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Abiti che non durano molto e che nelle migliori delle ipotesi finiscono col diventare ottimi pigiamini. Ma a quale prezzo? Stando a quanto scritto dalla Commissione Europea, tra il 2000 e il 2015 la produzione tessile è raddoppiata e nonostante l’attenzione ai danni della fast fashion i milioni di tonnellate di abiti non riutilizzabili continuano a crescere costantemente. La fast fashion, modello di produzione e consumo di abbigliamento che enfatizza la rapidità e il basso costo, è responsabile dell’utilizzo, ogni anno, di 93 miliardi di metri cubi di acqua nonché dell’inquinamento acquifero. Un costo decisamente elevato per l’ambiente e questo senza pensare alle discariche di vestiti e all’inquinamento da microplastiche che rappresentano serie minacce ambientali associate a questo settore.

Le discariche di vestiti: un problema in crescita

Ogni anno, miliardi di capi di abbigliamento finiscono nelle discariche. Secondo un rapporto dell’Ellen MacArthur Foundation, il 73% dei materiali utilizzati nella produzione di abbigliamento finisce in discarica o viene incenerito. Questo rappresenta un’enorme quantità di rifiuti tessili che, oltre a occupare spazio, rilasciano sostanze chimiche nocive nel suolo e nelle acque sotterranee durante la decomposizione. Gli indumenti della fast fashion sono ideati per essere indossati poche volte prima di essere gettati. La loro qualità è inferiore e il rapido turnover delle collezioni incoraggiano i consumatori a comprarne frequentemente di nuovi capi. Questo contribuisce all’accumulo di rifiuti tessili. Ma se pensiamo che questi indumenti inquinino solo nelle discariche ci sbagliamo di grosso: inquinano anche durante il loro utilizzo, specialmente quando ne eseguiamo il lavaggio, rilasciando nell’ambiente ed anche su noi stessi impercettibili quantità di fibre sintetiche.

Ogni anno le microplastiche che finiscono negli oceani ammontano a 500mila tonnellate, dato in aumento se si considera che secondo un rapporto della European Environment Agency i cittadini europei acquistano circa 26 kg di vestiti all’anno, ma ne scartano circa 11 kg, spesso dopo un uso molto limitato.

I tessuti e le sostanze chimiche della fast fashion

Ogni anno sono 92 milioni le tonnellate di rifiuti tessili e molti dei tessuti utilizzati nella fast fashion sono stati trattati con sostanze chimiche per migliorarne le caratteristiche. I trattamenti chimici cui sono sottoposti i vestiti, che comprendono formaldeide, coloranti azoici e metalli pesanti, filtrano nel terreno e nelle falde acquifere dalle discariche compromettendo la salute umana e l’ambiente. Le discariche spesso sono abusive e si trovano in paesi lontani dove montagne di indumenti vengono scartate nella natura, ne è un esempio la discarica che sorge alla periferia di Alto Hospicio, all’estremità occidentale del deserto di Atacama, Cile o le numerose discariche del Ghana che ogni settimana accolgono oltre 15 milioni di indumenti.

La fonte delle microplastiche nei vestiti

Ma cosa sono le microplastiche e perché sono pericolose? Le microplastiche sono piccole particelle di plastica, di dimensioni inferiori a 5 millimetri, che derivano dalla disgregazione di materiali plastici più grandi. Nei vestiti, queste particelle provengono principalmente dalle fibre sintetiche come poliestere, nylon e acrilico, ampiamente utilizzate nella fast fashion. Ad ogni ciclo di lavaggio un capo sintetico può rilasciare migliaia di microfibre plastiche nell’acqua, più precisamente fino a 700.000 microfibre che filtrano attraverso i sistemi di trattamento delle acque reflue e finiscono nei fiumi e negli oceani determinando l’inquinamento marino alterando lo sviluppo della fauna ittica.

Come abbiamo scritto tutte le microplastiche rappresentano una grave minaccia per gli ecosistemi marini oltre che per la salute umana. Gli organismi acquatici ingeriscono queste particelle, che si accumulano nella catena alimentare. In questo modo le microplastiche entrano nella catena alimentare umana attraverso il consumo di pesce e frutti di mare. Una ricerca condotta dal gruppo del Laboratorio di Igiene ambientale e degli alimenti dell’Università di Catania ha riportato le concentrazioni di microplastiche contenute in alcuni degli alimenti più consumati in Italia. Un ulteriore studio ha dimostrato come le microplastiche presenti nel cibo, nell’aria e anche nel sangue umano, possono determinare lesioni infiammatorie. Insomma, le microplastiche inalate o ingerite penetrano nei tessuti e nelle cellule generando un impatto fino ad oggi sconosciuto e trascurato. Ma allora cosa possiamo fare con i capi già in circolazione? Una delle soluzioni possibili è quella di installare, nei nostri sistemi di lavaggio, dei filtri che catturano le microfibre.

Un cambiamento possibile

Ovviamente come ogni volta in cui si parla di ambiente è necessario ripensare ai nostri attuali modelli di consumo. Nel frattempo, per mitigare l’impatto ambientale della fast fashion è essenziale promuovere pratiche di moda sostenibile e questo include l’utilizzo di materiali ecologici, la progettazione di abiti più duraturi e il sostegno a modelli di business sostenibili. Inoltre, dobbiamo ripensare i nostri modelli di riciclaggio e il riuso dei vestiti sensibilizzando gli attuali consumatori e le generazioni che seguiranno. Avere consapevolezza sull’impatto ambientale delle nostre scelte è cruciale. Bisogna spingere i grossi marchi della fast fashion ad attuare una trasformazione e nel frattempo sensibilizzare i consumatori a ridurre la domanda. Affrontare questi problemi richiede un impegno collettivo da parte di produttori, consumatori e legislatori. Solo attraverso un cambiamento verso pratiche di moda più sostenibili e responsabili possiamo sperare di mitigare i danni ambientali causati da questo settore.

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