L’Occidente fatica a comprendere come l’India, la più grande democrazia al mondo, abbia confermato Narendra Modi nelle vesti di Primo Ministro. Modi ha attirato critiche di ogni tipo, non solo riguardanti il suo stile politico, giudicato provocatorio, razzista e non rispettoso delle minoranze, ma anche mirate a screditare i provvedimenti della sua amministrazione. Leggendo gli articoli che hanno raccontato la parabola di Modi dal giorno della sua prima elezione, nel maggio 2014, alla sua seconda vittoria, circa un mese fa, si ha l’idea di avere a che fare con un politico squilibrato e incompetente. Non la pensano invece così i milioni di indiani che hanno votato per lui, che vedono nell’attuale Primo Ministro un leader in grado di parlare a tutto il popolo e capace di trasformare l’India in una superpotenza.

Oltre le riforme economiche disastrose

Alcuni provvedimenti economici voluti da Modi sono bizzarri, come ad esempio la modifica del calcolo del Pil (un conto con il quale è possibile gonfiare artificialmente i dati di crescita dell’India), o come nel caso della demonetizzazione annunciata nel novembre 2016, che in nome della lotta alla corruzione e all’evasione imponeva il ritiro da parte del governo di tutte le banconote in circolazione da 500 e 1.000 rupie (più o meno l’86% del contante all’epoca nelle tasche degli indiani). In quest’ultimo caso i cittadini dovettero cambiare in fretta e furia le vecchie banconote con i nuovi tagli causando file interminabili davanti ai bancomat; per qualche settimana il Paese era letteralmente nel caos. Le politiche sociali e di lavoro portate avanti da Modi, secondo gli analisti, si sono rivelate ancora peggiori e lo dimostrerebbe la diseguaglianza in aumento; se nella capitale Delhi il reddito pro capite è di circa 4.000 dollari annui, negli Stati più poveri dell’India si arriva a malapena intorno a quota 1.000.

La leva del nazionalismo

Eppure, appena un anno fa, le previsioni di Banca Mondiale e Fondo Monetario affermavano che l’India stava crescendo più della Cina, con un bel +6,8% da posizionare davanti al tasso di crescita relativo all’annata 2017-2018 e un’impennata del +7,3% per il biennio successivo. Modi ha privatizzato Air India, la compagnia aerea di Stato, e sta facendo lo stesso con il sistema bancario; permane tuttavia l’enorme inefficienza burocratica che vanifica gli eventuali vantaggi ottenuti dagli indiani. Al di là della sua Modinomics, cioè dell’insieme di iniziative economiche proposte dal Primo Ministro, Modi riscuote un grande successo perché è in grado di maneggiare con mestizia la leva del nazionalismo. E l’imminente guerra dei dazi con gli Stati Uniti potrebbe addirittura gettare altra benzina sul fuoco.

I poveri si riconoscono in Modi

Come sottolinea L’Espresso, i media internazionali accusano Modi di fomentare la divisione etnica dell’India appoggiando gli hindu a danno della comunità musulmana. In realtà Modi è stato bravo a incanalare il disagio di un ampio strato della popolazione all’interno della sua narrazione di riscossa nazionale. La storia ha dimostrato come i politici indiani laici e liberali siano sempre stati elitari e circondati da privilegi, mentre Modi è figlio di un umile venditore di tè, non parla un fluente inglese e neppure ha frequentato i più rinomati istituti universitari del Paese; proprio per questo i più poveri, cioè la maggior parte dell’India, si sono subito riconosciuti in lui. Modi ha probabilmente toppato con le riforme bancarie ma è stato meno miope dei predecessori nel capire come fosse fondamentale garantire almeno i servizi basilari ai più poveri. È l’orgoglio nazionale che si sta risvegliando in tutto il Paese, e più in generale in tutta l’Asia. Quando l’India riuscirà ad adottare anche concrete politiche economiche, allora l’Elefante indiano potrà competere davvero con il Dragone cinese.