansione internazionale: gli Stati Uniti accetteranno mai che le proprie compagnie aeree acquistino velivoli prodotti dal loro principale rivale strategico? Un aereo moderno non è soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma tecnologica che genera enormi quantità di dati operativi, logistici e commerciali. In un contesto di crescente rivalità tra Washington e Pechino, è difficile immaginare che tali considerazioni vengano ignorate. Lo stesso interrogativo riguarda l&#8217;Europa, oggi stretta tra la necessità di preservare la concorrenza e quella di proteggere un campione industriale continentale come Airbus.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/unaltra-sfida-della-cina-comac-fa-volare-lasia-e-sfida-boeing-e-airbus.html">Un&#8217;altra sfida della Cina: Comac fa volare l&#8217;Asia e sfida Boeing e Airbus</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 08:28:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina sta imparando a utilizzare meno petrolio di quanto gli analisti avessero previsto. Le conseguenze sul mercato globale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html">Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/Cina-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Solo poche settimane fa il mercato temeva una nuova crisi energetica globale. Gli attacchi nel Golfo Persico, il <strong>blocco dello Stretto di Hormuz,</strong> i danni a impianti petroliferi e raffinerie in Russia e il rischio di un&#8217;interruzione delle forniture avevano riportato alla memoria lo shock seguito all&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina nel 2022. Eppure, oggi lo scenario appare completamente diverso. <a href="https://en.ilsole24ore.com/art/gas-and-oil-prices-are-down-but-the-alert-level-remains-high-AIOsynxD">Le quotazioni del petrolio sono tornate ai livelli precedenti al conflitto, il gas ha perso gran parte dei rialzi registrati durante la crisi</a> e anche numerose altre materie prime hanno invertito la rotta. A prima vista, il mercato sembra aver archiviato la guerra. Ma è davvero così? </p>



<p>Per capire cosa sta accadendo bisogna guardare oltre i movimenti dei prezzi. Dietro la brusca correzione delle materie prime si nasconde infatti una dinamica molto più complessa, in cui si intrecciano tensioni geopolitiche ancora irrisolte, attacchi con droni alle infrastrutture energetiche e danni agli impianti produttivi. Sullo sfondo, però, <strong>emerge anche il ruolo sempre più determinante della Cina</strong>, oggi il principale consumatore e importatore mondiale di petrolio, le cui scelte di acquisto e di gestione delle scorte rischiano di essere persino più influenti degli eventi che si verificano in Medio Oriente.</p>



<p><br>Come evidenzia <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/materie-prime-perche-prezzi-ora-vanno-picco-come-2020-AJzCIj?refresh_ce=1">Sissi Bellomo in un&#8217;analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore</a>, il mercato delle materie prime sta in effetti vivendo una fase in cui i prezzi sembrano raccontare una storia diversa rispetto alla situazione reale delle forniture globali. Nonostante i problemi logistici e produttivi siano tutt&#8217;altro che risolti, gli operatori finanziari stanno rapidamente abbandonando le scommesse rialziste e tornano a concentrarsi sul rischio opposto: quello di un eccesso di offerta. Da qui nasce la brusca discesa registrata da petrolio, gas, alluminio e altre <em>commodity</em> nelle ultime settimane. <strong>Il <em>Bloomberg Commodity Total Return Index</em>, che misura l&#8217;andamento complessivo delle principali materie prime</strong>, <a href="https://www.investing.com/indices/bbg-commodity-tr">ha perso quasi il 15% dai massimi storici toccati tra maggio e giugno</a>, mentre le posizioni speculative rialziste su 25 <em>commodities</em> monitorate da Saxo Bank sono crollate del 73% in appena cinque settimane, scendendo a 478 mila contratti. La finanziarizzazione del mercato ha quindi amplificato una fase di liquidazioni che ha coinvolto praticamente ogni comparto, ma in particolare quello energetico.</p>



<p><br><strong>Il caso più emblematico è proprio quello del petrolio.</strong> Nel pieno della crisi nel Golfo Persico, il blocco delle esportazioni e della produzione aveva provocato <a href="https://it.marketscreener.com/notizie/il-mondo-assorbe-la-storica-perdita-di-forniture-petrolifere-dovuta-alla-guerra-in-iran-ma-le-scort-ce7f5edade8ef02c">la più grande interruzione dell&#8217;offerta della storia moderna</a>, equivalente a più del 10% della capacità produttiva globale (nel momento peggiore, la perdita complessiva di offerta ha raggiunto i 14 milioni di barili al giorno). <strong>Le quotazioni del Brent erano schizzate fino a 126 dollari al barile</strong>, alimentando il timore di una nuova crisi energetica simile a quella che seguì l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina nel 2022. La correzione seguita all’annuncio della tregua tra Iran e Stati Uniti è stata, però, talmente violenta da evocare il ricordo del 2020, quando la pandemia causò un crollo dei prezzi tale da provocare una distruzione della domanda senza precedenti: aerei a terra, aziende ferme e consumi energetici collassati. Oggi, quindi, i prezzi stanno raccontando una storia che non coincide completamente con la realtà fisica del mercato.</p>



<p><br>Ed è qui che entrano in gioco gli aspetti geopolitici che continueranno a dominare il mercato petrolifero nei prossimi mesi (se non anni!). La guerra ha lasciato ferite profonde nella regione. Sebbene i transiti attraverso lo Stretto di Hormuz siano ripresi, <a href="https://www.cnbc.com/2026/07/07/iran-strait-hormuz-oil-tanker-lng.html">il traffico marittimo resta fortemente ridimensionato</a>. Prima del conflitto transitavano circa 130 navi al giorno; oggi nella maggior parte delle giornate ne passano appena una quarantina. <strong>Ancora più rilevante è il tema degli attacchi alle infrastrutture energetiche. </strong>La guerra ha dimostrato ancora una volta come droni e missili possano colpire bersagli strategici con grande efficacia. Secondo le stesse stime citate da Bellomo, importanti raffinerie come Satorp in Arabia Saudita, Sitra in Bahrein e Mina Al-Ahmadi in Kuwait avranno bisogno di almeno sei mesi per tornare a pieno regime. La capacità complessiva di raffinazione della regione rimane quindi tuttora ridotta di circa un terzo. </p>



<p>Questo significa che il problema non riguarda tanto il greggio estratto dai giacimenti, quanto la trasformazione del petrolio in prodotti finiti come diesel, carburante per aerei e altri derivati essenziali per l&#8217;economia mondiale. La sorprendente tenuta dei prezzi suggerisce tuttavia che il mercato stia guardando anche a un altro fattore: il ritorno di un possibile surplus produttivo. <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/petrolio-l-aie-torna-ottimista-offerta-nuovo-eccesso-fin-2027-AIixzVjD">L&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia ha ripreso a evidenziare il rischio di un&#8217;offerta destinata a superare la domanda nei prossimi anni</a>. Inoltre, con la graduale normalizzazione dei flussi da Hormuz, centinaia di carichi rimasti bloccati nel Golfo stanno tornando sul mercato, aumentando temporaneamente la disponibilità di greggio.</p>



<p><br>In questa fase, però, esiste un attore la cui importanza è pari, se non superiore, a quella del Medio Oriente: la Cina. <strong>Il più grande importatore mondiale di petrolio è diventato il principale arbitro dell&#8217;equilibrio globale tra domanda e offerta. </strong>Se negli anni Duemila il mercato guardava principalmente all&#8217;OPEC, oggi osserva soprattutto Pechino. La ragione è semplice: ogni variazione negli acquisti delle raffinerie cinesi produce effetti immediati sulle quotazioni internazionali. Quando la Cina aumenta gli acquisti per ricostruire le proprie scorte strategiche, assorbe una quota significativa del greggio disponibile sul mercato e sostiene i prezzi. Quando invece rallenta gli approvvigionamenti, magari sfruttando le scorte accumulate nei mesi precedenti o riducendo l&#8217;attività industriale, il mercato interpreta il segnale come un indebolimento della domanda globale. Quest’ultima opzione è proprio ciò che è accaduto negli ultimi mesi.</p>



<p>Come evidenzia Julianne Geiger su <em>OilPrice.com</em>, <a href="https://oilprice.com/Latest-Energy-News/World-News/China-Is-Learning-to-Use-Less-Oiland-Thats-a-Bigger-Deal-Than-It-Sounds.html">la Cina sta imparando a utilizzare meno petrolio di quanto gli analisti avessero previsto</a>. <strong>Le vendite di benzina di Sinopec, il maggiore raffinatore e distributore di carburanti del Paese, sono diminuite dell&#8217;8% su base annua ad aprile, mentre quelle di diesel hanno registrato un calo del 6%</strong>; secondo Goldman Sachs, il consumo di benzina e prodotti correlati potrebbe addirittura essere diminuito fino al 20%. Parallelamente, le importazioni cinesi di greggio sono crollate del 29% a maggio, scendendo a 7,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi otto anni. Dietro questi numeri potrebbe non esserci soltanto una reazione temporanea ai prezzi elevati o alle tensioni geopolitiche, bensì una trasformazione più profonda dell&#8217;economia e del sistema dei trasporti cinese verso l’elettrificazione, accompagnata da una crisi del settore immobiliare che continua a ridurre la domanda di diesel proveniente dall&#8217;edilizia e dalle infrastrutture, tradizionalmente tra i maggiori consumatori di carburante del Paese. </p>



<p>Per il mercato petrolifero globale questa potrebbe essere una svolta storica. Finora gli investitori hanno sempre considerato la Cina come una fonte quasi inesauribile di crescita della domanda energetica, ma se Pechino dovesse entrare in una fase segnata da efficienza energetica, elettrificazione dei trasporti e rallentamento economico potrebbe diventare un fattore strutturalmente ribassista per i prezzi, capace di attenuare gli effetti di crisi geopolitiche che in passato avrebbero provocato impennate molto più durature del greggio. </p>



<p>Un ulteriore segnale dell&#8217;influenza crescente della Cina sul mercato arriva dalla <a href="https://www.marketscreener.com/news/china-further-eases-fuel-export-curbs-for-july-sources-say-ce7f5ed8de88f024">decisione di allentare le restrizioni alle esportazioni di carburanti introdotte durante la crisi nel Golfo</a>. Secondo Reuters, Pechino ha autorizzato un aumento delle esportazioni di benzina, diesel e jet fuel nel mese di luglio, con volumi che potrebbero raggiungere circa 3 milioni di tonnellate, in linea con la media dello scorso anno. Inoltre, anche il gruppo Zhejiang Petrochemical è stato autorizzato a riprendere le spedizioni dopo mesi di stop. La mossa suggerisce che la Cina non sta influenzando il mercato soltanto attraverso i propri acquisti di greggio, ma <strong>anche aumentando l&#8217;offerta di prodotti raffinati sui mercati internazionali.</strong> In un momento in cui molte raffinerie del Golfo Persico operano ancora sotto capacità a causa dei danni subiti durante il conflitto, maggiori esportazioni cinesi di diesel, benzina e carburante per aerei potrebbero infatti contribuire a contenere ulteriori rialzi dei prezzi energetici.<br></p>



<p>Eppure, sarebbe un errore concludere che il rischio di una nuova impennata dei prezzi sia definitivamente alle spalle. <a href="https://oilprice.com/Energy/Crude-Oil/The-Next-Oil-Price-Spike-Could-Come-Sooner-Than-Traders-Think.html">Come osserva Tsvetana Paraskova sempre su <em>OilPrice.com</em>, il mercato sta scontando uno scenario molto ottimistico</a>, basato sull&#8217;ipotesi che l&#8217;accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran conduca effettivamente a una stabilizzazione duratura della regione e alla piena normalizzazione dei flussi attraverso Hormuz. Tuttavia, si tratta ancora di un&#8217;intesa provvisoria e le questioni più delicate restano aperte.  Una parte significativa della resilienza mostrata dal mercato negli ultimi mesi è stata favorita da fattori difficilmente replicabili tra i quali il ricorso alle riserve strategiche da parte di diversi Paesi e la drastica riduzione degli acquisti spot da parte della Cina, che secondo le stime disponeva di oltre 1,3 miliardi di barili accumulati tra scorte commerciali e strategiche all&#8217;inizio del conflitto. Se nei prossimi mesi Pechino dovesse tornare ad acquistare greggio con maggiore intensità per ricostituire le scorte o se dovessero riemergere tensioni geopolitiche nel Golfo, il mercato potrebbe trovarsi improvvisamente con margini di sicurezza molto più ridotti di quanto oggi i prezzi lascino intendere. </p>



<p>Non a caso diversi analisti hanno evidenziato che il progressivo impoverimento delle scorte globali rappresenta uno dei principali fattori di vulnerabilità del sistema energetico mondiale. In definitiva, il futuro del petrolio dipenderà dall&#8217;interazione tra due forze: una geopolitica ancora instabile, che continua a minacciare le forniture globali, e una Cina che sta ridefinendo il proprio rapporto con l&#8217;energia. Se Pechino confermerà la traiettoria verso minori consumi e importazioni di greggio, i prezzi potrebbero restare sotto nell’intorno dei livelli attuali; se invece tornerà ad accumulare scorte per sostenere una nuova fase di crescita industriale e tecnologica legata anche all&#8217;intelligenza artificiale, il mercato potrebbe rapidamente riscoprire il rischio di scarsità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/non-solo-hormuz-e-la-cina-larbitro-delle-quotazioni-del-petrolio.html">Non solo Hormuz: è la Cina l&#8217;arbitro delle quotazioni del petrolio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Come funziona Polymarket, il casinò dove si scommette sulla Coppa del Mondo e sulla guerra Nato-Russia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/come-funziona-polymarket-il-casino-dove-si-scommette-sulla-coppa-del-mondo-e-sulla-guerra-nato-russia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 07:48:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Polymarket]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1390" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Polymarket" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-1024x741.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-1536x1112.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A giugno i più importanti prediction market hanno movimentato  più di 45 miliardi di dollari. Ecco come funzionano e che cosa si rischia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/come-funziona-polymarket-il-casino-dove-si-scommette-sulla-coppa-del-mondo-e-sulla-guerra-nato-russia.html">Come funziona Polymarket, il casinò dove si scommette sulla Coppa del Mondo e sulla guerra Nato-Russia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1390" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Polymarket" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-1024x741.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-768x556.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-1536x1112.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/polymarket-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per anni sono sembrati una curiosità per nerd della finanza, statistici e appassionati di scommesse. Poi è arrivato il Mondiale e, nel giro di poche settimane, milioni di persone hanno iniziato a comprare e vendere probabilità come se fossero azioni in Borsa. A giugno, i <em>prediction market </em><strong>Kalshi</strong> e <strong>Polymarket </strong>hanno infatti <a href="https://yellow.com/news/kalshi-polymarket-world-cup-volume">movimentato quasi 45 miliardi di dollari</a>, spinti soprattutto dalle puntate sull&#8217;esito del torneo. A prima vista potrebbe sembrare solo l&#8217;ennesima evoluzione del betting online. Ma fermarsi a questa lettura sarebbe un errore. Perché le stesse piattaforme che oggi raccolgono scommesse sulla squadra che alzerà una coppa vengono sempre più utilizzate per rispondere a domande molto più importanti: <strong>la Fed taglierà i tassi? Chi vincerà le prossime elezioni? Un conflitto si estenderà? Ci sarà una recessione?</strong></p>



<p><br>È proprio quando entrano nel campo della politica, dell&#8217;economia e della geopolitica che i <em>prediction market</em> iniziano a trasformarsi in un fenomeno difficile da ignorare per ogni analista che si rispetti.  Controversi, certo, criticati dai regolatori, ovvio, ma comunque sempre più influenti per via della promessa di trasformare il denaro scommesso in uno strumento per misurare le aspettative collettive sul futuro.</p>



<p><br>Polymarket, Kalshi e le altre piattaforme di <em>prediction market </em>possono sembrare siti di scommesse ma il loro funzionamento è più vicino a un mercato finanziario, dove gli utenti non puntano semplicemente su un risultato: <a href="https://www.vocenews.it/polymarket-e-le-scommesse-sulla-guerra-chi-vinceva-sapeva-gia/">acquistano e vendono contratti legati a un evento futuro, il cui prezzo riflette la probabilità che quell&#8217;evento si verifichi</a>. Se un contratto &#8220;Sì&#8221; su una determinata previsione viene scambiato a 0,70 dollari, significa che il mercato attribuisce circa il 70% di probabilità a quell&#8217;esito. Se l&#8217;evento si verifica, il contratto viene rimborsato a 1 dollaro; in caso contrario, il suo valore scende a zero. <strong>L&#8217;idea alla base è quella di aggregare le informazioni e le aspettative di migliaia di persone in un unico prezzo.</strong> Secondo i sostenitori di questi strumenti, il risultato è una sorta di &#8220;intelligenza collettiva&#8221; capace, in alcuni casi, di anticipare sondaggi, analisti e osservatori tradizionali. Non a caso lo stesso fondatore di Polymarket, <strong>Shayne Coplan</strong>, definisce la sua piattaforma, senza troppa modestia, una “<a href="https://tg24.sky.it/tecnologia/2026/03/30/polymarket-scommesse-come-funziona">macchina globale della verità</a>”. </p>



<p><br>Sulle principali piattaforme si iniziano quindi a trovare mercati dedicati alle decisioni delle banche centrali, alla durata di un conflitto, alla caduta di un governo, alle elezioni presidenziali e perfino alla possibilità che un leader lasci il potere entro una certa data. Diventa chiaro che se l&#8217;oggetto della previsione non è una partita di calcio ma una guerra o un attacco militare, il confine tra strumento informativo e speculazione diventa molto più sfumato. Il dibattitto su questi strumenti si divide quindi tra chi sostiene che questi mercati rappresentano una preziosa fonte di informazioni in tempo reale sulle aspettative degli operatori; e <strong>chi teme invece che possano incentivare comportamenti opportunistici, manipolazioni </strong>o perfino l&#8217;utilizzo di informazioni privilegiate. I casi recenti di scommesse particolarmente redditizie su eventi geopolitici, finite sotto osservazione mediatica e regolatoria, hanno contribuito a sostenere quest’ultima versione.</p>



<p> <br>Un articolo di marzo di <a href="https://www.futuroprossimo.it/2026/03/polymarket-e-i-mercati-predittivi-ora-e-normale-scommettere-sulla-guerra/"><em>Futuro Prossimo</em> ha ad esempio riportato alcuni casi emblematici</a>, come quello che riguarda il giornalista israeliano <strong>Emmanuel Fabian</strong>, corrispondente militare del <em>Times of Israel</em>. Dopo aver riportato che un missile iraniano era caduto vicino a Beit Shemesh senza essere intercettato, Fabian iniziò a ricevere una serie di messaggi sempre più aggressivi, fino a vere e proprie minacce. Il motivo era economico: su Polymarket era aperto un mercato da circa 14 milioni di dollari legato all&#8217;esito dell&#8217;attacco e la sua ricostruzione dei fatti rischiava di influenzare la risoluzione della scommessa. L&#8217;episodio ha mostrato per la prima volta come un <em>prediction market</em> possa generare incentivi diretti a fare pressione su giornalisti e fonti informative, trasformando chi racconta gli eventi in un soggetto che può modificare l&#8217;esito finanziario di una posizione aperta sul mercato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I casi che hanno fatto storia</h2>



<p>Un&#8217;altra controversia emersa negli ultimi mesi riguarda il sospetto utilizzo di informazioni privilegiate, con diverse inchieste giornalistiche che hanno evidenziato casi di <em>wallet </em>che hanno effettuato puntate molto consistenti su eventi geopolitici poco prima che questi si verificassero. In un caso ripreso da diverse testate <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2026/03/24/news/polymarket_scommesse_cessate_fuoco_usa_iran_sospetti_insider_trading-15558074/">alcuni account creati da pochi giorni avrebbero investito quasi 70.000 dollari su una possibile tregua tra Stati Uniti e Iran</a>, con un profitto potenziale di oltre 820.000 dollari. Gli analisti hanno osservato che le scommesse erano state frammentate tra più <em>wallet,</em> una tecnica compatibile con tentativi di ridurre la tracciabilità delle operazioni. Nello stesso periodo, la probabilità attribuita dal mercato a una tregua è salita dal 6% al 24% con oltre 21 milioni di dollari di volume negoziato. </p>



<p>Tra gli episodi più discussi figura il anche cosiddetto caso Myrnohrad. <a href="https://responsiblestatecraft.org/isw-polymarket-ukraine-war-map/">Nel novembre 2025 su Polymarket era attivo un mercato che chiedeva se le forze russe sarebbero riuscite a conquistare la città ucraina di Myrnohrad entro la fine della giornata</a>. L&#8217;esito appariva altamente improbabile e alcuni trader avevano acquistato contratti con rendimenti potenziali enormi, fino al 33.000%. Quando il mercato venne chiuso, i vincitori furono pagati non perché la città fosse realmente caduta (secondo diverse fonti indipendenti i combattimenti erano ancora in corso) ma perché una mappa pubblicata dall&#8217;I<em>nstitute for the Study of War</em> (ISW), uno dei think tank più autorevoli sul conflitto, <a href="https://www.404media.co/unauthorized-edit-to-ukraines-frontline-maps-point-to-polymarkets-war-betting/">mostrò temporaneamente un avanzamento russo decisivo all&#8217;interno dell&#8217;area contesa</a>. Poco dopo il pagamento delle vincite, la modifica scomparve. L&#8217;ISW pubblicò successivamente <a href="https://understandingwar.org/newsroom/statement-on-isw-mapping-methodology/">una nota ufficiale spiegando che si era trattato di un aggiornamento &#8220;non autorizzato&#8221;</a>, mentre un ricercatore coinvolto nella produzione delle mappe venne rimosso dal team. Sul mercato erano stati investiti circa 1,3 milioni di dollari, mentre altri mercati analoghi legati alle battaglie in Ucraina avevano in passato superato i 5 milioni di dollari di volume. </p>



<p>L&#8217;episodio ha aperto la strada a quello che sarebbe diventato un duro dibattito sulla vulnerabilità dei prediction market alla manipolazione di fonti e dati utilizzati per determinare i risultati delle scommesse. <strong>Esiste, quindi, il rischio che i <em>prediction market </em>smettano di limitarsi a prevedere gli eventi e inizino invece a influenzarli?</strong> Probabile, dato che quando milioni di dollari sono puntati sull&#8217;esito di una guerra, su un attacco militare o sulla permanenza al potere di un leader politico, giornalisti, funzionari pubblici, fonti informative e persino gli stessi protagonisti degli eventi possono alterare gli esiti economici di una scommessa con una semplice dichiarazione o rivelazione. E infatti temi come guerre, attacchi missilistici e crisi geopolitiche, rappresentano categorie che oggi sono <a href="https://polymarket.com/it/geopolitics">una parte rilevante dell&#8217;offerta di Polymarket</a>. Sulla piattaforma sono negoziati contratti riguardanti scenari come un confronto militare tra Stati Uniti e Cina, <strong>una guerra tra NATO e Russia</strong>, la caduta di leader politici, il riconoscimento diplomatico di Israele da parte del Libano, o persino il numero di Paesi contro cui Washington potrebbe intraprendere azioni militari in un anno.<br><br>Va aggiunto che queste piattaforme si stanno progressivamente trasformando da nicchia a vera e propria infrastruttura finanziaria in competizione con operatori tradizionali della finanza e delle scommesse. In un&#8217;intervista a <em>Front Office Sports</em>, il CEO di Kalshi, <strong>Tarek Mansour,</strong> ha ad esempio dichiarato che <a href="https://finance.yahoo.com/markets/crypto/articles/kalshi-ceo-says-polymarket-not-213901342.html">non considera più Polymarket il principale concorrente della piattaforma</a>. Secondo Mansour, le minacce competitive più rilevanti arrivano da colossi come CME Group, il più grande mercato mondiale dei derivati, da Robinhood e dagli operatori delle scommesse sportive, segno di come i <em>prediction market </em>stiano convergendo con i mercati finanziari tradizionali. </p>



<p>I numeri, in fondo, mostrano un settore ormai di dimensioni significative. Secondo gli analisti di Bank of America, <a href="https://www.coindesk.com/it/markets/2026/04/09/kalshi-now-controls-89-of-the-u-s-prediction-market-as-regulated-trading-takes-over">Kalshi controllerebbe circa il 91% del mercato regolamentato statunitense, mentre Polymarket occuperebbe la seconda posizione</a>. La vera posta in gioco, infatti, resta quella regolamentare, la quale rappresenta l’ultimo baluardo contro l’uso indiscriminato delle piattaforme. Lo stesso Mansour sostiene che l&#8217;intero comparto rischi di perdere credibilità a causa dei casi di presunto <em>insider trading</em> emersi sulle piattaforme offshore citati in precedenze e “arricchiti” da nuovi episodi (come quello del soldato statunitense <strong>Gannon Van Dyke</strong>, accusato dai procuratori federali di aver utilizzato informazioni privilegiate per trasformare circa 33.000 dollari in oltre 400.000 dollari <a href="https://www.justice.gov/opa/pr/us-soldier-charged-using-classified-information-profit-prediction-market-bets">scommettendo sulla tempistica di un&#8217;operazione legata al Venezuela</a> e quello dell&#8217;ingegnere di Google <strong>Michele Spagnuolo</strong>, incriminato con l&#8217;accusa di aver guadagnato circa 1,2 milioni di dollari <a href="https://tg24.sky.it/cronaca/2026/06/01/ingegnere-google-italiano-arrestato-michele-spagnuolo">scommettendo sull&#8217;identità della persona più cercata su Google nel 2025</a> prima che i dati diventassero pubblici). Nonostante i casi di evidente uso illecito delle informazioni nelle piattaforme, questi mercati hanno comunque ricevuto il <a href="https://www.msn.com/en-us/money/savingandinvesting/donald-trump-jr-invests-millions-in-polymarket-after-kalshi-advisory-role-report/ar-AA1Lh0Ol">supporto importante dell’amministrazione americana</a>. Dopo essere diventato consulente strategico di Kalshi all&#8217;inizio del 2025, Trump Jr. ha infatti annunciato un investimento da decine di milioni di dollari in Polymarket attraverso il fondo 1789 Capital, entrando contemporaneamente nel consiglio consultivo della piattaforma.</p>



<p>I prediction market non sono quindi soltanto un nuovo modo di scommettere sul futuro. Sono diventati un laboratorio in cui finanza, tecnologia, informazione e geopolitica si incontrano, creando nuove fonti di guadagno e di incentivi alla manipolazione (spesso “coatta”) della realtà.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/come-funziona-polymarket-il-casino-dove-si-scommette-sulla-coppa-del-mondo-e-sulla-guerra-nato-russia.html">Come funziona Polymarket, il casinò dove si scommette sulla Coppa del Mondo e sulla guerra Nato-Russia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 14:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1363" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-300x213.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1024x727.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-768x545.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1536x1090.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-600x426.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il rafforzamento dei legami tra Cina e Paesi del Golfo è una trasformazione strutturale che va ben oltre la dipendenza dal petrolio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html">Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1363" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-300x213.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1024x727.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-768x545.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-1536x1090.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/OVERCOME_20260422074723540_d013470e0ad7c990e50b2798413120e3-600x426.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’escalation militare tra Stati Uniti e Iran ha probabilmente già ridisegnato in parte la mappa delle alleanze in Medio Oriente. Molti osservatori, in particolare, hanno più volte previsto che un quadro geopolitico così incendiario avrebbe spinto gli attori esterni, a partire dalla Cina, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c2044vzrdpzo">a una strategia di prudente attesa o di parziale disimpegno</a> per evitare di rimanere schiacciati dalle crescenti pressioni di Washington. La realtà sul campo sta però smentendo questa lettura, mostrando come Pechino considera i propri legami con le monarchie del Golfo una priorità strutturale non negoziabile, indipendente dalle crisi del momento.</p>



<p>Un indicatore chiarissimo di questa tendenza emerge dalle ultime decisioni industriali e militari della Repubblica Popolare. Un recente articolo del <em>South China Morning Post</em> <a href="https://www.scmp.com/news/china/military/article/3357197/beijing-planning-make-more-drones-overseas-middle-eastern-buyers">evidenzia infatti come Pechino stia valutando di espandere la produzione di droni militari all’estero</a>, in particolare per servire meglio i clienti del Medio Oriente, sulla scia delle strategie mostrate dal colosso statale Norinco durante l’Eurosatory 2026 a Parigi. La società ha presentato un modello di linea di assemblaggio completo, dalla produzione dei componenti ai test finali, accompagnato dal messaggio di “localizzazione della difesa”, indicando una possibile delocalizzazione industriale. <strong>Questa mossa risponde alla crescente domanda nei Paesi del Golfo,</strong> già tra i maggiori acquirenti di droni cinesi per capacità operative rapide e costi contenuti. La produzione offshore permetterebbe quindi di ridurre tempi di consegna, migliorare manutenzione e supporto locale e aggirare frizioni logistiche o vincoli politici legati alle esportazioni. Inoltre, l’approccio riflette un passaggio <strong>da semplice vendita di armamenti a integrazione industriale con partner regionali</strong>, includendo addestramento e <em>supply chain</em> locali. Nel complesso, la strategia segnala un rafforzamento della presenza cinese nel mercato militare mediorientale e una crescente competizione con i fornitori occidentali.</p>



<p>Se la notizia sull’intensificarsi della cooperazione in materia militare tra Cina e Paesi del Golfo aiuta già a comprendere la crescente presenza cinese nella regione nonostante l’escalation militare, le ultime notizie forniscono ulteriore supporto a questa osservazione.</p>



<p>Sempre a giugno, infatti, <a href="https://www.arabnews.jp/en/business/article_172196/">Arabia Saudita e Cina hanno concordato la firma di sei accordi e memorandum d’intesa durante una visita ufficiale a Pechino</a> (13-16 giugno 2026), accompagnata dall’assegnazione di progetti abitativi per oltre 1,9 miliardi di riyal sauditi (circa 506 milioni di dollari) tra Riyadh e Dammam. Le intese coprono investimenti nel settore edilizio, trasferimento tecnologico, sviluppo del capitale umano e partnership pubblico‑private, con l’obiettivo di migliorare efficienza e qualità nell’esecuzione dei progetti. <strong>L’iniziativa si inserisce nel contesto della Vision 2030 saudita</strong>, che punta a diversificare l’economia e potenziare infrastrutture e mercato immobiliare e dove il forum sino-saudita dei contractor ha rafforzato le sinergie industriali. Le stesse autorità saudite sottolineano come le aziende cinesi contribuiscano a trasformare ambizioni strategiche in risultati concreti, consolidando una presenza crescente in costruzioni, trasporti e grandi progetti.</p>



<p><br>E ancora. Investitori cinesi starebbero anche <a href="https://www.omanobserver.om/article/1191164/business/energy/chinese-firms-back-omans-solar-cyber-ambitions">sostenendo le ambizioni industriali e digitali dell’Oman attraverso due progetti strategici presentati il 13 giugno 2026 nell’ambito del Future Fund Oman</a>, in linea con la Vision 2040. Il principale è il complesso Orion Solar nella Sohar Freezone, un investimento da circa 220 milioni di rial omaniti (oltre 570 milioni di dollari) destinato a produrre ogni anno 6 GW di celle solari e 3 GW di pannelli, posizionandosi tra le strutture più avanzate a livello globale. Parallelamente, la società XCyber (legata al gruppo cinese QAX) prevede di costruire un hub regionale di cybersecurity, con capacità sovrane di monitoraggio, laboratori forensi digitali e centri operativi per la gestione delle minacce informatiche.<br></p>



<p>La scelta di avviare progetti industriali di questa portata da parte cinese, proprio mentre la regione è attraversata da uno scontro aperto tra USA e Iran, è perciò un segnale politico di enorme rilevanza. Una possibile lettura strategica di questi avvenimenti deriva anche dal <a href="https://www.gccbusinessnews.com/uae-china-strategic-partnerships-beijing/">rafforzamento della partnership strategica tra Emirati Arabi Uniti e Cina emersa durante la visita ufficiale del principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Khaled bin Mohamed bin Zayed</a>, a Pechino lo scorso aprile (ancora una volta, mentre il conflitto in Medio Oriente era ben lontano dalla “tregua”), dove ha incontrato il premier <strong>Li Qiang</strong> per ampliare la cooperazione bilaterale in settori prioritari. Al centro dei colloqui è stato posizionato proprio il passaggio a una fase più integrata della relazione, con dei focus ben precisi su opportunità future, resilienza delle supply chain e… ruolo congiunto nell’economia globale (!). I due Paesi hanno infatti sottolineato la crescita significativa degli scambi, con il commercio non petrolifero che ha raggiunto circa 111 miliardi di dollari nel 2025. Ad arricchire di importanza l’evento ha contribuito anche la UAE‑China Business Promotion Conference, un momento volto a rafforzare i legami tra imprese e investitori in settori ricorrenti negli accordi cinesi che hanno come oggetto il Golfo (infrastrutture, tecnologia e industria). Ecco, dunque, che la Cina non sembra aver rinunciato ai propri obbiettivi economici e geopolitici nel Golfo nemmeno dopo l’escalation in Iran.</p>



<p>L’analisi di Zaid M. Belbagi di qualche giorno fa su <em>Arab News</em>, evidenzia infatti come, <a href="https://www.arabnews.jp/en/uncategorized/article_172684/">anche nel contesto di crescenti tensioni regionali la Cina riesca comunque a consolidare in modo sistematico la propria presenza economica e strategica nel Golfo</a>, rafforzando legami che vanno ben oltre il tradizionale scambio energia‑manifattura. L’autore sottolinea che i Paesi del GCC (Gulf Cooperation Council), storicamente dipendenti dagli Stati Uniti, hanno accelerato il perseguimento di una maggiore autonomia strategica, riconoscendo probabilmente in Pechino un partner credibile soprattutto per investimenti industriali, tecnologia e finanza. I dati citati nell’articolo sono significativi: <strong>il commercio bilaterale Cina‑Golfo ha raggiunto circa 300 miliardi di dollari annui, mentre il Middle East copre il 42% delle importazioni petrolifere cinesi</strong>, a dimostrazione di un’interdipendenza strutturale. A prima vista sembrerebbe che il Golfo abbia bisogno della Cina… tanto quando Pechino abbia bisogno del Golfo, ponendo la Cina nella posizione di non poter rinunciare facilmente e velocemente ai Paesi arabi.</p>



<p>Tuttavia, il punto centrale dell’analisi è qualitativo: Pechino sta accumulando posizioni industriali e finanziarie profonde, come la partecipazione di <a href="https://constructionreviewonline.com/north-field-east-lng-in-qatar-project-resumes-full-construction-after-iran-conflict-evacuation/">Sinopec nel North Field East in Qatar</a> o le <a href="https://www.saentrepreneurs.ch/index.php/experts?view=article&amp;id=832:saudi-aramco-joint-venture-to-develop-huge-refinery-petrochemical-complex-in-china&amp;catid=205:news">joint venture con Aramco</a>, oltre a esportare tecnologie strategiche, con 850 milioni di dollari di pannelli solari esportati nella regione solo nei primi due mesi del 2026. Belbagi evidenzia inoltre che la costanza della politica estera cinese e l’assenza di condizioni politiche negli investimenti rappresentano un vantaggio competitivo rispetto all’approccio statunitense, spesso percepito come più volatile e vincolante. Nonostante ciò, rimane difficile immaginare che la Cina intenda sostituire il ruolo di sicurezza degli USA, i quali mantengono ancora una presenza militare dominante e il 54% delle forniture di armi alla regione; quello che Pechino sembrerebbe voler ottenere è invece la realizzazione di un’architettura economico‑industriale alternativa su scala globale. In questo quadro, il rafforzamento dei legami con il Golfo non si interrompe con le tensioni geopolitiche, ma anzi si intensifica, configurandosi come uno strumento attraverso cui i Paesi del Golfo ridefiniscono il loro rapporto con Washington e avanzano verso una maggiore “indipendenza”.</p>



<p>D’altronde, <a href="https://www.weforum.org/stories/2026/06/gcc-china-ties-matter-beyond-gulf/">anche un’analisi del World Economic Forum evidenzia come il rafforzamento dei legami tra Cina e Paesi del Golfo rappresenti una trasformazione strutturale</a> che va ben oltre la tradizionale dipendenza dal petrolio, evolvendo verso una relazione economica definita “full‑stack” che comprende cioè capitale, tecnologia, manifattura, logistica ed energia pulita. L’analisi evidenzia poi quattro driver principali sui quali si stanno innestando i nuovi rapporti tra Pechino e Paesi arabi: l’allineamento tra capitale del Golfo e capacità industriale cinese, l’integrazione tra manifattura cinese e logistica regionale, la complementarità tra energia del Golfo e domanda cinese per AI e clean tech, e una convergenza strategica su diversificazione e nuove rotte commerciali; traiettorie talmente strategiche che nemmeno la Terza Guerra del Golfo sembra poter annuvolare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/energia-e-molto-altro-dopo-la-guerra-usa-alliran-lasse-cina-golfo-e-piu-forte-che-mai.html">Energia e molto altro: dopo la guerra Usa all&#8217;Iran, l&#8217;asse Cina-Golfo è più forte che mai</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/basta-soldi-facili-con-le-armi-perche-la-bolla-della-difesa-in-borsa-si-sta-sgonfiando.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2026 04:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[borsa]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa europea]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="armamenti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-600x372.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'indice azionario di riferimento, lo Stoxx Europe Targeted Defence, ha perso oltre il 15% dal picco di gennaio. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/basta-soldi-facili-con-le-armi-perche-la-bolla-della-difesa-in-borsa-si-sta-sgonfiando.html">Basta soldi facili con le armi: perché la bolla della Difesa in Borsa si sta sgonfiando</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1189" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="armamenti" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-300x186.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1024x634.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-768x476.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-1536x951.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/armamenti-600x372.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per oltre tre anni, i titoli delle aziende della difesa europee <a href="https://www.cnbc.com/2026/05/30/defense-stocks-consolidation-rheinmetall-saab-renk.html">sono stati i &#8220;re incontrastati&#8221; delle Borse mondiali</a>. Dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022, e per tutto il 2025, investire nei colossi delle armi sembrava una scommessa blindata. Un boom alimentato dalle promesse dei governi di ricostruire gli arsenali e dall&#8217;accordo NATO per alzare le spese militari fino a un ambizioso 5% del PIL. Ma nel 2026 il vento è cambiato. Quella che sembrava una corsa inarrestabile ha bruscamente invertito la rotta. Come rileva un recente articolo del Financial Times, <a href="https://archive.is/20260612045759/https:/www.ft.com/content/1fa66019-c241-46f8-b9e4-7b3ac8575904"><em>l&#8217;indice azionario di riferimento, lo Stoxx Europe Targeted Defence</em>, ha perso oltre il 15% dal picco di gennaio</a>, mandando in fumo miliardi di euro e colpendo giganti del calibro di Leonardo, BAE Systems, Rolls-Royce, Thales e Rheinmetall. Cosa sta succedendo? La finanza sta voltando le spalle alla geopolitica? Non proprio. Semplicemente, i mercati hanno smesso di sognare e hanno iniziato a chiedere i conti.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="606" height="426" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg.png" alt="" class="wp-image-520608" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg.png 606w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg-300x211.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/bolla-difesa.jpg-600x422.png 600w" sizes="auto, (max-width: 606px) 100vw, 606px" /></figure>



<p>Il primo grande problema sottolineato anche dal <em>Financial Times </em>riguarda la sostenibilità economica. Con l&#8217;esplosione del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran e la quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, l&#8217;inflazione globale è tornata a fare paura. Di conseguenza, <a href="https://www.reuters.com/business/how-surging-bond-yields-add-europes-fiscal-headaches-2026-04-16/">le banche centrali minacciano nuovi aumenti dei tassi d&#8217;interesse e i costi di indebitamento per i governi sono schizzati alle stelle</a>. Gli analisti si stanno dunque ponendo una domanda cruciale: come faranno i governi europei, già gravati da forti deficit pubblici, a finanziare piani di difesa così colossali se emettere debito costa sempre di più? Il timore è che le promesse della politica non si trasformino davvero in contratti reali. </p>



<p>Le crepe stanno emergendo chiaramente anche al di fuori dei confini dell&#8217;Unione Europea. Il caso più emblematico si sta consumando nel Regno Unito, dove <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c4gyp8n7g3go">la crisi politica innescata dalle dimissioni shock del Segretario alla Difesa John Healey e del Ministro delle Forze Armate Al Carns</a> ha portato alla luce un profondo scontro sul finanziamento militare. Al centro della disputa c&#8217;è il <em>Defence Investment Plan </em>(DIP), giudicato dai dimissionari &#8220;sottofinanziato&#8221; e inadeguato a raggiungere l&#8217;obiettivo del 3% del PIL entro il 2030 (le stime attuali si fermano al 2,68%). Questa spaccatura dimostra in modo inequivocabile come, <strong>persino all&#8217;interno dell&#8217;area geografica europea e in un Paese storicamente pilastro della NATO</strong>, l&#8217;entusiasmo retorico per il riarmo stia drammaticamente rallentando di fronte alla rigidità dei conti pubblici e alla resistenza dei Ministeri delle Finanze. Per gli investitori, l&#8217;instabilità politica di Londra è il segnale che il percorso verso una spesa militare illimitata è tutt&#8217;altro che garantito, trasformando le promesse governative di contratti a lungo termine in una scommessa incerta e frenando, di conseguenza, i rally azionari del settore.<br><br>C&#8217;è poi un problema di &#8220;messa a terra&#8221;. Nel gergo finanziario si dice infatti che <strong>le aspettative erano troppo alte rispetto alla realtà dei bilanci. </strong>Non era dunque totalmente imprevedibile che al di là dei numeri, giganti come <a href="https://www.ft.com/content/3361cf9c-84a6-433e-81ba-ef47242d0f69?syn-25a6b1a6=1">Rheinmetall</a>, Airbus e Thales avrebbero presentato in ogni caso risultati del primo trimestre deludenti per il mercato. Le commesse e gli ordini ci sono, ma convertire un ordine per un carro armato o un sistema radar in fatturato e utili netti richiede anni. Gli investitori istituzionali (i grandi fondi) hanno esaurito la pazienza e hanno iniziato a vendere le loro quote, <a href="https://www.marketscreener.com/news/rheinmetall-co-slip-as-morgan-stanley-downgrades-sector-ce7f5dd3df80f421">portando colossi bancari come Morgan Stanley a declassare il settore a un giudizio &#8220;neutrale&#8221;</a>.<br><br></p>



<p>L&#8217;altro grande scossone è tecnologico. I recenti e drammatici sviluppi in Medio Oriente hanno dimostrato che la guerra moderna non si combatte più (o non solo) con la vecchia &#8220;artiglieria pesante&#8221; o con i cingolati. <strong>I veri protagonisti sono i droni low-cost, l&#8217;intelligenza artificiale e i sistemi missilistici ad alta tecnologia. </strong>Molte aziende europee storiche vengono oggi percepite dagli investitori come <em>«old school»</em>, giganti della vecchia economia manifatturiera troppo lenti ad aggiornarsi. <a href="https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/european-defence-stocks-cool-investors-reassess-war-winners-2026-04-20/">I capitali si stanno quindi spostando verso startup della difesa tecnologica o aziende specializzate in droni e software di guerra</a>.</p>



<p><br>Tuttavia, se la tenuta dei bilanci nazionali rappresenta un freno nel breve periodo, le determinanti macro-geopolitiche continuano a tracciare una traiettoria di lungo termine che potrebbe paradossalmente mantenere in forte auge i titoli della difesa europei. La prospettiva che l&#8217;Europa debba fare i conti con <a href="https://www.msn.com/en-us/money/other/europe-braces-for-drastic-cuts-to-us-nato-wartime-contributions/ar-AA25vwTE?ocid=BingNewsSerp">drastici tagli ai contributi militari statunitensi in ambito NATO</a> &#8211; con la riduzione di circa un terzo dei caccia e il disimpegno di bombardieri e sottomarini strategici &#8211; costringe infatti i governi continentali ad assumersi la responsabilità primaria della difesa convenzionale. Questo progressivo arretramento di Washington crea un vuoto operativo che i Paesi europei saranno obbligati a colmare con risorse proprie, garantendo una domanda strutturale e prolungata per i produttori locali di armamenti. </p>



<p>In questo contesto, persino le recenti tensioni con l&#8217;alleato americano (culminate nella <a href="https://en.ilsole24ore.com/art/usa-warns-eu-no-buy-european-weapons-or-we-will-retaliate-AI0Zh1WB">minaccia statunitense di ritorsioni contro l&#8217;introduzione di clausole &#8220;Buy European&#8221; nei bandi di gara militari</a>) potrebbero trasformarsi in un acceleratore inatteso per il comparto. Di fronte alle pressioni della Casa Bianca, l&#8217;Unione Europea si troverà di fatto costretta a verticalizzare i propri investimenti, blindando la preferenza comunitaria nei programmi di spesa come il piano SAFE o l&#8217;<em>Industrial Accelerator Act</em>. Di conseguenza, quello che si prospetta come un duro scontro commerciale si potrebbe rivelare anche un catalizzatore per un riarmo europeo forzato, canalizzando enormi flussi di capitale pubblico direttamente verso i campioni industriali del vecchio continente.</p>



<p><br>La strada verso questo traguardo si preannuncia però in forte salita, ostacolata dalle storiche e croniche gelosie industriali che continuano a frammentare l’Europa proprio nel momento di massimo sforzo. Il fallimento e la chiusura ufficiale del programma FCAS (<em>Future Combat Air System</em>) per il caccia di sesta generazione (un progetto da oltre 100 miliardi di dollari che legava Parigi, Berlino e Madrid) rappresenta in questo senso un durissimo scontro con la realtà. Quello che è stato ribattezzato come il &#8220;<a href="https://scenarieconomici.it/caccia-di-sesta-generazione-il-grande-divorzio-europeo-germania-e-spagna-lanciano-il-team-gen-6/">grande divorzio europeo</a>&#8220;, consumatosi a causa di divergenze insanabili sui requisiti militari e sulla proprietà intellettuale, ha visto la Germania e la Spagna muoversi autonomamente con il lancio del consorzio industriale &#8220;Team Gen 6&#8221; guidato da Airbus, otto grandi appaltatori tedeschi e cinque eccellenze spagnole, escludendo la Francia di Dassault. </p>



<p>Questa ennesima scissione interna, che costringe il settore a dividersi tra il neonato blocco tedesco-spagnolo, l&#8217;asse rivale italo-britannico-giapponese del GCAP e una Francia isolata, dimostra come la spinta politica verso l&#8217;autonomia strategica rischi di naufragare in una dispersione di risorse e in una dannosa duplicazione dei programmi. <strong>Per gli investitori, lo stop ai megaprogetti comunitari introduce un forte elemento di incertezza:</strong> se da un lato il riarmo resta una necessità imprescindibile per sopravvivere al disimpegno statunitense, dall&#8217;altro l&#8217;incapacità dell&#8217;Europa di fare fronte comune rischia di dilatare i tempi di sviluppo dei sistemi d&#8217;arma avanzati, riducendo le economie di scala e zavorrando i margini di profitto complessivi dei grandi player azionari della difesa continentale.</p>



<p><br>Gli esperti sono quindi concordi sul fatto che la fase dei &#8220;soldi facili&#8221; nel settore della difesa si sia conclusa. Il settore non è destinato a fallire, poiché le tensioni geopolitiche rimangono altissime, ma d&#8217;ora in avanti gli investitori potrebbero diventare molto più selettivi. Sopravviverà e crescerà solo chi saprà dimostrare due cose: bilanci solidi nell&#8217;immediato e una forte leadership nelle tecnologie del futuro.</p>
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