Lo scorso 10 maggio la Convenzione di Basilea ha aggiunto gli scarti della plastica contaminata, mischiata e non riciclabile, al trattato che regola il controllo dei movimenti trans-frontalieri di rifiuti pericolosi e del loro smaltimento. In pratica, chi esporta plastica in un altro Paese deve ottenere preventivamente il consenso della nazione che importa.

Il problema è che i polimeri, cioè le macromolecole della plastica, per potere essere rigenerati devono essere assolutamente identici (la normativa Din 7728 e 1678 che associa ad ogni materia plastica una sigla ne conta ben 48 tipi). Inoltre c’è la possibilità che additivi chimici pericolosi legati al passato utilizzo potrebbero rimanere all’interno del prodotto riciclato. La conseguenza è che solo il 9% della plastica in circolazione è riadattata, tutto il resto bruciata o lasciata in natura. Allora ecco gli oceani invasi dalla plastica e gli enormi danni al territorio. Basta pensare che quando le micro-particelle si disgregano nell’ambiente possono raggiungere le acque dolci comprese le falde acquifere. Tanto è bastato a Thailandia, Malaysia e Vietnam – Paesi con altissimi tassi di povertà – per rinunciare alle fette di mercato lasciate dalla Cina. Perché il mondo dello smaltimento della plastica è fatto anche di imprese illegali e di persone ai limiti della sussistenza e dunque al di là di qualsiasi messa a norma.

Ma niente è perduto: “Panta rhei”- tutto scorre -, considerato che a questo mondo non esistono certezze neppure per la plastica. A proposito, Harry Austin, dell’università di Portsmouth, e Gregg Beckham, del laboratorio nazionale delle energie rinnovabili degli Stati Uniti, hanno scoperto un enzima in grado di mangiare e digerire i polimeri. Addirittura pare che abbiano sintetizzato una proteina in laboratorio ancora più vorace di quella ritrovata.

E c’è da chiedersi quale impatto potrà avere l’utilizzo massivo dell’enzima sugli equilibri geopolitici. Visto che, se il riciclo della plastica è un territorio oscuro e ricco di ombre, è anche la soluzione per dare reddito in cambio di una maggiore stabilità di governo.

Fino a qualche mese fa, e dal 1992, la Cina era il maggior acquirente di rifiuti plastici. Li pagava, a tonnellata, il doppio degli altri Paesi ricavandone un profitto di duecento milioni di dollari e dando lavoro a 1.5 milioni di persone. Creando un’economia che ha consentito di impiegare manodopera non qualificata nelle zone più depresse del Paese. Nientemeno, si sono formati agglomerati urbani la cui economia si regge unicamente sulla gestione dei rifiuti; come Shilao famosa per essere la destinazione finale delle luci rotte degli alberi di Natale. Ma allo stesso tempo sono nate una costellazione infinita di atelier privati, spesso illegali e/o unica fonte di reddito di persone emarginate (individui non registrati figli di chi ha violato la legge sul figlio unico e non ha potuto permettersi la sanzione, persone iscritte su black list che mai troveranno un lavoro ufficiale e così via).

Sennonché lo scorso 4 febbraio 2018 il governo cinese ha dichiarato guerra alla povertà. Intento che nel Paese di mezzo significa fondamentalmente rimediare alle differenze tra città e campagna.

La ragione è che non esiste una Cina ma tante “Cine” quante sono le sue province. Le stesse leggi, compresa quella dell’obbligo scolastico, hanno diversi gradi di applicazione. E la politica dell’houko, la residenza obbligatoria non ha aiutato. Così se nel 2003 l’Accademia Cinese delle Scienze Sociali ha classificato la popolazione in dieci classi secondo lo status occupazionale e l’accesso alle risorse, l’obiettivo attuale del governo è rendere i servizi accessibili a tutti, allargare la classe media ed aumentare il consumo interno. (Chiaro a modo loro, distinguendo i cittadini per buoni o cattivi: nel 2020 entrerà in vigore il credito sociale). Questo è un Paese che nonostante abbia avuto una forte e veloce crescita economica al suo interno ci sono villaggi ancora senza servizi come elettricità, acqua e così via. Ma è proprio la crescita economica il punto.

I rifiuti plastici, essendo costituiti prevalentemente da packaging ed oggetti monouso sono la cartina di tornasole dell’aumento dei consumi. Così si potrebbe leggere la riduzione degli acquisti di rifiuti plastici per gestire i propri. E allora dietro la riduzione dell’acquisto di rifiuti plastici di altri Paesi c’è l’esigenza di gestire i propri; una programmazione economica. E certo, considerati gli immensi danni ambientali e le ripercussioni sul futuro sviluppo del Paese l’inizio di una progressiva riduzione.

Ma cosa succederebbe se l’enzima mangia-plastica facesse sparire, come, con un colpo di bacchetta magica, qualunque polimero indesiderato in un battibaleno?

Ho chiesto a Gregg Beckham quanto ancora siamo distanti dal fare diventare questa scoperta una realtà di tutti i giorni. Mi ha risposto che ci vorranno all’incirca 5/10 anni. Ma soprattutto mi ha detto che non c’è ancora un’analisi economica di quanto verrebbe a costare una simile tecnologia. Ed il fatto che gli enzimi non siano organismi viventi, e dunque non possono replicarsi, potrebbe fare presagirete alla necessità di lavoro specializzato.

Rimane che la grossa fetta di chi lavora nello smaltimento della plastica rimarrebbe probabilmente senza un lavoro. La manodopera non qualificata è la fetta più grossa della popolazione cinese – nel Paese di mezzo esiste addirittura una immigrazione clandestina interna, cioè gruppi di persone che si spostano per cercare lavoro sommerso. Così sarebbe interessante capire quali effetti potrebbe avere sulle politiche migratorie interne (proprio in questo momento storico il governo sta allentando le regole della residenza obbligatoria per permettere alle persone di spostarsi sebbene con dei forti limiti), ma soprattutto gli effetti potrebbe avere sulla stabilità del governo. Visto che in Cina il mantra è obbedienza in cambio di benessere. Potrebbero decidere di prescindere dal batterio mangiaplastica e mantenere l’occupazione con la produzione interna?. Oppure aumenterà solo l’immigrazione esterna.

Intanto la Turchia e l’Indonesia – Paesi in cui le diseguaglianze e la povertà quasi di massa la fanno da padrone – si sono comprare i rifiuti plastici occidentali. Avranno pronto un piano b? Chissà, perché alcune scoperte scientifiche sono nell’aria. Perché Carbios, una società francese che si pone l’obiettivo di reinventare il ciclo della vita dei polimeri, sta facendo la stessa ricerca dei due scienziati che hanno scoperto l’enzima. E forse anche l’Occidente smetterà di nascondere lo sporco sotto il tappeto.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME