Una pratica così semplice, quella dell’acquisto online. Un solo click e non resta che attendere impazienti che l’oggetto dei nostri desideri arrivi a destinazione comodamente alla soglia delle nostre case. Quanto spesso, però, ciò che acquistiamo non ci piace? Che importa, tanto il reso è gratuito.
Le spese di spedizione sono la cosa che più allontana gli acquirenti dal portare a buon fine i pagamenti. D’altro canto, i resi gratuiti rappresentano un incentivo. Se per i grandi venditori online questa “cultura del reso” impatta in parte sui fatturati, per i piccoli e medi venditori, costretti ad adeguarsi forzatamente a queste abitudini, rappresenta una problematica non da poco. Ogni reso, infatti, può costare fino a 30 euro ai venditori online, considerando trasporto logistico, packaging, procedure di lavaggio, sanificazione, stiratura, riconfezionamento ed eventuali riparazioni prima della rivendita.
Per non parlare della spirale che spinge i clienti a rivolgersi ai rivenditori più convenienti, solitamente i meno sostenibili, evitando i piccoli negozi proprio perché costi di spedizione e di reso sono più alti. L’opportunità, che è anche un diritto, di restituire i prodotti è proprio ciò che spinge ad acquistare online anche i più indecisi e dubbiosi, superando gli ostacoli della mancata valutazione visiva e tattile del prodotto. Soprattutto quando il reso è gratuito e così semplice, nei clienti non subentra neanche la frustrazione e la fatica di dover compiere l’atto. Questo punto di forza degli e-commerce, che permette loro di avvicinarsi quanto più possibile ai vantaggi dei negozi fisici, nasconde un devastante impatto ambientale.
Per prima cosa c’è il trasporto, prima fonte di inquinamento. Proprio a causa dei resi, i corrieri sono costretti a moltiplicare gli spostamenti, se si considera la prima consegna, la restituzione al negozio e, in alcuni casi, la seconda consegna dell’eventuale cambio.
In secondo luogo c’è il packaging. Secondo l’Eurostat, nel 2021 l’UE ha generato circa 188,7 kg di rifiuti di packaging per abitante. Scatole di cartone e imballaggi in plastica impiegati nel processo di restituzione creano maggiore quantità di rifiuti. A questi rifiuti si aggiungono anche gli stessi capi di abbigliamento.
Dulcis in fundo, per l’appunto, l’aumento dei rifiuti. I capi integri dopo essere stati resi non possono essere rimessi in vendita come nuovi, tutt’al più vengono rivenduti scontati. Nel momento in cui i pacchi vengono resi e dopo essere stati ispezionati, ci sono due opzioni: o il riveditore lo restituisce dietro una commissione, oppure viene smaltito. Quest’ultima è l’opzione più comune poiché la più economica. Perciò finiscono per essere riversati in discariche illegali nel Sud del mondo. Sono note quella nel deserto di Atacama in Cile e il mercato di Kantamanto, uno dei mercati di abbigliamento di seconda mano più grandi del mondo, nella capitale ghanese di Accra. I camion colmi di vestiti arrivano per scaricare illegalmente la merce, spesso composta da tessuti sintetici e derivati dalla plastica, che impiegherà oltre 200 anni per decomporsi, rilasciando sostanze inquinanti. Spesso le montagne di vestiti vengono incendiate dagli abitanti della zona con lo scopo di ridurle, liberando inconsapevolmente fumi tossici che raggiungono le città vicine.
Dove finisce ciò che viene reso: le inchieste
Greenpeace insieme al programma Report di Rai3 hanno condotto un’indagine sull’impatto del fast fashion in riferimento ai resi online. Dopo aver acquistato 24 capi di abbigliamento da 8 e-commerce di fast fashion (Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&M, OVS, Shein e ASOS), i prodotti sono stati resi inserendo un localizzatore GPS nascosto: in 58 giorni i vestiti hanno percorso circa 100 mila chilometri, attraversando 13 Paesi europei e la Cina. I 24 capi di abbigliamento sono stati venduti e rivenduti per un totale di 40 volte, mentre 14 dei 24 non sono stati rivenduti a distanza di due mesi dal reso. In totale l’impatto medio calcolato del trasporto di ordini e resi è risultato pari a 2,78 kg di CO2 equivalente, con il packaging che incide per circa il 16% su queste emissioni.
Grazie all’inchiesta Amazon: uno smaltimento al di sopra di ogni sospetto, siamo al corrente del fatto che Amazon in Italia distrugge mensilmente fino a 100 mila prodotti, che siano resi danneggiati o beni invenduti. Nel Regno Unito l’inchiesta di ITVnews ha rivelato che nel centro logistico di Dunfermline, vengono distrutti un totale di 130.000 articoli a settimana. Questo accade perché le tariffe dello smaltimento rendono più conveniente la rimozione dello smaltimento per i prodotti di piccole dimensioni. Secondo i dati di Vogue Business, solo negli Stati Uniti i resi creano più di 5 miliardi di dollari l’anno in rifiuti destinati nelle discariche e più di 15 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio.
La distruzione o lo smaltimento deliberato di merci restituite o invendute, inoltre, si oppone a due degli obiettivi chiave del Green Deal europeo e il Circular Economy Action Plan, ovvero la promozione di un’economia circolare efficiente sotto il profilo delle risorse e la riduzione significativa dei rifiuti totali prodotti.
Secondo i dati raccolti da Greenpeace, solo il 3% della moda è circolare e l’1% dei nuovi abiti viene prodotto a partire da vecchi vestiti. Ci sono evidenze che dimostrano che nel mondo ogni secondo l’equivalente di un camion pieno di abiti finisce in discarica o inceneritore.
Solo la legge può salvarci
Per poter affrontare il problema c’è bisogno di un duplice impegno, sia da parte delle aziende, sia da parte dei consumatori. L’acquisto inutile può essere evitato da parte dei consumatori consapevoli, mentre le aziende potrebbero evitare le sovraproduzioni e puntare a una maggiore qualità, vale a dire anche maggiore sostenibilità. Sappiamo anche, però, che affidarci solo al buon senso rappresenta un’utopia.
Un altro passo avanti andrebbe fatto a livello legislativo. I governi dovrebbero regolamentare questo settore che attualmente spreca risorse, inquina e, per di più, sfrutta anche i diritti dei lavoratori, come nel caso di Shein .
Per ridurre la compulsione dei resi, alcuni brand e gli e-commerce hanno migliorato le loro policy, chiedendo ai clienti di contribuire alle spese di spedizione pagando tra i 2,99 euro e i 5 euro per la restituzione degli articoli. Questo però non basta. A permettere tutto questo finora è stata una normativa sulla distruzione volontaria emanata alla fine degli anni ’90, che ha permesso ai fornitori di preferire la distruzione senza curarsi dell’impatto ambientale e dello smaltimento di certi tipi di prodotti.
A marzo 2022 è stata presentata dalla Commissione Europea la proposta sulla Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) e nel 2023 è stato raggiunto un accordo provvisorio sul divieto di distruggere vestiti o calzature invenduti.
Si stima che ogni anno nell’UE vengono gettati circa 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili, ossia circa 12 kg a persona. Dunque, il problema dei resi online va solo ad aggravare un settore, quello del fast fashion, che è già particolarmente insostenibile. Avere politiche di reso gratuite, incoraggiando l’acquisto di vestiti di pessima qualità con la possibilità di sbarazzarsene facilmente, rappresenta solo uno dei tanti motivi di insostenibilità di questo settore.
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