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Energia

Gas e petrolio, l’Iran e lo shock globale dei mercati energetici

Nella giornata di sabato 7 marzo il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato ai Paesi arabi della regione mediorientale coinvolti dalla risposta di Teheran all’assalto di Israele e Usa che la Repubblica Islamica prenderà di mira solo le basi statunitensi...

Nella giornata di sabato 7 marzo il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato ai Paesi arabi della regione mediorientale coinvolti dalla risposta di Teheran all’assalto di Israele e Usa che la Repubblica Islamica prenderà di mira solo le basi statunitensi nell’area e non ci saranno colpi se da esse non partiranno manovre ostili al Paese: si tratta della prima, indiretta, buona notizia per i mercati energetici sconvolti nell’ultima settimana dall’escalation dell’offensiva di Tel Aviv e Washington e dalla prevedibile risposta iraniana, che ha regionalizzato il conflitto.

Il combinato disposto è stato il peggioramento della Terza guerra del Golfo a crisi già macro-regionale con ricadute globali in ottica di mercato. Il Kuwait ha ridotto la produzione di petrolio per non sovraccaricare gli stoccaggi, i pozzi nel Kurdistan iracheno sono fermi, il traffico da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita (nella componente orientale) è bloccato, il Qatar ha sospeso l’esportazione di gas naturale liquefatto e, ovviamente

Parlando col Financial Times Saad al-Kaabi, ministro dell’Energia del Qatar, ha dichiarato allarmato che la guerra “potrebbe far crollare le economie mondiali” e paventato un prezzo del petrolio a 150 dollari al barile entro l’anno se la crisi continuerà. Lo scenario è critico.

Il fine settimana consente di contare i danni accumulati, e lo shock rispetto a quello precedente, in cui iniziava la tempesta perfetta in Medio Oriente, è stato doloroso. Petrolio: +35,60%, +27,20% sull’indice Brent. Sale di 24 punti l’indice del greggio russo Urals. Gas in Europa: +65%, con il Regno Unito che fa +72%. Gas negli Usa: +11,44%, e la benzina al gallone sale del 20%. Su scala mondiale: etanolo +5,52%, propano +12%, carbone +13,5%, metanolo +18,85%, nafta +22,41%. I dati Trading Economics mostrano l’impatto di una singola settimana sul pattern annuale di queste risorse.

Giappone in testa alle preoccupazioni

Gli importatori iniziano a fare i conti con la possibile durata di una scarsità o dei rincari. In Italia per effetto-trascinamento una condizione strutturale di prezzo del gas rincarato può costare fino a quasi 200 milioni di euro extra al sistema-Paese, anche se da Snam Agostino Scornajenchi, Ceo del big italiano delle reti, nota che l’Italia non rischia shock di forniture prima della fine della stagione fredda. La ridotta dipendenza dal Qatar, che ha tagliato le forniture di gas naturale liquefatto, è in tal senso prudenzialmente ritenuta un fattore di minor rischio. La volatilità dei prezzi preoccupa le imprese, e da Assofonderie a Federacciai molte categorie hanno già preso posizione chiedendo soluzioni d’emergenza.

Chi non se la passa bene è il Giappone. Il Japan Times nota che “Tokyo detiene riserve nazionali di emergenza equivalenti a circa 146 giorni di consumo, oltre a scorte del settore privato e scorte congiunte con i Paesi produttori di petrolio” e “nel complesso, le riserve di petrolio del Giappone equivalgono a 254 giorni di importazioni e sono tra le più grandi al mondo”, ma dovendo dipendere per il 95% dalle importazioni di greggio e per il 70% da Hormuz il Sol Levante guarda con apprensione alla crisi.

In Germania, Friedrich Merz è tornato presto indietro dalla sua linea di muscolare e assertiva copertura della campagna israelo-americana contro l’Iran, avvertendo venerdì che il conflitto mediorientale “deve finire” e dichiarando che l’unità territoriale dello Stato iraniano “deve essere preservata”, in un riferimento indiretto alla strategia di Tel Aviv di far esplodere la guerra civile nella Repubblica Islamica come via per abbattere il regime. Più del legame con Washington e Tel Aviv, insomma, poté il Ttf, che può pregiudicare la ripresa industriale della Germania.

Anche gli Usa, sul breve periodo, possono bearsi delle maggiori entrate per il loro Gnl e di un vantaggio competitivo indiretto acquisito sul resto del mondo, più colpito dalla tematica dell’assenza di autosufficienza energetica. Ma i dati su gas e benzina non sono certamente normali e la Nbc avverte che “‘l’aumento dei prezzi del petrolio,  le interruzioni delle spedizioni in Medio Oriente e i nuovi segnali 
di debolezza nel mercato del lavoro statunitense stanno creando uno scenario complicato, proprio mentre l’inflazione  iniziava a mostrare qualche segno di miglioramento”. Se Atene piange, Sparta non ride: la crisi energetica è realtà e come successo con l’Ucraina nel 2022 può portare ricadute in termini di inflazione, crisi produttive e tensioni interne alle economie nazionali. Segno di una guerra che toccando un nervo sensibile dell’economia internazionale è già divenuta, giocoforza, un affare globale.

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