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	<title>Washington Archives - InsideOver</title>
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	<title>Washington Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Mi-17 per Kiev, ecco come verrebbero impiegati</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/mi-17-per-kiev-ecco-come-verrebbero-impiegati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2022 05:01:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Elicotteri Mil]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>&#8220;Stati Uniti continueranno a fornire all&#8217;Ucraina le capacità per difendersi&#8221;, ha assicurato il presidente americano Joe Biden dopo l&#8217;ennesimo colloquio telefonico con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Annunciando al mondo come il nuovo &#8220;pacchetto&#8221; di assistenza militare accordato &#8211; per un valore di 800 milioni di dollari &#8211; si incentrerà fondamentalmente su sistemi d&#8217; armi &#8220;altamente &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/mi-17-per-kiev-ecco-come-verrebbero-impiegati.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/Mi-17_performing_during_an_airshow_at_village_of_Logovardi_near_Bitola-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>&#8220;Stati Uniti continueranno a fornire all&#8217;Ucraina le capacità per difendersi&#8221;, ha assicurato il presidente americano <strong>Joe Biden</strong> dopo l&#8217;ennesimo colloquio telefonico con il presidente ucraino <strong>Volodymyr Zelensky</strong>. Annunciando al mondo come il nuovo &#8220;pacchetto&#8221; di <a href="https://www.reuters.com/world/europe/us-announces-additional-800-million-military-aid-ukraine-2022-04-13/">assistenza militare accordato</a> &#8211; per un valore di 800 milioni di dollari &#8211; si incentrerà fondamentalmente su sistemi d&#8217; armi &#8220;altamente efficaci&#8221; e adatti a consentire ai difensori le capacità necessarie per rispondere al &#8220;più ampio assalto&#8221; che secondo gli esperti dell&#8217;intelligence sta per essere sferrato dalle forze armate russe nell&#8217;Ucraina occidentale.</p>
<p>Una lunga lista della spesa quella resa nota dal Pentagono, che comprenderebbe, tra gli altri, 18 obici da 155 mm con una considerevole quantità di munizioni, sistemi radar di sorveglianza aerea &#8220;Sentinel&#8221; e mine anti-uomo &#8220;Claymore&#8221;, oltre a 200 tra veicoli blindati su ruota Humvee e corazzati su cingoli M113. A questo si aggiungono 11 <span class="hilg1">elicotteri</span> di fabbricazione russa Mil-Mi 17, nome in codice Nato &#8220;Hip&#8221;. Elicotteri che erano destinati originariamente all&#8217;<strong>Afghanistan</strong>.</p>
<p>Poche ore dall&#8217;annuncio di Biden, un funzionario del dipartimento della Difesa statunitense sembra <strong>aver escluso l&#8217;invio dei suddetti <span class="hilg1">elicotteri</span> Mi-17</strong> all&#8217;Ucraina. Così, ancora una volta, si teme che la promessa rischi d&#8217;essere &#8220;rimangiata&#8221; dagli americani che non sembrano nutrire il reale timore che i convogli di rifornimenti provenienti dal &#8220;blocco occidentale&#8221; finiscano nel mirino di Mosca. Sempre più provata da un conflitto che dura da ormai 50 giorni. Ma come verrebbero impiegati questi elicotteri da trasporto multiruolo della famiglia Mil Mi-8/17? E come verrebbero impiegati contro le truppe russe intendono lanciare l&#8217;offensiva in Donbass?</p>
<h2>Il Mil-Mi 17 e il suo impiego nel teatro ucraino</h2>
<p>Il Mil Mi-17, nome in codice Nato &#8220;Hip&#8221; è la versione aggiornata dell&#8217;elicottero da trasporto/multiruolo di progettazione sovietica Mi-8M introdotta nel 1975. Capace di trasportare fino a 25 operatori, o un carico utile fino a 4.000 kg, misura 18 metri, può raggiungere una quota di tangenza di 6.000 metri e superare i 225 chilometri orari, che rappresentano la sua velocità di crociera.</p>
<p>Questo tipo di elicottero è utilizzato principalmente come elicottero da trasporto medio, ma può essere impiegati anche come <strong>versione armata</strong> in configurazione &#8220;<em>gun-ship</em>&#8220;. In linea con la precedente versione, può essere dotato di mitragliatrici integrate da 7,62 mm e sei rastrelliere esterne, tre per lato della fusoliera, dove trasportare semplici razzi S-5, o ben più letali missili anticarro come i Falanga (nome in codice Nato Swatter) e i Fleyta (nome in codice Nato Skorpion). Entrambi missili guidati <b>MCLOS. </b></p>
<p>Appare ovvio come questo vettore verrebbe impiegato da &#8220;cacciatore di carri&#8221;, una delle principali risorse dell&#8217;esercito russo nel conflitto ucraino, di cui le forze di Kiev stanno già facendo strage per merito dei sistemi missilistici spalleggiabili di fornitura occidentale, come il sempre citato Javelin e i suoi omologhi. È altrettanto ovvio che questi elicotteri, che non rappresentato di per se una minaccia &#8220;particolare&#8221; per i russi, né possono essere considerati un&#8217; arma strategicamente o tatticamente decisiva, rappresenterebbero &#8211; insieme ai veicoli blindanti e corazzati promessi da Washington &#8211; un messaggio inviso a Mosca, che ha più volte minacciato di elevare il livello del conflitto nel caso di interferenze provenienti da attori esterni al conflitto. Le Forze aerospaziali russe <strong>hanno perso molti elicotteri</strong> in azione, abbattuti dai missili Strela-2 e da sistemi d&#8217;arma anti-aeri più sofisticati che sono ancora presenti nell&#8217;arsenale ucraino, ma che sono presenti in numero anche nella forze di occupazione inviate da Mosca. Questa concessione di elicotteri dunque, ammesso che non rimangano nei loro hangar come i famosi MiG-29 polacchi promessi dall&#8217;America, rischia di rappresentare più un problema diplomatico che un rifornimento essenziale per Kiev.</p>
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		<item>
		<title>Lo Stato che non c&#8217;è</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/washington-stato-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Oct 2019 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1210" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Washington (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-768x484.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-1024x645.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’essere uno Stato non dovrebbe essere un problema di cui discutere in un Paese democratico. Non quando si parla di Washington, D.C., la capitale degli Stati Uniti d’America, da non confondere con lo stato di Washington, la prima situata sulla costa orientale, il secondo a nord-ovest dell’America, sulla costa del Pacifico e al confine con &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/washington-stato-usa.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1210" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Washington (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-300x189.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-768x484.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Washington-1024x645.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’essere uno Stato non dovrebbe essere un problema di cui discutere in un Paese democratico. Non quando si parla di <strong>Washington</strong>, D.C., la capitale degli Stati Uniti d’America, da non confondere con lo stato di Washington, la prima situata sulla costa orientale, il secondo a nord-ovest dell’America, sulla costa del Pacifico e al confine con il Canada.</p>
<p>Non una differenza così scontata neanche per gli americani, aiutati però da quella sigla che da secoli indica il distretto federale di cui fa parte: la città di Washington coincide infatti sia territorialmente che politicamente con il Distretto di Columbia, previsto dalla Costituzione dell’Unione e formalizzato dall’omonimo atto agli inizi dell’Ottocento. Se due secoli fa il distretto comprendeva le contee di Washington ed Alexandria, un referendum prima ed un ulteriore Atto poi, soppressero la contea di Washington e donarono Alexandria allo stato della Virginia, facendo sì che la Città di Washington e il Distretto di Columbia diventassero una stessa entità, condividendone la personalità giuridica.</p>
<p>Oggi Washington, D.C. si estende su una superficie di 177 chilometri quadrati, nonostante l’area metropolitana si sviluppi anche su 7 contee dello stato del Maryland, su cinque contee della Virginia e su cinque città autonome dello stesso Stato.</p>
<p>Un po’ confusionario per la città che ospita le principali istituzioni di governo degli Stati Uniti, dal presidente al Congresso e alla Corte Suprema, così come ministeri, enti federali e diverse organizzazioni internazionali.</p>
<p>Fin qui tutto bene, se non fosse che la capitale degli Stati Uniti non gode degli stessi diritti di voto del resto del paese: “Tassazione senza rappresentanza”, si legge sulla maggior parte delle targhe automobilistiche nel Distretto, diventato ormai un motto tra i residenti, oggi oltre 700mila, più degli Stati del Vermont e del Wyoming.</p>
<p>E allora perché un Distretto e non uno Stato? Se tra gli obiettivi dei padri fondatori c’era quello di far sì che la capitale americana rimanesse autonoma e soprattutto non soggetta a pressioni politiche, oggi il discorso è diverso. Il delegato rappresentante il <strong>Distretto di Columbia</strong> presso la Camera dei Rappresentanti, Eleanor Holmes Norton, non ha infatti alcun diritto di voto e di conseguenza alcuna importanza nel Congresso.</p>
<p>Per quanto la Sezione 8 del primo Articolo della Costituzione reciti, “(il Congresso avrà potere) per esercitare Legislazione esclusiva in tutti i Casi di qualsiasi tipo, su tale Distretto (non superiore a dieci Miglia quadrate), come può, dalla Cessione di particolari Stati, e l&#8217;accettazione del Congresso, diventa la sede del governo degli Stati Uniti”, non è esplicitamente scritto che Washington, D.C. non possa diventare uno Stato.</p>
<p>Solo nel 2019 la storica udienza del 19 settembre ha visto l’argomento portato proprio sul tavolo della Camera dei Rappresentanti, ad un passo dal Campidoglio. La causa iniziata dalla Norton arrivò alla Camera dei Rappresentanti già nel 2009 quando l’Atto del diritto al voto per il Distretto di Columbia passò al Senato nel febbraio dello stesso anno. La legislazione rimase in stallo e non fu approvata prima della fine del centoundicesimo congresso.</p>
<p>A supportare la democratica classe 1937, anche la sindaca in carica di Washington, D.C. Muriel Bowser, nata e cresciuta nella capitale americana e in carica dal 2014. “Una vera libertà richiede che ogni residente abbia una rappresentanza”, si legge sul sito Internet del governo municipale dedicato interamente al movimento. La settimana di eventi e di manifestazioni che hanno preceduto l’udienza aperta anche ai cittadini, ha visto centinaia di bandiere con cinquantuno stelle sventolare lungo Penssylvania Avenue NW &#8211; tra la Casa Bianca e il Campidoglio &#8211; proprio per volere del sindaco e per sottolineare la posizione dell’amministrazione capitolina.</p>
<p>“È vero che possiamo essere più scuri e liberali di alcuni di voi, ma negare il voler essere uno Stato sarebbe ingiusto a prescindere da chi riguarda. Sarebbe ingiusto se fossimo conservatori di una zona rurale che si basa sull’agricoltura, o di una città industriale nel centro del Paese. Questa è l’America, e gli americani hanno il diritto di avere una protezione uguale sotto la legge, ed è per questo che chiediamo che [Washington, D.C.] diventi uno stato”. È così che la sindaca ha tuonato in udienza riferendosi alla legge H.R. 51, proposta dalla stessa Norton all’inizio del 2019, e che sembra aver trovato la strada giusta verso il passaggio in Senato &#8211; l’ultima udienza risale al 1993.</p>
<p>Nonostante la strada per lo Stato di Washington, D.C., che verrebbe quindi rappresentato da due senatori ed un rappresentante presso la Camera con interi poteri di voto, sia ancora lunga, i voti a favore sono stati ben 218, abbastanza per far passare la legge.</p>
<p>Stando al volere dei cittadini di Washington, D.C., se nel referendum del novembre 2016 la percentuale favorevole all’istituzione del 51esimo Stato americano arrivò al 87% contro il 13% di dissensi, una sondaggio del giugno scorso ha mostrato come solo 29% degli americani supporti l’ipotetico Stato di Washington, D.C.</p>
<p>Prima della decisione finale del Senato, qualora rimanesse solo un Distretto, i residenti di Washington, D.C. continuerebbero a pagare le stesse tasse federali di altri Stati americani, senza essere rappresentati e senza la possibilità di vedere realizzarsi uno storico momento come questo in un futuro recente.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Trump punta sull&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/trump-punta-sullitalia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 16:44:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1260" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia.jpg 1260w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-1024x510.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1260px) 100vw, 1260px" /></p>
<p>(Washington DC) A Washington DC c’è aria di cambiamento verso l’Italia. Le elezioni di aprile, con la vittoria di Lega e Movimento 5 Stelle, hanno portato al potere il primo governo populista in Europa. Senza contare la vittoria contro l'establishment di Donald Trump. I due Paesi ora hanno governi fortemente identitari. Ma  non solo. L’America e l’Italia condividono gli stessi interessi nel risolvere problemi come l’immigrazione incontrollata ed l'egemonia di Bruxelles. Su altri temi, però, come la politica estera nel Medio Oriente, i due Paesi faticano ancora a trovarsi dalla stessa parte</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/trump-punta-sullitalia">Trump punta sull&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1260" height="627" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia.jpg 1260w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-768x382.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Trump-Italia-1024x510.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1260px) 100vw, 1260px" /></p><p><span>(Washington DC) A Washington DC c’è aria di cambiamento verso l’Italia. Le elezioni di aprile, con la vittoria di Lega e Movimento 5 Stelle, hanno portato al potere il primo governo populista in Europa. Senza contare la vittoria contro l&#8217;establishment di Donald Trump. I due Paesi ora hanno governi fortemente identitari. Ma non solo. L’America e l’Italia condividono gli stessi interessi nel risolvere problemi come l’immigrazione incontrollata ed l&#8217;egemonia di Bruxelles. Su altri temi, però, come la politica estera nel Medio Oriente, i due Paesi faticano ancora a trovarsi dalla stessa parte</span></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Guerre commerciali e scontri geopolitici: verso la sfida Usa-Germania</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/guerre-commerciali-e-scontri-geopolitici-verso-la-sfida-usa-germania</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2019 13:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1271" height="637" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1.jpg 1271w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-768x385.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-1024x513.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1271px) 100vw, 1271px" /></p>
<p>Le esplosive accuse del direttore del Consiglio per il Commercio della Casa Bianca Peter Navarro contro la Germania, accusata di praticare una politica commerciale sleale attraverso lo sfruttamento sistematico di un “euro grossolanamente svalutato”, hanno rappresentato una decisa presa di posizione da parte dell’amministrazione di Washington, ora più che mai in rotta di collisione con Berlino. Nonostante l’attenzione costantemente rivolta dai media internazionali sul rischio di un conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina, le prospettive intuibili dalle prime politiche annunciate od avviate dall’amministrazione Trump rendono decisamente più plausibile un’analoga trade war coinvolgente Stati Uniti e Germania. Il contenzioso economico sino-americano, infatti, rientra nel quadro di una delicatissima dialettica che include altre importanti questioni di carattere geopolitico e nella quale qualsiasi strappo potrebbe causare un imprevedibile effetto domino su scala planetaria, considerato anche l’elevatissimo potere di fuoco di cui Pechino dispone in virtù del suo possesso di un’ingente fetta del debito pubblico americano. Uno scontro frontale tra le due principali potenze economiche mondiali sul terreno commerciale e monetario equivarrebbe a una vera e propria garanzia di “distruzione mutua assicurata”, come puntualizzato dal direttore di Limes Lucio Caracciolo nell’editoriale d’apertura all’ultimo numero della rivista, specie se Pechino dovesse ricorrere all’extrema ratio, la vendita in blocco di tutta la quota di debito americano in suo possesso. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1271" height="637" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1.jpg 1271w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-768x385.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Germania1-1024x513.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1271px) 100vw, 1271px" /></p><p><span>Le esplosive accuse del direttore del Consiglio per il Commercio della Casa Bianca Peter Navarro contro la Germania, accusata di praticare una politica commerciale sleale attraverso lo sfruttamento sistematico di un “euro grossolanamente svalutato”, hanno rappresentato una decisa presa di posizione da parte dell’amministrazione di Washington, ora più che mai in rotta di collisione con Berlino. Nonostante l’attenzione costantemente rivolta dai media internazionali sul rischio di un conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina, le prospettive intuibili dalle prime politiche annunciate od avviate dall’amministrazione Trump rendono decisamente più plausibile un’analoga trade war coinvolgente Stati Uniti e Germania. Il contenzioso economico sino-americano, infatti, rientra nel quadro di una delicatissima dialettica che include altre importanti questioni di carattere geopolitico e nella quale qualsiasi strappo potrebbe causare un imprevedibile effetto domino su scala planetaria, considerato anche l’elevatissimo potere di fuoco di cui Pechino dispone in virtù del suo possesso di un’ingente fetta del debito pubblico americano. Uno scontro frontale tra le due principali potenze economiche mondiali sul terreno commerciale e monetario equivarrebbe a una vera e propria garanzia di “distruzione mutua assicurata”, come puntualizzato dal direttore di Limes Lucio Caracciolo nell’editoriale d’apertura all’ultimo numero della rivista, specie se Pechino dovesse ricorrere all’extrema ratio, la vendita in blocco di tutta la quota di debito americano in suo possesso. </span></p>
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		<title>L’Italia rassicura Washington: “Pagheremo gli F35”</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/litalia-rassicura-washington-pagheremo-gli-f35.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Mar 2019 09:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Caccia F-35]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="947" height="631" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35.jpg 947w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 947px) 100vw, 947px" /></p>
<p>Parte del pagamento per i nostri  F-35 sarà inviato quanto prima alla Lockheed Martin, avrebbero rassicurato i rappresentanti della Difesa italiana. Nel frattempo l’azienda ha chiuso ogni rapporto con il committente italiano accusato nei giorni scorsi di non aver ancora saldato spese riguardanti la commessa della prima tranche dei caccia multiruolo Joint Strike Fighter, da sempre al centro del dibattito &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/litalia-rassicura-washington-pagheremo-gli-f35.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="947" height="631" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35.jpg 947w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/f35-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 947px) 100vw, 947px" /></p><p>Parte del pagamento per i nostri  F-35 sarà inviato quanto prima alla Lockheed Martin, avrebbero rassicurato i rappresentanti della Difesa italiana. Nel frattempo l’azienda ha chiuso ogni rapporto con il committente italiano accusato nei giorni scorsi di non aver ancora saldato spese riguardanti la commessa della prima tranche dei caccia multiruolo Joint Strike Fighter, da sempre al centro del dibattito politico nel nostro paese come mezzo costoso e non necessario secondo l’opinione pubblica non sempre qualificata.</p>
<p>Come riportato da La Stampa, la sede di rappresentanza della banca italiana Intesa SanPaolo presso la capitale statunitense avrebbe fermi su un conto governativo 370 milioni di euro che sarebbero “pronti” per pagare all’azienda aeronautica americana la fornitura di alcune parti della prima tranche di caccia F-35 consegnati all’Aeronautica Militare italiana. Alcune di queste fatture risalirebbero addirittura al governo Gentiloni (allora ministro della Difesa Pinotti), ma il denaro, seppur presente sul conto, sarebbe rimasto immobile e nemmeno un euro sarebbe stavo versato nel conto del contraente americano; nonostante la Casa Bianca abbia spronato più volte, e in maniera disinvolta, i suoi alleati della Nato ad investire più fondi nella Difesa per limitare, per quanto possibile, l’enorme differenza negli investimenti militari dei paesi membri.</p>
<p>A quanto pare i vertici di Palazzo Esercito non ha mai ordinato “davvero” quei pagamenti, e l’azienda americana sostenuta dall’amministrazione Trump, che invoca la spesa del 2% di Pil annuo per ogni membro dell’Alleanza, si è fatta sentire, minacciando di sospendere ogni rapporto con il nostro paese.</p>
<p>Le fonti ministeriali interpellate dal quotidiano di Torino avrebbero affermato che il ministero adempierà immediatamente ad erogare i pagamenti: “Nel giro di pochi giorni il ministro Elisabetta Trentafirmerà il decreto che autorizza la spesa”. Ma alcune indiscrezioni rilasciate da fonti riservateriporterebbero ad una “richiesta di sospendere i pagamenti” fino alle elezioni europee di maggio, arrivata dal Movimento Cinque Stelle. Che ha sempre osteggiato l’acquisto per impiegare i fondi destinati in altre necessità “prioritarie” e che proprio recentemente era stato accusato di non aver onorato la promessa, fatta quanto era all’opposizione, di non acquisire i nuovi caccia: poiché ritenuti costosi e non necessari – nonostante nessun parlamentare abbia le qualifiche adeguate a fare questo genere di valutazioni.</p>
<p>La Difesa si starebbe trincerando dietro ad una “scusa” diplomatica che motiva il ritardo causato da “una valutazione tecnica sulla commessa, che abbiamo terminato. Ora il dossier sui nuovi aerei è a Palazzo Chigi che dovrà decidere cosa fare. Occorre aprire una discussione che dovrà inevitabilmente arrivare fino al tavolo del presidente Trump”. La commessa iniziale dei caccia di 5ª generazione ordinati dall’Italia e confermata da 4 governi (Prodi, Berlusconi, D’Alema, Berlusconi) prevedeva l’acquisto di 131 caccia F-35, nelle configurazione ‘B’ e ‘A’ – prezzo unitario di 122 milioni di euro e 90 milioni di euro – , poi scesi a 90 velivoli nel 2012 sotto il governo tecnico presieduto da Mario Monti, ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. Un’ulteriore diminuzione fu richiesta sotto il governo Letta nel 2014.</p>
<p>Attualmente il nostro paese ha già ricevuto 12 caccia F-35 dei 26 che ad oggi sembrano rappresentare il numero finale della flotta di Jsf che armerà l’Aeronautica e la Marina nel nostro paese. Saranno infatti gli F-35B nella versione a decollo Stovl a decollare dai ponti della portaeromobili Cavour, e forse dalla nuova Lhd “Paolo Thaon di Revel” (anche se si era detto di no), destinata a diventare la nuova ammiraglia della Marina Militare. Di questa unità in costruzione da Fincantieri a Castellammare di Stabia, del quale a lungo si è discusso, non si è avuto più alcun aggiornamento. Nel luglio del 2018, il neo ministro della Difesa Trenta aveva annunciato che l’Italia del governo Penstastellato non avrebbe acquistato nessun altro caccia F-35, mentre gli analisti valutavano e pianificavano la futura acquisizione o partecipazione al programma di sviluppo di caccia di 6ª generazione Tempest prodotto dalla britannica BaE. Tutti programmi che difficilmente attrarranno il consenso dei contribuenti che non percepiscono evidentemente la necessità di avere armi futuristiche per conflitti che sulla carta vengono visto come “guerre che non ci saranno mai”.</p>
<p>Adesso che l’Italia si è avvicinata alla Cina nei rapporti commerciai della Via della Seta, Washington rivendica la sua patria podestà sull’alleato “liberato”, e se non può frenare l’apertura ad oriente di uno stato partner, può sicuramente intimargli di regolare i conti e pagare la propria industria per il servizio reso. Con conseguenze a livello di politica interna che scontenteranno i contribuenti e potrebbero influenzare le loro scelte politiche al prossimo appuntamento elettorale.</p>
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		<title>Lega con Trump, M5S in Russia. Così il governo sfida l’Ue</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lega-con-trump-m5s-in-russia-cosi-il-governo-sfida-lue.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 14:10:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cremlino]]></category>
		<category><![CDATA[Lega]]></category>
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<p>Con la Russia o con gli Stati Uniti? Oppure con entrambi? L’Italia giallo-verde sembra divisa fra Mosca e Washington, specialmente se si osservano i movimenti delle due anime che compongono l’esecutivo. E anche in questo caso, Matteo Salvini appare in vantaggi, essendo riuscito prima a presentarsi come leader favorevole ad aperture nei confronti della Russia e poi come alleato &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lega-con-trump-m5s-in-russia-cosi-il-governo-sfida-lue.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="920" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9233772.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9233772.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9233772-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9233772-768x505.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9233772-1024x673.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>Con la Russia o con gli Stati Uniti? Oppure con entrambi? L’Italia giallo-verde sembra divisa fra Mosca e Washington, specialmente se si osservano i movimenti delle due anime che compongono l’esecutivo. E anche in questo caso, Matteo Salvini appare in vantaggi, essendo riuscito prima a presentarsi come leader favorevole ad aperture nei confronti della Russia e poi come alleato perfetto alleato dell’amministrazione Trump.</p>
<p>Un percorso riconoscibile quello del leader della Lega, confermato anche dagli ultimi viaggi dei suoi “diplomatici”: prima del sottosegretario Guglielmo Picchi, poi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Due viaggi che hanno ricucito i rapporti con l’America ma che hanno soprattutto mostrato la volontà del Carroccio di presentarsi come partito-garante della partnership fra Italia e Stati Uniti.</p>
<p>Missione non estremamente semplice quella della Lega, perché se l’amministrazione Trump è molto aperta nei confronti delle idee del partito, dall’altro lato fonti interne al Carroccio testimoniano la volontà Usa di chiedere garanzie al partito di Salvini proprio sui rapporti con la Russia. Dall’altra parte dell’Atlantico accusano costantemente i partiti sovranisti di avere legami con il Cremlino. E in un momento di russo-fobia imperante nel deep State americano, anche una sola voce non avversa alla Federazione russa diventa un problema.</p>
<p>E proprio per questo, la Lega si trova a dover gestire una diplomazia che guarda a Washington senza però negare una certa predisposizione ad ascoltare anche i tradizionali vincoli strategici fra Italia e Russia. Tanto che anche Salvini, in questa fase, ha mitigato le dichiarazioni a sostegno della Russia cercando di sembrare molto più affine, anche in politica estera, alla strategia di Washington (come dimostrato con il Venezuela). E sul blocco alle trivelle, la rete 5G a Huawei e la questione gas, Washington ha già chiesto rassicurazioni. Altrimenti l’amministrazione Usa e i grandi investitori americani potrebbero negare il loro sostegno anche in un futuro governo a guida Lega.</p>
<p>Mentre Salvini blinda, l’asse con Trump, il Movimento 5 Stelle rincorre la Lega sui due fronti: quello atlantico e quello orientale. Secondo le prime indiscrezioni, Luigi Di Maio pare abbia incassato l’ok di Washington per un viaggio in territorio americano in cui dovrebbe incontrare anche il vicepresidente Mike Pence. Un modo per i Cinque Stelle di ribadire il loro interesse a non contraddire troppo l’amministrazione americana dopo i tentennamenti sul Venezuela, la contrapposizione al Tap, e tutte le dichiarazione dell’ala “movimentista”.</p>
<p>Ma è proprio dall’ala a sinistra del Movimento che arriva una svolta non di poco conto. Roberto Fico è andato a Mosca per incontrare il presidente della Duma. Il presidente della Camera è intervenuto di fronte ai parlamentari russi con un’apertura molto importante nei confronti della Federazione, in particolare sul tema delle sanzioni.</p>
<p>Il presidente della Camera, intervenendo nella capitale russa, ha dichiarato: “L’Italia ritiene che il dialogo interparlamentare sia una condizione fondamentale per risolvere i problemi che dobbiamo affrontare e per questo vi è un ampio consenso tra le forze politiche rappresentate alla Camera dei deputati italiana per operare attivamente con gli altri partner del Consiglio d’Europa affinché sia superato il regime di sanzioni adottato nel 2014 con la sospensione del diritto di voto e delle altre prerogative della delegazione parlamentare russa”.</p>
<p>E il presidente della Camera ha poi sottolineato: “Sono un convinto sostenitore del senso storico, culturale e politico dell’Unione europea e della necessità che essa, unita, continui il suo percorso di dialogo e di cooperazione con la Federazione russa”. E ha ribadito che “Italia e Unione europea contano in particolare sul determinante contributo della Russia per la risoluzione delle più gravi crisi in atto” come “i conflitti aperti nel Mediterraneo e nel Medio-Oriente”.</p>
<p>Un segnale di apertura nei confronti di Vladimir Putinche non è passato inosservato. E che rende ancora più evidente la volontà del governo giallo-verde di porsi in un rapporto di collaborazione con le due grandi potenze che “sfidano” l’Unione europea: Russia e Stati Uniti. Una doppia anima che però può avere due tipi di conseguenze: da un lato aiutare l’Italia in un momento di isolamento in Europa; dall’altro lato creare un’ulteriore spaccatura all’interno della maggioranza. Perché prima o poi, specialmente negli Stati Uniti, qualcuno chiede il conto.</p>
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		<title>Primarie dem: ci prova pure il governatore di Washington</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/primarie-dem-ci-prova-pure-il-governatore-di-washington.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Mar 2019 15:37:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[wash]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1447" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080.jpg 1447w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-768x573.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-1024x764.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1447px) 100vw, 1447px" /></p>
<p>Jay Inslee, che è il governatore dello Stato di Washington, si è presentato alle primarie democratiche. L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi. I candidati, allo stato delle cose, sono già undici, ma mancano ancora nomi pesanti, come quelli di Joe Biden e Beto O’Rourke, che dovrebbero ufficializzare la corsa entro la fine del mese di marzo. La mossa di Inslee è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/primarie-dem-ci-prova-pure-il-governatore-di-washington.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1447" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080.jpg 1447w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-300x224.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-768x573.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_9323390-1447x1080-1024x764.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1447px) 100vw, 1447px" /></p><p>Jay Inslee, che è il governatore dello Stato di Washington, si è presentato alle primarie democratiche. L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi. I candidati, allo stato delle cose, sono già undici, ma mancano ancora nomi pesanti, come quelli di Joe Biden e Beto O’Rourke, che dovrebbero ufficializzare la corsa entro la fine del mese di marzo. La mossa di Inslee è stata inaspettata.</p>
<p>Ci si attendeva che qualche amministratore di vertice facesse la sua comparsa tra i candidati degli Asinelli, ma avevamo iniziato a guardare dalle parti di Bill de Blasio, sindaco di New York, la cui candidatura è solo stata ventilata. Inslee è, assieme a Sanders, alla Warren, alla Gabbard, a Buttigieg e ad altri, l’ennesimo candidato della sinistra progressista. Se i pezzi grossi dei moderati non dovesso apparire da qui a breve tempo, la battaglia interna si trasformerebbe in una sorta di congresso interno dei socialisti. Joe Biden ha da poco aperto, dichiarando che è la sua famiglia a spingere affinché si candidi. L’ex vicepresidente serve come il pane ai democratici, che altrimenti resterebbero scoperti al centro, tra le fasce elettorali moderate, dove Donald Trumprischia di fare cappotto.</p>
<p>Anche Jay Inslee, come molti dei suoi colleghi, ha dato il la alla sua campagna elettorale, spingendo l’acceleratore su una causa cara ad Alexandria Ocasio Cortez. Abbiamo avuto modo di scriverlo tante volte ormai: la giovane deputata di Brooklyn sta dettando i tempi e le tematiche delle primarie. Il governatore di Washington ha dichiarato di voler essere il primo presidente in lotta contro il cambiamento climatico. Ma come vanno i sondaggi? Sappiamo che è davvero molto presto per giungere a conclusion. Dare uno sguardo, però, aiuta a comprendere meglio il perché di tanta fretta attorno a Biden.</p>
<p>Stando a quanto riportato su Morning Consult, l’ex vice di Barack Obama sarebbe in testa sia nella competizione valevole per i primi caucus – che saranno quelli dell’Iowa e quelli del New Hampshire – sia nel conteggio complessivo delle rilevazioni. Deve difendersi da Bernie Sanders, che lo rincorre con un paio di punti di distacco. Più staccata Kamala Harris, che dovrà aspettare lo spostamento nelle primarie nell’Ovest per puntare a un numero cospicuo di delegati. Il “vecchio leone” del Vermont è arrivato a dieci milioni di dollari raccolti in una sola settimana. La sua candidatura è una cosa seria. Joe Biden non può lasciarsi troppo vantaggio temporale. E il nostro governatore di Washington?</p>
<p>Il campo è già troppo affollato per il buon Inslee, che ha il vantaggio però di avere qualche confidenza con la raccolta fondi. Attività che molti altri candidati – tra cui la stessa Harris – potrebbero avere qualche difficoltà. Il governatore dello Stato di Washington è una variabile indipendente che non avrà vita facile: c’è già troppa ressa. Ma con la politica americana – come ripetiamo ogni volta – non conviene buttarsi in giudizi predeterminati.</p>
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		<title>La Cina si prepara davvero a invadere Taiwan?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-cina-si-prepara-a-invadere-taiwan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Feb 2019 08:57:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>La Cina si prepara ad usare la forza per riportare Taiwan sotto il proprio controllo. L&#8217;obiettivo del Partitocomunista cinese (Pcc), sotto la guida del presidente Xi Jinping, è portare a termine il processo di unificazione nazionale entro il 2049. Il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) è infatti la data entro cui Xi intende &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-cina-si-prepara-a-invadere-taiwan.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="576" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/02/LP_3334352-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>La <strong>Cina</strong> si prepara ad usare la forza per riportare <strong>Taiwan</strong> sotto il proprio controllo. L&#8217;obiettivo del Partitocomunista cinese (Pcc), sotto la guida del presidente <strong>Xi Jinping</strong>, è portare a termine il processo di unificazione nazionale entro il 2049. Il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) è infatti la data entro cui Xi intende conseguite la rinascita della nazione cinese. In tale occasione, Taiwan sarebbe il trofeo perfetto da esibire.</p>
<p>Oltre alla valenza geostrategica dell&#8217;isola, Taiwan ha anche un forte significato simbolico. Per Xi Jinping, riportare Taiwan sotto il controllo del governo cinese, significa dar prova della realizzazione del s<strong>ogno cinese</strong>. Realizzare ciò che neppure <strong>Mao Zedong</strong> è riuscito a fare: l'&#8221;impresa immortale&#8221; che lo consegnerebbe alla millenaria storia del suo Paese.</p>
<p>Nella popolazione cinese, il sentimento nazionalista è cresciuto di pari passo al rafforzamento economico e militare. Da diversi anni Pechino ha intrapreso un processo di ammodernamento delle forze armate e si prepara ad usare la forza nella regione. L&#8217;escalation di tensioni degli ultimi mesi lascia intendere che Pechino è ancora disposta a una soluzione pacifica della questione taiwanese, ma non ha più la pazienza per tollerare le istanze indipendentiste di Taipei.</p>
<p>Il 2 febbraio, in un discorso alla Great Hall of People, il presidente cinese ha affermato: &#8220;Siamo intenzionati a creare i termini per una unificazione pacifica, ma non concederemo alcuno spazio all&#8217;indipendenza taiwanese (…) Non promettiamo di rinunciare all&#8217;uso della forza e ci riserviamo l’opzione di usare tutte le misure necessarie&#8221;.</p>
<p>Due giorni dopo, durante un incontro con i vertici militari, ha aggiunto che le forze armate cinesi devono rinforzare il loro senso di urgenza e prepararsi al meglio per la battaglia.</p>
<p>Gli esperti militari statunitensi hanno espresso preoccupazioni sul fatto che la crescente fiducia nelle proprie capacità militari possa indurre Pechino all’uso della forza.</p>
<p>Secondo altri, invece, la disparità con le capacità militari statunitensi è ancora troppo elevata e Pechino, che già deve preoccuparsi di contenere gli effetti della guerra commerciale sulla propria economia, non farà ricorso alla forza nel breve termine. A meno che non si verifichino particolari circostanze.</p>
<p>La situazione taiwanese</p>
<p>Situata a 160 chilometri a est della costa cinese, l&#8217;isola di Taiwan ospita circa 23,6 milioni di abitanti. La struttura portante della sua economia è l&#8217;industria, particolarmente avanzata nella produzione di tecnologie informatiche. Taiwan è anche uno dei centri affaristici e finanziari più importante dell&#8217;Asia.</p>
<p>Politicamente, Taipei elegge autonomamente il proprio governo con libere elezioni. Le due forze politiche principali sono il Kuomintang e il Partito progressista democratico. Seppure in maniera diversa, entrambe sostengono l&#8217;indipendenza dell’isola. Di recente, due nuove forze hanno fatto comparsa sulla scena politica del Paese: Formosa Alliance e il New Power Party, entrambe propugnano l&#8217;indipendentismo radicale. La prima, in particolare vuole indire un referendum per modificare il nome dell&#8217;isola. Un gesto che Pechino considererebbe inaccettabile.</p>

<p>Tsai Ing-wen, presidente di Taiwan e leader del Ppd, partito che nel 2016 ha sostituito il Kuomintang al potere, ha così commentato le recenti affermazioni di Xi: &#8220;La Cina deve rendersi conto dell&#8217;esistenza di Taiwan e non negare il sistema di un Paese democratico costruito in comunione d&#8217;intenti dal popolo taiwanese&#8221;.</p>
<p>La disputa e le pressioni cinesi</p>
<p>La Cina considera Taiwan una provincia ribelle, che non ha mai accettato la sconfitta della guerra civile cinese, terminata nel 1949, quando i comunisti presero il potere. Taiwan invece si considera un Paese libero e democratico fuori dal controllo del Partito Comunista. E tuttavia non può ufficialmente dichiarare la sua indipendenza senza temere un attacco da parte della RPC.</p>
<p>Formalmente Taiwan si definisce Repubblica di Cina (Rdc), in continuità con l&#8217;entità politica che nel 1912 spodestò la dinastia Qing. Nel luglio 1949, dopo anni di guerra civile, l&#8217;avanzata delle truppe comuniste costrinse l&#8217;esercito nazionalista di Chiang Kai-Shek a rifugiarsi sull&#8217;isola di Formosa. Il primo ottobre dello stesso anno, il presidente Mao Zedong annunciava la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Due mesi più tardi, <strong>Chiang Kai-Shek</strong> proclamava Taipei la capitale provvisoria della Rrc (la capitale ufficiale sarebbe Nanchino, situata nella Cina continentale).</p>
<p>Ancora oggi, Pechino e Taipei si rinnegano a vicenda, considerandosi gli unici governi legittimi del popolo cinese.</p>
<p>Fino a quasi 50 anni fa, le nazioni occidentali riconoscevano Taiwan come la vera Cina. Pechino ha fatto sempre più pressioni sulle sue relazioni diplomatiche per escludere i rappresentanti di Taiwan dagli eventi internazionali, compresi i concorsi di bellezza. Ad oggi, solo 17 stati riconoscono e intrattengono relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina.</p>
<p>Le pressioni cinesi sull&#8217;isola sono aumentate in seguito alla vittoria del Pdd nelle elezioni del 2016. Da allora, Pechino ha cambiato atteggiamento nei confronti dell&#8217;isola, tagliando i rapporti con Taipei. Le Ultime minacce cinesi sarebbero infatti mirate proprio a spingere i taiwanesi verso l&#8217;elezione di un governo più accondiscendente verso la RPC nelle prossime elezioni del 2020. Secondo altre ipotesi, la Cina starebbe spostando le attenzioni sulla questione taiwanese anche per distrarre i cittadini cinesi dal rallentamento economico, conseguenza della guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti.</p>
<p>Di fatto, però, i due Paesi conducono vite separate da ormai 70 anni ed esiste un crescente divario su ciò che significa essere taiwanesi per le nuove generazioni. Un sondaggio condotto dalla National Chengchi University mostra come, a partire dal 1992, il numero dei taiwanesi che si identifica esclusivamente taiwanese (quindi non cinese) è cresciuto dal 17,6% al 54,4%. Un altro recente sondaggio indica che il 70% dei giovani taiwanesi sarebbero disposti a combattere per difendere l&#8217;indipendenza dell&#8217;isola.</p>
<p>La posizione di Washington</p>
<p>Nel 1979 il governo statunitense ha riallacciato normali rapporti con la Rpc, negando il riconoscimento formale a Taiwan, a cui però ha continuato a vedere armi a scopo difensivo. Washington è di fatto il principale alleato di Taipei, ma non esiste un accordo formale che garantisca un intervento degli USA in caso di attacco cinese all’isola. Nel 2017, Wahsington e Taipei hanno siglato il National Defense Authorization Act, che prevede visite reciproche tra navi da guerra e alti funzionari. La sua voluta disapplicazione è l&#8217;unico motivo a scongiurare l’intervento cinese.</p>

<p>Nel 2016, la telefonata di<strong> Donald Trump</strong> a Tsai all’inizio del suo mandato ha colto tutti di sorpresa, ed è proprio la condotta di Trump negli affari internazionali a rendere imprevedibile il suo comportamento in caso di una crisi nello stretto di Taiwan.</p>
<p>Negli ultimi anni, in diverse occasioni, gli stati uniti hanno inviato navi da guerra nello stretto di Taiwan per dimostrare supporto all&#8217;isola, quando Jim Mattis era il segretario alla difesa statunitense. Le sue recenti dimissioni pongono un&#8217;ulteriore incognita sul coinvolgimento statunitense.</p>
<p>Taiwan è però in un&#8217;importante posizione strategica per contenere l&#8217;espansione cinese nel pacifico: una volta presa Taiwan la Cina controllerebbe linee di comunicazioni aeree e navali, tenendo sotto scacco Giappone e Filippine. In una tale eventualità, anche i territori americani di Guam e Saipan, con le loro basi militari sarebbero facilmente vulnerabili. Non è quindi da escludere completamente che Washington rinunci a difenderla.</p>
<p>L&#8217;eventualità del conflitto</p>
<p>Al di là delle dichiarazioni di Xi Jinping, la Cina non ha intenzione di invadere militarmente Taiwan nel breve termine, a meno che non sia la situazione a richiederlo. L&#8217;eccessiva predominanza di forze politiche indipendentiste sull&#8217;isola, l&#8217;eccessivo appoggio americano al governo di Taipei oppure una crescente richiesta di risoluzione della questione da parte dell’opinione pubblica cinese sono tra i fattori per cui Pechino potrebbe decidere di ricorrere alla forza prima del previsto.</p>
<p>Un’invasione militare di Taiwan, per Pechino, significherebbe ovviamente anche prepararsi a sostenerne le conseguenze: il costo umano del conflitto e le sanzioni da parte della comunità internazionale sarebbero esiziali.</p>
<p>Dal punto di vista militare, la Cina dispone di molti più mezzi e risorse rispetto a Taiwan e sulla carta, potrebbe facilmente distruggere l&#8217;isola coi suoi missili. Per quanto riguarda assumerne il controllo, però, gli stessi esperti dell’<strong>Esercito popolare di liberazione</strong> (Epl) considerano molto difficile uno sbarco di mezzi anfibi sull&#8217;isola. Oltre alle difese taiwanesi, la tempistica, le condizioni meteorologiche e il terreno sono fattori che aumentano la difficoltà dell&#8217;impresa.</p>
<p>Un&#8217;invasione dell&#8217;isola dovrebbe avvenire nei mesi di aprile e ottobre, quando le condizioni dello stretto sono favorevoli all&#8217;attraversamento dei mezzi anfibi. La preparazione di un attacco impiega mesi e Taiwan avrebbe modo e tempo di osservarne i preparativi e correre ai ripari. Anche in condizioni favorevoli, le navi cinesi sarebbero facile bersaglio per i missili di Taiwan, e l&#8217;epa sarebbe probabilmente costretto a impiegare un numero di navi tale da sopraffare in numero le difese taiwanesi.</p>
<p>Infine, raggiunte le coste, prima di stabilire una testa di ponte l&#8217;Epl dovrebbe poi affrontare le truppe di terra taiwanesi, che potrebbero essere in grado di resistere per mesi, il tempo necessario per permettere agli Usa di intervenire.</p>
<p>Al di là delle speculazioni strategiche, le posizioni degli esperti concordano sul ritenere improbabile un imminente attacco cinese a Taiwan. Dovendo considerare l’ipotesi di una guerra su media scala con gli Stati Uniti, è più facile che Pechino intenda prima portare a compimento l’ammodernamento delle sue forze armate e che quindi, in mancanza di una soluzione pacifica o di un evento tra quelli di cui sopra, una tale impresa avrebbe maggiori probabilità di verificarsi tra una decina d’anni.</p>

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		<title>La guerra dei dazi non è più il problema tra Trump e la Cina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-guerra-dei-dazi-non-e-piu-il-problema-tra-trump-e-la-cina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 09:43:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8894454.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8894454.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8894454-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8894454-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/LP_8894454-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è, secondo la maggior parte degli analisti di politica estera, il più grande rischio esistente tra i due Paesi, con ripercussioni su tutta l’economia mondiale. Tuttavia recenti notizie potrebbero invece portare una nuova e differente visione della questione. Trump e la Cina verso una negoziazione Sembra infatti &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-guerra-dei-dazi-non-e-piu-il-problema-tra-trump-e-la-cina.html">[...]</a></p>
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<p>Tuttavia recenti notizie potrebbero invece portare una nuova e differente visione della questione.</p>
<p>Trump e la Cina verso una negoziazione</p>
<p>Sembra infatti che il presidente americano <strong>Donald Trump</strong> sia ora più disposto nel cercare una via di negoziazione con i rivali cinesi. Anzi, sembrerebbe quasi che la linea dura dettata dal tycoon rappresenti invece la semplice volontà presidenziale di giungere ad una negoziato più favorevole, al fine di ristabilire un equilibrio tra le parti in gioco. Una tecnica diplomatica nuova e aggressiva, forse più adatta al mondo dell’imprenditoria privata, ma che finora ha arriso a Trump.</p>

<p>Come riportato recentemente dall’<em><a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.ansa.it/sito/videogallery/economia/2019/01/19/cina-offre-il-suo-piano-a-trump-zero-surplus-in-6-anni_b1657f66-18f5-4a74-9a66-3ad105203eb8.html">Ansa</a></em>, ora la Cina si è detta disposta a rinunciare al suo surplus commerciale nei confronti di Washington per i prossimi sei anni. In cambio Pechino chiede, naturalmente, un abbassamento, se non un’eliminazione totale, dei nuovi dazi posti sotto la presidenza Trump. Ed è lo stesso tycoon a confermare la notizia sostenendo che &#8220;i negoziati commerciali con la Cina stanno andando bene anche se c&#8217;è stata una falsa notizia sulla revoca dei dazi a Pechino&#8221;.</p>
<p>Mar cinese meridionale e Africa, le due questioni ancora aperte</p>
<p>Nessun passo indietro quindi, ma persiste la volontà di portare il negoziato ad uno step successivo che possa essere vantaggioso soprattutto per una delle due parti contraenti, quella americana. In ogni caso, per sfatare il mito dei mercati nervosi per la guerra dei dazi, è arrivata la benedizione anche da parte di questi ultimi “I mercati volano sulle ali di una possibile pax commerciale”, scriveva sempre l’<em><a href="http://www.ansa.it/sito/videogallery/economia/2019/01/19/cina-offre-il-suo-piano-a-trump-zero-surplus-in-6-anni_b1657f66-18f5-4a74-9a66-3ad105203eb8.html">Ansa </a></em>in merito alle recenti evoluzioni. Risolta, forse, la guerra dei dazi, si aprirebbero però nuovi fronti che non possono che mettere uno di fronte all’altro le due principali potenze mondiali.</p>
<p>Secondo la rivista <em><a href="https://www.forbes.com/sites/panosmourdoukoutas/2019/01/19/the-biggest-problem-between-china-and-the-united-states-isnt-the-trade-war/#73a96fbc3d8d">Forbes </a></em>infatti, Stati Uniti e Cina avranno nei prossimi anni due enormi problemi da risolvere che “potrebbero anche portare ad un confronto militare”. Di cosa si tratta? Secondo la rivista americana il confronto verterà sul controllo del <strong>Mar cinese meridionale</strong> e sulla rispettiva influenza nel continente africano.</p>
<p>Questioni territoriali ancora al centro della politica internazionale</p>
<p>Quella zona di mare lungo la costa sud della Cina è infatti condivisa con altri Stati, come il Vietnam, Taiwan, le Filippine, il Brunei e la Malesia. Si tratta di Paesi che, nella maggior parte dei casi, hanno relazioni più che amichevoli con Washington e ne rappresentano, in un certo senso, una sorta di avamposto in quella zona geografica. La narrativa di Pechino vede questa situazione come un accerchiamento, ma soprattutto potrebbe percepire un ostacolo nell’attuazione del progetto “<strong>Silk Road</strong>”. Questa <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/che-cose-la-nuova-via-della-seta/" target="_blank">nuova Via della Seta</a> avrebbe infatti come principale sbocco di partenza proprio quel tratto di mare, cui però vogliono continuare ad avere libero accesso proprio gli Stati Uniti. Anche la questione relativa al continente africano è più complessa di quanto sembra.</p>
<p>La presenza cinese, soprattutto in Africa orientale, è ormai un dato di fatto e Pechino percepisce il continente come la porta non solo verso l’Europa, ma anche verso l’America Latina. Già in questo senso gli Stati Uniti ne avvertirebbero il rischio di ritrovarsi la Cina a pochi chilometri da casa. Vi è poi un ulteriore problema. Il Giappone, storico alleato americano, <a href="http://africabusiness2020.com/2018/08/06/japans-investment-africa-rise/">sta lentamente entrando negli affari africani</a>, arrivando nel 2106, ad un volume di investimenti pari a 10 miliardi di dollari nel continente. Una presenza non gradita alla Cina che nello stesso anno, per bocca del Ministro degli Esteri, invitò in maniera perentoria il Giappone a “stare fuori dall’Africa”. Nel frattempo gli Stati Uniti restano il principale donatore, in aiuti allo sviluppo, nel continente africano.</p>
<p>La rivalità tra le due potenze non si gioca dunque solo su un semplice piano commerciale. Come sempre stato in passato, le rivalità più pericolose fuoriescono a causa di dispute su un concreto controllo territoriale e su questo, Cina e Stati Uniti, si giocheranno la supremazia internazionale.</p>

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		<title>La Cina sta per diventare grande: il fronte Usa per contenere il Dragone</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-cina-sta-diventare-grande-fronte-usa-contenere-dragone.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2019 15:05:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino]]></category>
		<category><![CDATA[Washington]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="950" height="633" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping.jpg 950w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 950px) 100vw, 950px" /></p>
<p>Tutti contro la Cina per ostacolare il progetto egemonico del gigante asiatico. Come afferma Public Policy, due sono i concetti da analizzare per capire davvero cosa si nasconde dietro la minaccia rappresentata da Pechino. Gli Stati Uniti stanno utilizzando il cosiddetto multilateralismo empirico e selettivo. Dall’altra parte il Dragone è quasi uscito dal periodo di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-cina-sta-diventare-grande-fronte-usa-contenere-dragone.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="950" height="633" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping.jpg 950w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/11/1486711004-trump-jinping-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 950px) 100vw, 950px" /></p><p>Tutti contro la <strong>Cina</strong> per ostacolare il progetto egemonico del gigante asiatico. <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="https://www.publicpolicy.it/il-multilateralismo-empirico-degli-usa-perche-trump-e-meno-isolato-nella-sfida-alla-cina-83308.html">Come afferma <em>Public Policy</em></a>, due sono i concetti da analizzare per capire davvero cosa si nasconde dietro la minaccia rappresentata da Pechino. Gli <strong>Stati Uniti</strong> stanno utilizzando il cosiddetto multilateralismo empirico e selettivo. Dall’altra parte il Dragone è quasi uscito dal periodo di opportunità strategica. Cerchiamo di approfondire la questione.</p>
<p>La fine del periodo di opportunità strategica cinese</p>
<p>La Cina ha studiato a fondo l’evoluzione dei più grandi Stati al mondo. La <em>CCTV</em>, nel novembre 2006, per ben 12 giorni ha trasmesso in prima serata un documentario intitolato “L’ascesa delle grandi potenze”. Il programma ruotava attorno alle vicende più importanti relative al mondo occidentale: dal colonialismo alla rivoluzione industriale, dalla crisi Usa alla Russia sovietica. L’obiettivo di Pechino era focalizzare la discussione politica sugli errori e i punti di forza dei più grandi imperi occidentali. Da un lato per apprenderne i segreti, dall’altro per evitare di commettere gli stessi sbagli.</p>
<p>Un ventennio di studio e crescita pacifica</p>
<p>Il Partito Comunista Cinese ha coniato il <strong>periodo di opportunità strategica</strong> proprio per sottolineare la crescita della Cina. L’economia del Dragone fa passi da gigante, ma dietro alle riforme cinesi c’è un’elaborazione politica che denota tutto tranne che improvvisazione. Questo periodo strategico, infatti, coincide con gli anni che vanno dal 2000 al 2020. Un ventennio in cui la Cina è maturata e sta per diventare grande, proprio come gli imperi che ha studiato nel recente passato. Fino al 2020 Pechino penserà soltanto a svilupparsi economicamente e militarmente, evitando ogni conflitto armato. Ma l’ascesa tranquilla della Cina è agli sgoccioli. Cosa succederà dopo?</p>
<p>Il multilateralismo empirico degli Stati Uniti</p>
<p>Washington sembra aver capito che il periodo strategico cinese è agli sgoccioli. Per evitare sorprese sgradite gli Stati Uniti hanno intrapreso un multilateralismo empirico e selettivo. A Trump non piacciono le organizzazioni multilaterali, ma il Presidente americano sa che serve compattarsi per resistere all’ascesa cinese. La forma di collaborazione più importante fin qui ottenuta dalla Casa Bianca è stata quella relativa al gruppo dei <em>Five Eyes</em>, alla fine del 2018. Australia, Canada, Nuova Zelanda e Regno Unito collaborano infatti con gli Stati Uniti per respingere il <em>cyber spionaggio</em> della Cina. Ma non basta.</p>
<p>La sponda americana in Asia</p>
<p>Washington cerca una sponda ancor più evidente con quei Paesi democratici più vicini al Dragone. E qui entrano in gioco, oltre agli Stati appena citati, anche Corea del Sud, Giappone e India. Tutti questi attori sono in apprensione, perché sanno che il 2020 si avvicina anche per loro. Se la Cina, una volta cresciuta, vorrà lanciarsi in qualche dimostrazione di forza i vicini di Pechino sarebbero i primi a farne le spese. Eppure <strong>Xi Jinping</strong> ha più volte dichiarato di non voler utilizzare la violenza. I progetti portati avanti dal gigante asiatico sono tutti <a style="color: #0000ff;text-decoration: underline" href="http://www.occhidellaguerra.it/problemi-cina-pakistan-incideranno-sulla-nuova-via-della-seta/"><em>win-win</em>, proprio come la <strong>Nuova Via della Seta</strong></a>. La sensazione è che servirà tanta diplomazia per evitare mosse azzardate, soprattutto da parte degli Stati Uniti. Se la Cina è diventata grande la cosa più logica da fare è accoglierla nel tavolo dei grandi. In poche parole, Washington deve accettare l’ascesa &#8211; se non il sorpasso &#8211; del Dragone. Per evitare guerre economiche dannose, o<a href="http://www.occhidellaguerra.it/guerra-commerciale-cina-usa-xi-jinping-avvisa-i-suoi-prepariamoci-al-peggio/"> peggio possibili guerre sul campo</a>.</p>

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Object Caching 55/376 objects using Redis
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