Parte del pagamento per i nostri  F-35 sarà inviato quanto prima alla Lockheed Martin, avrebbero rassicurato i rappresentanti della Difesa italiana. Nel frattempo l’azienda ha chiuso ogni rapporto con il committente italiano accusato nei giorni scorsi di non aver ancora saldato spese riguardanti la commessa della prima tranche dei caccia multiruolo Joint Strike Fighter, da sempre al centro del dibattito politico nel nostro paese come mezzo costoso e non necessario secondo l’opinione pubblica non sempre qualificata.

Come riportato da La Stampa, la sede di rappresentanza della banca italiana Intesa SanPaolo presso la capitale statunitense avrebbe fermi su un conto governativo 370 milioni di euro che sarebbero “pronti” per pagare all’azienda aeronautica americana la fornitura di alcune parti della prima tranche di caccia F-35 consegnati all’Aeronautica Militare italiana. Alcune di queste fatture risalirebbero addirittura al governo Gentiloni (allora ministro della Difesa Pinotti), ma il denaro, seppur presente sul conto, sarebbe rimasto immobile e nemmeno un euro sarebbe stavo versato nel conto del contraente americano; nonostante la Casa Bianca abbia spronato più volte, e in maniera disinvolta, i suoi alleati della Nato ad investire più fondi nella Difesa per limitare, per quanto possibile, l’enorme differenza negli investimenti militari dei paesi membri.

A quanto pare i vertici di Palazzo Esercito non ha mai ordinato “davvero” quei pagamenti, e l’azienda americana sostenuta dall’amministrazione Trump, che invoca la spesa del 2% di Pil annuo per ogni membro dell’Alleanza, si è fatta sentire, minacciando di sospendere ogni rapporto con il nostro paese.

Le fonti ministeriali interpellate dal quotidiano di Torino avrebbero affermato che il ministero adempierà immediatamente ad erogare i pagamenti: “Nel giro di pochi giorni il ministro Elisabetta Trentafirmerà il decreto che autorizza la spesa”. Ma alcune indiscrezioni rilasciate da fonti riservateriporterebbero ad una “richiesta di sospendere i pagamenti” fino alle elezioni europee di maggio, arrivata dal Movimento Cinque Stelle. Che ha sempre osteggiato l’acquisto per impiegare i fondi destinati in altre necessità “prioritarie” e che proprio recentemente era stato accusato di non aver onorato la promessa, fatta quanto era all’opposizione, di non acquisire i nuovi caccia: poiché ritenuti costosi e non necessari – nonostante nessun parlamentare abbia le qualifiche adeguate a fare questo genere di valutazioni.

La Difesa si starebbe trincerando dietro ad una “scusa” diplomatica che motiva il ritardo causato da “una valutazione tecnica sulla commessa, che abbiamo terminato. Ora il dossier sui nuovi aerei è a Palazzo Chigi che dovrà decidere cosa fare. Occorre aprire una discussione che dovrà inevitabilmente arrivare fino al tavolo del presidente Trump”. La commessa iniziale dei caccia di 5ª generazione ordinati dall’Italia e confermata da 4 governi (Prodi, Berlusconi, D’Alema, Berlusconi) prevedeva l’acquisto di 131 caccia F-35, nelle configurazione ‘B’ e ‘A’ – prezzo unitario di 122 milioni di euro e 90 milioni di euro – , poi scesi a 90 velivoli nel 2012 sotto il governo tecnico presieduto da Mario Monti, ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. Un’ulteriore diminuzione fu richiesta sotto il governo Letta nel 2014.

Attualmente il nostro paese ha già ricevuto 12 caccia F-35 dei 26 che ad oggi sembrano rappresentare il numero finale della flotta di Jsf che armerà l’Aeronautica e la Marina nel nostro paese. Saranno infatti gli F-35B nella versione a decollo Stovl a decollare dai ponti della portaeromobili Cavour, e forse dalla nuova Lhd “Paolo Thaon di Revel” (anche se si era detto di no), destinata a diventare la nuova ammiraglia della Marina Militare. Di questa unità in costruzione da Fincantieri a Castellammare di Stabia, del quale a lungo si è discusso, non si è avuto più alcun aggiornamento. Nel luglio del 2018, il neo ministro della Difesa Trenta aveva annunciato che l’Italia del governo Penstastellato non avrebbe acquistato nessun altro caccia F-35, mentre gli analisti valutavano e pianificavano la futura acquisizione o partecipazione al programma di sviluppo di caccia di 6ª generazione Tempest prodotto dalla britannica BaE. Tutti programmi che difficilmente attrarranno il consenso dei contribuenti che non percepiscono evidentemente la necessità di avere armi futuristiche per conflitti che sulla carta vengono visto come “guerre che non ci saranno mai”.

Adesso che l’Italia si è avvicinata alla Cina nei rapporti commerciai della Via della Seta, Washington rivendica la sua patria podestà sull’alleato “liberato”, e se non può frenare l’apertura ad oriente di uno stato partner, può sicuramente intimargli di regolare i conti e pagare la propria industria per il servizio reso. Con conseguenze a livello di politica interna che scontenteranno i contribuenti e potrebbero influenzare le loro scelte politiche al prossimo appuntamento elettorale.

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