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Da venerdì scorso l’attenzione dei mercati si è concentrata quasi esclusivamente sul brusco calo dei prezzi di alcuni metalli preziosi e sulla nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve, due eventi che possono influenzare il sentiment globale in modi diversi in un momento in cui la banca centrale è sotto pressione per conciliare il controllo dell’inflazione con la sostenibilità del debito pubblico.

Ma mentre l’opinione pubblica guarda a questi movimenti, nei mercati valutari e obbligazionari si muove qualcosa di molto più profondo, quasi invisibile, che riguarda il presunto patto segreto tra Stati Uniti e Giappone per gestire il cambio yen/dollaro. Un’intesa che molti osservatori collegano al cosiddetto “Mar‑a‑Lago Accord”, una cornice strategica descritta dal Council on Foreign Relations come un insieme di mosse coordinate dagli Stati Uniti (sotto l’amministrazione Trump) per indebolire selettivamente il dollaro, contenere i rendimenti e ristrutturare i rapporti di forza nel sistema globale.

Come funziona il nuovo patto Usa-Giappone

Per comprendere questo quadro bisogna però partire da Tokyo, dove nelle ultime settimane i rendimenti dei titoli di Stato a lunghissima scadenza, in particolare i JGB a 40 anni, hanno superato il 4%, un livello problematico per un Paese con un debito pubblico pari al 240% del PIL e abituato per decenni a politiche monetarie ultra‑espansive.

È un rialzo che però non è stato accompagnato da una rivalutazione dello yen: la valuta giapponese è rimasta debole nonostante l’aumento dei tassi a lunga che, come da manuale di macroeconomia, dovrebbero in realtà rendere più allettante l’acquisto di bond a lungo termine imprimendo un apprezzamento della valuta. Il grafico seguente, come spiegato dal giornalista del Sole24Ore, Vito Lops, mostra questa divergenza che quindi segnala un’”anomalia” nel comportamento del mercato:
Immagine che contiene schermata, testo, Software multimediale, softwareIl contenuto generato dall'IA potrebbe non essere corretto.

Ogni promessa è debito

Gli investitori non stanno infatti leggendo questi movimenti come una “normalizzazione sana”, bensì come un dubbio sulla sostenibilità del debito nipponico, soprattutto dopo che la premier Takaichi ha aperto alla possibilità di aumentare il deficit in vista delle elezioni dell’8 febbraio, generando ulteriore preoccupazione sulle prospettive fiscali future.

Nel frattempo anche gli Stati Uniti hanno visto salire i rendimenti sul tratto lungo della curva dei tassi di interesse, riflettendo timori simili: la sostenibilità del debito diventa tema centrale e un dollaro troppo forte rischia di esacerbare la situazione, aumentando il costo di sottoscrizione dei bond americani da parte degli investitori esteri e spingendo al rialzo i tassi di interesse.

In effetti, nel contesto dell’agenda “America First”, Trump non ha mai nascosto di volere un dollaro più debole per sostenere l’export e migliorare i margini delle aziende americane, anche dopo un 2025 in cui il biglietto verde ha già perso parte del suo valore. Il dollaro troppo forte crea problemi agli USA, lo yen troppo debole crea problemi al Giappone, e proprio questa combinazione apparentemente opposta potrebbe rendere conveniente per entrambi muovere nella stessa direzione, cioè verso un rafforzamento dello yen e un indebolimento del dollaro. E qui entra in scena il possibile patto “segreto”.

Il ballo di dollaro e yen

Se gli Stati Uniti vendessero dollari e comprassero yen, otterrebbero due risultati politici e finanziari allo stesso tempo: da un lato aiuterebbero Trump nella sua retorica pro‑export indebolendo il dollaro, dall’altro rafforzerebbero lo yen, riducendo la pressione sui rendimenti giapponesi e calmando i timori degli investitori sulla sostenibilità del debito nipponico.

È per questo che negli ultimi giorni molti operatori hanno osservato con sospetto un insieme di segnali simultanei: il dollar index in ribasso, i rendimenti dei JGB a 40 anni in calo e uno yen improvvisamente più forte. Un mix troppo ordinato per essere casuale. E infatti alcune analisi, come quella di Wellington, hanno sottolineato che la Federal Reserve di New York avrebbe effettuato un “rate check” sul cambio USD/JPY, un’operazione informale che in passato ha spesso anticipato interventi coordinati tra banche centrali.

Se davvero gli USA stessero collaborando con il Giappone, sarebbe il segnale di un cambio di strategia da parte di Washington verso un dollaro più debole, con implicazioni enormi: riduzione dell’attrattività degli asset USA, riallocazioni globali, nuova pressione inflazionistica e una ridefinizione del ruolo del dollaro come valuta di riferimento mondiale.

Perché gli Usa puntano sul Giappone

Questa interpretazione trova un quadro coerente nel già citato “Mar‑a‑Lago Accord” che prevede una strategia più ampia basata su tariffe usate come arma negoziale e tentativi di indebolire il dollaro pur mantenendolo dominante con il coordinamento tra Tesoro e Fed per tenere bassi i rendimenti dei Treasury. In tutto ciò, il cambio USD/JPY diventa un ingranaggio perfetto: è uno dei mercati valutari più liquidi al mondo, è politicamente sensibile, il Giappone è un alleato chiave e uno dei maggiori detentori di Treasury, dunque un partner ideale per una strategia coordinata.

Il piano, ispirato da Stephen Miran, che ha ricoperto la carica di presidente del Consiglio dei consulenti economici del presidente Trump fino alla sua nomina a governatore con diritto di voto presso la Federal Reserve, salda dimensione economica e geopolitica: da un lato gli Stati Uniti usano tariffe e gangli del sistema finanziario globale per ottenere concessioni dai partner, dall’altro cercano di pilotare il valore del dollaro senza perdere credibilità internazionale. Il Giappone, dal canto suo, ha interesse a contenere la volatilità dello yen e a evitare un’esplosione dei rendimenti, soprattutto ora che gli investitori sembrano pronti a rimpatriare capitali verso i JGB poiché lo spread tra i rendimenti giapponesi e quelli dei Treasury a 30 anni si sta comprimendo verso lo zero, come mostrato chiaramente in quest’altro grafico analizzato da Alfonso Peccatiello:
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Una smentita è una notizia data due volte

Se per l’investitore giapponese torna conveniente restare in patria, la domanda di bond esteri crolla e i rendimenti in Occidente salgono, spostando interi equilibri finanziari. In questo contesto, ogni parola pubblica pesa: dichiarazioni della premier Takaichi a favore dei benefici di uno yen debole hanno creato nervosismo nei mercati e hanno richiesto rapide rettifiche perché in un momento di sospette manovre coordinate tra USA e Giappone, qualsiasi insinuazione di “manipolazione valutaria” potrebbe irritare Washington e far deragliare l’intera strategia.

È per questo che le autorità continuano a negare tutto: il Tesoro americano ha ribadito la sua “strong dollar policy”, smentendo qualunque intervento a favore dello yen, ma i mercati, come sempre, danno più peso ai grafici che alle dichiarazioni. E non è un caso che mentre negli ultimi mesi avvenivano questi movimenti finanziari, commodities come rame, oro e argento registrassero simultanei aumenti di prezzo, un segnale classico di indebolimento reale del dollaro e di aspettative di ulteriore svalutazione. Siamo in presenza di un nuovo accordo valutario in stile Plaza Accord del 1985? Quello che si può osservare è che le interazioni di allora avvennero in un contesto di fiducia nel sistema monetario internazionale; oggi invece ogni intervento valutario viene letto alla luce dei rischi sul debito globale e dei dubbi sulla sostenibilità del sistema fiat. Ecco perché il possibile patto segreto tra USA e Giappone sullo yen non sarebbe solo una manovra tecnica, ma un tassello di un più grande processo di riallineamento del sistema finanziario globale: un tentativo di rallentare le crepe di un modello sotto pressione e, forse, guadagnare tempo.

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