Donald è tornato dalla guerra in Iraq solo fisicamente. Una volta rientrato a casa, da sua moglie e dai suoi figli, non riusciva più a ricordarsi com’era la vita prima del conflitto. L’esperienza sui campi di battaglia lo ha portato a soffrire di disturbi mentali, ma lui li ha ignorati: non si è sottoposto alle cure necessarie e in breve tempo ha perso il lavoro, la casa in cui viveva e i contatti con la sua famiglia. Dopo lo sfratto, ha iniziato a dormire in una tenda nel West Virginia, diventando uno dei tanti ex militari senzatetto che popolano le città degli Stati Uniti. Ma Donald è uno dei fortunati: un giorno, mentre era in coda per un pasto caldo, la sua vita è cambiata. Ha incontrato dei volontari che l’hanno convinto a entrare a far parte del programma d’aiuto messo in piedi dal dipartimento Americano per i Veterans Affairs. Così ha iniziato a farsi curare e, un passo dopo l’altro, ha trovato un nuovo lavoro e un nuovo legame con la sua famiglia. Non si può dire lo stesso degli oltre 37.800 veterani americani che non hanno ancora un tetto sotto cui dormire e che trascorrono le loro giornate e le loro notti in strada. Una volta eroi, ora si ritrovano senza soldi, cibo e beni di prima necessità.

Quello del difficile reinserimento dei veterani nella società americana è un problema che va indietro fino alla Seconda guerra mondiale. E se in passato non c’erano i mezzi per fronteggiare il problema, oggi sono invece molte le associazioni che provano a prendersi cura degli ex militari senzatetto. Il dipartimento Americano per i Veterans Affairs – per esempio – offre assistenza medica, per l’educazione e per la ricerca di un lavoro agli ex soldati, proprio come nel caso di Donald. Ma fa anche di più: raccoglie e aggiorna costantemente i dati che consentono di tracciare una fotografia della situazione negli Usa. Le cifre indicano che il numero di veterani senzatetto, negli ultimi anni, si sta riducendo: tra il 2017 e il 2018 si è registrato un calo del 5,4%. Se poi si confrontano poi i numeri del 2018 con quelli del 2010, si vede che in 8 anni i veterani senzatetto americani sono calati di circa il 50%. Ma resta ancora molto da fare. Secondo le stime più recenti, nel 2018, sugli oltre 37mila veterani senza fissa dimora, più di 14mila vivevano al di fuori di un rifugio per senzatetto, abbandonati a loro stessi. È arrivato a un passo dal farlo anche John.

Entrato in marina a 18 anni, per cinque anni ha servito nell’esercito statunitense, prima di essere congedato con onore. Una volta ripresa la vita di tutti i giorni, ha provato a iscriversi all’università e per un anno ha frequentato la facoltà di Ingegneria. Ma non riusciva a concentrarsi abbastanza sullo studio, né a vivere in casa con i suoi familiari. Da qui, la decisione di abbandonare la scuola e di trasferirsi da amici, spostandosi dal suo New Hampshire fino al Texas, per poi tornare indietro, fra un lavoro mal pagato e un altro, fra un alloggio di fortuna e un altro. Fino a diventare un senzatetto. Ci sono voluti diversi tentativi per riuscire a fare avvicinare John ai programmi del dipartimento Americano per i Veterans Affairs, ma una volta che il 23enne ha accettato di farsi aiutare, è arrivata la svolta: è entrato in un percorso di recupero, ha trovato un alloggio e ha partecipato a dei corsi professionali, fino ad arrivare ad essere indipendente. I veterani senzatetto, negli Usa, sono soprattutto uomini (circa il 90.8%), con un’alta concentrazione (oltre 10mila) in California. In particolare, il 57% di loro sono maschi bianchi. Va sottolineato, però, che le donne rappresentano più del 15% dei membri attivi dell’esercito americano e che, entro il 2025, saranno circa il 12% dei veterani. Ciò significa, come ha sottolineato lo Us Interagency council on homelessness, che sarà previsto un incremento delle ex militari senza fissa dimora nei prossimi anni. Altri dati, come quelli raccolti dalla National Coalition for Homeless Veterans, indicano che la maggior parte degli ex militari senzatetto (68%) si concentra nelle grandi città e la metà di loro (51%) ha delle disabilità, oltre che malattie mentali gravi (50%) e problemi con l’abuso di sostanze (più del 70%). “Anche dopo aver ottenuto una sistemazione, la presenza di questi disturbi può isolare ulteriormente i veterani, aumentando così la necessità di visite d’urgenza negli alloggi e il bisogno di ricoveri in ospedale”, spiegano gli esperti.

Uno dei problemi più comuni è il disturbo da stress post-traumatico (Ptsd). La patologia può colpire chiunque si sia trovato in una condizione traumatica, non soltanto su un campo di battaglia. Ovviamente, però, i militari che hanno avuto esperienza in zone di guerra, sono i soggetti più a rischio. I sintomi sono vari: dal desiderio di evitare luoghi affollati, a quello di chiudersi in se stessi per non parlare del proprio trauma. Fino alla presenza di incubi, con l’aggiunta di scatti d’ira e di disturbi del sonno. Secondo uno studio pubblicato dall’Administration and Policy in Mental Health and Mental Health Services Research, due terzi dei veterani senza fissa dimora che hanno combattuto in Afghanistan e Iraq soffrono di PTSD. Il dato, per questi ex militari, è più alto rispetto a quello per i soldati che hanno combattuto nelle guerre precedenti, come per esempio in Vietnam. “Molti di questi veterani non ricevono le giuste cure che li aiutino a fare i conti con gli eventi traumatici di cui sono stati testimoni quando erano dei militari”, dicono i medici. Quindi “faticano a mantenere il loro lavoro e hanno difficoltà nel trovare aspetti in comune con i loro amici e le loro famiglie”. E il ritorno a casa si trasforma in una nuova battaglia.