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	<title>plastica Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 26 Jan 2025 18:21:58 +0000</lastBuildDate>
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	<title>plastica Archives - InsideOver</title>
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		<title>La Thailandia dice basta: Paesi ricchi, i rifiuti di plastica smaltiteveli da soli</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/la-thailandia-dice-basta-paesi-ricchi-i-rifiuti-di-plastica-smaltiteveli-da-soli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jan 2025 18:21:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<category><![CDATA[Rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-1536x1023.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Thailandia ha definitivamente vietato l'importazione di rifiuti di plastica dai Paesi più ricchi. Le possibili conseguenze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-thailandia-dice-basta-paesi-ricchi-i-rifiuti-di-plastica-smaltiteveli-da-soli.html">La Thailandia dice basta: Paesi ricchi, i rifiuti di plastica smaltiteveli da soli</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/OVERCOME_2025011513452311_c0580831324f86d96f6645f960691faa-1536x1023.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Thailandia ha definitivamente <strong>vietato </strong>l&#8217;importazione di rifiuti plastici dai Paesi più ricchi, segnando un punto di svolta nella lotta contro l&#8217;inquinamento globale. Questa decisione, frutto di anni di pressione da parte degli attivisti ambientali e delle comunità locali, potrebbe riflettere la crescente consapevolezza sull&#8217;<strong>ingiustizia ambientale</strong> e la necessità di responsabilizzare i Paesi industrializzati. Il <strong>divieto di importazione di rottami in plastica</strong>, approvato nel 2023, è entrato in vigore ufficialmente a partire dal 1° gennaio 2025. Lo scopo è quello di contrastare l’inquinamento e tutelare la salute dei cittadini, fermando un fenomeno che ha trasformato il Paese in una delle principali destinazioni dei rifiuti plastici provenienti da Europa, Giappone, USA e Regno Unito.</p>



<p>Grazie a questa nuova sfida, la Thailandia potrebbe riuscire a posizionarsi come leader regionale nella lotta al cosiddetto “<strong>colonialismo dei rifiuti</strong>” e nella regolamentazione del loro traffico transfrontaliero.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché i rifiuti finivano in Thailandia</h2>



<p>Il motivo per cui l&#8217;import di rifiuti nel Paese è stato così alto negli ultimi anni va ricercato nelle azioni della <strong>Cina</strong>. Nel 2018, la Repubblica Popolare Cinese aveva annunciato lo <strong>stop all&#8217;arrivo di plastica</strong> da riciclare da Europa, Usa, Corea e Giappone, creando non pochi disagi all&#8217;industria globale. Fino a quel momento, e sin dagli anni Novanta, la Cina aveva accolto, smaltito o riciclato la plastica di tutti i Paesi ricchi. Il Governo thailandese ha autorizzato l&#8217;importazione di rifiuti di plastica nel 2018, probabilmente per sostenere l&#8217;industria del riciclaggio della plastica. E così il Paese ha ricevuto in un anno oltre <strong>500.000 tonnellate di rifiuti in plastica</strong>. Il <a href="https://www.bangkokpost.com/thailand/special-reports/2933121/thailands-full-plastic-waste-import-ban-faces-hurdles">Dipartimento delle dogane</a> ha affermato che<strong> tra il 2018 e il 2021 </strong>sono state importate oltre <strong>1,1 milioni di tonnellate </strong>di rottami di plastica.</p>



<p>Tutto questo accadeva in un Paese che non possiede le infrastrutture adeguate per riciclo e smaltimento, perciò molto spesso&nbsp;i rifiuti venivano <strong>bruciati</strong>, arrecando un grave danno all&#8217;ambiente e alla popolazione locale. Secondo le <a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/jan/07/thailand-bans-imports-plastic-waste-curb-toxic-pollution">ricerche </a>del Revolution Plastics Institute dell’Università di Portsmouth,&nbsp;<strong>dal 40 al 65% </strong>della plastica in disuso viene bruciata&nbsp;all’aperto nei paesi a basso e medio reddito. Secondo il&nbsp;<strong><a href="https://www.nationthailand.com/sustaination/40042938" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rapporto</a></strong>&nbsp;della&nbsp;Environmental Justice Foundation (EJF), l’inquinamento causato dalla plastica ha avuto un <strong>impatto sulla biodiversità </strong>e sulla salute proprio a causa degli incendi e quindi dell’inquinamento dell’aria. </p>



<p>Inoltre, l&#8217;ingente afflusso ha interrotto il ciclo locale di gestione dei rifiuti e danneggiato i piccoli operatori addetti alla raccolta dei rifiuti. Si aggiunga anche una scarsa applicazione delle leggi, che hanno permesso anche <strong>l&#8217;import di rifiuti contaminati e illegali,</strong> aggravando il livello di inquinamento, a cui sono susseguite proteste e denunce. Il Paese è anche tra i dieci maggiori inquinatori di plastica al mondo, generando circa 2 milioni di tonnellate di rifiuti plastici ogni anno.</p>



<p>Nel 2021 è partita una campagna che <strong>chiedeva al Governo di interrompere l&#8217;import dei rifiuti dai Paesi esteri</strong>. Secondo quanto riportato dal<a href="https://www.bangkokpost.com/thailand/special-reports/2933121/thailands-full-plastic-waste-import-ban-faces-hurdles"> Bangkok Post</a>, il movimento scaturito dalle Ong ambientaliste aveva raccolto il sostegno di 108 organizzazioni della società civile e promosso una <strong>petizione </strong>su Change.org, ottenendo ben<strong> 32.000 firme</strong>. Si può dire che il divieto attualmente approvato rappresenti una vittoria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ci sono ancora perplessità</h2>



<p>Nonostante si tratti di un notevole passo avanti, anche gli ambientalisti avvertono della sfida che ancora dovrà affrontare il governo. Il rischio, ha segnalato la<strong> Ong Environmental Justice Foundation</strong>, è che&nbsp;il riciclo o la distruzione dei rifiuti&nbsp;plastici nel Paese prosegua illegalmente. La Thailandia funge già ora da&nbsp;<strong>hub di transito</strong>&nbsp;per i rifiuti diretti in altri stati dell’area, e la nuova legge non vieta queste attività. </p>



<p>“Sebbene questo sia un grande passo avanti per la Thailandia&#8221; ha affermato il ricercatore della campagna sulla plastica presso l&#8217;Environmental Justice Foundation <strong>Punyathorn Jeungsmarn</strong>, &#8220;c&#8217;è ancora molto lavoro da fare. Dopo l&#8217;entrata in vigore della legge, il governo thailandese deve impegnarsi per garantirne l&#8217;applicazione e l&#8217;implementazione”. E aggiunge, <strong>“la legge attuale non affronta il transito di rifiuti di plastica</strong>, il che significa che la Thailandia potrebbe essere utilizzata come Stato di transito per inviare rifiuti ai nostri… vicini”.</p>



<p>I &#8220;vicini&#8221; sono anche coloro che soffrono maggiormente le conseguenze del divieto cinese e che accumulano i rifiuti dei Paesi occidentali. I&nbsp;Paesi del sud-est asiatico<strong>&nbsp;</strong>che importano la maggior quantità di scarti in plastica sono i Paesi non-OCSE, ovvero&nbsp;<strong>Malaysia, Vietnam e Indonesia</strong>. Anch&#8217;essi, come la Thailandia, non hanno infrastrutture e tecnologie adeguate per gestirli in modo quantomeno sostenibile. </p>



<p>Il motivo di questo tipo di mercato è anche economico. I Paesi che accolgono i rifiuti vengono retribuiti per smaltirli, anche se in modo inadeguato. Secondo l<strong>&#8216;Osservatorio della complessità economica</strong> (OEC), nel 2022 la Malaysia ha importato 238 milioni di dollari di rottami di plastica, il Vietnam 182 milioni e l&#8217;Indonesia 104 milioni.</p>



<p>Tutto questo coinvolge anche la&nbsp;<strong>Turchia</strong>, diventata “<strong><a href="https://it.insideover.com/ambiente/perche-la-turchia-e-la-discarica-deuropa.html#:~:text=Negli%20ultimi%20anni%2C%20la%20Turchia,dinamiche%20economiche%2C%20politiche%20e%20ambientali.">discarica d’Europa</a></strong>”, dove, secondo i<strong>&nbsp;</strong>dati Eurostat, solo nel 2023 il Regno Unito ha esportato in Turchia 140.907 tonnellate di rifiuti in plastica, la Germania 87.109, il Belgio 74.141, l’Italia 41.580 e i Paesi Bassi 27.564.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-thailandia-dice-basta-paesi-ricchi-i-rifiuti-di-plastica-smaltiteveli-da-soli.html">La Thailandia dice basta: Paesi ricchi, i rifiuti di plastica smaltiteveli da soli</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Fast Fashion &#8211; Bello quel maglione! L&#8217;ho trovato nel pesce</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/fast-fashion-bello-quel-maglione-lho-trovato-nel-pesce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Manuele Avilloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 May 2024 08:35:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-1536x1022.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le microplastiche liberate dai tessuti  sintetici usati per la fast fashion inquinano l'ambiente e finiscono nei cibi. L'allarme degli esperti</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/fast-fashion-bello-quel-maglione-lho-trovato-nel-pesce.html">Fast Fashion &#8211; Bello quel maglione! L&#8217;ho trovato nel pesce</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240528001022687_4502a830d0d0013519bbbe0a46a926bb-1536x1022.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Abiti che non durano molto e che nelle migliori delle ipotesi finiscono col diventare ottimi pigiamini. Ma a quale prezzo? Stando a quanto scritto dalla Commissione Europea, tra il 2000 e il 2015 la produzione tessile è raddoppiata e nonostante l’attenzione ai danni della<a href="https://it.insideover.com/ambiente/insostenibile-leggerezza-reso.html"> <em>fast fashion</em></a> i milioni di tonnellate di abiti non riutilizzabili continuano a crescere costantemente. La <em>fast fashion</em>, modello di produzione e consumo di abbigliamento che enfatizza la rapidità e il basso costo, è responsabile dell’utilizzo, ogni anno, di <strong>93 miliardi di metri cubi di acqua</strong> nonché dell’inquinamento acquifero. Un costo decisamente elevato per l&#8217;ambiente e questo senza pensare alle discariche di vestiti e all&#8217;inquinamento da microplastiche che rappresentano serie minacce ambientali associate a questo settore.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le discariche di vestiti: un problema in crescita</strong></h2>



<p>Ogni anno, miliardi di capi di abbigliamento finiscono nelle discariche. Secondo un rapporto dell&#8217;Ellen MacArthur Foundation, <strong>il 73% dei materiali utilizzati nella produzione di abbigliamento finisce in discarica o viene incenerito</strong>. Questo rappresenta un&#8217;enorme quantità di rifiuti tessili che, oltre a occupare spazio, rilasciano sostanze chimiche nocive nel suolo e nelle acque sotterranee durante la decomposizione. Gli indumenti della fast fashion sono ideati per essere indossati poche volte prima di essere gettati. La loro qualità è inferiore e il rapido turnover delle collezioni incoraggiano i consumatori a comprarne frequentemente di nuovi capi. Questo contribuisce all&#8217;accumulo di rifiuti tessili. Ma se pensiamo che questi indumenti inquinino solo nelle discariche ci sbagliamo di grosso: inquinano anche durante il loro utilizzo, specialmente quando ne eseguiamo il lavaggio, rilasciando nell’ambiente ed anche su noi stessi impercettibili quantità di fibre sintetiche. </p>



<p>Ogni anno le microplastiche che finiscono negli oceani ammontano a 500mila tonnellate, dato in aumento se si considera che secondo un rapporto della European Environment Agency i cittadini europei acquistano circa 26 kg di vestiti all&#8217;anno, ma ne scartano circa 11 kg, spesso dopo un uso molto limitato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I tessuti e le sostanze chimiche della fast fashion</strong></h2>



<p>Ogni anno sono 92 milioni le tonnellate di rifiuti tessili e molti dei tessuti utilizzati nella <em>fast fashion</em> sono stati trattati con sostanze chimiche per migliorarne le caratteristiche. I trattamenti chimici cui sono sottoposti i vestiti, che comprendono formaldeide, coloranti azoici e metalli pesanti, filtrano nel terreno e nelle falde acquifere dalle discariche compromettendo la salute umana e l&#8217;ambiente. Le discariche spesso sono abusive e si trovano in paesi lontani dove montagne di indumenti vengono scartate nella natura, ne è un esempio la discarica che sorge alla periferia di Alto Hospicio, all&#8217;estremità occidentale <strong>del deserto di Atacama, Cile</strong> o le numerose discariche del Ghana che ogni settimana accolgono oltre 15 milioni di indumenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La fonte delle microplastiche nei vestiti</strong></h2>



<p>Ma cosa sono le microplastiche e perché sono pericolose? Le microplastiche sono piccole particelle di plastica, di dimensioni inferiori a 5 millimetri, che derivano dalla disgregazione di materiali plastici più grandi. Nei vestiti, queste particelle provengono principalmente dalle fibre sintetiche come poliestere, nylon e acrilico, ampiamente utilizzate nella <em>fast fashion</em>. Ad ogni ciclo di lavaggio un capo sintetico può rilasciare migliaia di microfibre plastiche nell&#8217;acqua, più precisamente fino a 700.000 microfibre che filtrano attraverso i sistemi di trattamento delle acque reflue e finiscono nei fiumi e negli oceani determinando l&#8217;inquinamento marino alterando lo sviluppo della fauna ittica.</p>



<p>Come abbiamo scritto tutte le microplastiche rappresentano una grave minaccia per gli ecosistemi marini oltre che per la salute umana. Gli organismi acquatici ingeriscono queste particelle, che si accumulano nella catena alimentare. In questo modo le microplastiche entrano nella catena alimentare umana attraverso il consumo di pesce e frutti di mare. Una ricerca condotta dal gruppo del&nbsp;<strong>Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti dell’Università di Catania&nbsp;</strong>ha riportato le concentrazioni di microplastiche contenute in alcuni degli alimenti più consumati in Italia. Un ulteriore studio ha dimostrato come le microplastiche presenti nel cibo, nell’aria e anche nel sangue umano, possono determinare lesioni infiammatorie. Insomma, le microplastiche inalate o ingerite penetrano nei tessuti e nelle cellule generando un impatto fino ad oggi sconosciuto e trascurato. Ma allora cosa possiamo fare con i capi già in circolazione? Una delle soluzioni possibili è quella di installare, nei nostri sistemi di lavaggio, dei filtri che catturano le microfibre.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un cambiamento possibile</strong> </h2>



<p>Ovviamente come ogni volta in cui si parla di ambiente è necessario ripensare ai nostri attuali modelli di consumo. Nel frattempo, per mitigare l&#8217;impatto ambientale della <em>fast fashion</em> è essenziale promuovere pratiche di moda sostenibile e questo include l&#8217;utilizzo di materiali ecologici, la progettazione di abiti più duraturi e il sostegno a modelli di business sostenibili. Inoltre, dobbiamo ripensare i nostri modelli di riciclaggio e il riuso dei vestiti sensibilizzando gli attuali consumatori e le generazioni che seguiranno. Avere consapevolezza sull&#8217;impatto ambientale delle nostre scelte è cruciale. Bisogna spingere i <strong>grossi marchi della <em>fast fashion </em>ad attuare una trasformazione</strong> e nel frattempo sensibilizzare i consumatori a ridurre la domanda. Affrontare questi problemi richiede un impegno collettivo da parte di produttori, consumatori e legislatori. Solo attraverso un cambiamento verso pratiche di moda più sostenibili e responsabili possiamo sperare di mitigare i danni ambientali causati da questo settore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/fast-fashion-bello-quel-maglione-lho-trovato-nel-pesce.html">Fast Fashion &#8211; Bello quel maglione! L&#8217;ho trovato nel pesce</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Giornata della Terra? Bella ma dura solo 24 ore</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/giornata-della-terra-bella-ma-dura-solo-24-ore.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Manuele Avilloni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Apr 2024 05:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
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		<category><![CDATA[plastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="inquinamento" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_2024042123141396_c9cafcd670aec9b1b6d6b33e5a38d283-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lanciata nel 1970 dopo l'ennesimo disastro ambientale, la Giornata della Terra oggi coinvolge 193 Paesi. Però un giorno l'anno non fa vincere certe sfide.</p>
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<p>Ogni anno, il 22 aprile, si celebra l’Earth Day, la giornata mondiale della terra, data nella quale il mondo dovrebbe unirsi per promuovere la salvaguardia del pianeta. Eppure la ricorrenza stessa sembra essere un paradosso, un solo giorno all’anno in cambio di una natura sofferente che rivendica la sua sconfinatezza frutto di millenni di convivenza simbiotica con l’uomo. E allora che senso ha festeggiare la giornata della terra? Potremmo spalmarvi su poche righe qualche bel dato su come produciamo e consumiamo più biologico, su come stiamo affrontando questa transizione verso il <em>green</em>, sarebbe più facile ma non adempiremmo al nostro compito, ci limiteremmo a pulirci la coscienza nei confronti di uno stile di vita insostenibile, allontanando dal traguardo una delle sfide più grandi e faticose che abbiamo mai affrontato, un cambiamento progressivo nel rapportarci ai consumi, al cibo, all’ambiente, alla quotidianità. &nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ma cos’è l’Earth Day e come nasce?</strong></h2>



<p>La prima edizione della giornata della terra risale al 1970 e si tenne negli Stati Uniti dopo il disastro ambientale legato all’incidente della piattaforma petrolifera a largo di Santa Barbara in California. L’ennesimo disastro ambientale, con milioni di litri di petrolio dispersi in mare, riuscì a colpire l’opinione pubblica a cui seguì la mobilitazione di diverse figure politiche. Sempre più persone si unirono al movimento e vennero progressivamente accolte diverse cause ambientali tra cui la lotta contro la plastica. Oggi il movimento coinvolge ben 193 paesi nel mondo ed il suo principale obiettivo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei problemi ambientali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La lotta contro la plastica</strong></h2>



<p>Con una produzione annua pari a 450 milioni di tonnellate, quello della plastica è uno dei problemi ambientali più urgenti. La produzione di oggetti in plastica è stata una rivoluzione che ha influenzato diversi settori della vita umana, dalla medicina al trasporto degli alimenti. Eppure l’uso della plastica è stato a lungo trascurato e non esiste un ecosistema marino, compresi i poli, nei quali non siano stati trovati residui di bottiglie, imballaggi, reti da pesca, tappi o qualsiasi altro oggetto monouso ci venga in mente. Si stima che con l’odierno tasso di produzione di plastiche entro il 2050 potremmo dare origine ad interi mari (non “isole”) di plastica. I rifiuti di plastica già sversati in mare ammontano a circa 150 milioni di tonnellate e alcuni di essi sono stati trovati a una profondità di 10 mila metri.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cause e Conseguenze</strong></h2>



<p>Inutile dire che gran parte della presenza delle plastiche nel mare dipende da una cattiva gestione dei rifiuti sulla terra, compresa la limitata capacità di riciclo e riutilizzo dei materiali plastici. A questo si aggiungono le discariche illegali in diverse zone del mondo, il mancato o insufficiente trattamento delle acque reflue, i trasporti, l’attività industriale, le attività relative alla pesca, le cattive abitudini dei fruitori del mare e delle spiagge, insomma gran parte delle attività connesse all’antropocene. Ma qual è il costo che stiamo pagando? Possiamo sicuramente partire da un dato certo, le conseguenze della plastica in mare sono devastanti. Ormai ognuno di noi avrà visto almeno una volta un video che ritrae la presenza di plastica nello stomaco di animali marini oppure un pesce intrappolato in qualche oggetto di plastica. &nbsp;La presenza di microplastiche nel pesce che ingeriamo è ormai una consapevolezza diffusa.</p>



<p>Ma il problema della plastica non riguarda solo gli oceani, una ricerca condotta dal gruppo del&nbsp;Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti dell’Università di Catania<strong>&nbsp;</strong>ha riportato le concentrazioni di microplastiche contenute in alcuni frutti e verdure più consumati in Italia. Successivamente un ulteriore studio ha dimostrato come le microplastiche presenti nel cibo, nell’aria e anche nel sangue umano, possono determinare lesioni infiammatorie. Le microplastiche inalate o ingerite penetrano nei tessuti e nelle cellule generando un impatto che in passato ci era sconosciuto. Tutto questo mentre ogni anno continuiamo a riversare, negli oceani, dai 4,8 ai 12,7 mln di tonnellate di plastica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>E gli altri problemi?</strong></h2>



<p>La giornata della terra non è solo il problema della plastica è un movimento che coinvolge oltre un miliardo di persone di tutto il mondo che ritengono di dover scendere in campo contro una moltitudine di sfide tra le quali la perdita di biodiversità, la desertificazione, l’inquinamento da combustibili fossili, lo spargimento di rifiuti tossici, l’utilizzo intensivo di pesticidi e molto altro. Ma guardiamoci bene dall’individuare soluzioni facili, non è sufficiente parlare di rinnovabili, non è sufficiente metterci in gioco una volta l’anno per pulirci la coscienza. Prima di scegliere carne biologica perché più green, comprare l’ennesima borraccia perché fa moda, dovremmo metterci in discussione come consumatori, una risposta facile non esiste e l’<em>earth day</em> è ogni giorno in ogni scelta.</p>
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		<title>Perché l&#8217;Asia è l&#8217;epicentro globale dell&#8217;inquinamento della plastica</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/perche-lasia-e-lepicentro-globale-dellinquinamento-della-plastica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jun 2023 19:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Green economy]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172233214_188f1a38446bc02043822834dbe71fb5-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Capacità di smaltimento da rivedere e particolari usanze quotidiane: sono queste alcune delle cause che hanno trasformato l'Asia, in particolare il sudest asiatico, nell'epicentro globale dell'inquinamento della plastica. </p>
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<p>Mentre Europa e Stati Uniti continuano ad attuare normative <em>green </em>sempre più rigide, con l’intenzione di abbattere le emissioni di CO2, ridurre l’<strong>inquinamento</strong> e contrastare il cambiamento climatico, dall’altra parte del mondo, in <strong>Asia</strong>, le stesse battaglie procedono a rilento. Anche se non tutti i governi del continente asiatico possono essere messi sullo stesso piano, in generale i numeri ci raccontano una storia ben diversa rispetto alla comune vulgata secondo cui i problemi principali legati al danneggiamento dell’ambiente sarebbero per lo più appannaggio dell’Occidente. Prendiamo lo spinosissimo tema dello <strong>smaltimento della plastica</strong>. </p>



<p>Secondo i dati raccolti dall’associazione <em>Plastics Europe</em>, nel 2019 il 51% di questo materiale &#8211; altamente inquinante se non smaltito a dovere – è stato prodotto in Asia. La Cina era responsabile di oltre il 32% della produzione globale di plastica, ovvero più del doppio dell’<strong>Europa</strong>, ferma al 15%, e più di Canada, Messico e Stati Uniti, che insieme raggiungevano il 19%. <a href="https://plasticseurope.org/knowledge-hub/plastics-the-facts-2022/">Nell’ultimo report del 2022</a>, la situazione relativa alla produzione di plastica globale è rimasta pressoché invariata, con la Cina al comando (32%), seguita da Nord America (18%), Europa (15%), Resto dell’Asia (17%), Africa e Medio Oriente (8%), America Latina (4%) e Giappone (che da solo produce il 3% della plastica mondiale). </p>



<p>Per quanto riguarda lo scenario asiatico, urgono almeno due precisazioni. Innanzitutto non è detto che i principali <strong>produttori di plastica</strong> siano anche gli <strong>utilizzatori </strong>finali del prodotto, visto che, come nel caso cinese, bisogna considerare le esportazioni del materiale verso l’estero; dopo di che, sussistono sostanziali differenze tra le capacità di riciclo della plastica di alcuni Paesi tecnologicamente più avanzati, come Cina o Corea del Sud, rispetto ad altri, come ad esempio Filippine e Bangladesh. </p>



<p>Il risultato è una <strong>cartina a macchia di leopardo</strong>, nella quale l’Asia emerge come il &#8220;grande malato&#8221; internazionale della plastica. Non solo per i problemi legati al suo <strong>smaltimento</strong>, ma anche a causa di alcune <strong>usanze quotidiane</strong> deleterie.</p>



<iframe loading="lazy" title="Maggiori produttori di plastica nel mondo" aria-label="Map" id="datawrapper-chart-FeBCn" src="https://datawrapper.dwcdn.net/FeBCn/1/" scrolling="no" frameborder="0" style="border: none;" width="720" height="416" data-external="1"></iframe>



<h2 class="wp-block-heading">L’industria globale dei rifiuti di plastica</h2>



<p>L&#8217;Asia svolge un ruolo chiave nell&#8217;industria globale dei <strong>rifiuti </strong>di plastica, sia come maggior produttore che nei panni di destinazione madre delle esportazioni di rifiuti da tutto il mondo. </p>



<p>Da un lato, molte aziende del continente sono tra i maggiori contributori mondiali di <strong>rifiuti di plastica monouso</strong>, con quest’ultima utilizzata pressoché in ogni singolo ambito della quotidianità (soprattutto da Paesi come Giappone e Corea del Sud, dove il packaging è considerato un aspetto quasi culturale). Dall’altro lato bisogna tener presente il grande <strong>business </strong>legato allo smaltimento dei rifiuti, plastica compresa, incrementato a dismisura in seguito alla <strong>pandemia di Covid-19</strong>, un evento che ha portato in consumatori ad apprezzare la natura igienica dei prodotti in plastica monouso e ad usare mascherine mediche, kit di test e contenitori per il cibo da asporto. L’emergenza sanitaria ha poi bloccato i divieti e le politiche contro l’uso dei prodotti in plastica monouso, in precedenza emanati o pianificati, accelerando la crescita dei rifiuti di plastica in tutto il pianeta. </p>



<p>E qui entrano in gioco i Paesi in via di sviluppo del <strong>sudest asiatico</strong>, importanti importatori di rifiuti di plastica dall&#8217;Europa e dagli Stati Uniti.&nbsp;Insieme a <strong>Indonesia</strong> e <strong>Vietnam</strong>, la <strong>Malesia</strong>, in particolare, è tra le principali destinazioni di rifiuti provenienti dal mondo intero.&nbsp;Negli ultimi anni, Kuala Lumpur ha ricevuto oltre 300mila tonnellate di&nbsp;rifiuti di plastica esportati dall&#8217;Unione Europea, mentre&nbsp;le tre nazioni citate, insieme, risultano essere anche le principali destinazioni per&nbsp;le esportazioni di rifiuti di plastica dagli Stati Uniti, insieme ai vicini <strong>Thailandia</strong>, <strong>Hong Kong</strong>, <strong>Taiwan </strong>e <strong>India</strong>. </p>



<p>E la <strong>Cina</strong>? Fino al 2017, Pechino è stata la destinazione più calda delle esportazioni globali di rifiuti di plastica e, nello specifico, ha svolto un ruolo significativo nella lavorazione della plastica più difficile da riciclare.&nbsp;Tuttavia, all&#8217;inizio del 2018 il governo cinese ha emanato un divieto di importazione di diversi tipi di rifiuti, compresa la plastica. </p>



<p>Ebbene, le <strong>infrastrutture inadeguate</strong> per la raccolta e il trattamento dei rifiuti sono fattori di inquinamento da plastica in molti paesi dell’Asia-Pacifico (Apac).&nbsp;Insieme ad una <strong>mancanza di consapevolezza</strong> dei consumatori nei confronti del riciclaggio, queste circostanze compromettono la nascita di un’economia circolare nella regione.&nbsp;Secondo le proiezioni, l’Apac sarà responsabile di oltre il <strong>70%</strong> dei&nbsp;rifiuti di plastica mal gestiti a livello mondiale entro il 2025. Il problema principale è che una parte considerevole di questi rifiuti viene solitamente scaricata nell&#8217;oceano.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://it.insideover.com/iscriviti-alla-newsletter"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="810" height="150" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_asia.jpg" alt="" class="wp-image-393133" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_asia.jpg 810w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_asia-300x56.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/04/strip_io_newsletter_asia-768x142.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 810px) 100vw, 810px" /></a></figure>



<h2 class="wp-block-heading">L’inquinamento dei mari</h2>



<p>Il sudest asiatico è sia fonte che vittima dell&#8217;inquinamento da plastica nell&#8217;<strong>Oceano Pacifico</strong>, compreso il <strong>Mar Cinese Meridionale</strong>, i mari e i <strong>fiumi </strong>periferici dell’intero continente asiatico.&nbsp;</p>



<p>Questa regione, infatti, contribuisce in maniera decisiva alla fuoriuscita dei rifiuti di plastica terrestre negli oceani. Basti pensare che, dei primi dieci fiumi che rilasciano rifiuti negli oceani,&nbsp;sette si trovano nelle <strong>Filippine</strong>, con il fiume Pasig, lo stesso che attraversa la capitale Manila, che rappresenta, da solo, il 6,4% del totale. Seguono il Klang, in Malesia, e l’Ulhas, in India, entrambi con una quota dell’1,3% globale, e poi altri sette fiumi filippini, interrotti dal Gange indiano. </p>



<p>Dal punto di vista individuale, le Filippine, che producono molti meno rifiuti di Stati Uniti e Regno Unito, sono in vetta alla classifica dei Paesi che emettono nell’oceano più rifiuti di plastica a <strong>livello pro capite</strong>, con il sensazionale dato di ben 3,3 chilogrammi a persona, contro lo 0,01 chilogrammo a persona di Washington e Londra. </p>



<p>Come ha scritto il <em>South China Morning Post</em>, cinque Paesi asiatici – Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Thailandia &#8211; sono responsabili di oltre la metà dei rifiuti di plastica negli oceani. In un articolo per la Banca mondiale, inoltre il segretario generale dell&#8217;Associazione delle nazioni dell’Asean, Lim Jock Hoi, ha descritto il sudest asiatico come un &#8220;punto caldo per l&#8217;inquinamento da plastica&#8221;, indicando &#8220;la rapida urbanizzazione, l&#8217;aumento della classe media e infrastrutture inadeguate per la gestione dei rifiuti&#8221;. </p>



<p>La verità è che i Paesi in via di sviluppo faticano a gestire i rifiuti, importati o domestici, perché non possono contare su adeguate infrastrutture per <strong>trattarli </strong>o <strong>incenerirli in sicurezza</strong>.&nbsp;I rifiuti di plastica &#8220;mal gestiti&#8221; sono poi quelli che finiscono nell&#8217;ambiente, nei fiumi, e da lì negli oceani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-399992" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-2048x1365.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/06/ilgiornale2_20230615172252523_3683002ca71fb79eb7cb98964a9a0899-scaled.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La discarica di Mojokerto, East Java, in Indonesia, <br>Foto di EPA/FULLY HANDOKO</figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Il packaging asiatico</h2>



<p>Nel 2021, i due settori nei quali è stata utilizzata più plastica a livello globale sono quelli che fanno capo al <strong>packaging </strong>(44%) e all’edilizia e costruzioni (18%), seguiti da automotive (8%), elettronica (7%), sport, tempo libero e oggettistica quotidiana (7%), agricoltura e giardinaggio (4%) e altro (12%). </p>



<p>Dalla Thailandia a Taiwan, è comune trovare passanti che sorseggiano succhi di frutta o caffè freddo da <strong>sacchetti di plastica</strong>, o che trasportano tazze di plastica di bubble tea in piccoli contenitori, rigorosamente di plastica, con cannucce sempre di plastica.&nbsp;In <strong>Giappone</strong>, nello specifico, molti negozi offrono ai clienti il&nbsp;<strong>confezionamento individuale</strong>&nbsp;di frutta, snack e altri prodotti d’uso quotidiano. </p>



<p>Per quale motivo? Da un punto di vista culturale, l&#8217;<em><strong>Omotenashi</strong></em>, concetto giapponese di ospitalità, pone grande enfasi sulla&nbsp;presentazione. Anche dei prodotti in vendita sugli scaffali. I consumatori, di conseguenza, tendono a percepire l&#8217;imballaggio che ai nostri occhi può sembrare eccessivo come un&#8217;espressione di cura. Gli articoli confezionati singolarmente contribuiscono insomma ad un senso di&nbsp;igiene, che riveste grande importanza per il popolo nipponico e non solo (anche in Corea del Sud avviene qualcosa di simile). </p>



<p>Tutto ciò si traduce però in un enorme volume di rifiuti di plastica monouso da&nbsp;smaltire.&nbsp;La <em>Bbc </em>ha scritto che nel 2021 la produzione di bottiglie di plastica in Giappone è balzata all&#8217;incredibile cifra di 23,2 miliardi all&#8217;anno, dai 14 miliardi del 2004. Ogni anno, inoltre, circa 2,6 miliardi di bottigliette vengono incenerite, inviate alle discariche o perse nei corsi d&#8217;acqua e negli oceani. </p>



<p>Alcuni governi asiatici stanno tuttavia cercando di <strong>limitare la plastica monouso</strong> a disposizione del grande pubblico.&nbsp;Nella prima fase di un&nbsp;<a href="https://12ft.io/proxy?ref=&amp;q=https://www.scmp.com/news/hong-kong/health-environment/article/3196394/first-stage-ban-hong-kong-ban-single-use-plastics-be-brought-forward-two-years-2023-government-says?module=inline&amp;pgtype=article">piano in due fasi annunciato nell&#8217;ottobre 2022</a>, Hong Kong dovrebbe proibire l&#8217;uso di posate, piatti, bicchieri e palette di plastica – da tempo parte della cultura del cibo in movimento della città – dalla fine del 2023. Nel 2020, invece, il governo thailandese si è impegnato a eliminare una varietà di plastica monouso, compresi i sacchetti di plastica (entro il 2021) e le cannucce di plastica (entro il 2022), con tutti gli imballaggi di plastica rimanenti da riciclare entro il 2027. Nel 2022, il Giappone ha adottato una nuova legge per ridurre l&#8217;uso di posate di plastica usa e getta e altri prodotti nei ristoranti, negli alloggi e in altre attività (anche se la legge discrezionale copre solo 12 articoli specifici di plastica, tra cui spazzolini da denti degli hotel e grucce delle lavanderie a secco, e lascia alle aziende la possibilità di decidere come ridurre la loro produzione di plastica monouso). </p>



<p>La battaglia è però ancora lunga e complicata. Pochi governi, infatti, intendono veramente aggiungere pesi e limitazioni ai negozi di alimentari, ai venditori di prodotti freschi e ai produttori di plastica.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/perche-lasia-e-lepicentro-globale-dellinquinamento-della-plastica.html">Perché l&#8217;Asia è l&#8217;epicentro globale dell&#8217;inquinamento della plastica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>“Plastisfera”: da qui verrà la prossima pandemia?</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/plastisfera-da-qui-verra-la-prossima-pandemia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Mar 2021 18:07:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Oceano Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accumuli di plastica a Bao Beach, non lontano da Dakar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sia sulla terra che sul mare, i rifiuti di plastica sono talmente diffusi che alcuni ricercatori hanno persino proposto di etichettarli come una caratteristica “naturale” dell’Antropocene. &#8220;Plastisfera&#8221;, una definizione Nel 2013, studiando al microscopio i rifiuti plastici oceanici, un team di scienziati della Woods Hole Oceanografic Institution, la più grande istituzione privata di ricerca oceanografica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/plastisfera-da-qui-verra-la-prossima-pandemia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/plastisfera-da-qui-verra-la-prossima-pandemia.html">“Plastisfera”: da qui verrà la prossima pandemia?</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accumuli di plastica a Bao Beach, non lontano da Dakar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Sia sulla terra che sul mare, i rifiuti di plastica sono talmente diffusi che alcuni ricercatori hanno persino proposto di etichettarli come una caratteristica “naturale” dell’Antropocene.</p>
<h2>&#8220;Plastisfera&#8221;, una definizione</h2>
<p>Nel 2013, studiando al microscopio i rifiuti plastici oceanici, un team di scienziati della <a href="https://www.whoi.edu/"><em>Woods Hole Oceanografic Institution</em></a>, la più grande istituzione privata di ricerca oceanografica del mondo, scoprì che questa gragnola di isole di plastica era abitata da microorganismi diversi da quelli che proliferano normalmente in acqua. Croce e delizia della modernità, la plastica è in grado attrarre forme di vita non visibili ad occhio nudo. Per questa ragione la scienza ha battezzato come <strong>plastisfera</strong> l’ecosistema che si sviluppa sul materiale plastico presente nei mari e negli oceani. Questi aggregati di rifiuti, oltre ad essere dannosi per la fauna e la flora marina e per intera catena alimentare, sono in grado di divenire habitat di microrganismi potenzialmente dannosi, quali batteri, <strong>alghe</strong> e <strong>virus</strong>. Dagli anni Novanta ad oggi gli studi in questo senso sono andati moltiplicandosi, soprattutto in seguito alla scoperta del <em>Pacific Trash Vortex</em>, la gigantesca isola di plastica che fluttua nel Pacifico.</p>
<p>I primi a lanciare l’allarme a questo proposito sono stati tre studiosi- Linda A. Amaral-Zettler, Erik R. Zettler &amp; Tracy J. Mincer- che, attraverso micrografie elettroniche a scansione, si sono imbattuti nella complessa geografia della vita microbica sulle superfici abrase e porose di pezzi di plastica invecchiati e alterati dagli agenti atmosferici negli oceani. Si tratterebbe di una vera &#8220;<strong>barriera microbica</strong>&#8221; cioè di un ecosistema completo di predatori e prede, organismi che fotosintetizzano per produrre energia dalla luce (simile alle piante sulla terra) e persino parassiti e organismi potenzialmente patogeni dannosi per invertebrati, pesci e esseri umani. Le comunità della plastisfera sono distinte da quelle circostanti acque superficiali, il che implica che la plastica funge da nuovo habitat ecologico nell&#8217;oceano aperto. Una biodiversità sorprendentemente elevata, con oltre 1.000 tipi di microbi su residui di soli 5 mm o meno di diametro. Il problema della plastisfera risiede nella lunghissima durata dei materiali di cui è composta: i microbi che proliferano al suo interno possono essere trasportati poi per lunghe distanze, rendendoli una potenziale fonte di specie invasive.</p>
<h2>Una possibile bomba batteriologica</h2>
<p>Ciò che sconvolge la comunità scientifica è che nella plastisfera si trovano organismi che non si incontrano normalmente nell&#8217;oceano aperto come il <strong>genere <em>Vibrio</em></strong>. La maggior parte dei <em>Vibrio</em> non sono nocivi, ma alcune specie possono sono tuttavia in grado di giocare un ruolo importante nella patologia umana, e tra di essi il più rilevante è sicuramente <em>Vibrio cholerae</em>, agente eziologico del <strong>colera</strong>, la terribile tossinfezione dalla quale buona parte del mondo in via di sviluppo non si è emancipata. Nel 2019, una nuova allarmante scoperta ha superato la precedente: mentre studiavano i batteri trovati sui rifiuti di plastica al largo delle coste dell&#8217;Antartide, gli scienziati hanno scoperto che questi batteri erano resistenti agli antibiotici quanto i batteri più resistenti presenti negli ambienti urbani. Le plastiche restano nell’ambiente molto più a lungo rispetto ai materiali biodegradabili come il legno, sono capaci così di percorrere grandi distanze in molto tempo. Secondo Tracy J. Mincer, inoltre, il «passaggio digestivo» delle microplastiche attraverso gli animali marini, fornisce un <em>boost</em> di nutrienti ai patogeni della plastisfera rendendoli invincibili.</p>
<p>Ulteriori analisi condotta invece al largo della costa belga hanno rilevato, invece, patogeni per l’uomo come <em>E.coli</em>, <em>Bacillus cereus</em> e <em>Stenotrofomonas maltofilia</em>: i primi due sono strettamente collegati a note tossinfezioni alimentari, mentre il terzo è uno dei più comuni batteri che causano infezioni polmonari, soprattutto in soggetti dai polmoni compromessi, spesso multiresistente agli antibiotici. Come prevedibile, anche altre porzioni dell’idrosfera non sono esenti dalle conseguenze batteriologiche dei rifiuti plastici: i generi <em>Pseudomonas </em>e <em>Aeromonas</em>, sono stati associati a <strong>plastiche fluviali</strong>, le più interessate nel trasporto di patogeni; i primi sono responsabili di infezioni osteoarticolari, polmoniti ed endocarditi e sono resistenti alla maggior parte degli antibiotici, gli altri sono coinvolti in infezioni di ferite e in gastroenteriti, ma almeno non multiresistenti.</p>
<p>I rifiuti plastici, inoltre, non sono solo un habitat favorevole per virus e batteri ma anche per numerose altre specie. Nel 2017, appena sei anni dopo che lo tsunami aveva devastato le coste del Giappone e causato l&#8217;incidente a Fukushima, gli scienziati americani scoprirono circa <a href="https://www.smithsonianmag.com/science-nature/tsunami-japan-live-creatures-plastic-rafts-pacific-crossing-180971564/">trecento specie di invertebrati</a> sulla costa occidentale degli Stati Uniti che non erano mai state rilevate prima. Queste creature avevano attraversato il Pacifico sui detriti messi in moto dallo tsunami: queste specie straniere trapiantate artificialmente da un ecosistema all&#8217;altro possono diventare invasive e le plastiche oceaniche sono la loro “autostrada”.</p>
<h2>L&#8217;ombra del futuro</h2>
<p>Comunemente associati ad un inquinamento fisico e chimico, e alle implicazioni sulla fauna marina e sulla catena alimentare, i rifiuti plastici alla deriva non sono mai stati inquadrati nell’ottica di un possibile <strong>pericolo batteriologico</strong>. L’attenzione sugli eventi pandemici scatenatasi nell’ultimo anno ha portato alla ribalta studi e teorie precedentemente trascurate perché catastrofiste: ora è su questi dati e su queste ricerche che il mondo della scienza ha intenzione di puntare per premere sulla produzione di plastiche maggiormente ecocompatibili e sulla riduzione drastica della plastica monouso: ma come con la pandemia da Covid-19, il più grande ostacolo alla realizzazione di risultati e misure precauzionali condivise è e sarà il carattere transnazionale dell’“ottavo continente”.</p>
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		<title>Plastica, i rischi della svolta dell&#8217;India</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/plastica-i-rischi-della-svolta-dellindia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Sep 2019 07:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1296" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Rifiuti in India (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-768x518.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-1024x691.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Narendra Modi colpisce ancora. A partire dal prossimo 2 ottobre, anniversario della nascita di Mahatma Gandhi, l&#8217;India adotterà una legge nazionale che abolirà l&#8217;utilizzo della plastica monouso. I dettagli del provvedimento devono ancora essere discussi nel dettaglio, anche se in un primo momento si era parlato di apporre il ban a sei prodotti realizzati con &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/plastica-i-rischi-della-svolta-dellindia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1296" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Rifiuti in India (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-768x518.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Rifiuti-in-India-1024x691.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><a href="https://it.insideover.com/politica/rinascita-e-orgoglio-nazionale-cosi-modi-ha-incantato-lindia.html">Narendra Modi</a> colpisce ancora. A partire dal prossimo 2 ottobre, anniversario della nascita di Mahatma Gandhi, l&#8217;<strong>India</strong> adotterà una legge nazionale che abolirà l&#8217;utilizzo della plastica monouso. I dettagli del provvedimento devono ancora essere discussi nel dettaglio, anche se in un primo momento si era parlato di apporre il ban a sei prodotti realizzati con questo materiale usa e getta, ossia sacchetti, bicchieri, piatti, cannucce, bottiglie e bustine delle salse (per intenderci, quelle che si trovano in tutti i fast food). Lo sforzo si preannuncia notevole visto che il divieto non riguarderà solo il mercato interno dell&#8217;India ma anche le esportazioni degli oggetti in plastica monouso, sulle quali puntano numerose aziende locali. L&#8217;obiettivo del governo è eliminare le materie plastiche da qui al 2022 e quello di ottobre sarà soltanto il primo passo di un percorso che si preannuncia lungo quanto complicato. Già, perché l&#8217;imminente divieto ha indispettito le piccole attività, che molto presto dovranno trovare metodi alternativi di business.</p>
<h2>La lotta alla plastica monouso</h2>
<p>Come sottolinea il <a href="https://www.ft.com/content/a7d85bea-dbae-11e9-8f9b-77216ebe1f17"><em>Financial Times</em></a>, cresce l&#8217;apprensione in vista dell&#8217;annuncio che colpirà direttamente numerose aziende in un momento complicato, in cui l&#8217;economia nazionale sta rallentando e i consumi sono in calo. Modi era stato chiaro fin dallo scorso agosto, quando nel Giorno dell&#8217;Indipendenza aveva esortato l&#8217;India a &#8220;liberarsi dalla plastica monouso&#8221;. Numerosi esperti concordano sul fatto che Nuova Delhi, dal punto di vista ecologico, sia in una condizione critica, e che quindi il divieto sulla plastica sia una misura quanto mai necessaria. Eppure altri esperti ritengono che l&#8217;India non sia ancora pronta a effettuare questo passo. In alcune zone del paese, soprattutto nei villaggi lontani dalle grandi città, le attività quotidiane sono altamente dipendenti dalla plastica, e senza non riuscirebbero a sopravvivere. Dopo aver tolto il contante, creando non pochi disagi alla fascia medio-bassa della società, Modi dovrà essere bravo a convincere la gente comune di un provvedimento che rivoluzionerà dall&#8217;oggi al domani le loro vite.</p>
<h2>I rischi del provvedimento</h2>
<p>In India l&#8217;inquinamento è una cosa seria. La raccolta dei rifiuti risponde per lo più a un settore informale e le strade del paese sono disseminate da spazzatura di ogni tipo, fra cui l&#8217;immancabile <strong>plastica</strong>. Secondo le <a href="https://www.un.org/">Nazioni Unite</a> tre dei dieci fiumi che trasportano negli oceani il 90% dei rifiuti di plastica sono indiani, e basterebbe questo dato per far scattare ogni campanello di allarme possibile e immaginabile. È evidente che l&#8217;amministrazione Modi debba rimboccarsi le maniche e fare qualcosa in più che non <a href="https://it.insideover.com/ambiente/il-miracolo-ecologico-di-cina-e-india-e-una-lezione-per-loccidente.html">limitarsi a piantare alberelli in qua e in là per fini più propagandistici</a> che non davvero utilitaristici. La legge che mira a vietare la plastica monouso è ottima ma il rischio è che venga lanciata all&#8217;improvviso, senza preparare cittadini e imprese in modo adeguato alla novità che li attenderà. Come se non bastasse il divieto entrerà in vigore in un periodo particolare, cioè all&#8217;inizio della stagione festiva dell&#8217;India, quando centinaia di milioni di indiani celebreranno il festival indù Diwali, mettendo ulteriormente sotto pressione le aziende, che presumibilmente riceveranno numerose richieste di prodotti in plastica monouso. Il nuovo provvedimento dovrebbe ridurre il consumo annuale di plastica in India di circa il 5-10%, che sul valore complessivo di 14 milioni di tonnellate annue è una cifra assai considerevole. Se le grandi multinazionali operanti in India si stanno attrezzando al giorno del giudizio, le piccole aziende e le persone più povere, tra cui gli indiani che per sbancare il lunario raccolgono e vendono rifiuti in plastica, rischiano di finire sul lastrico.</p>
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		<title>La plastica ha le ore contate</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/la-plastica-ha-le-ore-contate.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2019 13:42:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[plastica]]></category>
		<category><![CDATA[Riciclaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accumuli di plastica a Bao Beach, non lontano da Dakar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso 10 maggio la Convenzione di Basilea ha aggiunto gli scarti della plastica contaminata, mischiata e non riciclabile, al trattato che regola il controllo dei movimenti trans-frontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento. In pratica, chi esporta plastica in un altro Paese deve ottenere preventivamente il consenso della nazione che importa. Il problema &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-plastica-ha-le-ore-contate.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/la-plastica-ha-le-ore-contate.html">La plastica ha le ore contate</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Accumuli di plastica a Bao Beach, non lontano da Dakar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/Plastica-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Lo scorso 10 maggio la <strong>Convenzione di Basilea</strong> ha aggiunto gli scarti della <strong>plastica</strong> contaminata, mischiata e non riciclabile, al trattato che regola il controllo dei movimenti trans-frontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento. In pratica, chi esporta plastica in un altro Paese deve ottenere preventivamente il consenso della nazione che importa.</p>
<p>Il problema è che i polimeri, cioè le macromolecole della plastica, per potere essere rigenerati devono essere assolutamente identici (la normativa Din 7728 e 1678 che associa ad ogni materia plastica una sigla ne conta ben 48 tipi). Inoltre c’è la possibilità che additivi chimici pericolosi legati al passato utilizzo potrebbero rimanere all’interno del prodotto riciclato. La conseguenza è che solo il 9% della plastica in circolazione è riadattata, tutto il resto bruciata o lasciata in natura. Allora ecco gli oceani invasi dalla plastica e gli enormi danni al territorio. Basta pensare che quando le micro-particelle si disgregano nell’ambiente possono raggiungere le acque dolci comprese le falde acquifere. Tanto è bastato a Thailandia, Malaysia e Vietnam &#8211; Paesi con altissimi tassi di povertà &#8211; per rinunciare alle fette di mercato lasciate dalla Cina. Perché il mondo dello smaltimento della plastica è fatto anche di <strong>imprese illegali</strong> e di persone ai limiti della sussistenza e dunque al di là di qualsiasi messa a norma.</p>
<p>Ma niente è perduto: “Panta rhei”- tutto scorre -, considerato che a questo mondo non esistono certezze neppure per la plastica. A proposito, Harry Austin, dell’università di Portsmouth, e Gregg Beckham, del laboratorio nazionale delle energie rinnovabili degli Stati Uniti, hanno scoperto <strong>un enzima in grado di mangiare e digerire i polimeri</strong>. Addirittura pare che abbiano sintetizzato una proteina in laboratorio ancora più vorace di quella ritrovata.</p>
<p>E c’è da chiedersi quale impatto potrà avere l’utilizzo massivo dell’enzima sugli equilibri geopolitici. Visto che, se il riciclo della plastica è un territorio oscuro e ricco di ombre, è anche la soluzione per dare reddito in cambio di una maggiore stabilità di governo.</p>
<p>Fino a qualche mese fa, e dal 1992, la <strong>Cina</strong> era il maggior acquirente di rifiuti plastici. Li pagava, a tonnellata, il doppio degli altri Paesi ricavandone un profitto di duecento milioni di dollari e dando lavoro a 1.5 milioni di persone. Creando un’economia che ha consentito di impiegare manodopera non qualificata nelle zone più depresse del Paese. Nientemeno, si sono formati agglomerati urbani la cui economia si regge unicamente sulla gestione dei rifiuti; come Shilao famosa per essere la destinazione finale delle luci rotte degli alberi di Natale. Ma allo stesso tempo sono nate una costellazione infinita di atelier privati, spesso illegali e/o unica fonte di reddito di persone emarginate (individui non registrati figli di chi ha violato la legge sul figlio unico e non ha potuto permettersi la sanzione, persone iscritte su black list che mai troveranno un lavoro ufficiale e così via).</p>
<p>Sennonché lo scorso 4 febbraio 2018 il governo cinese ha dichiarato guerra alla povertà. Intento che nel Paese di mezzo significa fondamentalmente rimediare alle differenze tra città e campagna.</p>
<p>La ragione è che non esiste una Cina ma tante “Cine” quante sono le sue province. Le stesse leggi, compresa quella dell’obbligo scolastico, hanno diversi gradi di applicazione. E la politica dell’<em>houko</em>, la residenza obbligatoria non ha aiutato. Così se nel 2003 l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha classificato la popolazione in dieci classi secondo lo status occupazionale e l’accesso alle risorse, l’obiettivo attuale del governo è rendere i servizi accessibili a tutti, allargare la classe media ed aumentare il consumo interno. (Chiaro a modo loro, distinguendo i cittadini per buoni o cattivi: nel 2020 entrerà in vigore il credito sociale). Questo è un Paese che nonostante abbia avuto una forte e veloce crescita economica al suo interno ci sono villaggi ancora senza servizi come elettricità, acqua e così via. Ma è proprio la crescita economica il punto.</p>
<p>I rifiuti plastici, essendo costituiti prevalentemente da packaging ed oggetti monouso sono la cartina di tornasole dell’aumento dei consumi. Così si potrebbe leggere la riduzione degli acquisti di rifiuti plastici per gestire i propri. E allora dietro la riduzione dell’acquisto di rifiuti plastici di altri Paesi c’è l’esigenza di gestire i propri; una programmazione economica. E certo, considerati gli immensi danni ambientali e le ripercussioni sul futuro sviluppo del Paese l’inizio di una progressiva riduzione.</p>
<p>Ma cosa succederebbe se l’enzima mangia-plastica facesse sparire, come, con un colpo di bacchetta magica, qualunque polimero indesiderato in un battibaleno?</p>
<p>Ho chiesto a<strong> Gregg Beckham</strong> quanto ancora siamo distanti dal fare diventare questa scoperta una realtà di tutti i giorni. Mi ha risposto che ci vorranno all’incirca 5/10 anni. Ma soprattutto mi ha detto che non c’è ancora un’analisi economica di quanto verrebbe a costare una simile tecnologia. Ed il fatto che gli enzimi non siano organismi viventi, e dunque non possono replicarsi, potrebbe fare presagirete alla necessità di lavoro specializzato.</p>
<p>Rimane che la grossa fetta di chi lavora nello smaltimento della plastica rimarrebbe probabilmente senza un lavoro. La manodopera non qualificata è la fetta più grossa della popolazione cinese &#8211; nel Paese di mezzo esiste addirittura una immigrazione clandestina interna, cioè gruppi di persone che si spostano per cercare lavoro sommerso. Così sarebbe interessante capire quali effetti potrebbe avere sulle politiche migratorie interne (proprio in questo momento storico il governo sta allentando le regole della residenza obbligatoria per permettere alle persone di spostarsi sebbene con dei forti limiti), ma soprattutto gli effetti potrebbe avere sulla stabilità del governo. Visto che in Cina il mantra è obbedienza in cambio di benessere. Potrebbero decidere di prescindere dal batterio mangiaplastica e mantenere l’occupazione con la produzione interna?. Oppure aumenterà solo l’immigrazione esterna.</p>
<p>Intanto la Turchia e l’Indonesia &#8211; Paesi in cui le diseguaglianze e la povertà quasi di massa la fanno da padrone &#8211; si sono comprare i rifiuti plastici occidentali. Avranno pronto un piano b? Chissà, perché alcune scoperte scientifiche sono nell’aria. Perché Carbios, una società francese che si pone l’obiettivo di reinventare il ciclo della vita dei polimeri, sta facendo la stessa ricerca dei due scienziati che hanno scoperto l’enzima. E forse anche l’Occidente smetterà di nascondere lo sporco sotto il tappeto.</p>
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