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La Cina si prepara ad usare la forza per riportare Taiwan sotto il proprio controllo. L’obiettivo del Partitocomunista cinese (Pcc), sotto la guida del presidente Xi Jinping, è portare a termine il processo di unificazione nazionale entro il 2049. Il centenario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (Rpc) è infatti la data entro cui Xi intende conseguite la rinascita della nazione cinese. In tale occasione, Taiwan sarebbe il trofeo perfetto da esibire.

Oltre alla valenza geostrategica dell’isola, Taiwan ha anche un forte significato simbolico. Per Xi Jinping, riportare Taiwan sotto il controllo del governo cinese, significa dar prova della realizzazione del sogno cinese. Realizzare ciò che neppure Mao Zedong è riuscito a fare: l'”impresa immortale” che lo consegnerebbe alla millenaria storia del suo Paese.

Nella popolazione cinese, il sentimento nazionalista è cresciuto di pari passo al rafforzamento economico e militare. Da diversi anni Pechino ha intrapreso un processo di ammodernamento delle forze armate e si prepara ad usare la forza nella regione. L’escalation di tensioni degli ultimi mesi lascia intendere che Pechino è ancora disposta a una soluzione pacifica della questione taiwanese, ma non ha più la pazienza per tollerare le istanze indipendentiste di Taipei.

Il 2 febbraio, in un discorso alla Great Hall of People, il presidente cinese ha affermato: “Siamo intenzionati a creare i termini per una unificazione pacifica, ma non concederemo alcuno spazio all’indipendenza taiwanese (…) Non promettiamo di rinunciare all’uso della forza e ci riserviamo l’opzione di usare tutte le misure necessarie”.

Due giorni dopo, durante un incontro con i vertici militari, ha aggiunto che le forze armate cinesi devono rinforzare il loro senso di urgenza e prepararsi al meglio per la battaglia.

Gli esperti militari statunitensi hanno espresso preoccupazioni sul fatto che la crescente fiducia nelle proprie capacità militari possa indurre Pechino all’uso della forza.

Secondo altri, invece, la disparità con le capacità militari statunitensi è ancora troppo elevata e Pechino, che già deve preoccuparsi di contenere gli effetti della guerra commerciale sulla propria economia, non farà ricorso alla forza nel breve termine. A meno che non si verifichino particolari circostanze.

La situazione taiwanese

Situata a 160 chilometri a est della costa cinese, l’isola di Taiwan ospita circa 23,6 milioni di abitanti. La struttura portante della sua economia è l’industria, particolarmente avanzata nella produzione di tecnologie informatiche. Taiwan è anche uno dei centri affaristici e finanziari più importante dell’Asia.

Politicamente, Taipei elegge autonomamente il proprio governo con libere elezioni. Le due forze politiche principali sono il Kuomintang e il Partito progressista democratico. Seppure in maniera diversa, entrambe sostengono l’indipendenza dell’isola. Di recente, due nuove forze hanno fatto comparsa sulla scena politica del Paese: Formosa Alliance e il New Power Party, entrambe propugnano l’indipendentismo radicale. La prima, in particolare vuole indire un referendum per modificare il nome dell’isola. Un gesto che Pechino considererebbe inaccettabile.

Tsai Ing-wen, presidente di Taiwan e leader del Ppd, partito che nel 2016 ha sostituito il Kuomintang al potere, ha così commentato le recenti affermazioni di Xi: “La Cina deve rendersi conto dell’esistenza di Taiwan e non negare il sistema di un Paese democratico costruito in comunione d’intenti dal popolo taiwanese”.

La disputa e le pressioni cinesi

La Cina considera Taiwan una provincia ribelle, che non ha mai accettato la sconfitta della guerra civile cinese, terminata nel 1949, quando i comunisti presero il potere. Taiwan invece si considera un Paese libero e democratico fuori dal controllo del Partito Comunista. E tuttavia non può ufficialmente dichiarare la sua indipendenza senza temere un attacco da parte della RPC.

Formalmente Taiwan si definisce Repubblica di Cina (Rdc), in continuità con l’entità politica che nel 1912 spodestò la dinastia Qing. Nel luglio 1949, dopo anni di guerra civile, l’avanzata delle truppe comuniste costrinse l’esercito nazionalista di Chiang Kai-Shek a rifugiarsi sull’isola di Formosa. Il primo ottobre dello stesso anno, il presidente Mao Zedong annunciava la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Due mesi più tardi, Chiang Kai-Shek proclamava Taipei la capitale provvisoria della Rrc (la capitale ufficiale sarebbe Nanchino, situata nella Cina continentale).

Ancora oggi, Pechino e Taipei si rinnegano a vicenda, considerandosi gli unici governi legittimi del popolo cinese.

Fino a quasi 50 anni fa, le nazioni occidentali riconoscevano Taiwan come la vera Cina. Pechino ha fatto sempre più pressioni sulle sue relazioni diplomatiche per escludere i rappresentanti di Taiwan dagli eventi internazionali, compresi i concorsi di bellezza. Ad oggi, solo 17 stati riconoscono e intrattengono relazioni diplomatiche con la Repubblica di Cina.

Le pressioni cinesi sull’isola sono aumentate in seguito alla vittoria del Pdd nelle elezioni del 2016. Da allora, Pechino ha cambiato atteggiamento nei confronti dell’isola, tagliando i rapporti con Taipei. Le Ultime minacce cinesi sarebbero infatti mirate proprio a spingere i taiwanesi verso l’elezione di un governo più accondiscendente verso la RPC nelle prossime elezioni del 2020. Secondo altre ipotesi, la Cina starebbe spostando le attenzioni sulla questione taiwanese anche per distrarre i cittadini cinesi dal rallentamento economico, conseguenza della guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti.

Di fatto, però, i due Paesi conducono vite separate da ormai 70 anni ed esiste un crescente divario su ciò che significa essere taiwanesi per le nuove generazioni. Un sondaggio condotto dalla National Chengchi University mostra come, a partire dal 1992, il numero dei taiwanesi che si identifica esclusivamente taiwanese (quindi non cinese) è cresciuto dal 17,6% al 54,4%. Un altro recente sondaggio indica che il 70% dei giovani taiwanesi sarebbero disposti a combattere per difendere l’indipendenza dell’isola.

La posizione di Washington

Nel 1979 il governo statunitense ha riallacciato normali rapporti con la Rpc, negando il riconoscimento formale a Taiwan, a cui però ha continuato a vedere armi a scopo difensivo. Washington è di fatto il principale alleato di Taipei, ma non esiste un accordo formale che garantisca un intervento degli USA in caso di attacco cinese all’isola. Nel 2017, Wahsington e Taipei hanno siglato il National Defense Authorization Act, che prevede visite reciproche tra navi da guerra e alti funzionari. La sua voluta disapplicazione è l’unico motivo a scongiurare l’intervento cinese.

Nel 2016, la telefonata di Donald Trump a Tsai all’inizio del suo mandato ha colto tutti di sorpresa, ed è proprio la condotta di Trump negli affari internazionali a rendere imprevedibile il suo comportamento in caso di una crisi nello stretto di Taiwan.

Negli ultimi anni, in diverse occasioni, gli stati uniti hanno inviato navi da guerra nello stretto di Taiwan per dimostrare supporto all’isola, quando Jim Mattis era il segretario alla difesa statunitense. Le sue recenti dimissioni pongono un’ulteriore incognita sul coinvolgimento statunitense.

Taiwan è però in un’importante posizione strategica per contenere l’espansione cinese nel pacifico: una volta presa Taiwan la Cina controllerebbe linee di comunicazioni aeree e navali, tenendo sotto scacco Giappone e Filippine. In una tale eventualità, anche i territori americani di Guam e Saipan, con le loro basi militari sarebbero facilmente vulnerabili. Non è quindi da escludere completamente che Washington rinunci a difenderla.

L’eventualità del conflitto

Al di là delle dichiarazioni di Xi Jinping, la Cina non ha intenzione di invadere militarmente Taiwan nel breve termine, a meno che non sia la situazione a richiederlo. L’eccessiva predominanza di forze politiche indipendentiste sull’isola, l’eccessivo appoggio americano al governo di Taipei oppure una crescente richiesta di risoluzione della questione da parte dell’opinione pubblica cinese sono tra i fattori per cui Pechino potrebbe decidere di ricorrere alla forza prima del previsto.

Un’invasione militare di Taiwan, per Pechino, significherebbe ovviamente anche prepararsi a sostenerne le conseguenze: il costo umano del conflitto e le sanzioni da parte della comunità internazionale sarebbero esiziali.

Dal punto di vista militare, la Cina dispone di molti più mezzi e risorse rispetto a Taiwan e sulla carta, potrebbe facilmente distruggere l’isola coi suoi missili. Per quanto riguarda assumerne il controllo, però, gli stessi esperti dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) considerano molto difficile uno sbarco di mezzi anfibi sull’isola. Oltre alle difese taiwanesi, la tempistica, le condizioni meteorologiche e il terreno sono fattori che aumentano la difficoltà dell’impresa.

Un’invasione dell’isola dovrebbe avvenire nei mesi di aprile e ottobre, quando le condizioni dello stretto sono favorevoli all’attraversamento dei mezzi anfibi. La preparazione di un attacco impiega mesi e Taiwan avrebbe modo e tempo di osservarne i preparativi e correre ai ripari. Anche in condizioni favorevoli, le navi cinesi sarebbero facile bersaglio per i missili di Taiwan, e l’epa sarebbe probabilmente costretto a impiegare un numero di navi tale da sopraffare in numero le difese taiwanesi.

Infine, raggiunte le coste, prima di stabilire una testa di ponte l’Epl dovrebbe poi affrontare le truppe di terra taiwanesi, che potrebbero essere in grado di resistere per mesi, il tempo necessario per permettere agli Usa di intervenire.

Al di là delle speculazioni strategiche, le posizioni degli esperti concordano sul ritenere improbabile un imminente attacco cinese a Taiwan. Dovendo considerare l’ipotesi di una guerra su media scala con gli Stati Uniti, è più facile che Pechino intenda prima portare a compimento l’ammodernamento delle sue forze armate e che quindi, in mancanza di una soluzione pacifica o di un evento tra quelli di cui sopra, una tale impresa avrebbe maggiori probabilità di verificarsi tra una decina d’anni.

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