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	<title>Federica Villa Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 02 Aug 2019 17:49:18 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Federica Villa Archives - InsideOver</title>
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		<title>La Nuova Zelanda dopo Christchurch: che fine hanno fatto le armi?</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-nuova-zelanda-dopo-christchurch-che-fine-hanno-fatto-le-armi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Villa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2019 17:49:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Armi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1194" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-300x187.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-768x478.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-1024x637.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Consegnare le armi diventate illegali in cambio di denaro. Il piano studiato dal governo della Nuova Zelanda è semplice, ma efficace. L’idea è nata dopo l’attentato del 15 marzo 2019 contro due moschee nella città di Christchurch, in cui il 28enne australiano Brenton Tarrant ha sparato sulla folla, uccidendo 51 persone. Suprematista bianco con regolare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-nuova-zelanda-dopo-christchurch-che-fine-hanno-fatto-le-armi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/la-nuova-zelanda-dopo-christchurch-che-fine-hanno-fatto-le-armi.html">La Nuova Zelanda dopo Christchurch: che fine hanno fatto le armi?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1194" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-300x187.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-768x478.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/LP_9441764-e1564768149424-1024x637.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Consegnare le armi diventate illegali in cambio di denaro. Il piano studiato dal governo della Nuova Zelanda è semplice, ma efficace. L’idea è nata dopo l’<a href="https://it.insideover.com/terrorismo/una-risposta-a-christchurch-la-mano-dellisis-sullo-sri-lanka.html">attentato del 15 marzo 2019</a> contro due moschee nella città di Christchurch, <a href="https://it.insideover.com/politica/il-killer-di-christchurch-e-quel-filo-rosso-con-alt-right-europea.html">in cui il 28enne australiano Brenton Tarrant</a> ha sparato sulla folla, uccidendo 51 persone. Suprematista bianco con regolare licenza per il possesso di armi, Tarrant ha definito il suo gesto come “una vendetta contro gli invasori”. L’uomo è entrato in azione usando un vero e proprio arsenale, in cui si contano anche due semi-automatiche e due fucili da caccia. Da qui, la decisione della premier neozelandese, Jacinda Arden, di proporre una stretta sulle armi in tutto il Paese, con una tempistica serrata.</p>
<h2>La riforma per regolamentare l’uso delle armi</h2>
<p>La promessa è stata mantenuta. A quasi un mese esatto dall’attentato di Christchurch, il parlamento della Nuova Zelanda ha approvato la riforma per regolamentare <a href="https://www.police.govt.nz/advice/firearms-and-safety/changes-firearms-law-prohibited-firearms/firearms-changes-faqs">l’uso delle armi:</a> vietati l’utilizzo e la vendita di vari tipi di semiautomatiche, di fucili d’assalto e di parti di ricambio per trasformare fucili normali in semiautomatiche. Ma questi divieti hanno fatto sì che migliaia di cittadini si ritrovassero con armi diventate inutilizzabili e per le quali avevano pagato somme molto alte. Così il governo ha disposto lo stanziamento del corrispettivo di circa 120 milioni di euro da usare per risarcire i proprietari che consegneranno le loro pistole e i loro fucili spontaneamente. E ha tracciato una roadmap di appuntamenti che andrà avanti fino a fine anno.</p>
<h2>Le prime restituzioni</h2>
<p>Lo sforzo messo in campo dall’amministrazione Arden è vasto, se si considera che il numero totale di armi in nuova Zelanda &#8211; secondo le stime più recenti &#8211; oscilla tra 1,2 e 1,5 milioni. Nella prima tornata di restituzioni, sono stati pianificati oltre 250 eventi. A inizio luglio, la polizia ha fatto sapere di aver pagato circa <a href="https://www.news.com.au/world/pacific/nz-police-make-massive-payout-in-first-ever-gun-amnesty-event/news-story/f3903a416c1b93122b060d512ff7a463">430,000 dollari neozelandesi a 169 proprietari</a> nelle prime ore dal via all’iniziativa. Ai proprietari viene corrisposto tra il 25 e il 95% del valore delle loro armi, in base alle condizioni in cui sono pistole e fucili. La somma viene accreditata direttamente sul conto corrente dei cittadini, in un periodo che non dovrebbe essere superiore ai 10 giorni dal momento della restituzione. Le impressioni dopo i primi eventi, sono buone: un poliziotto <a href="https://www.nzherald.co.nz/nz/news/article.cfm?c_id=1&amp;objectid=12249299">ha raccontato al Nz Herald</a> che &#8220;la partecipazione dei cittadini è stata impressionante&#8221;, senza disordini o code troppo lunghe. Un grande entusiasmo si è registrato anche<span class="Apple-converted-space"> </span><a href="https://www.nzherald.co.nz/crime/news/article.cfm?c_id=30&amp;objectid=12253082"> nel Nord del Paese</a> dove a fine luglio sono state restituite 495 armi e dove, per i prossimi mesi, è stata pianificata una fitta campagna di appuntamenti.</p>
<h2>Che fine fanno le armi</h2>
<p>Il processo dovrebbe concludersi il 20 dicembre 2019. Intanto, la polizia è già al lavoro per distruggere alcune delle pistole e alcuni dei fucili raccolti. Nella maggior parte dei casi viene usato un apposito macchinario per farli a pezzi: si tratta di una sorta di pressa che schiaccia tutte le parti dell’arma, rendendola inutilizzabile in ogni suo punto. Il procedimento, spesso, avviene già sul luogo della vendita. Mentre altre volte le armi vengono trasportare nei depositi della polizia predisposti per l&#8217;operazione, in attesa di essere catalogate e poi distrutte o sciolte.</p>
<h2>Le polemiche sull’iniziativa</h2>
<p>La decisione della premier Arden, però, ha incontrato anche diverse critiche nel Paese. Per Nicole McKee, segretario del Council of Licensed Firearms Owners, il governo sta comprando le armi illegali a un prezzo troppo basso. E i proprietari sono costretti a basarsi sulle valutazioni della polizia sulle condizioni delle loro armi, senza essere rimborsati delle migliaia di dollari di tasse che hanno pagato negli anni. “Vogliono rispettare le nuove leggi, ma non hanno incentivi e &#8211; anzi &#8211; hanno il dito puntato contro e vengono trattarti come criminali”, spiega McKee. Per prevenire altre iniziative governative simili, il Consiglio ha quindi lanciato una campagna di crowd-funding. Dall’altra parte, Hera Cook, una ricercatrice che ha co-fondato il gruppo “Gun Control NZ”, ha sottolineato che prima dei fatti di Christchurch molti neozelandesi non sapevano quanto fosse facile procurarsi delle armi o modificarle ad uso militare. La restituzione delle armi, per lei, potrebbe non bastare. Servono infatti nuove misure di controllo, come per esempio una lista aggiornata delle armi e un sistema di licenze a breve termine, da rinnovare con regolarità.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
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		<title>Quella strage silenziosa di civili causata dalle missioni americane</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/civili-morti-bombardamenti-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Villa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Jul 2019 08:07:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-300x153.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-768x392.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-1024x522.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non solo vittime nelle file dell’Isis o dei talebani, le azioni militari degli Stati Uniti nel 2018 hanno provocato anche la morte di 120 civili. A tracciare il bilancio è un report del ministero della Difesa statunitense, presentato a maggio al Congresso. Fra le vittime, 42 sono state uccise durante le operazioni contro lo Stato &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/civili-morti-bombardamenti-usa.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/civili-morti-bombardamenti-usa.html">Quella strage silenziosa di civili causata dalle missioni americane</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="979" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-300x153.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-768x392.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_5349638-e1564560433462-1024x522.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Non solo vittime nelle file dell’Isis o dei talebani, le azioni militari degli Stati Uniti nel 2018 hanno provocato anche la morte di 120 civili. A tracciare il bilancio è<a href="https://media.defense.gov/2019/May/02/2002126767/-1/-1/1/ANNUAL-REPORT-CIVILIAN-CASUALTIES-IN-CONNECTION-WITH-US-MILITARY-OPERATIONS.PDF"> un report del ministero della Difesa statunitense</a>, presentato a maggio al Congresso. Fra le vittime, 42 sono state uccise durante le operazioni contro lo Stato Islamico in Iraq e in Siria. Mentre altre 76 sono decedute in azioni contro i talebani o altri militanti in Afghanistan. Ma nel report c’è spazio anche per la Somalia, dove due civili sono morti nel corso di operazioni che avevano nel mirino il gruppo terroristico jihadista<a href="https://it.insideover.com/terrorismo/al-shabaab-la-milizia-che-sconvolge-il-corno-d-africa.html"> al-Shabab</a>.</p>
<h2>Le operazioni militari in Siria e Iraq</h2>
<p>In Siria e in Iraq, Washington si è concentrata soprattutto sulla battaglia contro l’Isis con l’operazione Inherent Resolve: nel 2018, la Coalizione contro l’Isis (Defeat-ISIS Coalition) “ha ucciso migliaia di combattenti”, si legge nel report, e distrutto punti strategici per i jihadisti, vale a dire: depositi di armi, centri di comando e comunicazioni, per esempio. Ma nei raid americani sono morti anche dei civili: 42, in totale. Il numero più alto di vittime si registra in un’azione del maggio 2018, al villaggio di Mishraq, in cui sono decedute 13 persone. Se si guarda ai numeri del 2017, però, si nota una chiara differenza. In quell&#8217;anno, il numero delle vittime è stato molto più alto ed è fissato a 793. Un cifra, questa, che è da collegare a un anno di intensi combattimenti: nel 2017, infatti, si è combattuto per liberare le roccaforti di <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/iraq/mosul-libera-dallisis.html">Mosul</a> e <a href="https://it.insideover.com/reportage/terrorismo/intervista-sonia-khediri.html">Raqqa</a>, le ex capitali dello Stato islamico.</p>
<h2>Le vittime civili in Afghanistan, Yemen e Somalia</h2>
<p>La lotta di Washington al terrorismo e ai gruppi jihadisti non ha interessato solo la Siria e l’Iraq, ma anche l’Afghanistan con la missione<b> </b>Freedom’s Sentinel. Qui il numero di vittime civili nel 2018 è stimato in 76 morti, mentre quello dei feriti è fissato a 58. Il bilancio più grave in un singolo attacco è stato registrato dopo un’incursione aerea nella provincia di Helmand, in cui sono state uccise 14 persone. Situazione diversa per lo Yemen, dove gli Usa sono stati impegnati contro i terroristi di Al Qaeda e Isis con 36 bombardamenti. Ma in questo caso dal Pentagono non si registrano vittime civili. In Somalia, invece, l’anno scorso si sono contati 47 attacchi e due vittime, ma nessun ferito.</p>
<h2>Il dibattito sulle cifre</h2>
<p>I numeri forniti dal governo, però, fanno discutere. Il dibattito si concentra soprattutto sulla discrepanza tra le cifre del report della Difesa e quelle che compaiono nel monitoraggio dell’<a href="https://unama.unmissions.org/civilian-deaths-afghan-conflict-2018-highest-recorded-level-%25E2%2580%2593-un-report">Unama</a> (United Nations assistance mission in Afghanistan), la missione dell’Onu in Afghanistan. Come ha scritto anche il<em> <a href="https://www.washingtonpost.com/world/national-security/pentagon-report-us-strikes-killed-120-civilians-in-2018/2019/05/02/8f2d70fa-6c3f-11e9-be3a-33217240a539_story.html?noredirect=on&amp;utm_term=.7c681f49d5bb">Washington Post</a></em>, l’Unama stima che le operazioni internazionali militari nel Paese, nel 2018, abbiano ucciso 406 civili. Per l’associazione <a href="https://airwars.org">Airwars</a>, inoltre, le vittime in Sira e Iraq sarebbero state 805. Mentre altre 13 persone sarebbero morte in Libia, Somalia e Yemen. Ma Washington, nel suo report, affronta proprio queste incongruenze: “L’Unama si basa su diverse tipologie di informazioni e usa una diversa metodologia per stabilire se ci sono state vittime civili, e se questi episodi si sono verificati per via di azioni militari statunitensi”. Poi, il ministero della Difesa incalza: il Pentagono per i suoi calcoli “tiene conto di informazioni che non sono a disposizione dell’Unama”, come quelle di intelligence, che sono quindi classificate.</p>
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		<title>Droni militari armati, chi li usa e chi li userà</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/droni-militari-armati-chi-li-usa-e-chi-li-usera.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Villa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 04:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[droni]]></category>
		<category><![CDATA[Droni armati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Volano a oltre 15 chilometri d’altezza. Possono essere enormi, con un’apertura alare di 25 metri, o  microscopici, con un peso di appena 200 grammi. Sorvegliano o attaccano. Registrano informazioni o lanciano missili. Si tratta dei droni militari, i dispositivi che stanno cambiando lo scenario delle operazioni e delle tattiche di combattimento. Secondo il report dell’Ong &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/droni-militari-armati-chi-li-usa-e-chi-li-usera.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/droni-militari-armati-chi-li-usa-e-chi-li-usera.html">Droni militari armati, chi li usa e chi li userà</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8121542-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Volano a oltre 15 chilometri d’altezza. Possono essere enormi, con un’apertura alare di 25 metri, o<span class="Apple-converted-space">  </span>microscopici, con un peso di appena 200 grammi. Sorvegliano o attaccano. Registrano informazioni o lanciano missili. Si tratta dei droni militari, i dispositivi che stanno cambiando lo scenario delle operazioni e delle tattiche di combattimento. Secondo <a href="https://dronewars.net/who-has-armed-drones/">il report</a> dell’Ong Drone Wars &#8211; aggiornato a giugno 2019 -, sono 15 i Paesi che usano dispositivi armati a pilotaggio remoto (Apr) per operare sui campi di battaglia, primi su tutti gli Stati Uniti e Israele. Ma ci sono anche molti altri Stati che si stanno attrezzando per arrivare, tra la fine del 2019 e il 2022, a utilizzare droni da combattimento a pieno regime. E fra questi c’è l’Italia.</p>
<h2>Dagli Usa a Israele, i Paesi con droni armati</h2>
<p>L’elenco stilato da Drone Wars considera i dispositivi catalogati dalla Nato come <a href="https://www.researchgate.net/figure/NATO-UAS-Classification-1-2_fig1_305760970">Class II e Class III</a>, vale a dire i droni da battaglia che pesano da un minimo di 150 chili fino a oltre 650 e che possono arrivare a volare a un’altezza di almeno 5 chilometri. Leader nel settore, da ormai oltre 10 anni, sono gli Stati Uniti, con i loro Predator, Reaper e Grey Eagle. Questi dispositivi sono in grado di lanciare attacchi<span class="Apple-converted-space">  </span>a lunga distanza, così come lo possono fare i droni israeliani Hermes (450/900) e Heron TP. Nella lista di Paesi che utilizzano a pieno regime i dispositivi pilotati da remoto, compaiono poi<a href="https://it.insideover.com/guerra/ecco-come-la-cina-sta-armando-il-medio-oriente.html"> la Cina</a> e il Regno Unito (Londra ha usato i droni armati in Iraq, Siria e Afghanistan). E ancora, l’Iran e poi la Turchia che viene segnalata come uno tra gli Stati più attivi, con centinaia di attacchi registrati.</p>
<p>Nell’elenco vengono poi citati il Pakistan e l’Iraq, così come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto che hanno a loro disposizione il drone cinese <a href="https://www.airforce-technology.com/projects/wing-loong-unmanned-aerial-vehicle-uav/">Wing Loong (II)</a>, capace di effettuare missioni di lunga durata e a media altitudine. A chiudere l’elenco ci sono la Nigeria, l’Algeria, l’Ucraina e il Qatar. Nello specifico, a marzo l’aviazione dell’Ucraina ha ricevuto in servizio il primo drone 12 Bayraktar TB2s, mentre l’Algeria starebbe concentrando la sua attenzione sul dispositivo armato El Djazair: può raggiungere i 220 km/h e ha un’autonomia di volo di 72 ore. In Qatar, invece, ultimamente è stato sviluppato un programma ad hoc di addestramento per il personale che opera con i droni: avere a disposizione le migliori tecnologie è importante, ma serve anche formare i piloti che da remoto le gestiranno.</p>
<h2>Le roadmap di Francia e Italia</h2>
<p>Se alcuni Paesi stanno già lavorando a pieno regime con i droni armati, molti altri si stanno organizzando per andare nella stessa direzione. Fra questi compaiono anche la Francia e l’Italia. Parigi dovrebbe essere operativa entro la fine del 2019, con il drone Reaper che è già attivo senza armamenti. L’Italia dovrebbe usare lo stesso tipo di dispositivo, ma sui tempi c’è ancora incertezza. Il nostro esercito usa già droni, ma solo per operazioni di ricognizione e sorveglianza, come sottolinea l’Areonautica Militare <a href="http://www.aeronautica.difesa.it/mezzi/mlinea/Pagine/Ricognizioneesorveglianza.aspx">sul suo sito</a>, in cui vengono elencate le caratteristiche dell’<a href="http://www.aeronautica.difesa.it/mezzi/mlinea/Pagine/MQ1CPREDATORAB.aspx">MQ-1C Predator A+</a> e dell’<a href="http://www.aeronautica.difesa.it/mezzi/mlinea/Pagine/MQ9APredatorB.aspx">MQ-9A Predator B</a>, due dispositivi costruiti dalla General Atomics. Le loro funzioni sono tantissime: per esempio, possono “contribuire alle attività di controllo del territorio e delle linee di comunicazione, nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata e all’immigrazione clandestina”. Ma non finisce qui: sono anche in grado di entrare in azione in “ambienti operativi ostili”, cioè in presenza &#8211; per esempio &#8211; di una contaminazione nucleare.</p>
<h2>Verso l’utilizzo dei droni armati</h2>
<p>L’incertezza sui temi di impiego non è solo dell’Italia, come mostra il caso tedesco: a Berlino il dibattito sugli aeromobili a pilotaggio remoto è ampio. Secondo le previsioni, l’Heron-Tp di produzione israeliana dovrebbe diventare operativo nel 2020 in Germania. E non si esclude, come <a href="https://www.reuters.com/article/us-france-airshow-europe-drone/france-warns-new-european-drone-must-be-competitive-on-price-idUSKCN1TI1P4?il=0">ha scritto Reuters</a>, che il Paese, insieme alla Francia, alla stessa Italia e alla Spagna possa lavorare in futuro a un drone di nuova generazione che sia competitivo sul mercato. Ma ci sono altri Paesi da tenere in considerazione: l’Australia dovrebbe avere droni armati nel 2020, mentre la Russia sta sviluppando molti programmi ma non ha nessuna data certa per l’operatività. Questa è la stessa situazione in cui si trovano anche il Kazakistan, la Birmania, la Corea del Sud e il Turkmenistan. Da definire anche la situazione della Giordania che opera con i droni CH-4B ma che, secondo le ultime notizie, sarebbe scontenta dei dispositivi tanto da non usarne a pieno il potenziale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/droni-militari-armati-chi-li-usa-e-chi-li-usera.html">Droni militari armati, chi li usa e chi li userà</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Da soldati a senzatetto: il difficile ritorno dei veterani Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/da-soldati-a-senzatetto-il-difficile-ritorno-dei-veterani-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jul 2019 09:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[veterani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="864" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9390312-e1564307776391.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>Donald è tornato dalla guerra in Iraq solo fisicamente. Una volta rientrato a casa, da sua moglie e dai suoi figli, non riusciva più a ricordarsi com’era la vita prima del conflitto. L’esperienza sui campi di battaglia lo ha portato a soffrire di disturbi mentali, ma lui li ha ignorati: non si è sottoposto alle &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/da-soldati-a-senzatetto-il-difficile-ritorno-dei-veterani-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="864" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9390312-e1564307776391.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><p>Donald <a href="https://www.blogs.va.gov/VAntage/48795/homeless-white-house-va-hotline-employee-now-helps-others-find-stable-housing/" target="_blank" rel="noopener">è tornato dalla guerra in Iraq solo fisicamente</a>. Una volta rientrato a casa, da sua moglie e dai suoi figli, non riusciva più a ricordarsi com’era la vita prima del conflitto. L’esperienza sui campi di battaglia lo ha portato a soffrire di disturbi mentali, ma lui li ha ignorati: non si è sottoposto alle cure necessarie e in breve tempo ha perso il lavoro, la casa in cui viveva e i contatti con la sua famiglia. Dopo lo sfratto, ha iniziato a dormire in una tenda nel West Virginia, diventando uno dei tanti ex militari senzatetto che popolano le città degli Stati Uniti. Ma Donald è uno dei fortunati: un giorno, mentre era in coda per un pasto caldo, la sua vita è cambiata. Ha incontrato dei volontari che l’hanno convinto a entrare a far parte del <strong>programma d’aiuto</strong> messo in piedi dal dipartimento Americano per i Veterans Affairs. Così ha iniziato a farsi curare e, un passo dopo l’altro, ha trovato un nuovo lavoro e un nuovo legame con la sua famiglia. Non si può dire lo stesso degli oltre 37.800 veterani americani che non hanno ancora un tetto sotto cui dormire e che trascorrono le loro giornate e le loro notti in strada. Una volta eroi, ora si ritrovano senza soldi, cibo e beni di prima necessità.</p>
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<p>Quello del difficile reinserimento dei <strong>veterani</strong> nella società americana è un problema che va indietro fino alla Seconda guerra mondiale. E se in passato non c’erano i mezzi per fronteggiare il problema, oggi sono invece molte le associazioni che provano a prendersi cura degli ex militari senzatetto. Il dipartimento Americano per i Veterans Affairs &#8211; per esempio &#8211; offre assistenza medica, per l’educazione e per la ricerca di un lavoro agli ex soldati, proprio come nel caso di Donald. Ma fa anche di più: <a href="https://www.va.gov/HOMELESS/pit_count.asp%20%20http://nchv.org/index.php/news/media/background_and_statistics/" target="_blank" rel="noopener">raccoglie e aggiorna costantemente i dati</a> che consentono di tracciare una fotografia della situazione negli Usa. Le cifre indicano che il numero di veterani senzatetto, negli ultimi anni, si sta riducendo: tra il 2017 e il 2018 si è registrato un calo del 5,4%. Se poi si confrontano poi i numeri del 2018 con quelli del 2010, si vede che in 8 anni i veterani senzatetto americani sono calati di circa il 50%. Ma resta ancora molto da fare. Secondo le stime più recenti, nel 2018, sugli oltre 37mila veterani senza fissa dimora, più di 14mila vivevano al di fuori di un rifugio per senzatetto, abbandonati a loro stessi. È arrivato a un passo dal farlo anche John.</p>
<p><a href="https://www.va.gov/HOMELESS/successstories/johns_story.asp" target="_blank" rel="noopener">Entrato in marina a 18 anni</a>, per cinque anni ha servito nell’esercito statunitense, prima di essere congedato con onore. Una volta ripresa la vita di tutti i giorni, ha provato a iscriversi all’università e per un anno ha frequentato la facoltà di Ingegneria. Ma non riusciva a concentrarsi abbastanza sullo studio, né a vivere in casa con i suoi familiari. Da qui, la decisione di abbandonare la scuola e di trasferirsi da amici, spostandosi dal suo New Hampshire fino al Texas, per poi tornare indietro, fra un lavoro mal pagato e un altro, fra un alloggio di fortuna e un altro. Fino a diventare un <strong>senzatetto</strong>. Ci sono voluti diversi tentativi per riuscire a fare avvicinare John ai programmi del dipartimento Americano per i Veterans Affairs, ma una volta che il 23enne ha accettato di farsi aiutare, è arrivata la svolta: è entrato in un percorso di recupero, ha trovato un alloggio e ha partecipato a dei corsi professionali, fino ad arrivare ad essere indipendente. I veterani senzatetto, negli Usa, sono soprattutto uomini (circa il 90.8%), con un’alta concentrazione (oltre 10mila) in California. In particolare, il 57% di loro sono maschi bianchi. Va sottolineato, però, che le donne rappresentano più del 15% dei membri attivi dell’esercito americano e che, entro il 2025, saranno circa il 12% dei veterani. Ciò significa, come ha <a href="https://www.usich.gov/resources/uploads/asset_library/Homelessness_in_America._Focus_on_Veterans.pdf" target="_blank" rel="noopener">sottolineato lo Us Interagency council on homelessness</a>, che sarà previsto un incremento delle ex militari senza fissa dimora nei prossimi anni. Altri dati, come quelli raccolti dalla <a href="http://nchv.org/index.php/news/media/background_and_statistics/" target="_blank" rel="noopener">National Coalition for Homeless Veterans</a>, indicano che la maggior parte degli ex militari senzatetto (68%) si concentra nelle grandi città e la metà di loro (51%) ha delle disabilità, oltre che malattie mentali gravi (50%) e problemi con l’abuso di sostanze (più del 70%). “Anche dopo aver ottenuto una sistemazione, la presenza di questi disturbi può isolare ulteriormente i veterani, aumentando così la necessità di visite d’urgenza negli alloggi e il bisogno di ricoveri in ospedale”, spiegano gli esperti.</p>
<p>Uno dei problemi più comuni è il disturbo da <strong>stress post-traumatico</strong> (Ptsd). La patologia può colpire chiunque si sia trovato in una condizione traumatica, non soltanto su un campo di battaglia. Ovviamente, però, i militari che hanno avuto esperienza in<strong> zone di guerra</strong>, sono i soggetti più a rischio. I sintomi sono vari: dal desiderio di evitare luoghi affollati, a quello di chiudersi in se stessi per non parlare del proprio trauma. Fino alla presenza di incubi, con l’aggiunta di scatti d’ira e di disturbi del sonno. Secondo uno studio pubblicato dall’Administration and Policy in Mental Health and Mental Health Services Research, due terzi dei veterani senza fissa dimora che hanno combattuto in Afghanistan e Iraq soffrono di PTSD. Il dato, per questi ex militari, è più alto rispetto a quello per i soldati che hanno combattuto nelle guerre precedenti, come per esempio in Vietnam. “Molti di questi veterani non ricevono le giuste cure che li aiutino a fare i conti con gli eventi traumatici di cui sono stati testimoni quando erano dei militari”, dicono i medici. Quindi “faticano a mantenere il loro lavoro e hanno difficoltà nel trovare aspetti in comune con i loro amici e le loro famiglie”. E il ritorno a casa si trasforma in una nuova battaglia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/da-soldati-a-senzatetto-il-difficile-ritorno-dei-veterani-usa.html">Da soldati a senzatetto: il difficile ritorno dei veterani Usa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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