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	<title>Daniela Lombardi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Daniela Lombardi Archives - InsideOver</title>
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		<title>Quelle moschee del Pakistan che finanziano il jihad</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Dec 2019 08:50:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Afghanistan]]></category>
		<category><![CDATA[Jihad]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“I nostri fratelli aspettano un segno da noi. Dobbiamo aiutarli come possiamo, mentre combattono il jihad per impedire ai nemici di smembrare il Pakistan. Tutto quello che consegnerete, verrà mandato ai mujaheddin impegnati in Afghanistan e in Kashmir a lottare contro chi ci minaccia e vuole appropriarsi di quello che ci appartiene”. Nella moschea Kajore &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/quelle-moschee-del-pakistan-che-finanziano-il-jihad.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/LP_10802662-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>“I nostri fratelli aspettano un segno da noi. Dobbiamo aiutarli come possiamo, mentre combattono il jihad per impedire ai nemici di smembrare il Pakistan. Tutto quello che consegnerete, verrà mandato ai mujaheddin impegnati in Afghanistan e in Kashmir a lottare contro chi ci minaccia e vuole appropriarsi di quello che ci appartiene”.</p>
<p>Nella moschea Kajore Jumat di Peshawar, il sole del primo pomeriggio crea ritagli di luce che ne mettono in risalto la finezza architettonica. Ma i fedeli che hanno appena terminato la preghiera si trovano davanti a richieste oscure e preoccupanti, che contrastano con quei raggi luminosi. Un uomo si alza e chiede alla “platea” di ascoltarlo. “Vi toglierò solo pochi minuti. Vi farò un esempio di un grande combattente. Ora si trova in Afghanistan e, impegnato al fianco dei talebani, non mangia da due giorni. I vostri soldi andranno in buona parte a lui. Quando uscirete, troverete una persona alla quale lasciare la vostra offerta”. Mentre c’è chi rimane perplesso o contrariato a quelle parole, c’è chi, invece, capisce perfettamente cosa vogliano dire e partecipa all’inquietante “colletta”.</p>
<p>Prima di indossare nuovamente le scarpe per lasciare la moschea, molti uomini si fermano a frugarsi in tasca e, via via, un lenzuolo steso nel cortile dell’edificio si riempie di fogli colorati. E’ la moneta locale, che adesso forma un tappeto variopinto.</p>
<p>Quel tappeto andrà a finanziare gli attentati terroristici che i gruppi del jihad pakistano intendono mettere a segno in Afghanistan e in Kashmir.</p>
<p>Ovviamente il predicatore improvvisato non parla di “attentati terroristici”, ma di “tutto quello che i nostri fratelli dovranno fare in Afghanistan per far capire chi comanda da queste parti e in Kashmir per punire i furti compiuti dall’India”.</p>
<div id="gallery_249518" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_249518 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3157.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3157-150x150.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3156.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3156-150x150.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3155.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3155-150x150.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3154.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3154-150x150.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3153.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/IMG_3153-150x150.jpg","subHtml":""}];</script>
<p>Il linguaggio conferma quanto da tempo i servizi segreti internazionali sostengono: l’interesse del Pakistan a sostenere il terrorismo che destabilizza i Paesi limitrofi e a diffondere una cultura jihadista anche tra la popolazione, utilizzando madrasse e moschee per cercare appoggio.</p>
<p>Un metodo che, come confermano i testimoni, è consolidato e usuale.</p>
<p>“Anche in altre moschee ho sentito discorsi simili – spiega un ragazzo presente all’ora della preghiera, che è riuscito a defilarsi prima di essere costretto a versare il suo obolo – Molti di noi vanno a pregare ma vengono costretti a fare delle donazioni. Non osiamo ribellarci perché temiamo di subire conseguenze. Viviamo in piccole comunità, è facile venire individuati come quelli che non hanno partecipato alla raccolta ed essere presi di mira. Alcuni invece aderiscono spontaneamente e, anzi, si uniscono a chi chiede i soldi, incoraggiando gli altri a dare quanto più possibile”.</p>
<p>A quali “fratelli” nello specifico si faccia riferimento nella predica di Peshawar, nonostante il richiamo generico a un misterioso “talebano”, è difficile dirlo, visto che i gruppi jihadisti che si muovono in Afghanistan e dei quali fanno quasi sempre parte (come confermato ogni volta che ci sono arresti dopo gli attentati) elementi formatisi nei campi di Quetta e nella madrassa Haqqania sono circa una trentina, ma che in Pakistan si muova una rete che gioca a guadagnare la massima influenza nell’area e a far sì che il Paese detti le sue regole come uno dei mediatori nel dialogo con i gruppi terroristici, è ormai un dato assodato. Più volte il Presidente afghano Ashraf Ghani ha accusato la leadership pakistana di fare il doppio gioco, fomentando le incursioni dei talebani e anche del ramo afghano dell’Isis, il Wilayat Khorasan, addestrando combattenti nei suoi campi terroristici per poi porsi davanti agli attori internazionali come l’unico Paese in grado di assicurare una certa stabilità nel calderone centroasiatico. Proprio di recente, ad esempio, l’intelligence afghana ha rivelato di aver arrestato negli scorsi sei mesi circa 700 combattenti dello Stato islamico. Di questi, la maggioranza era proveniente da Paesi limitrofi, in numero prevalente proprio dal Pakistan.</p>
<p>Il metodo della guerriglia asimmetrica, a quanto rivelato dalle parole risuonate nella moschea di Peshawar, fa comodo anche in Kashmir, nell’ambito del contenzioso territoriale che rischia di far esplodere il subcontinente indiano e di coinvolgere le grandi potenze, a partire dalla Cina.</p>
<p>Simili giochi non sono certo sconosciuti agli Usa, che tra periodi di “amicizia” e momenti in cui le accuse del Presidente Trump al Pakistan come “culla del terrorismo” sono state chiare e forti, mantengono un equilibrio diplomatico sempre sul filo del rasoio.</p>
<p>Il “grande gioco”, insomma, passa attraverso i luoghi della vita comune e non solo nei centri di potere che godono di ampi appoggi e finanziamenti, come la controversa madrassa Haqqania, dalla quale sono usciti i più famosi leader del jihadismo globale.</p>
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		<title>Nelle moschee del pakistane che finanziano i mujaheddin afghani</title>
		<link>https://it.insideover.com/gallery/nelle-moschee-del-pakistane-che-finanziano-i-mujaheddin-afghani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 09:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Jihad]]></category>
		<category><![CDATA[Moschea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="1599" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157-225x300.jpg 225w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157-768x1024.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>“I nostri fratelli aspettano un segno da noi. Dobbiamo aiutarli come possiamo, mentre combattono il jihad per impedire ai nemici di smembrare il Pakistan. Tutto quello che consegnerete, verrà mandato ai mujaheddin impegnati in Afghanistan e in Kashmir a lottare contro chi ci minaccia e vuole appropriarsi di quello che ci appartiene”. Con queste parole un uomo si rivolge ai fedeli della moschea Kajore Jumat di Peshawar chiedendogli di partecipare a un'inquietande colletta a sostegno dei Talebani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/gallery/nelle-moschee-del-pakistane-che-finanziano-i-mujaheddin-afghani.html">Nelle moschee del pakistane che finanziano i mujaheddin afghani</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="1599" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157-225x300.jpg 225w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/IMG_3157-768x1024.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p><p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/gallery/nelle-moschee-del-pakistane-che-finanziano-i-mujaheddin-afghani.html">Nelle moschee del pakistane che finanziano i mujaheddin afghani</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Iran alla prova delle elezioni</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/liran-alla-prova-delle-elezioni.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 07:03:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170419183220_22849459-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Diciannove maggio 2017. Tra le date fondamentali per comprendere sempre meglio in quale direzione andranno le politiche internazionali, c’è senza dubbio quella delle elezioni presidenziali in Iran. Il consiglio dei guardiani della rivoluzione ha già dato il via libera sulla data in cui la Repubblica islamica deciderà il suo nuovo presidente. Superfavorito sembrava fino a qualche giorno fa essere l’uscente <strong>Hassan Rohani</strong>, in linea con quanto avvenuto da sempre dopo il consolidamento della rivoluzione khomeinista del 1979: fino ad oggi, tutti gli uscenti sono stati riconfermati per il secondo mandato.Da poche ore, invece, sulla sua rielezione pesa l’incognita di <strong>Ebrahim Raisi</strong>, che ha presentato la candidatura e dichiara di avere dalla sua parte l’Ayatollah Khamenei. Rohani si gioca il tutto per tutto, puntando come suo cavallo di battaglia sulla felice conclusione degli accordi sul nucleare, trattative che hanno consentito la revoca di alcune delle sanzioni imposte dalla comunità internazionale a Teheran.In tale sede, l’Iran si è impegnato a limitare il programma nucleare al settore civile e a non munirsi di armi atomiche. L’accordo ha dato maggiore stabilità all’Iran nel contesto internazionale e, tra l’altro, Rohani viene considerato da una parte dell’opinione pubblica un presidente in grado di ridare slancio all’economia del Paese, tema molto sentito in questo periodo storico.Sugli equilibri economici influisce infatti il timore delle grandi banche rispetto alle manovre di Washington nello scenario mediorientale e questo scetticismo frena la ripresa. Il percorso di Rohani non sarà però tutto in discesa, poiché ci sono due candidati intenzionati a dargli del filo da torcere.L’ex presidente<strong> Mahmoud Ahmadinejad</strong>, dopo otto anni dal suo mandato ha ripresentato la candidatura. Candidatura sulla quale la guida suprema dell’Iran, Khamenei, ha già espresso il suo “no” deciso. Tutto il Consiglio dei guardiani della rivoluzione, di conseguenza ha dichiarato di voler esprimere il suo veto alla partecipazione di Ahmadinejad alla competizione di maggio.La lista ufficiale dei nomi approvati, si conoscerà comunque il prossimo 27 aprile. In questo momento storico, le posizioni antioccidentali di Ahmadinejad vengono valutate positivamente solo da alcune frange estremiste e non incontrano il favore neanche dei conservatori.In ogni caso, Ahmadinejad potrebbe avvalersi di un suo uomo, Hamid Baqai, suo ex vicepresidente, per far passare la sua linea senza esporsi personalmente. Un competitore che invece godrebbe dell’appoggio del supremo leader e che parte aggressivamente in questa corsa, è Ebrahim Raisi, sceso in campo solo qualche giorno fa. Raisi ha sparigliato le carte e creato molta inquietudine nello staff di Rohani. Per il popolo iraniano Raisi è l’espressione più brutale del regime. Nel suo ruolo di viceprocuratore pubblico di Teheran, si è distinto per le condanne a morte facili e le esecuzioni di massa. Ha fatto parte della famigerata “Commissione della morte”, colpevole del massacro, nel 1988, di 30mila oppositori del regime.Per i suoi metodi è stato ricompensato da Khamenei con incarichi importanti nella magistratura. L’ayatollah non ha esitato a metterlo poi a capo dell’Astan Quds Razavi, fondazione economica potente sospettata di finanziare organizzazioni terroristiche. Si è invece ritirato da poco Mohammad Bagher Qalibaf, che nella sfida del 2013, vinta da Rohani, si era piazzato secondo. Qalibaf è l’attuale sindaco di Teheran, ma ha incontrato ostacoli a causa di una ancor non definita vicenda di corruzione che lo vedrebbe coinvolto. Il Comune avrebbe infatti ceduto a privati alcuni terreni di un’area residenziale a metà del prezzo di mercato. Tanti altri sono i nomi in corsa, ma il dato più scoraggiante è che il popolo iraniano non crede più alle elezioni, ritenendole una farsa. Molti iraniani che vivono all’estero hanno espresso il loro sconforto e la certezza che, comunque vada, il regime di terrore e violenza, pur mascherato da nomi e volti “nuovi” non finirà. “Il mio voto è per un cambio di regime”, hanno scritto sui social network molti iraniani per esprimere il desiderio che sopraffazione e violazione dei diritti cessino, chiunque salga al potere.</p>
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		<title>Le bombe Usa in Afghanistan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/le-bombe-usa-afghanistan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 06:19:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1053" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-300x211.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-768x539.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-1024x719.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Digrignano i denti e mostrano i muscoli. Nella gara per dimostrare chi è “il più bravo” a combattere l’Isis, i leader mondiali, in particolare quelli di Usa e Russia, non sembrano voler risparmiare energie. Il confronto si gioca in tutti i teatri di guerra e, dopo le ambigue vicende siriane, gli Usa premono per poter &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-bombe-usa-afghanistan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1053" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-300x211.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-768x539.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/04/OLYCOM_20170413220148_22804032-1024x719.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Digrignano i denti e mostrano i muscoli. Nella gara per dimostrare chi è “il più bravo” a combattere l’Isis, i leader mondiali, in particolare quelli di Usa e Russia, non sembrano voler risparmiare energie. Il confronto si gioca in tutti i teatri di guerra e, dopo le ambigue vicende siriane, gli Usa premono per poter imprimere, specie nei confronti dell’opinione pubblica, il proprio marchio sulla vittoria, non si sa quanto definitiva o più probabilmente temporanea, contro il Daesh. Terreno fertile di scontro torna ad essere l’<strong>Afghanistan</strong>, dove gli Usa hanno sganciato la loro più potente bomba non nucleare.Soprannominata MOAB, nell’inquietante senso di “Mother of all Bombs”, è stata lanciata da un caccia MC-130. Il Pentagono stesso, a vanto dell’arma impiegata, l’ha definita la “bomba più potente mai utilizzata nella storia degli Stati Uniti”.L’obiettivo sarebbe quello di dimostrare di poter arrivare laddove la <strong>missione Nato Isaf</strong> ha fallito con i talebani: eliminare, cioè, il Daesh dall’Afghanistan. Non a caso, il territorio scelto per l’attacco è stato la provincia di Nangarhar, dove è in atto una guerra interna tra talebani ed Isis per stabilire a chi appartenga la leadership del territorio afghano.Una guerra che ha cominciato da mesi, dopo avere visto la prevalenza dei talebani, ad assistere ad una sempre più netta affermazione dello Stato islamico. In tanti villaggi, ormai, il Daesh impone le proprie regole ai civili e approfitta senza problemi del processo di scissione interno ai talebani, attingendo anche nuove forze tra gli insoddisfatti del movimento degli “studenti coranici”.Non si sa quanto la scelta di una bomba così potente possa essere davvero utile contro l’Isis e come metodo per eliminare i tunnel che vengono utilizzati dalle bandiere nere tra Afghanistan e Pakistan. Di certo l’impatto sui media e sugli altri competitori internazionali è fortissimo ed è sicuramente tra gli scopi perseguiti dagli Usa.L’unico “merito” che si può attribuire all’attacco, in assenza di altri riscontri, è quello di aver riportato i riflettori sulla difficile provincia di Nangarhar, sul territorio del Khorasan e sulla situazione ai confini con il Pakistan. Una zona problematica, in cui per mesi Isis ha continuato a crescere gettando la propria sfida ai Talebani e dalla quale sono partite “missioni” terroristiche che hanno creato grossi problemi soprattutto nelle due città di Kabul e Jalalabad. Le luci si accendono di nuovo sulla regione del Khorasan, dove il terrore ha radici antiche e profonde. Prende, infatti, proprio il nome di Wilayat Khorasan, il movimento terroristico affiliato ad Isis in Afghanistan che è riuscito, pur di fronte all’azione di contrasto da parte di Usa ed esercito afghano, a guadagnare posizioni. Gli Usa hanno tentato di negare il suo potere, soprattutto in campagna elettorale, perché non prevalesse l’idea del fallimento della missione Isaf, ma la bomba sganciata dimostra, come negli ultimi mesi neanche gli americani riuscivano a negare e nascondere, che Isis ha ormai il controllo di vaste e popolate aree e che la sicurezza, nella zona, è particolarmente deteriorata.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-23739" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2017/04/strip_reporter_day.jpg" alt="strip_reporter_day" />La missione Nato che ha sostituito Isaf, la Resolute support che si poneva inizialmente l’obiettivo di addestrare le forze afghane a contrastare i talebani, non è apparsa sufficiente né a sconfiggere gli stessi, né tantomeno a infliggere nuovi colpi allo Stato islamico. Gli Usa hanno certamente bisogno di riacquistare credibilità e di evitare che altri attori si rivelino più efficaci, anche se su altri fronti, nella lotta contro il Daesh. E hanno anche la necessità di fare comprendere alla Corea del Nord e a tutti i detentori della bomba atomica che possono colpire da un momento all’altro, con effetti comunque devastanti ma evitando lo “spauracchio” del nucleare. A fare le spese di questi equilibri di potere sono, come sempre, i civili. Anche se fonti Usa assicurano che, nell’attacco per ottenere il crollo dei tunnel Isis, i possibili effetti collaterali sono stati contenuti al massimo. Un bilancio serio della situazione potrà essere fatto solo nei prossimi giorni, quando bisognerà ragionare sul metodo usato, per capire in che direzione soffieranno i venti dello scontro internazionale.</p>
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		<title>Erbil, addio degli investitori</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/laddio-ad-erbil-degli-investitori-turchi-libanesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2017 13:21:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Case distrutte, inaccessibili, patrimoni culturali devastati inesorabilmente. Sono queste le immagini che la mente associa all’avvento del Daesh in Medioriente e, più in particolare, in Iraq. Ma gli effetti collaterali dell’arrivo dell’Isis sono anche altri, con lo stesso impatto negativo sull’economia del Paese e con la stessa manifestazione esterna di desolazione e di mancata crescita. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/laddio-ad-erbil-degli-investitori-turchi-libanesi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1125" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/01/Kordestan_Irbil_Iraq_-_panoramio-1024x768.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Case distrutte, inaccessibili, patrimoni culturali devastati inesorabilmente. Sono queste le immagini che la mente associa all’avvento del Daesh in Medioriente e, più in particolare, in Iraq. Ma gli effetti collaterali dell’arrivo dell’Isis sono anche altri, con lo stesso impatto negativo sull’economia del Paese e con la stessa manifestazione esterna di desolazione e di mancata crescita. Le immagini sono però diverse.Al posto di edifici crollati e costruzioni fatte a pezzi, ci sono grossi grattacieli che avevano cominciato a sorgere e che non verranno mai terminati, palazzi che avrebbero ospitato turisti che ormai non hanno più alcuna voglia di arrivare da queste parti, centri commerciali destinati a non vendere più nulla. L’area del Kurdistan iracheno è l’emblema dell’abbandono, da parte degli investitori, di una zona che avrebbe potuto fruttare miliardi.Il simbolo della fuga dei capitali esteri dall’Iraq è Erbil. Una città che rimane relativamente tranquilla pur essendo non troppo distante da Mosul, centro dello scontro tra la coalizione internazionale anti-Isis e i guerriglieri del Daesh, ma che ha perso inesorabilmente la sua vocazione turistica e la sua attrattiva per gli iracheni più abbienti.Su Erbil avevano puntato molto gli investitori turchi e libanesi e le tracce di questo interesse sono ancora ben visibili. Si contano a decine parchi di divertimenti, complessi per la villeggiatura, case-vacanza. Tutto era destinato ad ospitare i “vip” dell’intero Iraq e dei Paesi circostanti.La chiara idea di cosa sia successo si manifesta nel centro di addestramento dei Peshmerga ad Erbil, dove gli italiani addestrano i combattenti a contrastare con efficacia l’azione del Daesh. Una serie di villette a schiera si presenta agli occhi di chi si reca sul posto. Accanto, un parco giochi dotato di un’enorme ruota panoramica che domina tutta la vallata circondata dalle montagne. Una ruota che non gira più, come non girano più gli affari in questo pezzo di mondo.Nessuna delle promesse di sviluppo dell’area, che secondo i più ottimisti era destinata a fare concorrenza addirittura a Dubai e dintorni, è stata mantenuta. Qualche iracheno fuggito all’epoca della dittatura di Saddam e che non vede più Erbil da anni, pensa che la sua città sia, economicamente, socialmente e turisticamente, in grado di far dimenticare la ricchezza dell’Arabia saudita a chi ha avuto modo di vederla. Purtroppo la realtà è ben diversa.Le villette a schiera in cui avrebbero dovuto risuonare le voci di allegre famiglie che avevano scelto di spendere i loro soldi in vacanze e divertimenti, si prestano ora a ben altri scopi, come spiegato dai componenti del contingente italiano presente in città. I nostri militari stanno addestrando, con risultati riconosciuti a livello internazionale, i Peshmerga a contrastare lo Stato islamico.“Qui è possibile effettuare addestramenti che hanno come scenario un centro abitato, con tutti i problemi relativi. Problemi che si differenziano da quelli inerenti invece le aree aperte, dove i combattimenti e gli scontri presentano altri tipi di criticità”.Nel centro di Erbil i Peshmerga imparano a bonificare le case dagli ordigni improvvisati, a non cadere negli agguati che l’Isis potrebbe tendere nelle strade strette tra un edificio e l’altro, ad evitare i colpi dei cecchini che dall’alto dei tetti agiscono, sempre più precisi e sempre più letali.Grazie al training dei nostri militari, i curdi sono diventati indispensabili nella lotta al Daesh. Edifici vuoti e carcasse di costruzioni mai finite aiutano a prevedere i danni che l’avanzata dell’Isis nelle maggiori città irachene può provocare. La guerra ha causato questo mutamento nella destinazione d’uso. L’utilità di ciò che era destinato ad altri scopi è innegabile, ma la speranza è che un giorno il destino luminoso previsto per Erbil, per l’Iraq e per il Kurdistan possa realizzarsi così come era nei piani di un mondo pre-Isis.</p>
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		<title>Le donne Peshmerga contro l&#8217;Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-forza-delle-donne-peshmerga-daesh.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2017 13:02:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Peshmerga]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1800" height="1200" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p>
<p>Bruna, sguardo intenso e nessuna propensione ad essere considerata una donna diversa dalle altre solo perché compie quello che ritiene essere il suo dovere, ossia cacciare per sempre il Daesh dal Kurdistan iracheno. Il colonnello Nahida Ahmed comanda il secondo battaglione delle donne Peshmerga a Sulaymaniyya. Sono ragazze che hanno, per la maggior parte dei casi, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/guerra/la-forza-delle-donne-peshmerga-daesh.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1800" height="1200" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005.jpg 1800w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2015/12/Image00005-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></p><p>Bruna, sguardo intenso e nessuna propensione ad essere considerata una donna diversa dalle altre solo perché compie quello che ritiene essere il suo dovere, ossia cacciare per sempre il Daesh dal Kurdistan iracheno. Il colonnello Nahida Ahmed comanda il secondo battaglione delle donne Peshmerga a Sulaymaniyya. Sono ragazze che hanno, per la maggior parte dei casi, già combattuto contro l’Isis o che sono pronte a farlo nelle prossime sfide che si presentano per l’Iraq.Le età variano molto. Si va da giovani di vent’anni a donne oltre i quaranta, ma le motivazioni sono forti in tutti i casi. Ci sono in gioco la terra, la casa, la famiglia. Ma, più di tutto, la libertà. Ancora una volta, il ruolo dei militari italiani nel training si rivela fondamentale, ma più ancora lo è l’ottima collaborazione che è stata istaurata tra il nostro contingente e il colonnello Ahmed.</p>
<p>“Qui si imparano tutte le migliori tecniche per contrastare il Daesh, grazie al contributo dei soldati italiani. Nessun sacrificio è per noi troppo pesante, perché abbiamo davvero tanto da perdere. Le nostre combattenti si addestrano con convinzione perché credono che il Kurdistan possa avere un futuro diverso.In questo clima, non c’è spazio per la paura”, spiega il colonnello. O meglio, come approfondisce Zirian Sadradin, combattente di 23 anni, la paura c’è ma viene affrontata per difendere la propria famiglia. “Tutti noi abbiamo anche altri parenti che lottano per la libertà. Io ho perso un fratello, ma tante di noi hanno dovuto dire addio a qualcuno. Comunque continuiamo, perché una vita vissuta sempre in questo modo è insostenibile. Il Kurdistan ha bisogno di una speranza”. Zirian ha la forza e l’entusiasmo di chi è giovane, nonostante i dolori vissuti.C’è chi invece ha dalla sua parte la maturità, la consapevolezza che altre strade, a parte la lotta, non sono praticabili. Fareda Karim Qadir ha 40 anni e ha già dovuto affrontare l’Isis a Kirkuk e a Daquq. La sua prima volta è stata proprio a Daquq. “Insieme agli uomini Peshmerga, ci aspettavamo un agguato da un momento all’altro. Il Daesh ha attaccato all’una di notte. Quattro donne sono rimaste colpite. Le ho viste accasciarsi accanto a me. Sono momenti terribili”.</p>
<p>Quando si chiede a Fareda come si faccia a vincere la paura, lei risponde: “In realtà in quel momento sai solo che devi combattere, è come se una forza misteriosa ti trascinasse. Se ci si fermasse troppo a pensare, non si passerebbe all’azione. E, comunque, non si può morire più di una volta”.Il colonnello Ahmed non è sorpresa dalla fermezza e dalla volontà delle sue ragazze. Ci è abituata e, come spiega, è una dote che, pur dovendo essere già presente nell’animo umano per poter essere potenziata, con l’addestramento si rafforza e diventa sempre più naturale. Le donne Peshmerga hanno dovuto imparare ad esercitarla in ogni campo dell’esistenza, per questo da loro può arrivare questa importante lezione di vita. “Più di una volta non si può morire”.</p>
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		<title>La speranza non abita più qui</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/religioni/iraq-la-speranza-dei-cristiani-non-abita-piu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2017 11:28:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="884" height="589" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1.jpg 884w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 884px) 100vw, 884px" /></p>
<p>Se i cristiani perseguitati dall’Isis in Iraq conservavano ancora una speranza, ora sembra perduta per sempre. Come le briciole usate da Pollicino per segnare la strada del ritorno a casa, è stata divorata da un mostro chiamato distruzione. I cristiani di Ankawa &#8211; sobborgo di Erbil nel Kurdistan iracheno &#8211; e del campo profughi di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/iraq-la-speranza-dei-cristiani-non-abita-piu.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="884" height="589" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1.jpg 884w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/unnamed-2-1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 884px) 100vw, 884px" /></p><p>Se i cristiani perseguitati dall’Isis in Iraq conservavano ancora una speranza, ora sembra perduta per sempre. Come le briciole usate da Pollicino per segnare la strada del ritorno a casa, è stata divorata da un mostro chiamato distruzione. I cristiani di Ankawa &#8211; sobborgo di Erbil nel Kurdistan iracheno &#8211; e del campo profughi di Kirkuk sono sempre più depressi da quando le loro città di provenienza, principalmente Qaraqosh e Bartalla, sono state liberate.</p>
<p>Sembra un paradosso, ma se durante le battaglie tra il Daesh e la coalizione di forze irachene, curde e internazionali, nei profughi cristiani era ancora vivo il desiderio di tornare nelle città dalle quali erano dovuti fuggire, i seguaci di Cristo hanno dovuto capire, dopo la liberazione, che il ritorno al passato è estremamente complicato. A frenare i loro entusiasmi non è stata solo la paura di dover subire nuove persecuzioni da parte dell’Isis che li stermina o tenta di convertirli. Alcuni di loro, appena i guerriglieri del Daesh sono stati cacciati da città come <strong>Qaraqosh</strong>, sono risusciti tra mille pericoli a rientrare nei luoghi d’origine. Non vedevano l’ora di ritrovare i ricordi, la memoria, assieme alle cose più care. Ma ai loro occhi si è presentato il <strong>nulla</strong>. Le loro case non ci sono più. I beni sono stati sottratti dai combattenti del Daesh. Tutto è ormai vuoto e squallore. “È così che abbiamo preso la nostra decisione. Meglio restare nei campi profughi. Ripartire daccapo sarebbe impossibile. Non abbiamo soldi per ricostruire tutto ciò che è perduto. Non abbiamo trovato niente di quello che ci era familiare. È tutto finito”, dice uno di loro in rappresentanza degli altri che, in cerchio intorno a lui, fanno “sì” con la testa.</p>
<p>Container e teli di plastica sono la nuova casa che li accoglie. Le strade sono di fango. Solo un po’ di fantasia e l’aiuto di tante associazioni umanitarie rendono la vita più sopportabile. Il bisogno di crearsi uno spazio personalizzato ha scatenato una sorta di “abusivismo edilizio” che ha portato diverse famiglie ad allargare i propri container costruendo, con materiali di fortuna, qualcosa che li rendesse più vicini ad una vera abitazione. Ingressi con tavoli e vasi di fiori, gabbie per uccellini che col loro cinguettio rallegrano le tristi giornate, tutto è destinato a contrastare la sensazione di essere in prigione.</p>
<p>Una prigione accogliente, grazie alle organizzazioni umanitarie come la Focsiv che hanno reso sempre più gradevole l’ambiente, con l’aiuto ad esempio di condizionatori atti a contrastare i freddi inverni e le torride estati, ma pur sempre un luogo al di fuori del quale non c’è futuro. “Fuori di qui, vivono solo i curdi. Il lavoro per i cristiani non c’è. Molti si sono adattati costruendosi i loro negozi all’interno del campo. Fanno i parrucchieri, vendono bibite. Per chi ha voglia di iniziare un’attività abbiamo organizzato diversi corsi di formazione, come quelli per estetista e per sarta, seguito dalle ragazze con interesse”, spiega Teresio Dutto della Focsiv.Darsi da fare e prendersi cura di sé è un modo per non lasciarsi andare, infatti le ragazze sono ben truccate e ben vestite, con i capelli sempre in ordine. Teresio, chiamato da tutti affettuosamente “Terry”, è preoccupato per i giorni a venire. “I curdi sono sempre più sospettosi nei confronti dei profughi che arrivano da ogni parte dell’Iraq – spiega – perché temono infiltrazioni dei guerriglieri del Daesh. Questi ultimi, ormai, utilizzano tutti i metodi per ramificare la loro presenza in Kurdistan, quindi le vie di accesso per i profughi sono state chiuse e sarà sempre più difficile arrivare nei nostri campi”. La Focsiv cerca di fare del proprio meglio per contenere i danni, soprattutto psicologici, che la situazione può creare, intervenendo soprattutto sui bambini. Uno dei problemi maggiori è infatti l’aggressività dei più piccoli. “Sono agitati, violenti, hanno subito troppi dolori e troppe umiliazioni e non sanno come scaricare le frustrazioni. Nel nostro asilo e nella scuola cerchiamo di tenerli a bada con i giochi, col canto. Abbiamo anche lezioni di sport come il taekwondoo, che serve a convogliare le energie verso l’autodifesa. Per i più adulti ci sono corsi di inglese e di computer”. Anche nel campo di Kirkuk la Focsiv ha organizzato corsi di formazione e sportivi, ma la presenza di un ambiente particolarmente ostile, dove l’ideologia del Daesh si fa sentire con forza, rende tutto più complicato e le strutture sono peggiori rispetto a quelle di Ankawa. In molti, comunque, sono ormai convinti di ciò che faranno. Vivranno per sempre in questi spazi circoscritti, pur di non affrontare i problemi che ci sono fuori.</p>
<p>C’è chi, però, proprio non ce la fa e tenta di scappare in Europa. Ma non è detto che ci riesca. Ad Ankawa è stato celebrato uno dei più tristi funerali di sempre. Quello di otto ragazzi che avevano cercato una via di fuga attraverso la Grecia e poi sui gommoni. Sono affogati. Le loro bare che attraversavano il campo di Ankawa verso la chiesa erano il chiaro segno che qualcosa è morto nel peggiore dei modi. La speranza, ingoiata nelle viscere della terra o dal gorgo crudele del mare in tempesta.</p>

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		<title>Le armi dei cristiani contro l&#8217;Isis</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/iraq-cristiani-isis.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2016 08:25:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani perseguitati]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1060" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-300x212.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-768x543.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-1024x724.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Per difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria terra, hanno deciso che non è più tempo di “porgere l’altra guancia”. Ci sono cristiani, in Iraq, che per riappropriarsi delle loro città o semplicemente sorvegliarle, tutelare i propri cari e i propri beni, conservare la fede senza doversi convertire all’Islam estremista imposto dal Daesh, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/iraq-cristiani-isis.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/religioni/iraq-cristiani-isis.html">Le armi dei cristiani contro l&#8217;Isis</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1060" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-300x212.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-768x543.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/OLYCOM_20161208221918_21549739-1024x724.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Per difendere la propria famiglia, la propria casa, la propria terra, hanno deciso che non è più tempo di “porgere l’altra guancia”. Ci sono <strong>cristiani</strong>, in Iraq, che per riappropriarsi delle loro città o semplicemente sorvegliarle, tutelare i propri cari e i propri beni, conservare la fede senza doversi convertire all’Islam estremista imposto dal Daesh, imbracciano il fucile e combattono.<a href="http://www.ilgiornale.it/static/reportage/cristiani_siria_iraq/cristiani_siria_iraq_home.htm" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-18902" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/12/Strip.jpg" alt="strip" /></a>A Manila, come ad Erbil, si presentano a chiedere un addestramento qualificato, come quello fornito dai nostri militari italiani che insegnano le nozioni teoriche e pratiche più importanti ai Peshmerga curdi e alla branca della polizia militarizzata della quale molti cristiani fanno parte, gli Zeravani.Accanto ai “colleghi” curdi, che combattono l’Isis per inseguire un sogno di futura indipendenza e di riconoscimento delle loro terre, si gettano nel fango durante la simulazione di un’esplosione, imparano a riconoscere gli ordigni improvvisati, ad usare al meglio le armi.“Qui ad Erbil abbiamo tanti cristiani che entrano tra gli Zeravani e, occasionalmente, li addestriamo anche a Manila. Sono molto motivati, hanno troppo da perdere e non intendono arrendersi”, spiega uno dei militari italiani impegnati nella missione “Inherent resolve”, che in Iraq fornisce il training ai Peshmerga per rendere la loro battaglia contro l’esercito delle “bandiere nere” sempre più efficace.[Best_Wordpress_Gallery id=&#8221;375&#8243; gal_title=&#8221;Iraq2&#8243;]Molti cristiani hanno già pagato il loro tributo di sangue come combattenti, lasciando dietro di sé vedove e orfani, ma nella convinzione di dar loro un futuro migliore. E, comunque, preferendo morire in battaglia piuttosto che lasciandosi martirizzare senza battere ciglio o sentirsi costretti a pronunciare la formula di adesione all’Islam per non essere uccisi. Si dichiarano sicuri che se a difendere la cristianità non pensano i cristiani stessi, non ci penserà nessuno.<strong>I CRISTIANI PERSEGUITATI SI POSSONO AIUTARE ANCHE A QUESTO IBAN: IT28K0301503200000003593754</strong>“Non ci fidiamo più di nessuna delle parti in campo. Nella guerra contro il Daesh tutti tutelano i propri interessi. Il governo i suoi. Sciiti e sunniti sono in contrapposizione anche quando fingono di abbracciare la stessa causa contro l’Isis, i curdi sperano che, una volta cacciate le bandiere nere, potranno richiedere terre e indipendenza in cambio del lavoro fatto. Noi cristiani, che siamo una netta minoranza e che vogliamo vivere solo in pace la nostra fede, non interessiamo. La Chiesa ci aiuta come può, ma certo non ha lo strumento della lotta armata da offrirci”, dice senza mezzi termini un ragazzo la cui croce, tenuta al collo con orgoglio, brilla nel sole del primo pomeriggio. Con la forza e la tenacia dei combattenti hanno deciso di opporsi allo scoraggiamento che ha colto molti dei loro amici e parenti, rassegnati a vivere nei campi profughi, nella consapevolezza che tornare alla vita pre-Isis sarà estremamente complicato e, in alcuni casi, impossibile. “L’ideologia dei terroristi resisterà a lungo, anche quando li cacceranno dalle nostre città. Ma noi non ci arrendiamo, non ci faremo togliere tutto senza muovere un dito. Può sembrare una contraddizione rispetto a quanto insegna il Vangelo, ma con le armi proteggiamo anche la nostra fede, la libertà di professarla senza che nessuno possa impedircelo. Contro l’odio cieco del Daesh per tutto ciò che siamo e per i nostri simboli, del resto, non sappiamo più cosa fare. La preghiera non basta. Continuiamo ad usare anche quella, ma vogliamo impegnarci in prima persona, portando sempre con noi la croce che ci rappresenta e morendo indossandola”, dice uno dei ragazzi pronti all’addestramento. Una linea di pensiero diversa da quella “tradizionale” , ma che rivela tutta la sua importanza nel contesto iracheno, nel quale i cristiani si sentono sempre più isolati. Un ambiente descritto alla perfezione dal parroco di Ankawa, fra Ammanoel Hloo. “La situazione dei cristiani in Iraq è disastrosa su tutti i piani. Politico, economico,sociale. L’isis nei prossimi mesi probabilmente verrà sconfitto dal punto di vista militare, o almeno lo speriamo. Ma l’ideologia che lo alimenta non morirà facilmente. La società resterà in pericolo e i cristiani più di tutti. La maggior parte dei cristiani rifiuta l’idea di rimanere qui e tenta di fuggire all’estero. C’è troppa paura di tornare a vivere ciò che si sta già vivendo. Le forze politiche attuali non sanno più guidare questo paese, i servizi sono inefficienti per la corruzione dilagante, i tre quarti della popolazione vivono in povertà. L’Iraq è un campo di contraddizioni e di battaglie tra tanti paesi. Turchia, Iran, Paesi del Golfo. In tutto ciò è logico che ognuno cerchi di pensare a se stesso e i cristiani sono una delle parti più deboli”. E’ per questo, dunque, che non può sorprendere se qualcuno tra loro decide di prepararsi nel migliore dei modi a difendersi anche con le armi.</p>
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		<title>L&#8217;asilo per cristiani e musulmani</title>
		<link>https://it.insideover.com/religioni/asilo-kosovo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 15:35:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1068" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-1024x729.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Tra chiese chiuse, incendiate nei pogrom contro i cristiani ortodossi dopo la guerra in Kosovo del ’99 e moschee aperte che sono fiorite in città, a Prizren c’è un’ “isola” cattolica creata dalle suore angeliche di San Paolo.Le suore non hanno paura di lavorare in un contesto in cui la difficoltà di coesistenza tra religioni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/religioni/asilo-kosovo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1068" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161101173807_21166551-1024x729.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Tra chiese chiuse, incendiate nei pogrom contro i cristiani ortodossi dopo la guerra in <strong>Kosovo</strong> del ’99 e moschee aperte che sono fiorite in città, a Prizren c’è un’ <strong>“isola” cattolica</strong> creata dalle suore angeliche di San Paolo.Le suore non hanno paura di lavorare in un contesto in cui la difficoltà di coesistenza tra religioni ha già mostrato il suo lato più violento e che mostra dei punti oscuri anche oggi, poiché l’estremismo islamico riaffiora in tutti i Balcani.Per nulla intimorite dal passato, queste donne dall’aria gentile e delicata sono riuscite a dimostrare forza di volontà e capacità di educatrici, facendo parlare bene di sé in tutta Prizren, grazie all’impegno quotidiano nell’asilo “Madre Cabrini”.Ogni anno, le richieste di iscrizione alla scuola materna sono centinaia, tanto che qualcuna deve essere respinta, poiché il numero massimo di bambini che possono essere accolti è di 120. Il dato che fa riflettere è che la maggior parte delle domande di iscrizione arriva dalle famiglie musulmane. In primo luogo perché, come spiega la direttrice dell’asilo, suor Age Ceta, i cattolici sono sempre di meno. Spaventati dalle persecuzioni ai danni dei fratelli ortodossi degli anni passati, ma anche preoccupati per le minacce di nuovi estremismi, si sono allontanati dal Kosovo. Ma l’aspetto sul quale bisogna riflettere è un altro. “Le famiglie islamiche hanno valutato in questi anni il nostro lavoro, hanno potuto apprezzare i valori che trasmettiamo e vogliono con forza che i loro figli siano educati qui e non altrove”.Quei valori sono i valori del <strong>Vangelo</strong> ed hanno saputo conquistare i genitori degli alunni, di ogni appartenenza religiosa, che non fanno mancare rispetto e riconoscenza alle educatrici. “Anche i programmi e le feste come il Carnevale e il Capodanno sono entrate a far parte del patrimonio culturale dei bambini islamici”, spiega suor Age. Ovviamente, gli equilibri sono molto delicati, ma ormai l’asilo viene difeso dalla maggioranza della comunità. La direttrice spiega che comunque qualche diffidenza c’è ancora. “Una volta un genitore si rivolse a noi con molta rabbia, perché il bambino a casa si era messo a cantare uno scioglilingua che gli avevamo insegnato. La parola ricorrente era “laralaleo” e il padre era convinto che gli avessimo insegnato l’”alleluia”, per la somiglianza dei suoni. L’equivoco venne spiegato, perché noi non vogliamo costringere nessuno ad abbracciare una fede. Abbiamo detto chiaramente che intendiamo trasmettere i nostri valori con le opere, come la nostra regola ci suggerisce. Il genitore chiese scusa, anche perché il resto della comunità ci difese con forza”.A fare da contraltare ad episodi simili, ce ne sono altri che fanno ben sperare, come quello del padre di un alunno che scolpì una statua del Cristo perché serviva ristrutturare la chiesa adiacente all’asilo, senza aver paura di andare contro i principi dell’Islam che vieta le rappresentazioni di figure sacre, e a maggior ragione di santi o simboli di altre religioni.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17415" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/banner_cristiani.jpg" alt="banner_cristiani" /></a>Quando si chiede a suor Ceta se ha paura, ora che si parla tanto della recrudescenza di movimenti estremisti e si registrano nuovi episodi di vandalismo ai danni delle chiese, lei risponde con sicurezza. “Noi non abbiamo paura di lavorare e, intorno, abbiamo tanta gente che sa valorizzare ciò che facciamo”. Suor Age spiega anche da cosa deriva questa forza e sicurezza, che trova fondamento nella lettera del fondatore dell’ordine, Sant’Antonio Maria Zaccaria. “Figliole care, spiegate le vostre bandiere perché Cristo crocifisso vi manderà ad annunciare la vivezza spirituale dappertutto”. In tempi di cristiani perseguitati e in un territorio come il Kosovo, in cui hanno iniziato a sventolare ben altre bandiere, come quelle nere dell’Isis, un messaggio del genere mostra tutta la sua forza dirompente.</p>
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		<title>Così agiscono i trafficanti di uomini</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/cosi-agiscono-trafficanti-uomini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2016 07:35:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Calais]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’abito è scuro, con un abbinamento di giacca e pantalone come quelli che si indossano per andare in ufficio. L’età è indefinita, ma lui è apparentemente molto giovane, nonostante qualche piccola ruga sulla fronte. Se non fosse afghano, questo ragazzo dall’aria innocua potrebbe essere un imprenditore italiano pronto a presiedere una riunione d’affari. Ed in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosi-agiscono-trafficanti-uomini.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161026185009_21106636_MIGRANTS-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’abito è scuro, con un abbinamento di giacca e pantalone come quelli che si indossano per andare in ufficio. L’età è indefinita, ma lui è apparentemente molto giovane, nonostante qualche piccola ruga sulla fronte. Se non fosse <strong>afghano</strong>, questo ragazzo dall’aria innocua potrebbe essere un imprenditore italiano pronto a presiedere una riunione d’affari. Ed in effetti, di affari per le mani ne ha diversi, ma non sono leciti. Lui è quello che, in gergo, i migranti che devono affrontare un viaggio per fuggire dai loro paesi chiamano “<strong>agent</strong>”, ma che in modo meno edulcorato si può tranquillamente definire “<strong>trafficante di esseri umani</strong>”.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-17694" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161027113022_21113386-1024x683.jpg" alt="getty_20161027113022_21113386" />Del resto, attribuirgli un nome vero è impossibile, poiché accetta di parlare solo se su quest’ultimo gli verrà data la possibilità di glissare. “The agent” accompagna da circa due anni i migranti che compiono via terra il loro percorso da un Paese mediorientale (Afghanistan, Iraq, Siria) in Europa. Anzi, per dirla meglio, li accompagna in uno dei tratti del viaggio, poiché, come spiega, gli “scafisti di terra” operano su singole parti del tragitto complessivo verso l’Europa. “Chi intende partire, paga la sua quota nel Paese d’origine ad uno dei nostri contatti. Poi, ogni volta che cambia nazione, cambiano anche le sue guide”, premette.<strong>Come avviene il contatto alla partenza e chi sono queste “guide” che intervengono durante il viaggio?</strong>Chi intende partire paga la somma totale del viaggio ad una singola persona, che è il nostro “datore di lavoro”. Tale persona viene contattata per conoscenza, tramite parenti e amici, poiché nel singolo paese gli agenti sanno come farsi trovare da chi ha bisogno di loro. Il primo agente contatta quello che farà da accompagnatore nella nazione che si incontra successivamente e così è di volta in volta, fino all’arrivo a destinazione.<strong>Tu hai però parlato di guide al plurale. Chi sono i soggetti che partecipano alle varie fasi?</strong>Per ogni Stato che si attraversa, c’è una persona che accompagna i ragazzi e che può essere di diverse nazionalità. Ci sono afghani, siriani, iracheni. Ma non si è mai da soli. Gli accompagnatori sono sempre almeno due ed uno dei due è necessariamente del Paese che si sta attraversando.<strong>Stai dicendo, per esempio, che se si attraversa l’Italia c’è sempre una coppia formata da un italiano e da un’altra persona? O in Francia da un francese e da un secondo soggetto?</strong>È chiaro. Per quanti contatti e conoscenze possiamo avere, abbiamo bisogno di qualcuno fidato sul posto, che conosca l’area da molto tempo e che ci dia indicazioni ancora più precise di quelle che cerchiamo di costruirci noi di volta in volta.<strong>Ci sono altri motivi per essere sempre almeno due?</strong>Per aiutarci a vicenda. Nei tratti a piedi, uno di noi sta davanti al gruppo e indica la strada. L’altro chiude la fila e sprona i migranti (“The agent” non li chiama migranti, ma con un termine che l’interprete fa fatica a spiegarmi e che vuol dire, più o meno, cliente) a camminare.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-17695" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/LAPRESSE_20161026122652_21101646-1024x684.jpg" alt="lapresse_20161026122652_21101646" /><strong>In che modo?</strong>Se qualcuno è stanco o non vuole correre in un momento in cui è necessario, per sfuggire ad esempio alla polizia, quello che sta dietro usa un bastone per picchiare chi non obbedisce. Non possiamo permetterci che il programma fallisca per colpa di una o poche persone. Chi ci mette in pericolo ne subisce le conseguenze.<strong>Se qualcosa va storto e la polizia riesce a fermarvi, come vi comportate? Cosa fate per evitare le conseguenze che la legge prevede?</strong>Se non riusciamo a fuggire in tempo, ci fingiamo migranti anche noi. Se qualcuno dei nostri clienti fa capire che invece siamo i loro agenti e ci fa arrestare, per lui è la fine.<strong>In che senso? Cosa potete fargli una volta che siete in prigione?</strong>Se l’agente viene trattenuto in carcere, il migrante appena può cerca di proseguire il suo percorso. Ma abbiamo i nostri codici per comunicare all’agente del Paese successivo e di quello precedente chi è colui che ci ha fatti scoprire. Per lui il viaggio finirà in ogni caso, perché sa &#8211; avvisiamo sempre di questo chi parte con noi &#8211; che a quel punto andare avanti può voler dire la morte, così come tornare indietro. Dovrebbe essere talmente bravo da fuggire ai nostri controlli e prendere una rotta alternativa, ma è davvero difficile. Gli strumenti per l’orientamento, i telefonino li abbiamo noi. Molti non parlano altro che la loro lingua. Inoltre, non conoscono le nostre intenzioni su quale percorso seguire e non sanno affrontarlo da soli. Ogni volta che possiamo, ricordiamo a chi viaggia con noi che tradirci non è una scelta intelligente.<a href="http://www.occhidellaguerra.it/projects/cristiani-sotto-tiro/" target="_blank"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17415" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/banner_cristiani.jpg" alt="banner_cristiani" /></a><strong>Ma una volta cominciato il tragitto con voi, si può essere certi di arrivare a destinazione?</strong>Dipende da quale tariffa si è pagata, quella con o senza garanzia.<strong>In cosa consiste questa garanzia? Perché si paga una somma differenziata?</strong>Pagando una cifra superiore, si ha la garanzia. Cerchiamo di dare la massima possibilità a chi ha pagato di giungere senza intoppi nel Paese richiesto.<strong>Partiamo dalla cifra “di base” per poi capire il resto. A quanto ammonta e da cosa dipende?</strong>Oltre che dal posto dal quale si parte e da dove si vuole andare, dipende dal periodo. In alcuni momenti alcune tratte sono così controllate e pericolose che il prezzo sale parecchio. In altri, la tariffa scende perché c’è minore pressione. In ogni caso, l’informazione si conosce fin dal momento della partenza, quindi per questo si può stabilire il prezzo, con una certa precisione, fin dal Paese d’origine.<strong>Quale è un confine particolarmente costoso in questo momento?</strong>Cercare di passare da Calais in Inghilterra, superare il confine ungherese, sono i compiti più difficili al momento.<strong>Torniamo alla garanzia. Come si ottiene la maggiore sicurezza di arrivare a destinazione?</strong>Con vari espedienti, come utilizzare per lunghi tratti la macchina. Le auto hanno la targa del Paese nel quale ci si trova, il guidatore è il nostro complice del luogo, tutto è creato in modo tale da destare meno sospetti possibile. Inoltre, con qualche soldo in più riusciamo a pagare coloro che devono eventualmente fingere di non vedere nulla.<img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-17696" src="http://www.occhidellaguerra.it/wp-content/uploads/2016/10/GETTY_20161024180843_21081813-1024x683.jpg" alt="getty_20161024180843_21081813" /><strong>Vuoi dire che pagate le mazzette per chiedere a qualcuno di chiudere un occhio? A chi?</strong>A quelli che devono non vedere.<strong>Per esempio?</strong>(Ride e non risponde).<strong>A chi pagate le mazzette?</strong>(Non risponde e si accende una sigaretta).<strong>Se invece non si hanno abbastanza soldi per “comprare” la garanzia? Che accade?</strong>In quel caso, facciamo il minimo indispensabile, ma non ci sforziamo più di tanto. Alcuni tratti che possono crearci dei problemi per i maggiori controlli, li facciamo percorrere al migrante da solo e a piedi. Gli diamo una cartina e gli diciamo di farsi trovare in un certo posto, dove poi ci incontriamo di nuovo per fare un altro tratto insieme. In alcuni casi, quando si giunge al confine col Paese che è la meta del viaggio, si dice alla persona di proseguire da sola, magari attraverso le montagne o le foreste. Poi non ci interessa come finisce la storia.<strong>Ci sono anche agenti donna?</strong>Magari. Dalle nostre organizzazioni sono ricercatissime, ma sono ancora poche. Comunque sì, ci sono.<strong>Perché sono ricercatissime?</strong>Perché nessuno sospetta delle donne. Danno maggiore affidamento, i controlli su di loro sono minori. Averle nel gruppo è molto comodo per alcuni spostamenti più a rischio.<strong>Avete altri accorgimenti per non farvi scoprire?</strong>Tanti. Ma ovviamente ho già detto troppo.<strong>Come ti senti a fare questo lavoro? Non ti dispiace sfruttare persone che hanno avuto i tuoi stessi problemi o che vengono dal tuo stesso posto?</strong>Non so. Io offro qualcosa che loro vogliono. Mi sembra di aiutare, anzi. E poi, appunto, i problemi li ho anche io e ho bisogno di soldi. In questo modo, ne ho davvero tanti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/cosi-agiscono-trafficanti-uomini.html">Così agiscono i trafficanti di uomini</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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