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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Wed, 13 May 2026 04:47:53 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Martina Besana Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Santi e trasparenti bilanci: che cosa raccontano i conti in salute dello Ior</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/santi-e-trasparenti-bilanci-che-cosa-raccontano-i-conti-in-salute-dello-ior.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Martina Besana]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 04:47:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[IOR]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="vaticano" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Uscita dalla "zona grigia", la banca vaticana pubblica con trasparenza un bilancio che parla di conti in ordine e investimenti azzeccati. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/santi-e-trasparenti-bilanci-che-cosa-raccontano-i-conti-in-salute-dello-ior.html">Santi e trasparenti bilanci: che cosa raccontano i conti in salute dello Ior</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="vaticano" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/vaticano-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Se c’è un luogo al mondo dove ci si aspetterebbe conti silenziosi e numeri sussurrati, quello è il Vaticano. E invece, una volta l’anno, lo IOR, la cosiddetta “banca vaticana”, apre i registri e mette tutto nero su bianco. Il <a href="https://www.ior.va/contenuti/comunicati-stampa-2026/bilancio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bilancio 2025</a> è uno dei documenti che forse meglio racconta <strong>la storia di un’istituzione che oggi naviga con bussola stabile e una solidità finanziaria che farebbe invidia a molte banche commerciali.</strong> Nel bilancio d’esercizio approvato al 31 dicembre 2025 c’è infatti un dato che spicca subito, cioè l’utile netto, che a fine dell’anno scorso ammontava a 51 milioni di euro, un risultato in forte crescita rispetto all’anno precedente e il migliore dell’ultimo decennio. Scendendo nel dettaglio, una parte rilevante dei ricavi esplicitati nel documento arriva dal cosiddetto margine di interesse, che è la differenza tra gli interessi incassati sugli investimenti e quelli riconosciuti ai clienti sui depositi.</p>



<p>Nel 2025 questo margine è aumentato, <strong>segno che lo IOR è riuscito a impiegare le risorse in modo più efficiente</strong>. Accanto a questo c’è il margine commissionale, che deriva dai servizi offerti alla clientela, come la gestione dei patrimoni e la custodia dei titoli, e che è rimasto stabile, indicando una base di attività consolidata. Mettendo insieme questi elementi si ottiene il margine di intermediazione, una sorta di indicatore generale della “vita operativa” della banca: anche questo è cresciuto in modo significativo, confermando che l’Istituto nel suo complesso funziona meglio rispetto all’anno precedente. </p>



<p>Un altro capitolo fondamentale riguarda la raccolta complessiva, cioè l’insieme di conti correnti, depositi, gestioni patrimoniali e titoli custoditi per conto dei clienti. In questo caso, <strong>il volume arriva fino a 5,9 miliardi di euro; una cifra enorme se si pensa che lo IOR non opera come una banca tradizionale aperta al pubblico,</strong> ma serve soprattutto congregazioni religiose e enti legati alla Santa Sede. Ancora più importante, per capire la solidità dell’Istituto è il patrimonio netto, che ha superato gli 815 milioni di euro. Questo valore rappresenta, in sostanza, il “cuscinetto” di sicurezza a disposizione dell’istituto, il quale può servirsi di queste risorse proprie che servono ad assorbire eventuali perdite future. Collegato a questo c’è il Tier 1 ratio, un indice tecnico che misura il rapporto tra il capitale di migliore qualità e le attività rischiose.</p>



<p>Con un valore che sfiora il 72%, lo IOR si colloca, anche su questo fronte, su livelli di robustezza rarissimi nel panorama finanziario internazionale, ben oltre i requisiti minimi richiesti alle banche (<a href="https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/tier-capitale-banche164.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">che si attestano attorno al 7%)</a>. Come viene gestita quindi questa ricchezza? Il bilancio ci dice che, oltre alle Opere di religione e carità, u<strong>na parte significativa degli utili dello IOR vengono distribuiti sotto forma di dividendo al Santo Padre</strong>, che riceverà nello specifico 24,3 milioni di euro. In un contesto laico questa voce suonerebbe come la remunerazione di un azionista, ma è lo stesso IOR a mettere nero su bianco che la Chiesa non mira tecnicamente a massimizzare i profitti fini a sé stessi, ma a posizionare invece la finanza al servizio di una missione più ampia di cui il Papa è chiaramente il principale abilitatore.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">Finita la &#8220;cultura del segreto&#8221;</h2>



<p>Dietro una sfilata di numeri impeccabili, però, il bilancio 2025 dello IOR&nbsp;potrebbe raccontare&nbsp;anche un’altra storia, fatta&nbsp;soprattutto&nbsp;di passaggi di testimone&nbsp;ma anche di&nbsp;cicatrici del passato.&nbsp;Il 2025, infatti, non è solo l’anno dell’utile record e del dividendo più generoso mai destinato al Papa, ma&nbsp;<a href="https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/ior-l-ex-presidente-de-franssu-chiusa-l-era-dell-istituto-come-paradiso-fiscale/ar-AA22WfBf?ocid=finance-verthp-feeds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">segna anche la fine della lunga missione di Jean‑Baptiste de Franssu</a>, presidente dello IOR per dodici anni. Un mandato iniziato&nbsp;nel 2014&nbsp;con&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2014/07/10/news/ior-de-franssu-piu-aiuto-ai-poveri-e-piu-trasparenza-1.35732040/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’obiettivo di rendere lo IOR effettivamente uguale a qualunque altro istituto&nbsp;bancario</a>, proprio mentre l’ente&nbsp;usciva da una delle fasi più oscure della sua storia.&nbsp;Quando de Franssu&nbsp;arriva allo IOR, i profitti erano persino più alti di oggi, ma maturavano,&nbsp;<a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/05/11/news/balzano_i_conti_dello_ior_fine_missione_per_de_franssu_la_banca_vaticana_non_e_piu_un_paradiso_fiscale-21890644/?utm_source=dlvr.it&amp;utm_medium=twitter" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come lui stesso ha ammesso</a>,&nbsp;in una “zona grigia” della finanza internazionale, se non addirittura oltre la linea rossa. Tra il 2004 e il 2014, secondo quanto ricostruito&nbsp;in alcune inchieste, l’Istituto sarebbe stato “saccheggiato” di circa 150 milioni di euro, tra mala gestione, appropriazioni indebite e pratiche opache.&nbsp;<a href="https://askanews.it/old/op.php?file=%2Fcronaca%2F2022%2F07%2F22%2Fcresta-sulle-svendite-dello-ior-condannato-in-via-definitiva-lex-presidente-top10_20220722_163220%2F" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’ex presidente Angelo Caloia è stato condannato per appropriazione indebita a danno dello IOR</a>, così come&nbsp;<a href="https://www.acistampa.com/story/18943/confermata-in-appello-la-condanna-di-mala-gestio-per-due-dirigenti-dello-ior-18943" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’ex direttore generale Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli</a>.&nbsp;</p>



<p>Per decenni lo IOR aveva&nbsp;in effetti&nbsp;operato dentro una “cultura del segreto”, come ha commentato&nbsp;testualmente&nbsp;lo stesso De Franssu,&nbsp;alimentata&nbsp;soprattutto&nbsp;dal contesto geopolitico della Guerra Fredda. De Franssu, come viene riportato in un&nbsp;<a href="https://www.msn.com/it-it/notizie/mondo/ior-l-ex-presidente-de-franssu-chiusa-l-era-dell-istituto-come-paradiso-fiscale/ar-AA22WfBf?ocid=finance-verthp-feeds" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo de Il Messaggero</a>,&nbsp;ricorda&nbsp;inoltre&nbsp;come l’istituto fosse stato usato in passato per trasferire denaro&nbsp;verso Paesi ostili alla Chiesa, aggirando controlli e restrizioni&nbsp;(il più famoso di questi casi è forse il&nbsp;<a href="https://askanews.it/old/op.php?file=%2Fcronaca%2F2022%2F07%2F22%2Fcresta-sulle-svendite-dello-ior-condannato-in-via-definitiva-lex-presidente-top10_20220722_163220%2F" target="_blank" rel="noreferrer noopener">finanziamento di Giovanni Paolo II di Solidarnosc in Polonia con fondi vaticani</a>&nbsp;per&nbsp;contribuire alla caduta del muro di Berlino).&nbsp;È un’eredità pesantissima, che spiega perché&nbsp;a inizio aprile di quest’anno, quando&nbsp;De Franssu consegna le chiavi a François Pauly,&nbsp;il&nbsp;<a href="https://www.policymakermag.it/italia/ior-via-de-franssu-dentro-pauly-chi-e-il-nuovo-presidente-del-consiglio-di-sovrintendenza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nuovo presidente del Consiglio di Sovrintendenza dello IOR</a>,&nbsp;ci tiene a sottolineare che sta lasciando&nbsp;un’Istituzione che, parole sue, “<a href="https://www.farodiroma.it/lo-ior-registra-un-utile-record-e-invia-un-dividendo-da-243-milioni-a-papa-leone-chiusa-lera-del-paradiso-fiscale-letizia-lucarelli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">non è più un paradiso fiscale</a>”, ma una banca con regole chiare e controlli stringenti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>A completare il quadro dei risultati finanziari dello IOR c’è un tassello meno noto al grande pubblico ma molto indicativo della direzione strategica intrapresa dall’Istituto. Si tratta della creazione di indici azionari propri, sviluppati in collaborazione con Morningstar, ovvero il <a href="https://investire.biz/analisi-previsioni-ricerche/indici-di-borsa/ior-cosa-sono-come-funzionano-nuovi-indici-azionari-morningstar" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles</em> e <em>Morningstar IOR US Catholic Principles</em></a>. Non sono prodotti finanziari in cui investire direttamente, ma <em>benchmark</em>, cioè parametri di riferimento che servono per misurare come va un investimento e per verificare se chi gestisce un patrimonio sta ottenendo risultati coerenti con il mercato di riferimento. <strong>Qui, però, il mercato viene prima “filtrato” sulla base di criteri morali ben precisi. </strong>Gli indici IOR, infatti, si ispirano alla dottrina sociale della Chiesa cattolica dando vita a panieri di <strong>circa cinquanta società a media e grande capitalizzazione, negli Stati Uniti e nell’Eurozona, che rappresentano la parte considerata compatibile con una specifica visione morale dell’economia.</strong> Restano fuori, per esempio, le imprese coinvolte nella produzione di armi, nella pornografia, nel gioco d’azzardo, nelle dipendenze, nelle attività sanitarie considerate contrarie alla tutela della vita, così come i gruppi legati al carbone, ad attività energetiche ad alto impatto ambientale o a produzioni significative di tabacco e alcol.</p>



<p>All’interno dei benchmark trovano&nbsp;però&nbsp;spazio grandi multinazionali ben note, soprattutto nel&nbsp;settore&nbsp;tecnologico&nbsp;come&nbsp;Meta&nbsp;Platforms, Amazon, Tesla&nbsp;e&nbsp;SAP.&nbsp;Dietro la costruzione di questi indici potrebbe celarsi&nbsp;quindi una prospettiva di medio periodo&nbsp;in cui&nbsp;l’infrastruttura&nbsp;esistente diventi pronta&nbsp;all’uso per eventuali strumenti finanziari futuri costruiti esplicitamente su principi cattolici. Letti insieme al bilancio record, questi indici&nbsp;ci mandano forse dei segnali&nbsp;di un’istituzione che, dopo aver chiuso la stagione delle emergenze, prova a giocare un ruolo più propositivo, contribuendo&nbsp;a ridefinirne i parametri.&nbsp;È in questo contesto che il cambio al vertice assume&nbsp;perciò&nbsp;un significato che va oltre la semplice scadenza del mandato. Formalmente, la fine dell’incarico di de Franssu&nbsp;rientra nella normale alternanza prevista dalla governance, ma sostanzialmente&nbsp;potrebbe anche rappresentare&nbsp;un passaggio di fase&nbsp;dall’epoca del risanamento e della “bonifica” a quella del consolidamento e della gestione ordinaria di una banca che ormai si muove a pieno titolo nel sistema finanziario internazionale.&nbsp;&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Giappone, lo yen e il segnale che il mondo non può ignorare</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-giappone-lo-yen-e-il-segnale-che-il-mondo-non-puo-ignorare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 04:15:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Yen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1244" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giappone" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-1024x663.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-768x498.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-1536x995.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-600x389.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Oggi il mondo esporta inflazione, e lo yen debole non è più un beneficio netto ma un rischio sistemico per il Paese. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1244" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giappone" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-1024x663.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-768x498.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-1536x995.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-600x389.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre l’attenzione dei media globali è catturata quasi interamente da Hormuz e dagli effetti immediati sui prezzi del petrolio e delle materie prime, c’è un’altra faglia che continua a muoversi sottoterra. È più silenziosa, meno cinematografica, ma potenzialmente altrettanto destabilizzante. <strong>Si chiama Giappone.</strong> Le sue scelte monetarie, spesso liquidate come un affare domestico o come un’anomalia a cui non prestare attenzione, stanno invece generando onde che attraversano mercati, valute e flussi di capitale in tutto il mondo. Il Giappone, oggi, è proprio uno di quei luoghi in cui il futuro del sistema monetario globale sta prendendo forma, lontano dalle analisi sui barili di greggio ma non meno decisivo per l’equilibrio economico mondiale.</p>



<p><br>Il punto di partenza per capire l’importanza di ciò che sta avvenendo in terra nipponica è la constatazione della debolezza persistente dello yen. Dopo decenni di politiche ultra‑espansive, <strong>il Giappone si trova infatti con una valuta fortemente svalutata rispetto al dollaro,</strong> in un contesto in cui <a href="https://it.tradingeconomics.com/japan/inflation-cpi">l’inflazione interna, pur più bassa rispetto a Occidente, non è più trascurabile</a>. Lo yen debole è un problema rilevante per le autorità giapponesi perchè aumenta il costo delle importazioni, comprime il potere d’acquisto delle famiglie e mette sotto pressione la stabilità sociale e politica. Un intervento dell’autorità nipponica sul tasso di cambio era quindi inevitabile e <a href="https://it.insideover.com/economia/il-nuovo-asse-giappone-usa-per-cambiare-rotta-ai-mercati-finanziari-globali.html">ne avevamo già parlato in uno scorso articolo</a> di inizio febbraio. Tradizionalmente, difendere una valuta significa vendere riserve estere – soprattutto Treasury USA – per comprare la propria moneta. Ma negli ultimi giorni il Giappone ha scelto una strada diversa perchè ha sostenuto lo yen senza liquidare in modo visibile il proprio enorme stock di debito americano. </p>



<p>Questo dettaglio è cruciale essendo il Giappone uno dei maggiori creditori degli Stati Uniti e venderne i titoli su larga scala avrebbe effetti destabilizzanti sui mercati globali dei tassi. Il Giappone è quindi intervenuto sul mercato dei cambi in modo diretto ma tatticamente prudente, combinando operazioni classiche di acquisto di yen con una gestione molto attenta della liquidità, proprio per evitare effetti destabilizzanti a livello globale. <a href="https://www.cnbc.com/2026/05/01/japanese-fx-intervention-wipes-out-yens-iran-war-losses.html">Secondo CNBC l’intervento è avvenuto quando il cambio dollaro/yen aveva superato quota 160</a>, un livello considerato politicamente ed economicamente insostenibile. Le autorità giapponesi, sotto la regia del Ministero delle Finanze, hanno quindi comprato yen e venduto dollari direttamente sul mercato, innescando un rapido rafforzamento della valuta. Il movimento è stato violento: in una sola giornata lo yen ha guadagnato fino al 3%, cancellando integralmente le perdite accumulate dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="920" height="757" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone1.png" alt="" class="wp-image-515986" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone1.png 920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone1-300x247.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone1-768x632.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone1-600x494.png 600w" sizes="auto, (max-width: 920px) 100vw, 920px" /></figure>



<p><br> <br>Altre fonti ascoltate da Reuters, la quale ha anche analizzato i dati di liquidità della Bank of Japan, lasciano intendere che il Giappone possa aver speso fino a circa <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/japan-may-have-spent-35-billion-yen-buying-intervention-boj-data-shows-2026-05-01/">35 miliardi di dollari in un solo giorno per sostenere lo yen</a>. Non emergono, come detto, segnali evidenti di una vendita massiccia di Treasury statunitensi, suggerendo che Tokyo abbia utilizzato riserve di liquidità già disponibili o strumenti a brevissimo termine, evitando di scaricare sul mercato grandi quantità di debito americano.</p>



<p>Secondo Andre Chelhot, autore del Substack “<em><a href="https://macroanchor.substack.com/p/japanese-yen-intervention-without?r=7f7s3s&amp;utm_medium=ios&amp;triedRedirect=true">Japanese Yen: Intervention Without Resolution, 2022, 2024 and 2026 &#8211; Why the Yen keeps Weakening</a></em>” proprio questa scelta segnala un cambio di regime monetario e finanziario in cui il mondo non è più in una fase di “globalizzazione finanziaria liscia”, ma in una fase di attriti, compromessi e interventi mirati. Per decenni il Giappone è stato per esempio l’outlier globale con tassi a zero, controllo della curva dei rendimenti e carry trade finanziato in yen. Quello che, però, accade in Giappone non resta chiaramente confinato al Giappone e ogni variazione nella politica monetaria nipponica ha ripercussioni dirette sui flussi di capitale globali e sui rendimenti obbligazionari. Se, infatti, lo yen è stato la valuta di finanziamento del mondo, alla luce di questi movimenti più violenti, è facile intuire che anche il costo globale del capitale verrà influenzato da questi cambiamenti.</p>



<p>Con l’intervento della scorsa settimana, il Giappone segnala anche che <strong>non può più permettersi di sostenere passivamente l’egemonia del dollaro a costo della propria stabilità interna. </strong>Allo stesso tempo, non può smantellarla rapidamente senza conseguenze sistemiche. Il caso giapponese è quindi emblematico del passaggio da un sistema basato su regole implicite e flussi liberi a uno in cui la politica monetaria è… apertamente geopolitica (!). Le banche centrali e i ministeri delle finanze potrebbero trovarsi costretti a non operare più solo per la stabilità dei prezzi, ma anche per proteggere la coesione sociale, la sicurezza economica e il posizionamento strategico del Paese.<br>Per rafforzare questa tesi, d’altronde, ci pensa anche la Storia. Come mostra il seguente grafico, il Giappone ha già provato tutto ciò che andava nel vecchio regime, e che ora stenta a funzionare.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="761" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone2.jpg" alt="" class="wp-image-515987" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone2.jpg 761w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 761px) 100vw, 761px" /></figure>



<p><br><br>L’immagine mostra <a href="https://x.com/OnchainIns5699/status/2050897062003118418/photo/1">l’andamento del cambio dollaro/yen dal 2022 al 2026, con sovrapposti in rosso i principali episodi di intervento ufficiale del Giappone</a>. Ogni intervento è accompagnato da tre informazioni chiave: il livello massimo e minimo del cambio nella giornata, e l’ammontare dell’intervento in yen. Si parte dal 2022, con interventi relativamente “contenuti” (2,8–5,6 trilioni di yen), per arrivare al 2024 con operazioni sempre più grandi che però sortivano variazioni del cambio sempre più contenute. Il grafico mostra chiaramente, infatti, che ogni rafforzamento dello yen è stato temporaneo e dopo una breve correzione, la tendenza strutturale alla svalutazione ha sempre ripreso il suo corso. Ogni intervento richiede quindi più risorse del precedente e produce risultati sempre più deboli e questo è esattamente ciò che potrebbe manifestarsi alla fine di un paradigma. </p>



<p>Nel mondo della globalizzazione “deflattiva”, che si è chiusa con la pandemia da Covid-19 nel 2020, il Giappone poteva permettersi uno yen debole, tassi a zero e repressione finanziaria, perché il resto del mondo esportava deflazione verso Tokyo. Oggi il mondo esporta inflazione, e lo yen debole non è più un beneficio netto ma un rischio sistemico per il Paese. Il grafico seguente, ad esempio, mette a confronto l’indice energetico GSCI (linea viola) e i termini di scambio giapponesi (linea blu) e mostra come, ogni volta che i prezzi dell’energia salgono, i termini di scambio del Giappone peggiorino in modo marcato. Questo accade perché il Paese è fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e un aumento dei prezzi globali dell’energia si traduce immediatamente in perdita di potere d’acquisto nazionale.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="856" height="380" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-3.jpg" alt="" class="wp-image-515988" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-3.jpg 856w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-3-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-3-768x341.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/giappone-3-600x266.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 856px) 100vw, 856px" /></figure>



<p>Con l’incremento delle turbolenze geopolitiche globali, che aumentano le pressioni inflative sui prezzi delle materie prime, da qui in avanti le risposte monetarie saranno probabilmente (o forse sarebbe meglio dire inevitabilmente) più ibride, meno trasparenti e più politiche; d’altronde la gestione del cambio, del debito pubblico e delle relazioni con gli Stati Uniti non possono più essere trattate come compartimenti separati.</p>



<p>Il Giappone, spesso visto come un laboratorio del futuro macroeconomico, sta mostrando perciò cosa accade quando decenni di politiche straordinarie incontrano un mondo più frammentato dal punto di vista geopolitico. Altri Paesi seguiranno quindi logiche simili? Presto per poterlo affermare nel breve termine, ma interventi più frequenti, meno trasparenti in un contesto in cui la stabilità del sistema globale non è più garantita automaticamente non saranno sicuramente più delle sorprese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-giappone-lo-yen-e-il-segnale-che-il-mondo-non-puo-ignorare.html">Il Giappone, lo yen e il segnale che il mondo non può ignorare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ma l&#8217;IA è davvero meno costosa del lavoro umano?</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/ma-lia-e-davvero-meno-costosa-del-lavoro-umano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 23:17:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=515061</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Intelligenza artificiale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come la grande leva per ridurre i costi del lavoro. Ora gli esperti ne dubitano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/ma-lia-e-davvero-meno-costosa-del-lavoro-umano.html">Ma l&#8217;IA è davvero meno costosa del lavoro umano?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Intelligenza artificiale" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/intelligenza-artificiale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come la grande leva per ridurre i costi del lavoro. Automatizzare, scalare senza assumere, produrre di più con meno persone; questa è stata <strong>la promessa che ha accompagnato l’adozione massiccia dell’AI soprattutto nelle imprese.</strong> Ma nel 2026 questa narrazione ha cominciato ad incrinarsi. Sempre più aziende stanno infatti scoprendo che l’intelligenza artificiale, soprattutto quando passa dalla sperimentazione alla produzione, <strong>non è affatto economica e in alcuni casi costa più del lavoro umano che dovrebbe sostituire.</strong></p>



<p>Un <a href="https://www.axios.com/2026/04/26/ai-cost-human-workers">recente articolo di <em>Axios</em></a> lo mostra con esempi difficili da ignorare. Il responsabile tecnologico di Uber ha ad esempio ammesso di aver già bruciato l’intero budget AI annuale a causa dei soli costi dei token. Uber ha infatti speso l’intero budget destinato all’Intelligenza Artificiale per il 2026 in appena quattro mesi, a causa dell’adozione massiccia di strumenti di <em>coding </em>come Claude Code e Cursor, diventati rapidamente centrali nel lavoro quotidiano degli ingegneri. L’uso è cresciuto così velocemente che i costi API (<em>Application Programming Interface</em>, cioè le spese che un’azienda paga in base all’uso di servizi IA esterni) sono arrivati a <a href="https://www.briefs.co/news/uber-torches-entire-2026-ai-budget-on-claude-code-in-four-months/">oscillare tra 500 e 2.000 dollari al mese per sviluppatore</a>, rendendo l’IA estremamente produttiva ma anche sorprendentemente costosa. Oggi il 95% degli ingegneri Uber utilizza strumenti che aiutano l’automatizzazione di alcuni processi e circa il 70% del codice prodotto è ormai assistito dall’Intelligenza Artificiale, segno di una dipendenza ormai strutturale. Lo stesso CEO di Swan AI (piattaforma di intelligenza artificiale agentica pensata per automatizzare e coordinare attività come marketing e vendite) ha trasformato in un manifesto pubblico la sua costosa fattura di Anthropic, sostenendo che la sua azienda sta crescendo grazie all’Intelligenza Artificiale e non solo al personale. <strong>Amos Bar-Joseph</strong> <a href="https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7446556687861334016/?originTrackingId=5eL39r7LHqD6g%2FtUn0Pq6Q%3D%3D">ha infatti condiviso con orgoglio una fattura mensile da 113 mila dollari di costi AI per un team di sole quattro persone</a>, spiegando che quella spesa non è uno spreco ma il cuore stesso del modello di business.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="611" height="614" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor.jpg" alt="" class="wp-image-515062" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor.jpg 611w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor-600x603.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/ia-lavor-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 611px) 100vw, 611px" /></figure>



<p>In Swan AI, i costi dei token sostituiscono intere funzioni aziendali tradizionali: marketing, vendite, supporto, engineering e perfino legale, permettendo di puntare a 10 milioni di dollari di fatturato annuo con meno di dieci dipendenti, senza SDR né budget pubblicitari. Questa filosofia si riflette anche nel prodotto: un agente di <em>coding </em>pensato per i professionisti del go-to-market, non per sviluppatori, che consente ai clienti di costruire autonomamente i propri flussi di lavoro. Con oltre 800 aziende iscritte in 40 giorni, il messaggio chiave è che in un business veramente “agentic” i costi dell’AI crescono rapidamente; quanto rapidamente invece crescano la scalabilità e la leva sull’intelligenza in modo da ridurre la portata delle prossime fatture è tutto ancora da valutare.</p>



<p>Questi casi non sono però eccezioni isolate, ma potrebbero essere segnali di un cambiamento sempre più strutturale soprattutto alla luce dei dati che riguardano la spesa in IA. Secondo Gartner, infatti, <a href="https://www.gartner.com/en/newsroom/press-releases/2026-04-22-gartner-forecasts-worldwide-it-spending-to-grow-13-point-5-percent-in-2026-totaling-6-point-31-trillion-dollars">la spesa IT globale raggiungerà nel 2026 i <strong>6,31 trilioni di dollari</strong></a>, con una crescita annua del <strong>13,5%</strong>, dovuta in gran parte a investimenti in intelligenza artificiale, cloud e infrastrutture di calcolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="568" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2-1024x568.png" alt="" class="wp-image-515063" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2-1024x568.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2-300x167.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2-768x426.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2-600x333.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/IA-2.png 1034w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Sembrerebbe dunque che l’IA non stia davvero, per il momento, sostituendo i costi, ma li stia spostando… dagli stipendi ai data center e dalle risorse umane ai contratti con i grandi modelli (!). Di fronte a questa dinamica, anche il dibattito sta iniziando a cambiare tono. Non si tratta più di chiedersi se l’IA sia potente o innovativa, ma <strong>se sia appunto davvero economicamente sostenibile</strong>. Come riportato da Axios, <strong>Brad Owens </strong>di Asymbl, ha sintetizzato questa fase di interrogativi costanti sull’IA raccontando che la domanda che oggi arriva nei consigli di amministrazione è più strategica che mai: qual è il vero valore di un lavoratore, umano o digitale? In un contesto in cui i principali AI lab aumentano i prezzi e il costo del calcolo continua a crescere, la presunta superiorità economica dell’intelligenza artificiale non può più essere data per scontata e va finalmente analizzata con numeri che iniziano ad essere sempre più disponibili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come crescono i costi</h2>



<p>A mettere chiaramente nero su bianco questa intuizione è stato anche l’analista <strong>Charles‑Henry Monchau,</strong> che <a href="https://www.linkedin.com/posts/charles-henry-monchau-cfa-cmt-caia-4003096_breaking-ai-token-vs-humans-which-is-cheaper-share-7444972948328824832-RRxV/">in un post su Linkedin</a> ha provato a smontare in modo molto diretto l’idea, ormai diffusissima, che l’intelligenza artificiale sia automaticamente più economica delle persone. Il punto di partenza dell’autore è che <strong>guardare solo il prezzo dei token è fuorviante</strong>. Sulla carta, una chiamata a un modello IA può costare anche solo <strong>un centesimo</strong>, ma nella realtà aziendale quel centesimo diventano anche <strong>40-70 centesimi</strong> quando si aggiunge tutto ciò che serve per far funzionare davvero l’AI, cioè l’orchestrazione di più modelli, agenti che si passano il lavoro, infrastruttura cloud, controlli di qualità, sistemi di monitoraggio e gestione degli errori. Insomma, è come dire che il modello è solo il motore, ma l’auto completa costa molto di più. Monchau poi entra nel tema della produttività, spiegando un altro equivoco comune. Molti sviluppatori <strong>sentono</strong> infatti di lavorare più in fretta con l’AI e in molti stimano addirittura un +20% di velocità, ma i dati dell’MIT e di Gartner raccontano un’altra storia: nei flussi di lavoro reali, l’output risulta in media <strong>più lento del 19% (!)</strong>. </p>



<p>Com’è possibile? Questo succede perché bisogna correggere errori, riscrivere prompt, verificare risultati e gestire casi limite. Tutto questo tempo “di contorno” non sembra lavoro, ma lo è, e alla fine pesa sui costi e per un team di <strong>10 ingegneri</strong>, questi attriti nascosti potrebbero arrivare a valere circa <strong>270 mila dollari l’anno</strong>. Un altro punto chiave del suo ragionamento che vale la pena riportare è la <strong>complessità dei sistemi agentici</strong>. Quando l’AI non è più un semplice chatbot ma una rete di agenti che decidono, chiamano altri modelli e iterano continuamente, i costi <strong>non crescono in linea retta</strong> ma possono moltiplicarsi anche di <strong>quattro volte mese dopo mese</strong>. È per questo che non è per forza un’esagerazione affermare che solo <strong>il 23% dei lavori oggi esposti all’AI conviene davvero automatizzarli</strong> dal punto di vista economico. E andando avanti nel tempo, cioè <strong>entro il 2030</strong>, alcuni servizi di customer service basati su AI potrebbero <strong>costare più degli stessi operatori umani offshore</strong>.</p>



<p><br>Questa potenziale riduzione dell’opportunità economica dell’IA non segnala però un fallimento della tecnologia ma una dinamica storica ricorrente sintetizzabile nella cosiddetta <strong>J‑curve dell’adozione tecnologica</strong>. Secondo tale dinamica all’inizio i costi salgono, l’efficienza non arriva subito e il lavoro umano non viene rimpiazzato come previsto. È successo con gli <strong>sportelli automatici</strong>, che hanno impiegato decenni a ridurre davvero il numero di cassieri, ed è successo con i <strong>fogli di calcolo</strong>, che invece di eliminare i contabili hanno finito per moltiplicarli. Se dunque l’AI rimane uno strumento potentissimo, essa non è una scorciatoia economica immediata e confondere potenziale tecnologico con risparmio reale è uno degli errori più costosi che oggi le aziende possano fare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/ma-lia-e-davvero-meno-costosa-del-lavoro-umano.html">Ma l&#8217;IA è davvero meno costosa del lavoro umano?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Petrolio, c&#8217;è prezzo e prezzo: la grande faglia tra fisico e digitale</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/petrolio-ce-prezzo-e-prezzo-la-grande-faglia-tra-fisico-e-digitale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 08:51:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=514101</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La differenza tra il prezzo dei futures e quello del petrolio fisico spot può essere anche molto ampia. E racconta molte cose della crisi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/petrolio-ce-prezzo-e-prezzo-la-grande-faglia-tra-fisico-e-digitale.html">Petrolio, c&#8217;è prezzo e prezzo: la grande faglia tra fisico e digitale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Il prezzo del petrolio sale”, “il prezzo del petrolio scende”. <strong>Ma i prezzi sono tutti uguali? </strong>Fare chiarezza sul mercato del greggio in un contesto di rinnovata criticità geopolitica significa innanzitutto comprendere che il prezzo del petrolio può evidenziare una crescente distanza tra il valore mostrato dai mercati finanziari e il costo reale dell’energia fisicamente disponibile. Ma andiamo con ordine.</p>



<p>Secondo <a href="https://archive.ph/phtf1#selection-1603.0-2129.53">l’analisi di Alphaville</a>, riportata dal <em>Financial Times,</em> il prezzo del petrolio osservato sui mercati, in particolare attraverso i contratti futures, non rappresenta necessariamente quanto un acquirente debba pagare per ottenere immediatamente un barile di energia. <strong>I futures sono strumenti finanziari che fissano oggi il prezzo di una consegna futura </strong>e riflettono quindi aspettative di normalizzazione dell’offerta, non la scarsità immediata. <strong>Al contrario, il mercato fisico spot riguarda la consegna pronta e risente in modo diretto di colli di bottiglia logistici, rischi geopolitici e costi assicurativi.</strong> Questa divergenza è stata resa evidente dalla differenza osservata tra il Brent spot e i contratti futures a breve scadenza riportati nel grafico seguente: mentre i futures sul Brent trattavano su livelli molto inferiori, il prezzo dello spot, più direttamente legato alla disponibilità immediata, aveva raggiunto livelli sensibilmente superiori, segnalando una difficoltà concreta a reperire barili pronti alla consegna, nonostante il mercato “cartaceo” continui a scommettere su un miglioramento futuro della situazione</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="891" height="570" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/oil.jpg.png" alt="" class="wp-image-514102" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/oil.jpg.png 891w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/oil.jpg-300x192.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/oil.jpg-768x491.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/oil.jpg-600x384.png 600w" sizes="auto, (max-width: 891px) 100vw, 891px" /></figure>



<p>Il punto più estremo citato da Alphaville riguarda una dichiarazione del CEO di HSBC, <strong>Georges Elhedery</strong>, secondo cui il costo complessivo “door‑to‑door” di un carico di combustibile arrivato in Sri Lanka avrebbe raggiunto i 286 dollari per barile. Il termine “door‑to‑door” indica il costo totale sostenuto dall’acquirente finale e include non solo il prezzo della materia prima, ma anche trasporto marittimo, premi spot, assicurazioni e altri costi legati al rischio. Secondo Alphaville, questo livello di prezzo costituirebbe un esempio eccezionale delle tensioni nel mercato fisico dell’energia, in particolare in Asia, dove diversi Paesi dipendono in larga misura dalle forniture del Golfo. </p>



<p>In una conferenza stampa del 17 aprile 2026, il presidente della Ceylon Petroleum Corporation, <strong>D.J. Rajakaruna</strong>, <a href="https://www.newswire.lk/2026/04/17/cpc-clarifies-fuel-pricing-issue-says-diesel-bought-above-286-per-barrel/">ha però dichiarato che lo Sri Lanka non ha mai acquistato greggio a 286 dollari al barile</a>, ma ha invece acquistato diesel raffinato a prezzi superiori a tale soglia. Secondo la CPC, le forniture di greggio importate dopo l’inizio del conflitto in Medio Oriente sono avvenute a prezzi molto più bassi: un carico arrivato l’11 marzo 2026 era prezzato a 66,99 dollari al barile, mentre un altro, in arrivo il 17 aprile, era fissato a 71,99 dollari al barile. Il dato straordinario riguarda invece il diesel. La CPC ha confermato che, a causa della crisi in Medio Oriente e dell’impennata dei costi sui mercati dei prodotti raffinati, il Paese è stato <strong>costretto ad acquistare diesel a prezzi compresi tra 285,28 e 288,06 dollari al barile</strong>, per spedizioni arrivate il 31 marzo e il 7 aprile 2026 (!). Il presidente della CPC ha spiegato che il prezzo medio “flat” del diesel acquistato era intorno ai 242 dollari al barile, ma che premi spot aggiuntivi tra 48 e 50 dollari hanno fatto lievitare il costo finale oltre la soglia dei 286 dollari.</p>



<p>Questa precisazione non contraddice l’analisi di fondo del <em>Financial Times</em>, ma ne ridefinisce il perimetro. I<strong>l valore eccezionale non riguarda infatti il greggio grezzo, bensì un prodotto raffinato immediatamente utilizzabile,</strong> acquistato in condizioni di emergenza. Proprio questo aspetto rafforza il punto centrale di Alphaville: la tensione più acuta non si manifesta necessariamente nel prezzo del petrolio “sulla carta”, ma nel costo dell’energia pronta all’uso, che incorpora rischi logistici e assicurativi crescenti. La CPC ha infatti sottolineato che l’acquisto di diesel a tali prezzi era considerato inevitabile per evitare una carenza di carburante nel Paese, chiarendo che l’aumento dei prezzi dei prodotti raffinati sui mercati internazionali aveva reso queste condizioni di acquisto straordinarie ma necessarie. Secondo l’ente, la confusione mediatica è nata da un’interpretazione impropria delle dichiarazioni del CEO di HSBC, che avrebbe parlato genericamente di “fuel” e non specificamente di greggio.</p>



<p>Nel loro insieme, le due fonti descrivono però lo stesso fenomeno da prospettive diverse ma complementari. <strong>Un ampio divario tra spot e futures indica infatti che la scarsità immediata è più grave</strong> di quanto suggeriscano i prezzi finanziari e il prezzo record, che riguarda soprattutto risorse come il diesel raffinato, è il risultato di premi, costi di trasporto e assicurazioni eccezionalmente elevati. Il caso Sri Lanka mostra quindi come il prezzo future del petrolio possa restare relativamente contenuto mentre il costo fisico dell’energia consegnata raggiunge livelli estremi. <strong>La differenza tra i due è perciò una misura concreta dello stress della catena di approvvigionamento</strong>, che colpisce prima i prodotti pronti all’uso e i Paesi più dipendenti dalle importazioni. D’altronde, passando dalla finanza (cioè dai prezzi future) alla realtà, la situazione è chiara e può essere riassunta dalla seguente immagine, che <a href="https://www.linkedin.com/posts/the-kobeissi-letter_its-official-we-are-now-witnessing-the-activity-7451430695840780288-Exvg?utm_source=share&amp;utm_medium=member_desktop&amp;rcm=ACoAADSIXBMBAsINBdJC9u_Hcf4zMjuuAIA_4pM">mostra l’andamento del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz con portata superiore a 10.000 tonnellate </a> (<em>deadweight tonnage</em>, una misura della quantità massima di carico che una nave può trasportare):<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="624" height="470" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg.png" alt="" class="wp-image-514103" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg.png 624w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg-300x226.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/petrolio.jpg-600x452.png 600w" sizes="auto, (max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>



<p> Le due linee indicano le navi in entrata (Inbound) e in uscita (Outbound) dallo Stretto e il crollo improvviso registrato dopo il 28 febbraio segnala una quasi paralisi dei transiti con quasi tutte le grandi petroliere che hanno smesso di attraversare lo stretto per motivi di sicurezza. Come sintetizzano gli analisti di <em>The Kobeissi Letter</em> la drastica riduzione dei transiti nello Stretto di Hormuz equivale a una massiccia sottrazione fisica di petrolio dal mercato mondiale che è già stata ribattezzata come <strong>la più grande interruzione dell’approvvigionamento energetico della storia moderna. </strong>Oltre 500 milioni di barili rimossi dal mercato in meno di due mesi corrispondono infatti a circa <strong>50 miliardi di dollari di produzione </strong>e a un volume di energia sufficiente ad alimentare l’intera industria marittima mondiale per quattro mesi. Il grafico, con il suo brusco “precipizio”, traduce questi numeri astratti in un fatto chiaro e immediato e cioè che il petrolio non sta semplicemente diventando più caro ma sta fisicamente smettendo di circolare. E, come dimostra il caso srilankese, non sempre questo viene integrato nei prezzi dei benchmark globali che hanno come riferimento i prezzi future e non spot.</p>



<p>Un altro esempio è costituito anche dalla formazione di una sorta di premio del petrolio fisico saudita “Arab Light” destinato all’Europa rispetto al contratto finanziario sul Brent. In altre parole, il premio misura lo scarto tra il prezzo del petrolio consegnato fisicamente sul mercato reale e il prezzo implicito dei contratti future sul Brent, che rappresentano il riferimento principale del mercato finanziario petrolifero. La linea blu del grafico seguente evidenzia come questo differenziale sia stato per molti anni relativamente contenuto, oscillando intorno a valori modesti, con alcune fasi di lieve premio o sconto. Una deviazione marcata si osserva durante il periodo del Covid‑19, quando il premio diventa fortemente negativo, segnalando un crollo della domanda fisica e un eccesso di offerta immediata rispetto alle aspettative riflesse nei future. La parte finale del grafico, relativa all’attuale contesto bellico, mostra invece un’impennata molto netta del premio, che arriva a sfiorare i 30 dollari per barile, un livello eccezionalmente elevato rispetto allo storico. La storia si ripete: chi desidera ottenere barili reali, subito disponibili, deve pagare un sovrapprezzo molto elevato rispetto ai prezzi scambiati sul mercato dei contratti finanziari.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="689" height="491" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/greggio.png" alt="" class="wp-image-514104" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/greggio.png 689w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/greggio-300x214.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/greggio-600x428.png 600w" sizes="auto, (max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>In presenza di shock geopolitici e di un mercato fisico molto rigido, <strong>il prezzo del petrolio reale può dunque divergere in modo significativo dai future,</strong> mostrando come la tensione sull’offerta immediata non sia pienamente catturata dal mercato finanziario. In questi contesti di forte turbolenza geopolitica e geoeconomica, la disponibilità reale del barile diventa quindi molto più preziosa rispetto al valore “su carta” del contratto finanziario.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/petrolio-ce-prezzo-e-prezzo-la-grande-faglia-tra-fisico-e-digitale.html">Petrolio, c&#8217;è prezzo e prezzo: la grande faglia tra fisico e digitale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La crisi energetica e le risposte di Usa e Cina: dinamismo di mercato contro stabilità sociale</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/la-crisi-energetica-e-le-risposte-di-usa-e-cina-dinamismo-di-mercato-contro-stabilita-sociale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 23:02:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-600x398.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo shock petrolifero mette in luce due filosofie opposte: da un lato la difesa del mercato, dall'altro quella della stabilità sociale.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/la-crisi-energetica-e-le-risposte-di-usa-e-cina-dinamismo-di-mercato-contro-stabilita-sociale.html">La crisi energetica e le risposte di Usa e Cina: dinamismo di mercato contro stabilità sociale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-600x398.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La primavera del 2026 si è aperta, come noto, con uno dei momenti più delicati per il mercato energetico globale degli ultimi anni. L’escalation militare che coinvolge Stati, Israele e Iran, insieme agli avversari regionali <strong>ha colpito direttamente infrastrutture petrolifere critiche nel Golfo Persico</strong>, mettendo sotto pressione le rotte di approvvigionamento e riportando al centro dell’attenzione lo <strong>Stretto di Hormuz</strong>, attraverso cui transita una quota fondamentale del petrolio mondiale. <a href="https://24plus.ilsole24ore.com/art/sul-gas-e-allarme-rosso-qatar-fino-5-anni-riparare-ras-laffan-AIO0P21B">Gli attacchi a impianti e terminali in Qatar</a> ed Emirati Arabi Uniti, uniti ai timori di blocchi logistici, hanno causato interruzioni produttive, forti oscillazioni dei prezzi e un aumento generalizzato dell’incertezza. Di fronte a questo stesso shock, Cina e Stati Uniti stanno reagendo in modo profondamente diverso. Le notizie che arrivano da ExxonMobil, da un lato, e dalle raffinerie indipendenti cinesi, dall’altro, offrono una lente privilegiata per osservare non solo come funziona il mercato del petrolio, ma anche cosa rivelano queste risposte sulla redditività economica e sulla sostenibilità sociale dei due modelli.</p>



<p>Negli Stati Uniti, lo shock si manifesta attraverso i conti di una grande multinazionale privata. <strong>ExxonMobil ha annunciato che <a href="https://www.bitget.com/it/news/detail/12560605351459">nel primo trimestre del 2026 registrerà perdite molto rilevanti</a>. </strong>Una parte significativa deriva dai cosiddetti contratti di copertura, o hedging, cioè strumenti finanziari usati per “assicurarsi” contro le oscillazioni dei prezzi. In pratica, l’azienda aveva fissato in anticipo il prezzo di vendita di parte del petrolio e del gas e quando i prezzi di mercato sono saliti rapidamente, questi contratti hanno generato perdite contabili, che normalmente vengono compensate da maggiori guadagni sulla vendita fisica del prodotto. Il problema, questa volta, è che <strong>agli effetti finanziari si sono sovrapposte interruzioni reali della produzione. </strong>Gli attacchi nell’area del Golfo <a href="https://www.businesstimes.com.sg/companies-markets/exxon-sees-6-its-worldwide-q1-output-shut-middle-east-conflict">hanno ridotto l’output globale di Exxon di circa il 6%,</a> rendendo impossibile la consegna di volumi che erano stati “coperti” finanziariamente. Il risultato è stato un effetto di tempistica molto negativo: le perdite sui derivati si sono materializzate subito, mentre i profitti fisici che avrebbero dovuto compensarle arriveranno solo più avanti. A questo si sono aggiunti costi diretti legati alla fermata degli impianti e perdite nel trading, per un totale di diversi miliardi di dollari.</p>



<p>Eppure, il messaggio lanciato dal management di Exxon è stato relativamente rassicurante. Queste perdite vengono presentate come temporanee e reversibili e anzi, è la stessa azienda a sottolineare che l’aumento dei prezzi di petrolio e gas potrebbe rafforzare sensibilmente gli utili della divisione di esplorazione e produzione nei trimestri successivi. Il modello statunitense, rappresentato attraverso il caso di Exxon, è quindi piuttosto chiaro: l’azienda assorbe lo shock nel breve periodo, lo comunica al mercato, e scommette sulla propria capacità di recuperare redditività nel tempo. <strong>Lo Stato resta sullo sfondo e non impone livelli produttivi, non compensa direttamente le perdite, non ridefinisce le priorità industriali.</strong> Il mercato, e la fiducia degli investitori, sono l’arbitro finale. <a href="https://it.insideover.com/energia/petrolio-usa-con-la-guerra-record-di-esportazioni-verso-lasia.html">Come ha scritto anche Andrea Muratore su questa testata</a>, la guerra ha in effetti permesso alle major petrolifere americane di registrare record di esportazioni verso l’Asia, rimasta improvvisamente senza una parte rilevante delle forniture dal Golfo Persico. <strong>Gli Stati Uniti stanno quindi cercando di sfruttare la loro produzione record e le infrastrutture di export per riallineare i flussi energetici globali, </strong>replicando quanto già avvenuto con il gas verso l’Europa dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia, questa strategia non ha solo dei costi immediati per alcune aziende, come nel caso di Exxon, ma ha anche costi interni rilevanti: aumento dei prezzi domestici, tensioni sull’opinione pubblica e riduzione delle riserve strategiche, con possibili ripercussioni politiche interne in vista delle scadenze elettorali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La strategia della Cina</h2>



<p>In Cina, la reazione segue una logica quasi opposta. Anche qui il problema nasce dallo stesso punto con la crisi nel Golfo Persico che rende più difficile e costoso approvvigionarsi di petrolio. Ma invece di lasciare che siano i prezzi e la redditività aziendale a guidare le scelte, il governo interviene direttamente. <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-04-08/china-allows-teapot-refiners-more-crude-to-cope-with-iran-crunch">Pechino ha infatti concesso quote aggiuntive di importazione di greggio alle raffinerie indipendenti</a>, le cosiddette <em>teapot refiners,</em> che da sole rappresentano circa un quinto della capacità di raffinazione del Paese con un obiettivo esplicito: garantire che la produzione di carburanti resti ai livelli del 2025, anche a costo di perdite operative. Queste raffinerie, già schiacciate da margini negativi che arrivano a quasi 21 dollari di perdita per barile, sono state di fatto obbligate a continuare a produrre. In cambio delle nuove quote, devono mantenere elevata l’utilizzazione degli impianti nonostante le continue turbolenze sul mercato petrolifero a causa dell’ostruzione dello Stretto di Hormuz. <strong>Per sopravvivere, quindi, hanno iniziato a cercare greggio più economico ma politicamente sensibile, come quello proveniente da Iran, Russia e Venezuela,</strong> incappando spesso in problemi burocratici e restrizioni nella vendita. Il messaggio di fondo, però, è inequivocabile in quanto risulta evidente che <strong>in Cina la redditività delle singole aziende è secondaria rispetto alla sicurezza energetica nazionale.</strong> Mettendo fianco a fianco queste due storie, emergono differenze profonde.</p>



<p><strong>Negli Stati Uniti, lo shock petrolifero è trattato come un rischio economico da gestire all’interno del sistema di mercato,</strong> anche quando produce perdite significative. L’azienda resta responsabile dei propri risultati, e la sostenibilità del modello si misura in termini di capacità di recuperare valore nel medio periodo. <strong>In Cina, lo stesso shock diventa una questione di stabilità sociale e politica: </strong>lo Stato interviene per garantire carburante sufficiente e prezzi relativamente stabili, trasferendo il costo della crisi sulle imprese. Questo confronto può aiutare a dare delle indicazioni (non esaustive e volutamente generali) sulla sostenibilità dei due modelli. Il modello statunitense tende, infatti, a essere più efficiente dal punto di vista della redditività nel lungo periodo, ma espone aziende e lavoratori a forti oscillazioni nel breve termine. Quello cinese sacrifica l’efficienza economica immediata per ridurre i rischi sistemici: meno probabilità di scarsità o shock sui consumatori, ma aziende che operano cronicamente in perdita e dipendono dal sostegno politico.</p>



<p>In conclusione, lo stesso shock petrolifero mette in luce due filosofie opposte. Da un lato, un sistema che accetta il dolore economico temporaneo in nome del mercato e della futura redditività, dall’altro, un sistema che subordinata il profitto alla sicurezza e alla stabilità sociale. <strong>Nessuno dei due modelli è privo di costi.</strong> Ma insieme mostrano come, dietro a una crisi energetica globale, si giochi anche una partita molto più ampia sul tipo di equilibrio che ogni Paese sceglie tra economia, politica e società.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/la-crisi-energetica-e-le-risposte-di-usa-e-cina-dinamismo-di-mercato-contro-stabilita-sociale.html">La crisi energetica e le risposte di Usa e Cina: dinamismo di mercato contro stabilità sociale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nella tempesta globale dell&#8217;Iran, la Cina batte gli altri mercati. Ecco perché</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/nella-tempesta-globale-delliran-la-cina-batte-gli-altri-mercati-ecco-perche.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 17:58:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=512396</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1151" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-300x180.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-1024x614.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-768x460.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-1536x921.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-600x360.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> i mercati cinesi hanno mostrato una tenuta relativa sorprendente e, in alcune fasi, una sovraperformance rispetto ai listini internazionali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/nella-tempesta-globale-delliran-la-cina-batte-gli-altri-mercati-ecco-perche.html">Nella tempesta globale dell&#8217;Iran, la Cina batte gli altri mercati. Ecco perché</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1151" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-300x180.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-1024x614.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-768x460.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-1536x921.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-1-600x360.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2026, le prime notizie sull’<em>escalation</em> militare in Iran iniziano a diffondersi, la reazione dei mercati finanziari globali sembra seguire un copione ben noto tra Borse in calo, volatilità in aumento, prezzi dell’energia in impennata e investitori alla ricerca disperata di ripari sicuri. Eppure, mentre gran parte dei mercati mondiali arretrava sotto il peso dello shock geopolitico, <strong>la Cina è parzialmente riuscita a “tenere”.</strong> Perché proprio la Cina, il più grande importatore globale di petrolio, e una delle economie più esposte alle rotte energetiche mediorientali, non viene travolta dalla tempesta finanziaria scatenata dalla guerra?</p>



<p>Questa apparente contraddizione rende cruciale analizzare la performance relativa dei mercati finanziari cinesi nel contesto del conflitto iraniano. Non si tratta solo di capire come si muovano gli indici di Shanghai o i rendimenti dei titoli di Stato, ma di cogliere un segnale più profondo, e cioè <strong>come gli investitori internazionali stanno riposizionando il rischio geopolitico globale e quale ruolo attribuiscono oggi a Pechino </strong>nell’architettura finanziaria mondiale. I dati di azioni, obbligazioni e valuta suggeriscono che, almeno nelle prime fasi del conflitto, i mercati non stiano leggendo la Cina come una vittima passiva dello shock, bensì come un sistema relativamente più stabile rispetto ad altre economie avanzate ed emergenti. Capire se questa resilienza sia solo temporanea o l’inizio di un cambiamento più strutturale è il vero punto focale di questa analisi, che potrebbe però diventare più chiaro solo tra alcuni mesi. </p>



<p>Per il momento, possiamo osservare che nelle prime settimane di conflitto <strong>i mercati azionari globali hanno mostrato un’elevata volatilità.</strong> In Europa, negli Stati Uniti e in buona parte dell’Asia, gli indici hanno subito forti correzioni, spinte dall’impennata dei prezzi energetici (ricordiamo che il Brent viaggia a giorni alterni sopra i 100/110 dollari al barile) e dal timore di un ritorno dell’inflazione, elemento che rende più difficili i tagli dei tassi da parte delle banche centrali. In questo contesto, il seguente grafico Bloomberg che confronta la performance dell’indice di Shanghai e dello Shenzhen CSI 300 con l’MSCI All Country World Index racconta una storia diversa:</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="693" height="391" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/CINA.jpg" alt="" class="wp-image-512403" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/CINA.jpg 693w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/CINA-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/CINA-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/CINA-600x339.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 693px) 100vw, 693px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">La tenuta (sorprendente) dei mercati cinesi</h2>



<p>Mentre infatti l’indice globale accumulava perdite significative, <strong>i mercati cinesi hanno mostrato una tenuta relativa sorprendente</strong>, con flessioni assai più contenute e, in alcune fasi, persino una sovraperformance rispetto ai listini internazionali. La performance dell’indice di Shanghai segnala almeno tre elementi chiave. <strong>In primo luogo, gli investitori sembrano distinguere tra Cina e resto dell’Asia</strong>: mentre economie come Giappone, Corea del Sud e India vengono penalizzate per l’elevata dipendenza energetica dal Medio Oriente, la Cina beneficia della percezione di avere strumenti di mitigazione più solidi, come ampie riserve strategiche di petrolio, una maggiore integrazione con fornitori alternativi come la Russia e una crescita strutturale delle energie rinnovabili. <strong>In secondo luogo, il mercato azionario cinese partiva da valutazioni depresse</strong>: prima dello scoppio della guerra, le azioni cinesi trattavano con uno sconto di circa il 20% rispetto all’MSCI World, rendendo meno violente le vendite forzate in una fase di <em>risk-off</em> globale. Infine, il grafico suggerisce che una parte degli operatori stia sperimentando (più che sposando in modo strutturale) l’idea della Cina come parziale “porto relativo” nei momenti di stress, una dinamica ancora fragile ma non trascurabile.</p>



<p>La stessa narrazione emerge in modo ancora più chiaro osservando il mercato obbligazionario. La seguente immagine, pubblicata dal Financial Times su dati LSEG, mostra l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato decennali dalle prime giornate di marzo 2026:</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="464" height="464" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.png" alt="" class="wp-image-512404" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2.png 464w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-300x300.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-150x150.png 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/cina-2-100x100.png 100w" sizes="auto, (max-width: 464px) 100vw, 464px" /></figure>



<p>In quasi tutte le grandi<a href="https://it.insideover.com/economia/iran-linflazione-e-globale-limpatto-economico-della-guerra-si-fa-sentire.html" type="post" id="510812">economie avanzate, come Regno Unito, Germania, Stati Uniti e Giappone, i rendimenti sono saliti in modo evidente</a>. Per il lettore non specialista, è utile ricordare che un aumento dei rendimenti indica un calo dei prezzi dei bond poichè gli investitori chiedono un interesse più alto per compensare il rischio di inflazione e di instabilità macroeconomica. <strong>La linea cinese, invece, resta quasi piatta.</strong> I rendimenti dei titoli di Stato decennali di Pechino si muovono solo di pochi punti base, segnalando una stabilità notevolmente superiore rispetto al resto del mondo sviluppato. Questa resilienza del mercato dei bond cinesi ha diverse spiegazioni. Da un lato, la Cina proveniva da un contesto di quasi-deflazione, e l’aumento dei prezzi energetici viene visto da alcuni investitori più come una normalizzazione che come una minaccia inflazionistica immediata. Dall’altro, il mercato obbligazionario cinese resta in larga parte domestico e meno esposto a movimenti speculativi internazionali, riducendo le vendite di panico osservate in Europa e negli Stati Uniti. Il risultato è un messaggio chiaro dei mercati finanziari: mentre il conflitto in Iran innalza il costo del debito pubblico in molte economie avanzate, la Cina viene, almeno temporaneamente, esclusa da questa dinamica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;importanza dello Yuan</h2>



<p>Sul piano geopolitico e monetario, un ulteriore elemento rafforza questa lettura. <strong>Nel corso di marzo 2026, l’Iran ha iniziato a richiedere pagamenti in yuan per il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz</strong>, di fatto trasformato in una sorta di “casello” controllato dai Guardiani della Rivoluzione. Secondo Bloomberg e altre fonti concordanti, alcune compagnie di navigazione hanno effettivamente pagato i pedaggi in valuta cinese per ottenere il passaggio scortato nello Stretto, una rotta da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Questo fatto, pur non rivoluzionando nel breve periodo il sistema monetario internazionale, segnala <strong>una crescente centralità della Cina come partner economico e finanziario </strong>per i Paesi colpiti o isolati dalle sanzioni occidentali.</p>



<p>È quindi ancora molto presto per dire se la Cina uscirà più forte di prima da un conflitto che colpisce direttamente le sue importazioni energetiche e i suoi progetti infrastrutturali nel Medio Oriente, inclusi quelli legati alla <em>Belt and Road Initiative</em>. Il rischio geopolitico resta elevato e una guerra prolungata potrebbe incidere sulla crescita, sui commerci e sulla stabilità regionale. Tuttavia, i dati finanziari delle prime settimane di marzo-aprile 2026 raccontano che <strong>il mercato, per il momento, non sta punendo la Cina. </strong>Al contrario, azioni, bond e valuta suggeriscono che una parte degli operatori stia testando Pechino come possibile mercato di sbocco nei momenti di turbolenza globale. Non si tratta ancora di una vera alternativa ai tradizionali beni rifugio, ma di un segnale che merita attenzione, perché indica come la geografia della finanza globale possa iniziare a cambiare proprio nei momenti di massima crisi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/nella-tempesta-globale-delliran-la-cina-batte-gli-altri-mercati-ecco-perche.html">Nella tempesta globale dell&#8217;Iran, la Cina batte gli altri mercati. Ecco perché</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Tutti i guai di Larry Ellison: l&#8217;impero di Oracle poggia su una montagna di debiti</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/tutti-i-guai-di-larry-ellison-limpero-di-oracle-poggia-su-una-montagna-di-debiti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 04:51:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Oracle]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1303" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oracle" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-1024x695.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-1536x1042.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-600x407.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Secondo alcune analisi di Morgan Stanley, il debito totale potrebbe addirittura salire da 100 miliardi a quasi 290 miliardi entro il 2028. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/tutti-i-guai-di-larry-ellison-limpero-di-oracle-poggia-su-una-montagna-di-debiti.html">Tutti i guai di Larry Ellison: l&#8217;impero di Oracle poggia su una montagna di debiti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1303" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Oracle" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-1024x695.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-1536x1042.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/larry-ellison-600x407.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi mesi <strong><a href="https://it.insideover.com/tecnologia/i-conti-di-oracle-svelano-le-criticita-della-corsa-allia.html">Oracle, una delle aziende tecnologiche più grandi e storiche del mondo,</a></strong> è finita al centro di una discussione sempre più cruciale nei mercati finanziari globali. Non si tratta di un dettaglio per addetti ai lavori e ne parliamo su queste colonne perché ciò che sta accadendo a Oracle è un campanello d’allarme che riguarda l’intero settore dell’intelligenza artificiale (AI) e ci dice molto su come le grandi imprese stanno finanziando la corsa all’AI.</p>



<p>Per capirlo, basta un dato: il costo per assicurarsi contro un eventuale fallimento di Oracle è salito al livello più alto mai registrato, superando perfino quello della crisi del 2008. In finanza è infatti usuale guardare ad un indicatore chiamato <em>Credit Default Swap</em> (CDS) per misurare quanto gli investitori sono preoccupati per il debito di un’azienda. Il CDS di Oracle <a href="https://www.linkedin.com/posts/investors-are-ramping-up-bets-against-oracle-share-7443839212136636416-tXYn?utm_source=share&amp;utm_medium=member_desktop&amp;rcm=ACoAADSIXBMBAsINBdJC9u_Hcf4zMjuuAIA_4pM">nelle ultime settimane è salito a 198,18 punti base</a>, raggiungendo un massimo storico.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="663" height="387" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/oralce.jpg" alt="" class="wp-image-511199" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/oralce.jpg 663w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/oralce-300x175.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/oralce-600x350.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p>Oracle sta infatti investendo somme enormi per costruire data center, cioè giganteschi complessi di server dove vengono gestiti e addestrati i modelli di Intelligenza Artificiale. Sono infrastrutture molto costose, energivore e complesse da mantenere e per finanziare tutto questo, l’azienda ha scelto di prendere molto denaro in prestito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La preoccupazione dei mercati</h2>



<p>Nel solo 2026 prevede di <a href="https://it.investing.com/news/stock-market-news/oracle-prevede-di-raccogliere-tra-45-e-50-miliardi-di-dollari-nel-2026-per-lespansione-ai-3198638">raccogliere 45–50 miliardi di dollari in nuovo capitale</a>, parte del quale tramite debito, per ampliare infrastrutture AI e cloud. Secondo alcune analisi di Morgan Stanley, il debito totale potrebbe addirittura salire <a href="https://borsaefinanza.it/oracle-dopo-trimestrale-crescono-dubbi-spesa-ai/">da 100 miliardi a quasi 290 miliardi entro il 2028</a>. E quando un’azienda accumula molto debito, deve poi pagare gli interessi, che oggi sono costosi (i tassi sono più alti rispetto a qualche anno fa) e aspettare anni prima che questi investimenti inizino a produrre risultati. Gli investitori, infatti, sono meno interessati ai ricavi futuri e molto più a quando Oracle genererà abbastanza cassa per ripagare il debito. </p>



<p>Secondo gli analisti di Jefferies, è proprio questa distanza temporale tra “spese subito” e “utili dopo” a preoccupare i mercati. L’investimento in AI non è infatti solo costoso ma è anche rapido e imprevedibile. La tecnologia evolve così velocemente che <strong>i data center costruiti oggi potrebbero essere poco adatti ai bisogni di domani</strong> e c’è quindi il rischio concreto che alcune infrastrutture diventino obsolete troppo in fretta, costringendo Oracle a investire ancora di più per restare competitiva.</p>



<p>L’azienda americana, fondata dal businessman <strong>Larry Ellison</strong>, è però troppo grande per passare inosservata sui mercati. Oracle ha infatti <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-27/oracle-s-credit-risk-measure-nears-record-high-on-ai-debt-fears">120 miliardi di dollari di obbligazioni nei principali indici obbligazionari americani</a>, rendendola uno degli emittenti più importanti al mondo fuori dal settore bancario. Quando un colosso così inizia a mostrare segnali di stress succedono almeno tre cose:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>i fondi che investono in obbligazioni devono ricalcolare i rischi, vendendo eventualmente parte dei propri crediti;</li>



<li>il settore tecnologico viene rivalutato nel suo complesso attraverso un tipico “effetto-contagio”;</li>



<li>tutto il tema del “debito per finanziare l’AI” diventa una questione di stabilità dei mercati.</li>
</ul>



<p>E proprio quest’ultimo punto sembra essere quello più cruciale per molti analisti, in quanto Oracle è diventata praticamente il modo più semplice per capire quanto la corsa all’AI stia pesando sui conti delle big tech.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli investimenti in conto capitale</h2>



<p>È pur vero, però, che questa è solo parte della storia che riguarda la rivoluzione tecnologica più importante dei nostri tempi. La velocità con cui l’IA innova, si trasforma (e si indebita) è foriera anche di soluzioni che potrebbero progressivamente ridurre l’onere del debito per le big tech, rendendo il loro modello di business finanziariamente più sostenibile. Sempre Oracle, in occasione della sua trimestrale di marzo 2026, ha infatti dimostrato che potrebbe, nuovamente, rivoluzionare l’economia del cloud AI. Nei suoi conti, emerge un modello che qualcuno ha già iniziato a <a href="https://www.tomshw.it/business/oracle-byod-gpu-datacenter-cloud-ai-modello-ibrido-analisi">chiamare BYOD-GPU, cioè &#8220;Bring Your Own Device&#8221; applicato all&#8217;hardware AI, cioè le GPU</a>. I clienti in questo modello acquistano direttamente le loro GPU (H100, H200, Blackwell…) e le installano fisicamente nei data center Oracle. Quest’ultima fornisce tutto il resto: spazio, energia, raffreddamento, rete, sicurezza, manutenzione. In pratica è un ibrido tra cloud e co‑location, dove il cliente controlla l’hardware critico, le GPU appunto, e Oracle monetizza servizi, management e cloud aggiuntivi.</p>



<p>In questo modo, il rischio CAPEX (cioè <strong>degli investimenti in conto capitale</strong>) viene spostato sull’utente finale, riducendo parte del rischio finanziario di Oracle. Proprio questo modello sembra aver contribuito al trimestre più forte degli ultimi 15 anni, con il titolo salito del +10% dopo la pubblicazione dei conti. Una tale struttura mostra non solo che la criticità degli investimenti infrastrutturali è un tema che le stesse big tech stanno cercando di ammortizzare e “risolvere”, ma anche che la domanda di AI è strutturalmente limitata dalla disponibilità di GPU, spingendo gli stessi clienti a volersi garantire il controllo del “silicio”.</p>



<p>Le GPU sono in effetti un asset paragonabile all’oro nero tecnologico: scarse, costose, razionate da Nvidia che controlla l’allocazione del top di gamma. OpenAI, Meta, Microsoft, startup e hyperscaler competono per accaparrarsele e mirano a possedere il silicio per non dipendere dalle quote dei fornitori cloud. Investitori e mercati potrebbero dunque vedere Oracle come l’unico provider che permette di evitare la “guerra delle GPU”. <a href="https://www.websim.it/etf/notizie-etf/indici/il-boom-dei-data-center-dedicati-all-ai-cambia-il-destino-di-oracle/">Anche Websim ha rilevato un lato più ottimistico</a> rispetto alle preoccupazioni del mercato del credito. <strong>Oracle ha infatti rivisto al rialzo le previsioni di fatturato FY2027 a 90 miliardi </strong>(contro stime iniziali a 86,6) e i contratti AI su larga scala sono oggi la parte dominante della crescita preannunciando un possibile ciclo di crescita pluriennale con ricavi molto visibili. Oracle non è quindi solo un’azienda che sta investendo troppo in AI e che fa preoccupare i mercati, ma è anche un esempio di come le big tech possano velocemente cambiare il modello di business per superare i vincoli più forti del settore, che in questo caso è la scarsità di GPU. D’altronde, come tutto il comparto dell’IA, gli indicatori finanziari di Oracle sono contemporaneamente <em>molto rischiosi</em> ma <em>altrettanto promettenti</em>.</p>



<p><br>Il caso Oracle dimostra però innegabilmente, che il motore più potente della tecnologia moderna, l’intelligenza artificiale, sta imponendo un modello basato su colossali investimenti fisici, ribaltando decenni di crescita dominata da software a basso costo marginale. E la domanda che oggi agita Wall Street è semplice quanto decisiva: il boom dell’AI è finanziariamente sostenibile, o sta creando un nuovo potenziale</p>
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		<title>La resa dei conti del private credit: dal boom alle tensioni di mercato</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-resa-dei-conti-del-private-credit-dal-boom-alle-tensioni-di-mercato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 05:48:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1199" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="private credit" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-300x187.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-1024x639.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-1536x959.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-600x375.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo anni di crescita apparentemente inarrestabile, il private credit sta affrontando il primo vero stress test della sua storia moderna.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1199" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="private credit" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-300x187.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-1024x639.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-1536x959.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/private-credit-600x375.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Due anni fa il <em>Wall Street Journal</em> celebrava l’ascesa inarrestabile del <em>private credit </em>con un titolo che riassumeva alla perfezione lo spirito del tempo: <strong>“<a href="https://www.wsj.com/finance/investing/investment-funds-new-financial-supermarkets-9b8187d7?mod=article_inline">Move Aside, Big Banks: Giant Funds Now Rule Wall Street</a>” </strong>(Matt Wirz, 22 aprile 2024). Il messaggio era chiaro: nell’era post‑crisi bancaria, i grandi gestori globali sembravano <strong>aver trovato anche nel credito privato la formula magica per crescita, rendimenti e potere di mercato.</strong> Fondi monumentali e investitori istituzionali in coda per partecipare a un mercato che prometteva redditività elevata e soprattutto minori vincoli regolamentari rispetto al sistema bancario tradizionale: un vero e proprio paradiso finanziario. </p>



<p>Il <em>private credit</em> è in effetti un modo semplice per aziende, soprattutto medie o piccole, di <a href="https://russellinvestments.com/content/ri/it/it/institutional-investor/strategies/alternative-investing/private-markets/private-credit.html">ottenere prestiti veloci e personalizzati da investitori specializzati</a> (come fondi di <em>private debt </em>appunto) invece che dalle banche tradizionali, il tutto senza dover pubblicare dati sensibili come con i bond pubblici. In cambio, <strong>il prestatore guadagna interessi e commissioni extra</strong> (raccolte dagli investitori terzi che decidono di investire nel fondo di private debt), colmando il vuoto lasciato dalle banche più rigide per regole o garanzie, con processi rapidi e flessibili che aiutano l&#8217;azienda a essere competitiva.</p>



<p>Oggi, però, quello stesso universo appare molto meno invincibile. Dopo anni di crescita apparentemente inarrestabile, il <em>private credit </em>sta affrontando il primo vero <em>stress test</em> della sua storia moderna. Le crepe erano visibili da mesi, ma solo ora stanno emergendo con chiarezza, trasformando l’euforia in allarme. Sempre un articolo del <em>Wall Street Journal</em> scandisce il mutamento di umore nel mercato, descrivendo un vero e proprio recente “<a href="https://www.wsj.com/finance/investing/an-exodus-of-money-endangers-wall-streets-private-credit-craze-d0fbb8af?mod=hp_lead_pos1">esodo di denaro</a>” dai fondi alternativi a quelli tradizionali che fornisce una fotografia nitida del fenomeno. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;effetto domino</h2>



<p>Il caso più emblematico è stato quello della società Cliffwater, dove gli investitori hanno <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-11/cliffwater-33-billion-private-credit-fund-redemptions-reach-14">richiesto di ritirare il 14% del capitale</a> di un fondo da 33 miliardi di dollari, un livello anomalo per un veicolo illiquido e un chiaro segnale di sfiducia crescente. A questo si è aggiunto il <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-03-11/morgan-stanley-limits-redemptions-on-private-credit-fund-mmmlv7uj">comportamento di Morgan Stanley</a>, che ha dovuto imporre un limite alle richieste di prelievo, per evitare che i deflussi prosciugassero la liquidità disponibile. </p>



<p>Queste dinamiche, tecnicamente isolate, stanno però scatenando un effetto domino ben più ampio. Quando un fondo di <em>private credit </em>deve infatti generare cassa rapidamente, ha solo una strada: vendere asset quotati. E la vendita forzata, in un contesto di tassi elevati e di scarsa propensione al rischio (nel frattempo è accaduta anche la guerra in Medio Oriente) ha contribuito a spingere il settore finanziario dell’S&amp;P 500 ai livelli più bassi da mesi. Al quadro si è aggiunta anche JPMorgan Chase, che ha deciso di <a href="https://www.cnbc.com/2026/03/11/jpmorgan-reins-lending-private-credit-marks-down-software-loans.html">ridurre la propria esposizione verso l’industria del private credit</a>, <strong>marcando al ribasso il valore dei prestiti concessi a società software </strong>(utilizzati come collaterale dai fondi di private credit!) e limitando la capacità di prestito concessa a questi fondi. Le preoccupazioni derivano dal fatto che i recenti progressi nei modelli di intelligenza artificiale &#8211; in particolare quelli sviluppati da OpenAI e Anthropic &#8211; stanno minacciando il modello di business di diversi fornitori software, aumentando il rischio di disintermediazione e quindi potenziali default. Diverse società di <em>private credit</em> che stanno affrontando richieste di rimborso insolitamente elevate, come Blue Owl e Blackstone, stanno infatti registrando deflussi anomali da parte degli investitori retail in parte alimentati proprio dalle crescenti preoccupazioni sulla qualità del credito nel settore software (un fenomeno ribattezzato come <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/software-assicurazioni-real-estate-logistica-quando-lia-travolge-interi-settori-di-borsa.html">Saas-Ageddon</a>).</p>



<p>Una crisi che la guerra in Medio Oriente sta oscurando ma che rischia di avere effetti a cascata anche sul sistema bancario tradizionale e non solo. Come ha osservato <a href="https://www.linkedin.com/search/results/content/?keywords=private%20credit%2Fdebt&amp;origin=SWITCH_SEARCH_VERTICAL"><strong>Ashkar Alhan</strong> in un recente post su LinkedIn</a>, il <em>private credit </em>non è affatto un sistema finanziario parallelo e isolato, ma una rete profondamente intrecciata con il settore bancario tradizionale. Alhan sottolinea come il mercato del <em>private credit</em> &#8211; che vale ormai oltre i 2.000 miliardi di dollari &#8211; si regga su un flusso costante di finanziamenti provenienti dalle grandi banche attraverso linee di credito preferenziali. Questi meccanismi permettono ai gestori di <em>private credit</em> di erogare prestiti che, in apparenza, sembrano completamente indipendenti dal circuito bancario classico. L’analista ha realizzato il seguente diagramma Sankey per visualizzare il flusso di capitale dalle principali banche statunitensi verso i maggiori gestori globali di private credit (si tratta ovviamente di stime per via della poca trasparenza in termini di disclosure tipica del settore):</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-509410" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Immagine1.jpg 1148w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><br><br>Sulla sinistra si trova un elenco di grandi istituzioni finanziarie, tra cui Wells Fargo (quasi 60 miliardi di dollari in linee di finanziamento), Bank of America (oltre 33 miliardi), Citigroup, Goldman Sachs, PNC Financial Services, Truist, State Street, JPMorgan Chase e Morgan Stanley. Da ciascuna di queste banche partono flussi colorati che si diramano verso i più importanti gestori di private credit posizionati sulla destra: Blackstone (44 miliardi), Ares Management (42 miliardi), Apollo Global Management (35 miliardi), Golub Capital (30 miliardi), HPS Investment Partners, Oaktree, KKR, Sixth Street e Blue Owl Capital, tra gli altri. </p>



<p>Anche in Europa, Deutsche Bank, ha comunicato un’esposizione al private credit <a href="https://pe-insights.com/deutsche-bank-discloses-30bn-private-credit-exposure-while-planning-expansion/">pari a 30 miliardi di dollari</a>, tra le più elevate di Wall Street. Questo conferma che il settore non vive affatto in un silo separato dal resto del sistema ma anzi, le connessioni sono forti e potenzialmente destabilizzanti. Ne deriva che la cosiddetta <em>shadow banking </em>non è affatto un’area oscura e separata e, al contrario, il <em>private credit </em>appare come un prolungamento della capacità di leva delle banche, che forniscono la liquidità necessaria ai fondi per espandersi. In altre parole, <strong>quando una banca finanzia un gestore, questo gestore finanzia a sua volta un’azienda</strong>: il rischio viene semplicemente spostato, non eliminato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli impegni delle assicurazioni</h2>



<p> Inoltre, secondo la giornalista Marzia Redaelli (che analizza la questione in un articolo di sabato scorso sul Sole24Ore <em>Private credit – Assicurazioni Usa esposte per oltre il 35%, europee al 10%</em>), il <em>private credit</em> è diventato un asset fondamentale sia per i fondi specializzati sia per le compagnie assicurative. Redaelli sottolinea che le compagnie assicurative Usa hanno incrementato significativamente gli investimenti nel credito privato per ottenere rendimenti più elevati, ma ciò le rende ora più vulnerabili in un contesto di tensioni sul mercato. Secondi i dati citati dalla giornalista, le assicurazioni statunitensi hanno un’esposizione di oltre il 35% delle allocazioni rilevate (!), mentre <strong>le assicurazioni europee dispongono di un’esposizione a circa il 10%</strong>, quindi molto più contenuta.</p>



<p><br>Le tensioni che stanno oggi travolgendo il <em>private credit</em> non rappresentano dunque un fulmine a ciel sereno. Economisti di primo piano, come <strong>Mohamed El‑Erian</strong>, avevano già segnalato che l’euforia degli ultimi anni aveva spinto il settore ben oltre i suoi fondamentali. L’economista ha infatti osservato gli episodi recenti ricordano “<a href="https://x.com/elerianm/status/2003539144614490604">un possibile momento canary-in-the-coal-mine, simile al 2007</a>”, pur precisando che i rischi non sono della stessa portata della crisi del 2008. La sua analisi sottolinea come la crisi attuale sia il risultato di un fenomeno che “è probabilmente andato troppo oltre nel complesso”, alimentato da afflussi massicci di capitale e da valutazioni diventate sempre più difficili da giustificare. <strong>Gli asset in gestione nel settore sono d’altronde cresciuti dell’86% in cinque anni,</strong> raggiungendo i già citati 2,2 trilioni di dollari, un ritmo insostenibile per un <em>asset class</em> strutturalmente illiquida e poco trasparente. </p>



<p>Proprio questa combinazione &#8211; crescita esponenziale, opacità, leva crescente &#8211; è il terreno fertile in cui nascono le vulnerabilità che ora stanno emergendo. El‑Erian richiama inoltre un rischio spesso ignorato: quello dei <em>markets for lemons</em>, in cui diventa sempre più difficile distinguere gli asset di qualità da quelli scadenti. In un contesto di stress, significa che anche gli operatori più prudenti vengono penalizzati, perché <strong>il mercato si comporta come se tutto fosse potenzialmente tossico.</strong> È un meccanismo ben noto nella storia delle crisi finanziarie: quando la fiducia evapora, anche le attività solide vengono trascinate nel ribasso. Ecco che quindi il vecchio adagio “cash is the king” riassume perfettamente il ritorno a un mondo in cui la liquidità, non la leva, torna ad assumere un ruolo centrale per gestire periodi sempre più frequenti di riassestamento dei mercati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-resa-dei-conti-del-private-credit-dal-boom-alle-tensioni-di-mercato.html">La resa dei conti del private credit: dal boom alle tensioni di mercato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Non solo petrolio e gas, la Terza guerra del Golfo travolge anche i fertilizzanti e minaccia l&#8217;agricoltura</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/non-solo-petrolio-e-gas-la-terza-guerra-del-golfo-travolge-anche-i-fertilizzanti-e-minaccia-lagricoltura.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Terza guerra del Golfo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="971" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-300x152.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-1024x518.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-768x388.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-1536x777.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-600x303.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il blocco dello Stretto di Hormuz investe anche il mercato dei fertilizzanti e, per conseguenza, l'agricoltura di una lunga serie di Paesi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/non-solo-petrolio-e-gas-la-terza-guerra-del-golfo-travolge-anche-i-fertilizzanti-e-minaccia-lagricoltura.html">Non solo petrolio e gas, la Terza guerra del Golfo travolge anche i fertilizzanti e minaccia l&#8217;agricoltura</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="971" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-300x152.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-1024x518.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-768x388.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-1536x777.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/hormuz-600x303.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran nel marzo 2026, i mercati globali delle materie prime sono entrati in una fase di volatilità che ha preso forma con una rapidità impressionante. I grafici raccolti nell’immagine sottostante, che monitorano l’andamento dei prezzi nell’intervallo compreso tra il 20–22 febbraio e il 5 marzo 2026, mostrano come, in pochissimi giorni, <strong><a href="https://it.insideover.com/energia/gas-e-petrolio-liran-e-lo-shock-globale-dei-mercati-energetici.html">il conflitto abbia sconvolto non solo i mercati energetici,</a></strong> ma anche quelli agricoli, dei fertilizzanti e della logistica marittima.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="806" height="905" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Fertilizzanti-MedioOriente_InsideOver.jpg" alt="" class="wp-image-508452" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Fertilizzanti-MedioOriente_InsideOver.jpg 806w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Fertilizzanti-MedioOriente_InsideOver-267x300.jpg 267w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Fertilizzanti-MedioOriente_InsideOver-768x862.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/Fertilizzanti-MedioOriente_InsideOver-600x674.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 806px) 100vw, 806px" /></figure>



<p><br>Il prezzo del Brent è salito del 21% in questo arco temporale, mentre il carburante per l’aviazione ha registrato un incremento dell’87%. Ancora più drammatico il balzo del <strong>gas liquefatto diretto ai mercati asiatici, cresciuto del 106%</strong> tra fine febbraio e i primi di marzo. Ma l’effetto più eclatante riguarda i trasporti marittimi: <strong>le tariffe per le petroliere VLCC sono aumentate del 201% nel giro di pochi giorni, </strong>mentre quelle per il trasporto di LNG nell’area Asia‑Pacifico sono esplose del 529%, una variazione estrema che riflette l’impatto immediato del conflitto sulle rotte commerciali e sui costi assicurativi. </p>



<p>Anche i metalli hanno mostrato rialzi visibili (+20%), mentre nei segmenti più legati alla produzione alimentare gli effetti sono stati meno violenti ma comunque significativi: il prezzo del pollo importato in Medio Oriente è cresciuto dell’1,3%, la nafta del 26% e, soprattutto, <strong>i fertilizzanti, con l’urea granulare in aumento del 36% tra fine febbraio e inizio marzo</strong>, hanno lanciato un segnale chiaro su ciò che potrebbe accadere alle rese agricole nei mesi successivi.</p>



<p>È importante sottolineare che questi rialzi rappresentano solo la prima ondata degli effetti diretti e indiretti del conflitto. Già a partire da questa settimana i prezzi hanno continuato a muoversi verso l’alto, amplificando gli effetti visibili in questa fase iniziale. Tuttavia, proprio perché circoscritti a un periodo di pochi giorni, i movimenti riportati nell’immagine offrono una fotografia estremamente chiara <strong>dell’interconnessione tra energia, cibo, fertilizzanti e logistica globale.</strong> Ciò che emerge è un sistema economico in cui un conflitto regionale, concentrato su un&#8217;area strategica per petrolio e gas, è in grado di propagare shock immediati su tutte le componenti della filiera alimentare mondiale: dal carburante necessario al trasporto, ai fertilizzanti indispensabili per la produzione, fino ai beni alimentari stessi.</p>



<p>L’immagine dei grafici, così concentrata in pochi giorni, rivela dunque un legame diretto tra sicurezza energetica e sicurezza alimentare, un legame che <a href="https://www.nytimes.com/2026/03/07/business/middle-east-war-fertilizer-supplies.html">un recente articolo del New York Times</a> rende ancora più evidente descrivendo ciò che sta accadendo a monte della filiera agroalimentare. Il Golfo Persico, epicentro della crisi, non è infatti solo una delle aree più strategiche per petrolio e gas, ma anche <strong>una gigantesca fabbrica globale di fertilizzanti. </strong>Le sue riserve di gas naturale alimentano da decenni un’enorme industria di fertilizzanti azotati, che sostiene <a href="https://ilfattoalimentare.it/guerra-in-iran-carrello-spesa.html">circa metà della produzione di cibo al mondo</a> (!). Una mappa elaborata da Bloomberg mostra in modo immediato quanto sia profonda e capillare la dipendenza del pianeta dai fertilizzanti azotati esportati dal Golfo Persico.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="797" height="616" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/FERTILIZZANTI.jpg" alt="" class="wp-image-508453" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/FERTILIZZANTI.jpg 797w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/FERTILIZZANTI-300x232.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/FERTILIZZANTI-768x594.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/FERTILIZZANTI-600x464.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 797px) 100vw, 797px" /></figure>



<p>Il grafico visualizza i flussi cumulati di esportazioni di Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Iran tra il 2020 e il 2025, per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari. Dalla figura emerge un sistema globale che convoglia nutrienti essenziali per l’agricoltura verso praticamente ogni continente. Le linee che partono dal Golfo mostrano, ad esempio, che <strong>gli Stati Uniti hanno importato 5 miliardi di dollari di fertilizzanti azotati, per il 51% provenienti dal Qatar</strong>; che l’India ne ha importati 11 miliardi, di cui il 44% dall’Arabia Saudita; e che il Brasile, con 8 miliardi, dipende per il 43% dall’Arabia Saudita. Altri paesi emergono come nodi importanti di questo mosaico di interdipendenze: la Turchia (4 miliardi, 87% dal Qatar), il Bangladesh (4 miliardi, 44% dall’Arabia Saudita), la Thailandia (4 miliardi, 57% dal Qatar), l’Etiopia (1 miliardo, 71% dal Qatar) e il Sudafrica (2 miliardi, 40% sauditi). </p>



<p>Anche economie sviluppate come l’Australia, con 5 miliardi di importazioni, risultano legate al Golfo per una quota significativa del proprio approvvigionamento (31% dagli Emirati). Il colpo d’occhio è inequivocabile: <strong>il Golfo Persico è in sostanza il cuore pulsante che alimenta la fertilità dei suoli di mezzo mondo.</strong> Cinque paesi (Iran, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Bahrain) esportano più di un terzo dell’urea mondiale, quasi un quarto dell’ammoniaca e quasi un quinto dei fosfatici, tutti beni che ora faticano a lasciare la regione.</p>



<p>Benché gli impianti di produzione nel Golfo continuino in gran parte a funzionare, le esportazioni sono praticamente ferme. <a href="https://www.chemanalyst.com/NewsAndDeals/NewsDetails/qatarenergy-halts-downstream-production-of-urea-methanol-aluminum-41310">QatarEnergy ha già interrotto la produzione di urea</a> perché gli attacchi iraniani le hanno tagliato l’accesso al gas naturale, mentre altri stabilimenti producono ma sono costretti ad accumulare scorte nei porti. Questo blocco colpisce però le economie di ogni continente: l’India, che importa <a href="https://finance.yahoo.com/news/farmers-see-fertiliser-price-surge-205826090.html">circa il 40% dei propri fertilizzanti dal Medio Oriente</a>, è già in allarme; gli Stati Uniti devono fronteggiare prezzi gonfiati anche dai dazi introdotti negli anni precedenti (ironia della sorte); l’Africa, che aveva già sofferto pesantemente il rincaro dei fertilizzanti nel 2023, ora rischia aumenti ancora più insostenibili. </p>



<p>Per fare un esempio, nella sola ultima settimana monitorata, <a href="https://www.spglobal.com/energy/en/news-research/latest-news/agriculture/030426-potential-gas-cuts-in-egypt-raise-concerns-for-urea-market">il prezzo dell’urea venduta in Egitto è salito da 485 a 665 dollari per tonnellata</a>, un aumento del 37%. E il rafforzamento del dollaro, diventato bene rifugio nella crisi, rende ogni importazione ancora più costosa per i Paesi con valute deboli. Ma l’effetto più inquietante riguarda lo zolfo, un elemento essenziale per i fertilizzanti fosfatici (cioè che apportano fosforo al terreno) e per la metallurgia, di cui quasi un terzo della produzione globale si trova ora intrappolata nello Stretto di Hormuz. Un quarto è destinato alla Cina, un altro all’Indonesia (primo produttore al mondo di nickel, e che potrebbe <a href="https://www.idnfinancials.com/news/61996/hormuz-crisis-threatens-sulfur-supply-for-indonesias-nickel-producers#:~:text=Data%20from%20the%20United%20States,Reuters%20report%20(8%20March).">rallentarne l’export visto che la produzione del metallo dipende al 75% dalle importazioni di zolfo dal Medio Oriente</a>), mentre l’Africa dipende pesantemente dall’offerta del Golfo. </p>



<p>Gli stock globali erano già bassi prima della guerra ma  ora i prezzi stanno salendo ulteriormente, <a href="https://investingnews.com/daily/resource-investing/agriculture-investing/phosphate-investing/top-phosphate-countries-by-production/">esponendo paesi come il Marocco, grande produttore di fosfatici, a contraccolpi severi</a>. Il conflitto in Medio Oriente non sta quindi solo scuotendo i mercati ma sta mostrando quanto fragile e interdipendente sia la sicurezza alimentare globale, e quanto rapidamente gli shock energetici possano riverberare sui prezzi agricoli, sulle rese dei raccolti e, in definitiva, sulla vita quotidiana di miliardi di persone.</p>



<p>Cosa possono raccontarci shock di questo tipo avvenuti nel passato per capire gli scenari futuri? Il paper analitico <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S030691922400201X"><em>Global shocks to fertilizer markets: Impacts on prices, demand and farm profitability</em></a><em> </em>offre degli insights interessanti a questo proposito. L’articolo analizza gli shock globali che hanno colpito i mercati dei fertilizzanti tra il 2021 e il 2022 e le loro conseguenze sui prezzi, sulla domanda e sulla redditività agricola in diverse regioni del mondo. In quegli anni, una combinazione di fattori (ripresa economica post‑pandemia, interruzioni nelle catene di approvvigionamento e la guerra tra Russia e Ucraina, entrambi importanti produttori di fertilizzanti) ha fatto impennare i prezzi dei fertilizzanti a livelli senza precedenti, alimentando timori diffusi di un crollo dell’uso dei fertilizzanti e di <strong>un aggravamento della crisi alimentare globale.</strong> </p>



<p>Sebbene molti dati siano ancora incompleti, gli autori mostrano che l’impatto di questi shock è stato in realtà molto meno drastico a livello globale di quanto previsto inizialmente. Le sanzioni imposte a Russia e Bielorussia hanno effettivamente ridotto le loro esportazioni di potassio e altri fertilizzanti, ma l’impatto sulla disponibilità globale è stato temporaneo: <strong>altri esportatori, come il Canada, hanno compensato in parte questo calo.</strong> Secondo i dati dell’<em>International Fertilizer Association,</em> anche la domanda mondiale è diminuita solo moderatamente: da 202 milioni di tonnellate nel 2020 a 196 milioni nel 2021 e 188 milioni nel 2022. In molti grandi paesi produttori, come India, Brasile e Argentina, la domanda è persino aumentata, sostenuta da prezzi agricoli elevati e buone prospettive di raccolto che hanno compensato i costi più alti dei fertilizzanti. In altri Paesi, come Cina e Stati Uniti, la domanda ha oscillato ma senza contrazioni drammatiche.</p>



<p>Questo suggerisce che gran parte degli agricoltori commerciali ha scelto di mantenere gli input necessari alla produzione piuttosto che ridurli, assorbendo il rincaro dei costi pur di garantire rese elevate. Molto diversa è stata invece la situazione nei Paesi a basso reddito, soprattutto in Africa sub‑sahariana, dove gli effetti degli shock sono stati più marcati. In molti Paesi africani, i prezzi interni dei fertilizzanti sono aumentati più rapidamente dei prezzi internazionali, aggravati dalla svalutazione delle valute locali e dalle inefficienze nelle catene di distribuzione, spesso altamente concentrate e con costi logistici elevati.<br>In prospettiva, <strong>la lezione più pragmatica di questa crisi è che la vulnerabilità delle filiere alimentari non nasce solo dalla scarsità di terra coltivabile, ma dai colli di bottiglia </strong>lungo l’asse energia‑fertilizzanti‑logistica che il conflitto ha messo a nudo. Se i precedenti shock, come quello del 2021‑22, ci hanno mostrato che i mercati globali possono assorbire tensioni temporanee, l’attuale crisi dimostra invece che persistenti tensioni geopolitiche nelle aree di concentrazione produttiva possono portare a modifiche anche profonde della geografia della filiera agroalimentare globale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/non-solo-petrolio-e-gas-la-terza-guerra-del-golfo-travolge-anche-i-fertilizzanti-e-minaccia-lagricoltura.html">Non solo petrolio e gas, la Terza guerra del Golfo travolge anche i fertilizzanti e minaccia l&#8217;agricoltura</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il gran ballo del petrolio nella guerra d&#8217;Iran</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/il-gran-ballo-del-petrolio-nella-guerra-diran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 05:45:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I primi giorni di guerra suggeriscono che il petrolio rimane un elemento geopolitico importante, ma non più l’arma strategica totale che era. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/energia/il-gran-ballo-del-petrolio-nella-guerra-diran.html">Il gran ballo del petrolio nella guerra d&#8217;Iran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/petrolio-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Medio Oriente, come era prevedibile, è tornato epicentro della geopolitica globale: dal 28 febbraio Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi su vasta scala contro l’Iran, innescando ritorsioni e un rapido deterioramento della sicurezza regionale. La cronaca dei primi giorni, dai lanci missilistici alle esplosioni in tutto il Golfo, ha confermato la natura militare dell’<em>escalation</em> ma anche l’impatto finanziario immediato sui mercati, con <strong>investitori sempre più proiettati verso i beni rifugio</strong> (<a href="https://euroborsa.it/Il-conflitto-in-Medio-Oriente-rafforza-il-dollaro.aspx">e il dollaro USA!</a>). In questo contesto, il petrolio torna protagonista: all’apertura dei mercati di lunedì 2 marzo <a href="https://tradingeconomics.com/commodity/brent-crude-oil">il Brent è balzato fino a oltre l’8–13% intraday</a> (punte in area 82 $/bbl prima di un parziale rientro), mentre il WTI ha seguito a ruota, segnalando che il rischio di offerta è rientrato di prepotenza nel prezzo. </p>



<p>Il nodo critico è lo Stretto di Hormuz, varco da cui transita all’incirca <a href="https://www.theguardian.com/world/2026/mar/02/iran-strait-hormuz-oil-global-prices-cost-of-living">un quinto del petrolio mondiale</a> (oltre 20% dei liquidi petroliferi) e che si trova esattamente prospicente alle coste della Repubblica Islamica. Anche quindi senza una chiusura “formale” dello Stretto da parte delle autorità di Tehran, allarmi navali, deviazioni e stop precauzionali delle compagnie di shipping hanno <strong>ridotto i passaggi e fatto salire costi e premi assicurativi, con effetto domino su noli e logistica.</strong> È questo intreccio tra guerra, <em>chokepoint</em> energetico e <em>risk‑off </em>a spiegare perché la domanda “quanto conta il petrolio in questo conflitto?” sia oggi più che mai centrale: non solo per l’Iran e per le monarchie del Golfo, la cui stabilità fiscale dipende in larga parte dagli idrocarburi, ma <strong>per l’intera economia globale</strong>, dove anche un moderato premio di rischio sul greggio può trasmettersi rapidamente ai prezzi finali e alle aspettative d’inflazione.</p>



<p>Subito dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il mercato ha reagito con la classica dinamica da shock geopolitico: forte volatilità e un rapido aumento dei prezzi del greggio. Già nella riapertura dei mercati del 2 marzo si è osservato un gap rialzista significativo sull’US Crude, con i prezzi <a href="https://www.ig.com/it/news-e-idee-di-trading/petrolio-oggi-guerra-in-iran-260302">balzati dalla chiusura di venerdì in area 65–67 $/bbl fino a 72,78–72,80 $/bbl</a>, pari a un rialzo di circa il +9%. Il motivo principale di questa sensibilità sta nella posizione dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, vera arteria del commercio energetico globale: <strong>per questo corridoio marittimo, largo appena 33 km nel suo punto più stretto, transitano flussi sostanziali di petrolio </strong>e una quota paragonabile di gas naturale liquefatto. Gli attacchi, le ritorsioni e i messaggi radio attribuiti alle forze iraniane che <a href="https://gulfnews.com/world/mena/iran-moves-to-close-strait-of-hormuz-after-strikes-1.500458858">avvertivano le navi di evitare il passaggio</a> hanno generato un immediato crollo del traffico commerciale, inducendo i principali operatori (<a href="https://news.chemnet.com/news-2629.html">come Maersk, MSC e Hapag‑Lloyd</a>) a sospendere le traversate e a deviare le rotte attorno al Capo di Buona Speranza. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Rialzo sì, ma con moderazione</h2>



<p>Nei fatti, anche senza una chiusura “ufficiale”, Hormuz è diventato per ore fortemente compromesso, con centinaia di tanker e <em>LNG carrier</em> rallentati o fermi, premi assicurativi in aumento e rischi di attacchi a navi commerciali confermati da <a href="https://theconversation.com/strait-of-hormuz-if-the-iran-conflict-shuts-worlds-most-important-oil-chokepoint-global-economic-chaos-could-follow-277199">episodi documentati</a>. L’importanza strategica del petrolio è evidente anche dal lato macroeconomico: <a href="https://thecryptogateway.it/petrolio-iran-recessione/">l’Iran, quarto produttore dell’OPEC</a> (oltre 3 milioni di barili/giorno a gennaio 2026), basa gran parte delle sue entrate pubbliche sugli idrocarburi, <strong>mentre gli Stati del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Emirati e Iraq) dipendono da Hormuz per l’export </strong>di oltre 20 milioni di barili/giorno. La vulnerabilità di questo <em>chokepoint</em>, già nota da anni, è quindi amplificata da qualsiasi tensione militare, trasformando il petrolio in un acceleratore immediato degli effetti finanziari del conflitto.</p>



<p>Il balzo del greggio sembrerebbe quindi evocare un nuovo shock energetico paragonabile alle fasi più acute della guerra in Ucraina. Tuttavia, osservando con precisione tecnica i dati verificati, emerge un quadro molto diverso: i <em>futures </em>sul petrolio sono saliti, sì, ma in misura moderata rispetto ai grandi shock del passato (dopo lo scoppio della guerra in Ucraina il rialzo del petrolio aveva fatto toccare l’area dei 120$/bbl), e con dinamiche che suggeriscono comportamenti di mercato più complessi, inclusa la possibilità di prese di profitto e un certo grado di “war fatigue”. Diversi indicatori mostrano quindi che il movimento dei <em>futures</em>, pur significativo, non si colloca in un regime di shock duraturo, e ciò trova conferma nelle valutazioni di <strong>Larry Berman</strong>, analista storico di BNN Bloomberg. </p>



<p>Nel suo intervento (“<a href="https://www.bnnbloomberg.ca/investing/opinion/2026/03/02/larry-berman-sell-the-news-geopolitical-driven-trades-rarely-have-long-term-impacts/">Sell the news: Geopolitical driven trades rarely have long-term impacts</a>” di lunedì 2 marzo), Berman osserva che i rialzi legati a eventi geopolitici tendono raramente a produrre impatti duraturi sui mercati; anzi, spesso si esauriscono in tempi brevi <strong>quando l’effetto‑novità viene assorbito.</strong> Secondo l’analista, questo vale anche per il comparto energetico, che negli ultimi dieci anni ha mostrato una performance fiacca, con l’ETF Energy Select Sector SPDR (XLE) e l’iShares S&amp;P/TSX Capped Energy Index (XEG) che hanno generato un ritorno complessivo di circa il 5% annuo sin dal boom dello shale del 2014 e gran parte di quel rendimento è arrivato solo negli ultimi mesi:<br></p>



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<p>Berman sottolinea inoltre che l’energia ha corso nelle ultime settimane più sulle aspettative di un possibile “regime change” in Iran che su fondamentali strutturali. <strong>È un comportamento simile a quello osservato nel 2022,</strong> quando il settore energetico si era impennato con il picco della guerra in Ucraina, salvo poi muoversi lateralmente per oltre tre anni. In fondo, tutti gli attori coinvolti nel conflitto sanno bene che il mondo non può funzionare con petrolio stabilmente sopra i 100 dollari, perché storicamente i picchi delle quotazioni hanno rallentato il PIL globale. Cosa racconta dunque nel profondo il mercato? Che i grandi capitali hanno già scommesso sul rialzo nel 2025 e inizio 2026, quando il petrolio era laterale ma le azioni <em>energy </em>accumulavano forza in anticipo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le forniture di Teheran alla Cina</h2>



<p>Il petrolio, in questa crisi, conta anche per un altro aspetto: il suo ruolo geopolitico indiretto, in particolare nell’equilibrio strategico tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta solo di prezzi o di shock energetici, ma di come l&#8217;energia si inserisce nelle vulnerabilità strutturali di Pechino e nelle dinamiche globali. <a href="https://www.politico.com/news/2026/03/02/iran-us-strikes-china-oil-supply-charts-00806415">Secondo un’analisi POLITICO basata sui dati Kpler</a>, la Cina acquistava circa il 17% del suo petrolio complessivo da Iran e Venezuela nel 2025, mentre l’Iran da solo rappresentava il secondo fornitore dopo l’Arabia Saudita. Nel 2025 la Cina ha importato 520 milioni di barili di greggio dall’Iran, e quasi il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane era diretto verso la Cina. </p>



<p>Questo suggerirebbe una forte dipendenza, ma il quadro è più complesso. Pechino <strong>ha infatti iniziato già nel 2025 a ridurre gli acquisti diretti dall’Iran </strong>spostando parte della domanda verso la Russia, mentre accumulava enormi scorte strategiche. Secondo la Columbia University, la Cina ha importato <a href="https://www.energypolicy.columbia.edu/where-china-gets-its-oil-crude-imports-in-2025-reveal-stockpiling-and-changing-fortunes-of-certain-suppliers-including-those-sanctioned/">11,6 milioni di barili/giorno nel 2025</a>, di cui una larga parte destinata all’immagazzinamento: 430.000 bpd sarebbero stati aggiunti alle riserve ogni giorno. Tale <em>stockpiling</em> consentirebbe alla Cina di reggere mesi di interruzioni senza danni immediati. </p>



<p>Le fonti energetiche della Cina sono inoltre estremamente diversificate. I <a href="https://www.eia.gov/international/content/analysis/countries_long/China/pdf/China-2025.pdf">dati dell’U.S. Energy Information Administration</a> mostrano che <strong>il petrolio rappresenta circa il 20% del consumo energetico primario cinese</strong>, contro il 62% del carbone e una quota crescente di rinnovabili. Questo significa che, pur essendo cruciale per trasporti e industria pesante, il petrolio non è la leva dominante dell’energia cinese. Inoltre, la Cina ha investito massicciamente in energie rinnovabili: <a href="https://oilprice.com/Energy/Energy-General/The-Five-Key-Trends-Driving-Chinas-2026-Energy-Strategy.html">nel 2024 ha speso 625 miliardi di dollari in energia pulita</a>, una cifra record che segnala una progressiva riduzione della vulnerabilità ai mercati petroliferi globali. Da questa prospettiva, utilizzare il petrolio come leva geopolitica per “mettere in ginocchio” la Cina appare meno efficace: Pechino ha già previsto scenari di shock e ha <a href="https://www.cnbc.com/2026/03/02/iran-strikes-oil-energy-china.html">adattato la propria strategia energetica dagli anni 2010</a>. </p>



<p>Il ruolo più insidioso del petrolio nella crisi 2026 non riguarda quindi nemmeno la Cina in senso stretto, quanto ciò che un petrolio in rialzo può generare sull’intera economia globale. Il rischio di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe spingere i prezzi oltre i 100 $/barile e l’aumento dei costi assicurativi e dei noli marittimi è già in atto, impattando direttamente i rincari su trasporti, logistica e beni di consumo. <strong>Effetti che si traducono rapidamente in inflazione importata</strong>, anche per economie avanzate come gli Stati Uniti, dove l’aumento del petrolio accentua <a href="https://www.cbsnews.com/news/stock-market-today-oil-prices-iran-impact/">pressioni inflative già presenti</a>.</p>



<p>In sintesi, questi primi giorni di guerra ci suggeriscono che il petrolio rimane un elemento geopolitico importante, ma con tutta probabilità non è più l’arma strategica assoluta che era negli anni ’70–2000. Il rischio maggiore oggi potrebbe non essere rappresentato solo dagli eventuali esiti di rallentamento dell’economia cinese, <strong>ma dall’effetto moltiplicativo del rincaro del greggio sulle catene globali del valore,</strong> sui costi assicurativi, sui noli e sull’inflazione mondiale.</p>
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