“I nostri fratelli aspettano un segno da noi. Dobbiamo aiutarli come possiamo, mentre combattono il jihad per impedire ai nemici di smembrare il Pakistan. Tutto quello che consegnerete, verrà mandato ai mujaheddin impegnati in Afghanistan e in Kashmir a lottare contro chi ci minaccia e vuole appropriarsi di quello che ci appartiene”.

Nella moschea Kajore Jumat di Peshawar, il sole del primo pomeriggio crea ritagli di luce che ne mettono in risalto la finezza architettonica. Ma i fedeli che hanno appena terminato la preghiera si trovano davanti a richieste oscure e preoccupanti, che contrastano con quei raggi luminosi. Un uomo si alza e chiede alla “platea” di ascoltarlo. “Vi toglierò solo pochi minuti. Vi farò un esempio di un grande combattente. Ora si trova in Afghanistan e, impegnato al fianco dei talebani, non mangia da due giorni. I vostri soldi andranno in buona parte a lui. Quando uscirete, troverete una persona alla quale lasciare la vostra offerta”. Mentre c’è chi rimane perplesso o contrariato a quelle parole, c’è chi, invece, capisce perfettamente cosa vogliano dire e partecipa all’inquietante “colletta”.

Prima di indossare nuovamente le scarpe per lasciare la moschea, molti uomini si fermano a frugarsi in tasca e, via via, un lenzuolo steso nel cortile dell’edificio si riempie di fogli colorati. E’ la moneta locale, che adesso forma un tappeto variopinto.

Quel tappeto andrà a finanziare gli attentati terroristici che i gruppi del jihad pakistano intendono mettere a segno in Afghanistan e in Kashmir.

Ovviamente il predicatore improvvisato non parla di “attentati terroristici”, ma di “tutto quello che i nostri fratelli dovranno fare in Afghanistan per far capire chi comanda da queste parti e in Kashmir per punire i furti compiuti dall’India”.

Il linguaggio conferma quanto da tempo i servizi segreti internazionali sostengono: l’interesse del Pakistan a sostenere il terrorismo che destabilizza i Paesi limitrofi e a diffondere una cultura jihadista anche tra la popolazione, utilizzando madrasse e moschee per cercare appoggio.

Un metodo che, come confermano i testimoni, è consolidato e usuale.

“Anche in altre moschee ho sentito discorsi simili – spiega un ragazzo presente all’ora della preghiera, che è riuscito a defilarsi prima di essere costretto a versare il suo obolo – Molti di noi vanno a pregare ma vengono costretti a fare delle donazioni. Non osiamo ribellarci perché temiamo di subire conseguenze. Viviamo in piccole comunità, è facile venire individuati come quelli che non hanno partecipato alla raccolta ed essere presi di mira. Alcuni invece aderiscono spontaneamente e, anzi, si uniscono a chi chiede i soldi, incoraggiando gli altri a dare quanto più possibile”.

A quali “fratelli” nello specifico si faccia riferimento nella predica di Peshawar, nonostante il richiamo generico a un misterioso “talebano”, è difficile dirlo, visto che i gruppi jihadisti che si muovono in Afghanistan e dei quali fanno quasi sempre parte (come confermato ogni volta che ci sono arresti dopo gli attentati) elementi formatisi nei campi di Quetta e nella madrassa Haqqania sono circa una trentina, ma che in Pakistan si muova una rete che gioca a guadagnare la massima influenza nell’area e a far sì che il Paese detti le sue regole come uno dei mediatori nel dialogo con i gruppi terroristici, è ormai un dato assodato. Più volte il Presidente afghano Ashraf Ghani ha accusato la leadership pakistana di fare il doppio gioco, fomentando le incursioni dei talebani e anche del ramo afghano dell’Isis, il Wilayat Khorasan, addestrando combattenti nei suoi campi terroristici per poi porsi davanti agli attori internazionali come l’unico Paese in grado di assicurare una certa stabilità nel calderone centroasiatico. Proprio di recente, ad esempio, l’intelligence afghana ha rivelato di aver arrestato negli scorsi sei mesi circa 700 combattenti dello Stato islamico. Di questi, la maggioranza era proveniente da Paesi limitrofi, in numero prevalente proprio dal Pakistan.

Il metodo della guerriglia asimmetrica, a quanto rivelato dalle parole risuonate nella moschea di Peshawar, fa comodo anche in Kashmir, nell’ambito del contenzioso territoriale che rischia di far esplodere il subcontinente indiano e di coinvolgere le grandi potenze, a partire dalla Cina.

Simili giochi non sono certo sconosciuti agli Usa, che tra periodi di “amicizia” e momenti in cui le accuse del Presidente Trump al Pakistan come “culla del terrorismo” sono state chiare e forti, mantengono un equilibrio diplomatico sempre sul filo del rasoio.

Il “grande gioco”, insomma, passa attraverso i luoghi della vita comune e non solo nei centri di potere che godono di ampi appoggi e finanziamenti, come la controversa madrassa Haqqania, dalla quale sono usciti i più famosi leader del jihadismo globale.

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