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Digrignano i denti e mostrano i muscoli. Nella gara per dimostrare chi è “il più bravo” a combattere l’Isis, i leader mondiali, in particolare quelli di Usa e Russia, non sembrano voler risparmiare energie. Il confronto si gioca in tutti i teatri di guerra e, dopo le ambigue vicende siriane, gli Usa premono per poter imprimere, specie nei confronti dell’opinione pubblica, il proprio marchio sulla vittoria, non si sa quanto definitiva o più probabilmente temporanea, contro il Daesh. Terreno fertile di scontro torna ad essere l’Afghanistan, dove gli Usa hanno sganciato la loro più potente bomba non nucleare.Soprannominata MOAB, nell’inquietante senso di “Mother of all Bombs”, è stata lanciata da un caccia MC-130. Il Pentagono stesso, a vanto dell’arma impiegata, l’ha definita la “bomba più potente mai utilizzata nella storia degli Stati Uniti”.L’obiettivo sarebbe quello di dimostrare di poter arrivare laddove la missione Nato Isaf ha fallito con i talebani: eliminare, cioè, il Daesh dall’Afghanistan. Non a caso, il territorio scelto per l’attacco è stato la provincia di Nangarhar, dove è in atto una guerra interna tra talebani ed Isis per stabilire a chi appartenga la leadership del territorio afghano.Una guerra che ha cominciato da mesi, dopo avere visto la prevalenza dei talebani, ad assistere ad una sempre più netta affermazione dello Stato islamico. In tanti villaggi, ormai, il Daesh impone le proprie regole ai civili e approfitta senza problemi del processo di scissione interno ai talebani, attingendo anche nuove forze tra gli insoddisfatti del movimento degli “studenti coranici”.Non si sa quanto la scelta di una bomba così potente possa essere davvero utile contro l’Isis e come metodo per eliminare i tunnel che vengono utilizzati dalle bandiere nere tra Afghanistan e Pakistan. Di certo l’impatto sui media e sugli altri competitori internazionali è fortissimo ed è sicuramente tra gli scopi perseguiti dagli Usa.L’unico “merito” che si può attribuire all’attacco, in assenza di altri riscontri, è quello di aver riportato i riflettori sulla difficile provincia di Nangarhar, sul territorio del Khorasan e sulla situazione ai confini con il Pakistan. Una zona problematica, in cui per mesi Isis ha continuato a crescere gettando la propria sfida ai Talebani e dalla quale sono partite “missioni” terroristiche che hanno creato grossi problemi soprattutto nelle due città di Kabul e Jalalabad. Le luci si accendono di nuovo sulla regione del Khorasan, dove il terrore ha radici antiche e profonde. Prende, infatti, proprio il nome di Wilayat Khorasan, il movimento terroristico affiliato ad Isis in Afghanistan che è riuscito, pur di fronte all’azione di contrasto da parte di Usa ed esercito afghano, a guadagnare posizioni. Gli Usa hanno tentato di negare il suo potere, soprattutto in campagna elettorale, perché non prevalesse l’idea del fallimento della missione Isaf, ma la bomba sganciata dimostra, come negli ultimi mesi neanche gli americani riuscivano a negare e nascondere, che Isis ha ormai il controllo di vaste e popolate aree e che la sicurezza, nella zona, è particolarmente deteriorata.strip_reporter_dayLa missione Nato che ha sostituito Isaf, la Resolute support che si poneva inizialmente l’obiettivo di addestrare le forze afghane a contrastare i talebani, non è apparsa sufficiente né a sconfiggere gli stessi, né tantomeno a infliggere nuovi colpi allo Stato islamico. Gli Usa hanno certamente bisogno di riacquistare credibilità e di evitare che altri attori si rivelino più efficaci, anche se su altri fronti, nella lotta contro il Daesh. E hanno anche la necessità di fare comprendere alla Corea del Nord e a tutti i detentori della bomba atomica che possono colpire da un momento all’altro, con effetti comunque devastanti ma evitando lo “spauracchio” del nucleare. A fare le spese di questi equilibri di potere sono, come sempre, i civili. Anche se fonti Usa assicurano che, nell’attacco per ottenere il crollo dei tunnel Isis, i possibili effetti collaterali sono stati contenuti al massimo. Un bilancio serio della situazione potrà essere fatto solo nei prossimi giorni, quando bisognerà ragionare sul metodo usato, per capire in che direzione soffieranno i venti dello scontro internazionale.