Consegnare le armi diventate illegali in cambio di denaro. Il piano studiato dal governo della Nuova Zelanda è semplice, ma efficace. L’idea è nata dopo l’attentato del 15 marzo 2019 contro due moschee nella città di Christchurch, in cui il 28enne australiano Brenton Tarrant ha sparato sulla folla, uccidendo 51 persone. Suprematista bianco con regolare licenza per il possesso di armi, Tarrant ha definito il suo gesto come “una vendetta contro gli invasori”. L’uomo è entrato in azione usando un vero e proprio arsenale, in cui si contano anche due semi-automatiche e due fucili da caccia. Da qui, la decisione della premier neozelandese, Jacinda Arden, di proporre una stretta sulle armi in tutto il Paese, con una tempistica serrata.

La riforma per regolamentare l’uso delle armi

La promessa è stata mantenuta. A quasi un mese esatto dall’attentato di Christchurch, il parlamento della Nuova Zelanda ha approvato la riforma per regolamentare l’uso delle armi: vietati l’utilizzo e la vendita di vari tipi di semiautomatiche, di fucili d’assalto e di parti di ricambio per trasformare fucili normali in semiautomatiche. Ma questi divieti hanno fatto sì che migliaia di cittadini si ritrovassero con armi diventate inutilizzabili e per le quali avevano pagato somme molto alte. Così il governo ha disposto lo stanziamento del corrispettivo di circa 120 milioni di euro da usare per risarcire i proprietari che consegneranno le loro pistole e i loro fucili spontaneamente. E ha tracciato una roadmap di appuntamenti che andrà avanti fino a fine anno.

Le prime restituzioni

Lo sforzo messo in campo dall’amministrazione Arden è vasto, se si considera che il numero totale di armi in nuova Zelanda – secondo le stime più recenti – oscilla tra 1,2 e 1,5 milioni. Nella prima tornata di restituzioni, sono stati pianificati oltre 250 eventi. A inizio luglio, la polizia ha fatto sapere di aver pagato circa 430,000 dollari neozelandesi a 169 proprietari nelle prime ore dal via all’iniziativa. Ai proprietari viene corrisposto tra il 25 e il 95% del valore delle loro armi, in base alle condizioni in cui sono pistole e fucili. La somma viene accreditata direttamente sul conto corrente dei cittadini, in un periodo che non dovrebbe essere superiore ai 10 giorni dal momento della restituzione. Le impressioni dopo i primi eventi, sono buone: un poliziotto ha raccontato al Nz Herald che “la partecipazione dei cittadini è stata impressionante”, senza disordini o code troppo lunghe. Un grande entusiasmo si è registrato anche  nel Nord del Paese dove a fine luglio sono state restituite 495 armi e dove, per i prossimi mesi, è stata pianificata una fitta campagna di appuntamenti.

Che fine fanno le armi

Il processo dovrebbe concludersi il 20 dicembre 2019. Intanto, la polizia è già al lavoro per distruggere alcune delle pistole e alcuni dei fucili raccolti. Nella maggior parte dei casi viene usato un apposito macchinario per farli a pezzi: si tratta di una sorta di pressa che schiaccia tutte le parti dell’arma, rendendola inutilizzabile in ogni suo punto. Il procedimento, spesso, avviene già sul luogo della vendita. Mentre altre volte le armi vengono trasportare nei depositi della polizia predisposti per l’operazione, in attesa di essere catalogate e poi distrutte o sciolte.

Le polemiche sull’iniziativa

La decisione della premier Arden, però, ha incontrato anche diverse critiche nel Paese. Per Nicole McKee, segretario del Council of Licensed Firearms Owners, il governo sta comprando le armi illegali a un prezzo troppo basso. E i proprietari sono costretti a basarsi sulle valutazioni della polizia sulle condizioni delle loro armi, senza essere rimborsati delle migliaia di dollari di tasse che hanno pagato negli anni. “Vogliono rispettare le nuove leggi, ma non hanno incentivi e – anzi – hanno il dito puntato contro e vengono trattarti come criminali”, spiega McKee. Per prevenire altre iniziative governative simili, il Consiglio ha quindi lanciato una campagna di crowd-funding. Dall’altra parte, Hera Cook, una ricercatrice che ha co-fondato il gruppo “Gun Control NZ”, ha sottolineato che prima dei fatti di Christchurch molti neozelandesi non sapevano quanto fosse facile procurarsi delle armi o modificarle ad uso militare. La restituzione delle armi, per lei, potrebbe non bastare. Servono infatti nuove misure di controllo, come per esempio una lista aggiornata delle armi e un sistema di licenze a breve termine, da rinnovare con regolarità.