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	<title>Milorad Dodik Archives - InsideOver</title>
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	<title>Milorad Dodik Archives - InsideOver</title>
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		<title>Repubblica Srpska, il voto che salva Dodik: tra corruzione, burocrazia e giovani in fuga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 05:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Repubblica Srpska" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Sinisa Karan conquista la presidenza della Repubblica Srpska: vittoria risicata che garantire continuità al progetto politico di Dodik.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/nazionalismi/repubblica-srpska-il-voto-che-salva-dodik-tra-corruzione-burocrazia-e-giovani-in-fuga.html">Repubblica Srpska, il voto che salva Dodik: tra corruzione, burocrazia e giovani in fuga</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Repubblica Srpska" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/sinisa-karan-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p><br><strong>Sinisa Karan</strong> conquista la presidenza della Repubblica Srpska con un margine risicato, ma sufficiente a garantire continuità al progetto politico di <strong><a href="https://it.insideover.com/video/loccidente-ha-paura-di-putin-intervista-a-milorad-dodik">Milorad Dodik. </a></strong>Una vittoria costruita su un’affluenza bassissima e su un clima politico lacerato, che conferma come la RS resti saldamente nelle mani dell’élite che da anni spinge per l’autonomia crescente e, in alcuni momenti, per l’uscita de facto dalla Bosnia-Erzegovina. Karan è un fedelissimo e lo rivendica apertamente: <strong>le politiche del leader separatista non cambieranno, anzi si rafforzeranno</strong>, proprio mentre Dodik è formalmente escluso dalla vita politica per aver sfidato la Corte costituzionale e l’ordine dell’inviato internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il peso della sconfitta giudiziaria </h2>



<p>La rimozione di Dodik, seguita dal suo tentativo di nominare un sostituto di totale fiducia, aveva aperto una delle crisi più profonde dalla fine della guerra. Il successivo ritiro delle leggi separatiste e la revoca delle sanzioni americane sembravano indicare un tentativo di de-escalation. In realtà il voto anticipato della RS, dominato dal suo entourage, mostra come <strong>la struttura politica creata negli anni da Dodik sia talmente radicata da resistere a interventi giudiziari, diplomatici</strong> e perfino alla pressione occidentale. Il mandato ridotto, meno di un anno, serve solo a prendere tempo in vista delle generali del prossimo ottobre.<br>Il trentesimo anniversario di Dayton arriva come uno specchio crudele: l’accordo ha fermato la guerra, ma non ha costruito uno Stato capace di trattenere la sua popolazione. <strong>Le divisioni etniche restano la struttura portante del sistema politico</strong> e amministrativo. Il governo centrale è poco più che simbolico. La Bosnia è riuscita a evitare un nuovo conflitto, ma ha pagato il prezzo della stagnazione: corruzione diffusa, burocrazia lenta, sviluppo frenato da veti incrociati. Migliaia di giovani continuano a partire verso l’Unione Europea, specialmente fra i croati bosniaci che accedono facilmente al passaporto croato. Lo spopolamento è il vero terremoto silenzioso del Paese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo di Dayton e l’illusione della stabilità</h2>



<p>Dayton fu un accordo necessario, non un progetto di futuro. La divisione in due entità autonome e la presidenza tripartita hanno congelato i rapporti di forza del dopoguerra, impedendo che la violenza riprendesse, ma senza risolvere il problema di fondo: <strong>creare un’identità politica condivisa</strong>. Oggi molti esperti considerano il modello ormai logoro. Le istituzioni si reggono sulla presenza costante della missione europea e sull’autorità dell’alto rappresentante internazionale. Senza queste reti di sicurezza, le spinte centrifughe tornerebbero a prevalere.</p>



<p>La Bosnia resta vulnerabile alle influenze regionali: la Serbia guarda alla RS come a un’estensione naturale della sua sfera politica; la Croazia continua a seguire con attenzione tutto ciò che riguarda la propria minoranza; l’Unione Europea valuta l’adesione bosniaca come un’ipotesi a lungo termine, possibile solo se il Paese supera la paralisi istituzionale. <strong>Per Mosca, invece, la crisi bosniaca è un’opportunità per disturbare l’assetto europeo</strong>: Dodik ha mantenuto per anni un rapporto privilegiato con il Cremlino, trasformando la RS in uno dei punti sensibili del confronto Est-Ovest nei Balcani.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un’elezione che non risolve nulla</h2>



<p>Karan vince, ma la RS resta sospesa tra la retorica sovranista e la dipendenza da fondi pubblici e aiuti esterni. La Bosnia-Erzegovina continua a essere un Paese formalmente in pace ma sostanzialmente immobile, vulnerabile allo spopolamento, alle crisi politiche cicliche e all’uso dell’etnicità come strumento di potere.</p>



<p>Il voto anticipato non indica una direzione: conferma che la RS si muove lungo un binario costruito da Dodik, mentre il resto della Bosnia fatica a trovare una rotta comune. È la fotografia di un Paese che sopravvive, ma non riesce a trasformarsi.</p>
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		<title>Crisi, repressioni e un&#8217;Europa impotente: i Balcani sull&#8217;orlo del collasso</title>
		<link>https://it.insideover.com/nazionalismi/crisi-repressioni-e-uneuropa-impotente-i-balcani-sullorlo-del-collasso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2025 22:43:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Nazionalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Serbia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>Serbia, Kosovo, Bosnia Erzegovina e Albania vivono crisi diverse ma ugualmente profonde. E l'Europa  non riesce a incidere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Serbia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/serbia-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>Ottobre 2025. Mentre la scena internazionale è dominata dalle guerre in Medio Oriente e dalle tensioni tra grandi potenze, nei Balcani occidentali si addensano nuvole nere. Lontani dai radar dell’opinione pubblica, <strong>Serbia, Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Albania </strong>affrontano contemporaneamente proteste popolari, crisi istituzionali, elezioni ad alta tensione e un’influenza crescente di attori esterni come Russia e Stati Uniti. In tutto questo, l’Unione Europea appare paralizzata, incapace di articolare una strategia coerente. <strong>La retorica dell’“allargamento” è rimasta solo un esercizio diplomatico</strong>; la realtà racconta un’area sempre più polarizzata, fragile e permeabile a interferenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Vučić sotto assedio, la paura di perdere il potere</strong></h2>



<p>A quasi un anno dalla tragedia infrastrutturale di Novi Sad, che ha catalizzato un’ondata di mobilitazioni studentesche senza precedenti, <strong>la Serbia si trova in uno stato di alta tensione politica e sociale.</strong> <a href="https://www.rainews.it/articoli/2025/10/serbia-tra-crisi-interna-e-ambiguita-geopolitica--71c4fc00-6f0d-4e0b-98ca-c6eede535d27.html">Il presidente Aleksandar Vučić, al potere dal 2012, si oppone fermamente all’ipotesi di elezioni anticipate, richieste a gran voce da una società civile stremata da anni di corruzione, controllo dei media e autoritarismo strisciante.</a> Le proteste, in origine pacifiche e guidate da studenti universitari, si sono intensificate nelle ultime settimane, incontrando una repressione sempre più brutale da parte della polizia. Tra manganelli, arresti e infiltrazioni di hooligan nei cortei, si è consolidata una dinamica pericolosa: da un lato, una nuova generazione che rivendica dignità e rappresentanza; dall’altro, un potere che si difende usando strumenti propri dei regimi ibridi. </p>



<p>L’Europa, per una volta, ha rotto il suo tradizionale silenzio: la Commissaria all’Allargamento <strong>Marta Kos</strong> ha denunciato esplicitamente l’uso eccessivo della forza. <a href="https://it.insideover.com/economia/la-serbia-si-arma-con-israele-un-contratto-da-16-miliardi-di-dollari.html">Ma Belgrado, ancora saldamente ancorata al suo doppio gioco tra Bruxelles e Mosca, continua a giocare su più tavoli</a>. La recente parata militare del 20 settembre — la più imponente dalla fine delle guerre jugoslave — e gli accordi con l’israeliana Elbit Systems, mostrano la volontà della Serbia di consolidare un ruolo regionale da potenza autonoma, in bilico tra blocchi internazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra stallo istituzionale e tensioni etniche</strong></h2>



<p>Nel Kosovo, a Pristina, la crisi ha assunto una forma diversa ma non meno esplosiva. Dopo le elezioni parlamentari di febbraio, il partito di <strong>Albin Kurti</strong>, Vetevendosje (VV), ha ottenuto la maggioranza, ma non è ancora riuscito a formare un governo. Il nodo del contendere è, ancora una volta, la minoranza serba. La Corte costituzionale ha imposto l’elezione di un vicepresidente della Camera appartenente alla Srpska Lista, partito filo-Belgrado. VV si rifiuta, accusando il partito serbo di essere uno strumento d’influenza diretta di Vučić. Il risultato è lo stallo: Parlamento non costituito, nessun governo, alleanza con gli Stati Uniti sospesa — Washington ha annunciato lo stop al “dialogo strategico” — e tensioni crescenti nel Nord del Paese, dove i comuni a maggioranza serba sono tornati sotto il controllo della <a href="https://www.rainews.it/articoli/2025/10/serbia-tra-crisi-interna-e-ambiguita-geopolitica--71c4fc00-6f0d-4e0b-98ca-c6eede535d27.html">Srpska Lista dopo il boicottaggio elettorale del 2023</a>. </p>



<p>La partecipazione elettorale nei comuni serbi è stata inferiore al 40%, ma la SL ha riconquistato tutte le amministrazioni, confermando che <strong>la frattura etnica resta insanata</strong>. Il rischio più concreto è quello di un ritorno anticipato alle urne. Kurti potrebbe persino uscirne rafforzato, ma a un costo altissimo: un Kosovo più isolato, più diviso internamente, e sempre più distante dal sogno dell’integrazione euro-atlantica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dodik sfida la legalità: elezioni all’ombra di Mosca</strong></h2>



<p>Nel cuore della Bosnia-Erzegovina, la <strong>Republika Srpska</strong> si prepara a elezioni presidenziali che potrebbero segnare un punto di non ritorno. <a href="https://www.geopolitica.info/negligenza-politica-italiana-in-serbia/">Il 23 novembre si voterà per eleggere il nuovo presidente dell’entità serbo-bosniaca. Il favorito? Sinisa Karan, fedelissimo di Milorad Dodik</a>. Quest’ultimo, pur decaduto dalla carica dopo una condanna a un anno di reclusione e a sei di interdizione dai pubblici uffici, continua a comportarsi da leader de facto, autoproclamandosi presidente anche sui siti istituzionali. La sua ultima visita a Mosca — la decima dal 2022 — mentre annunciava la candidatura di Karan, è un segnale chiarissimo: la Russia sostiene apertamente il secessionismo serbo-bosniaco. </p>



<p>Karan è un volto noto: già ministro, negazionista del genocidio di Srebrenica, <strong>figura nella black list americana</strong>. Il suo eventuale trionfo suggellerebbe la normalizzazione del discorso anti-costituzionale in Bosnia e spingerebbe il Paese ancora più vicino alla disintegrazione istituzionale. La comunità internazionale, in particolare l’Alto Rappresentante <strong>Christian Schmidt</strong>, ha denunciato apertamente il tentativo di sabotare l’assetto post-Dayton. Ma i fatti mostrano altro: un sistema impantanato, dove le istituzioni comuni sono paralizzate e le forze moderate, praticamente inesistenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tirana al voto: Rama tenta di salvare la capitale dalle accuse di corruzione</strong></h2>



<p>Anche in Albania l’autunno si è aperto con una tornata elettorale cruciale. Il 9 novembre si voterà a Tirana, Valona e in altre città per le amministrative anticipate. La sfida più simbolica è quella nella capitale, dove il Partito Socialista del premier <strong>Edi Rama </strong>tenta di difendere la roccaforte dopo l’arresto per corruzione dell’ex sindaco <strong>Erion Veliaj</strong>. <a href="https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/734795/balcani-occidentali-tra-crisi-interne-e-nuove-alleanze-la-fragile-stabilita-regionale-sotto-la-pressione-geopolitica.html">La candidata socialista, Ogerta Manastirliu, ex ministra dell’Istruzione, sfida un outsider: Florjan Binaj, attore noto per le sue imitazioni dello stesso Rama.</a> Sostenuto dal Partito Democratico, Binaj incarna una nuova forma di dissidenza politica: <strong>mediatica, apartitica, ironica</strong>. Ma strappare la capitale ai socialisti, al potere dal 2011, resta una sfida quasi impossibile. Tuttavia, il voto sarà un termometro del consenso per Rama, sempre più criticato per la gestione del potere e le accuse di collusione con interessi economici opachi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’Unione Europea, osservatrice impotente</strong></h2>



<p>Di fronte a questa escalation multipla, l’Unione Europea rimane impantanata in un paradosso: promette integrazione, ma non agisce per difendere i principi democratici. <a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/serbia-la-parata-militare-come-manifesto-geopolitico/">La Serbia resta candidata all’ingresso nell’UE, ma non rispetta lo stato di diritto. Il Kosovo è sostenuto a parole, ma viene punito per ogni scostamento dalle aspettative euro-atlantiche</a>. La Bosnia si frantuma sotto i colpi del secessionismo, ma nessuna forza europea osa proporre un serio piano di riforma costituzionale. Nel frattempo, potenze extra-europee — Russia, Cina, Israele, Turchia — avanzano nei vuoti lasciati da Bruxelles. La partita geopolitica è aperta, e l’Europa rischia di esserne spettatrice.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I Balcani chiedono futuro, non gestione del passato</strong></h2>



<p>I Balcani non sono semplicemente una zona di “instabilità ciclica”, come piace dire nei corridoi delle istituzioni europee. Sono una regione in fermento, attraversata da pulsioni autenticamente democratiche — come nel caso delle mobilitazioni studentesche serbe — e da minacce concrete di disintegrazione istituzionale — come in Bosnia. <strong>A mancare è una visione.</strong> Se l’Unione Europea continuerà a offrire solo dichiarazioni di circostanza, senza affrontare le crisi in modo strutturale, la regione finirà per essere spartita tra interessi esterni. Il tempo dei compromessi è finito: serve una scelta. O i Balcani diventano parte integrante dell’Europa, o saranno terra di nessuno. E l’instabilità, come la storia insegna, non resterà confinata entro i loro confini.</p>
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		<title>la crisi della Bosnia: le manovre dei serbi di Milorad Dodik ma anche di Orban, Erdogan, Trump e Putin</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-crisi-della-bosnia-le-manovre-dei-serbi-di-milorad-dodik-ma-anche-di-orban-erdogan-trump-e-putin.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Sep 2025 13:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="877" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-300x137.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-1024x468.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-768x351.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-1536x702.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-600x274.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Bosnia è segnata da forti tensioni politiche che potrebbero portare a una guerra civile: il caso Milorad Dodik.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-crisi-della-bosnia-le-manovre-dei-serbi-di-milorad-dodik-ma-anche-di-orban-erdogan-trump-e-putin.html">la crisi della Bosnia: le manovre dei serbi di Milorad Dodik ma anche di Orban, Erdogan, Trump e Putin</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="877" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-300x137.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-1024x468.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-768x351.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-1536x702.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/OVERCOME_20250915112332365_445b9e9311065446b92e578d70672c9e-e1757928250609-600x274.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Forse per via delle distrazioni causate da altri scenari di crisi, i Balcani sembrano essere scomparsi dal discorso pubblico <em>mainstream</em> italiano. Eppure, questa tanto tormentata regione europea è una delle più importanti per la stabilità e il futuro del Vecchio Continente: da un lato, rappresentando una sorta di ventre molle dell’Europa, <strong>la penisola balcanica si presta a essere uno dei tasselli di quel Grande Gioco tra Potenze mondiali</strong> (Stati Uniti, Russia e Cina in primis) nel quale cercano di inserirsi anche altri attori regionali di indubbio peso (<strong>come la Turchia</strong>) o che una certa influenza nella regione vorrebbero ritagliarsi (<strong>come l’Ungheria</strong>). Dall’altro, proprio a causa di questa partita tra giganti, i Balcani rischiano di precipitare in una nuova instabilità che potrebbe sfociare, in alcuni casi, nel conflitto aperto.</p>



<p>Il caso in cui una scintilla potrebbe rischiare di incendiare l’intera prateria è, molto probabilmente, quello della <strong>Bosnia, da diversi mesi attraversata da forti tensioni politiche</strong> che riportano prepotentemente all’attualità il pericolo di una guerra civile, rievocando i terribili ricordi degli scontri etnici occorsi durante la dissoluzione della Jugoslavia socialista. Sebbene ormai da anni il Paese sia scosso dal rinfocolarsi delle tendenze separatiste della Republika Srpska guidata da <strong>Milorad Dodik</strong>, è negli ultimi mesi che la situazione è precipitata, deteriorandosi al punto da generare in molti i pensieri più terribili.</p>



<p>Con la conferma in appello della condanna a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dai pubblici uffici emessa contro Milorad Dodik il 1° agosto e la successiva decisione della Commissione Elettorale Centrale (CEC), pronunciata il 18 agosto, di privare Dodik della carica di Presidente della Republika Srpska e indire così nuove elezioni, la <strong>Bosnia-Erzegovina</strong> sembra trovarsi nuovamente sull’orlo del baratro. Il lungo e turbolento contenzioso legale era nato in seguito alla decisione del leader serbo di non rispettare le indicazioni di <strong>Christian Schmidt</strong>, Alto Commissario incaricato di vigilare sull’applicazione degli Accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia, il quale aveva bloccato due leggi adottate dall’Assemblea Nazionale della Repubblica serba di Bosnia, in seguito comunque firmate da Dodik.</p>



<p>La reazione della controparte serba al verdetto non si è fatta attendere. Sebbene si sia avvalso della propria facoltà di convertire la condanna al carcere in ammenda pecuniaria, <strong>Milorad Dodik</strong> ha poi definito in modo assai poco elegante le autorità di Sarajevo e ha affermato che la resa non è un’opzione. Di più: il Presidente della Republika Srpska ha lanciato <strong>una sfida senza precedenti al potere centrale </strong>annunciando come il suo partito, la Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), non riconosca la validità del verdetto e la decisione della Commissione Elettorale Centrale e, di conseguenza, boicotterà le future elezioni ritenute illegittime. Inoltre, il partito e la sua rappresentanza parlamentare lanceranno una serie di <em>referenda</em> per chiedere ai cittadini serbi di esprimersi circa l’autorità della Corte della Bosnia (ossia la più alta istituzione giudiziaria del Paese), sulle autorità internazionali che vigilano sul processo di pace e sulla possibile indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia.</p>



<p>La macchina politica serba sembra essersi messa già in moto, con la decisione adottata dall’Assemblea Nazionale della Republika Srpska il 22 agosto di chiamare i cittadini a esprimersi sulla accettazione o meno della condanna e della privazione del <strong>mandato presidenziale di Dodik</strong>. Il testo del quesito referendario, dai toni accesi e polemici, recita: “Accetti la decisione dello straniero non eletto Christian Schmidt e il verdetto della incostituzionale Corte della Bosnia-Erzegovina e la decisione della Commissione Elettorale Centrale di privare il Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, del suo mandato?”. Sebbene il referendum sia stato approvato senza i voti dell’opposizione, opportunamente bollata come nemica della nazione e al soldo di agenti stranieri, e la consultazione abbia per legge solo un valore consultivo e non vincolante, <strong>il voto avverrà il 25 ottobre</strong>, ossia pochi giorni prima delle nuove elezioni indette dalla CEC. Indubbiamente, quindi, il risultato del referendum avrà un impatto sulla vita politica del Paese balcanico e sull’eventuale svolgimento pacifico della tornata elettorale, ammesso che le autorità di Sarajevo decidano di procedere in tale direzione.</p>



<p>La crisi politica aperta nei mesi passati sembra quindi lungi dall’essersi esaurita e i vertici serbi lanciano continui ammonimenti a Sarajevo, come ha fatto per esempio <strong>Nenad Stevandić, Presidente dell’Assemblea Nazionale della Republika Srpska</strong>, quando ha affermato all’emittente televisiva serba RTRS che Dodik non può essere espulso dalla vita politica del Paese in quanto la sua influenza è ancora enorme e origina dal suo straordinario successo elettorale. “Dodik non è una sedia che qualcuno può spostare e rimpiazzare”, ha ammonito Stevandić, per poi aggiungere che il Presidente “rappresenta una agenda politica che ha ricevuto il più alto numero di voti in Bosnia-Erzegovina. Nessuno nella Federazione, che in termini di popolazione è il doppio, ha mai vinto tanti voti quanti Dodik. Questo è un fatto storico, ma anche la realtà attuale”.</p>



<p>Ma il potere serbo non sembra fermarsi alle dichiarazioni. Se, da un lato, Dodik, in sfregio alle decisioni centrali di Sarajevo, continua a utilizzare il titolo di Presidente della Repubblica serba, a firmare leggi e a utilizzare l’auto presidenziale, dall’altro ha affermato che <strong>i partiti serbi dovranno boicottare le elezioni illegittime di ottobre</strong> e che alla polizia verrà richiesto di schierarsi per impedire lo svolgimento della tornata elettorale. Non solo: oltre ad aver approvato una legge che impedisce alle autorità giudiziarie bosniache di operare in territorio serbo, le autorità di Banja Luka hanno anche approvato la bozza di <strong>una nuova Costituzione</strong> che garantisce il diritto di costituire un proprio esercito e un proprio servizio di intelligence, dando un altro colpo alla coesione della Bosnia-Erzegovina e costituendo un ulteriore passo verso l’indipendenza della Repubblica Serba.</p>



<p>Da ultimo, Dodik ha affermato che chiederà <strong>il sostegno della Serbia, della Russia e della nuova Amministrazione statunitense.</strong> E proprio da Washington sembra arrivare un sostegno per molti inaspettato alla causa serba. Se, periodicamente, veniamo bombardati di notizie e messaggi secondo i quale le cause della crisi nei Balcani risiederebbero solo nella politica regionale di Mosca e nelle intenzioni del Cremlino di inserirsi in questo angolo di Europa per impedirne la pacificazione e destabilizzare Bruxelles, <strong>meno di frequente vengono evidenziate le ingerenze statunitensi nella ex Jugoslavia</strong> in generale e in Bosnia in particolare. </p>



<p>Eppure, uno dei principali sostenitori di <strong>Milorad Dodik</strong> e dell’attuale scontro frontale tra autorità serbe e croato-bosniache è <strong>Rod Blagojevich</strong>, ex Governatore dell’Illinois e tra i più forti supporter di <strong>Donald Trump</strong>. Firmando i propri tweet per conto della società RRB Strategies LLC, che ha finalizzato un contratto con le autorità di Banja Luka per fornire servizi di comunicazione e supporto negli affari pubblici, Blagojevich è giunto a <strong>paragonare la persecuzione giudiziaria di Milorad Dodik con quella patita dal Presidente statunitense Trump.</strong> In maniera abbastanza interessante, anche l’ex Governatore ha avuto diversi guai con la giustizia, essendo stato condannato a 14 anni di reclusione per frode elettorale e corruzione. Graziato proprio da Trump nel 2020, il politico dell’Illinois, formalmente democratico, ha iniziato a definirsi come “Trumpocrat”. </p>



<p>Le <strong>attività social di Blagojevich a sostegno di Milorad Dodik</strong> sono state riprese anche dal network pro-Serbia attivo su Instagram “KnowMore”. Gruppo nebuloso, il network pubblica numerosi materiali a favore della Republika Srpska, dipingendo il suo Presidente come il “Trump dei Balcani”, perseguitato dalla giustizia di un Paese, ossia la Bosnia-Erzegovina, che discrimina e attacca i serbi, mentre appoggia gruppi islamisti come Hamas. Questa tendenza ad attaccare frontalmente Sarajevo, anche con l’ausilio di notizie false o tendenziose e letture parziali dell’attualità, viene ripresa anche da Rod Blagojevich, il quale <strong>ha più volte accusato la Bosnia di essere un Paese che difende e patrocina il terrorismo islamico </strong>antistatunitense. Secondo l’ex Governatore, infatti, con la sconfitta di Hamas in Palestina, di Hezbollah in Libano e del regime di Assad in Siria, l’Iran starebbe cercando una nuova base per esportare il terrorismo e questa base sarebbe proprio la Bosnia-Erzegovina. Per cui, afferma Blagojevich, supportare Milorad Dodik e la Repubblica Serba di Bosnia è un dovere, cosiccome lo è supportare Israele in quanto entrambi i Paesi sarebbero veri e propri bastioni dei valori giudaico-cristiani contro l’avanzata islamica.</p>



<p>L’intervento occidentale nella lunga crisi bosniaca, tuttavia, avviene anche a sostegno di Sarajevo, come occorso nel 2022 quando l’allora Primo ministro del Regno Unito, <strong>Boris Johnson</strong>, dichiarò che avrebbe inviato funzionari militari e civili in Bosnia per supportare e addestrare le forze armate bosniache. L’intervento britannico si sarebbe reso necessario in quanto la controparte bosniaca avrebbe avuto bisogno di aiuto per affrontare i pericoli secessionisti (leggasi: le tendenze indipendentiste serbe) e le influenze straniere, ossia russe. Con un poco di ipocrisia, data dal fatto che Londra vorrebbe impedire ingerenze straniere in Bosnia attraverso quelle che sono vere e proprio ingerenze nella vita e negli equilibri del Paese balcanico, Johnson ha promesso anche l’investimento di 750.000 sterline per la creazione di un centro per la cybersecurity, garantendo anche che <strong>Londra lavorerà insieme a Sarajevo</strong> per identificare e mitigare gli effetti della disinformazione e delle fake news, aprendo le porte a non pochi dubbi e perplessità circa le intenzioni britanniche e gettando ulteriore benzina sul fuoco di una crisi che rischia di trascinare la Bosnia in una nuova guerra civile.</p>



<p>Ma <strong>Stati Uniti, Russia e Regno Unito non sono gli unici Paesi a cercare di influenzare o cavalcare gli eventi politici a Sarajevo e Banja Luka</strong>. Il primo, principale e forse più naturale alleato di Milorad Dodik è ovviamente la Serbia guidata da <strong>Aleksandar Vučić</strong>, la cui politica si basa anche sul principio del “Srpski vet”, ossia l’unione culturale e spirituale dei serbi in un’unica nazione, imitando così il Russkij Mir di Vladimir Putin. Ma vi è anche un altro attore pronto a intervenire in questa crisi politica, un altro leader la cui politica, pur senza rivendicazioni territoriali dirette, si basa sull’unione spirituale della sua nazione al di là dei confini politici, ossia <strong>l’Ungheria di Viktor Orbán.</strong> Il Primo ministro ungherese è infatti da anni coinvolto nella politica dei Balcani, facendosi alfiere dell’integrazione della regione nell’Unione Europea nel tentativo di ottenere nuovamente un ruolo chiave nel Bacino dei Carpazi per riportare Budapest ai vecchi fasti e al peso strategico che il Paese ha a lungo detenuto in questa parte di Europa ai tempi del Regno d’Ungheria prima e dell’Impero austro-ungarico poi.</p>



<p>Gli interventi di Orbán hanno più volte portato scompiglio nei Balcani, come successo per esempio nel 2018, quando i servizi ungheresi hanno aiutato la fuga del Primo ministro macedone Nikola Gruenski, condannato per corruzione, garantendogli poi asilo politico a Budapest. O, ancora, con la decisione, pochi mesi fa, di inviare le unità dell’antiterrorismo d’elite a Banja Luka causando una crisi diplomatica con Sarajevo sulla quale abbiamo già scritto in precedenza.</p>



<p>Il sostegno di Viktor Orbán all’alleato Dodik si è sostanziato anche in un prestito di 100 milioni di euro concesso alla Repubblica Serba nel 2021, poi rinnovato per altri 110 milioni nel 2022, oltre che con l’apparente sostegno militare ricordato poco sopra. Non sorprende quindi che, in seguito alla decisione della CEC di privarlo del mandato, <strong>Dodik si sia recato immediatamente a Budapest, dove ha incassato il sostegno politico di Orbán</strong>. Il politico magiaro ha infatti affermato che il suo governo non riconosce il verdetto della Corte bosniaca e la decisione della CEC, ritenendo Dodik unico Presidente dalla Republika Srpska in quanto eletto dai cittadini. Il leader ungherese, inoltre, ha espresso una ferma condanna dell’operato di Bruxelles in Bosnia e ha ricordato come sia inaccettabile che un rappresentante dell’Unione Europea, ossia il non eletto Schmidt, si intrometta nelle faccende interne della Republika Srpska.</p>



<p>Una crisi, quella bosniaca, che potrebbe precipitare da un momento all’altro e alla quale non pare, per ora, di vedere una soluzione pacifica che possa mettere d’accordo tutte le parti. <strong>Una crisi, inoltre, che sembra venire fomentata da diversi attori esterni e sulla quale sembrano posarsi gli occhi di numerosi avvoltoi, pronti a ottenere il massimo da una situazione che potrebbe essere estremamente esplosiva</strong>. Una situazione nella quale le parole di Miloš Lukić, ex direttore della Gazzetta Ufficiale di Banja Luka e co-imputato al processo contro Dodik, poi dichiarato innocente, sembrano suonare in modo assai sinistro: “Dopo aver appreso la decisione dall’avvocato, l’unica cosa che posso dire è che la Bosnia-Erzegovina ha perso un’altra possibilità (probabilmente l’ultima) di poter anche solo considerare il Paese come un luogo in cui i serbi possano vivere come vogliono”.</p>
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		<title>L&#8217;Ungheria stringe i rapporti con la Serbia e sfida il mosaico nazionalista dei Balcani</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lungheria-stringe-i-rapporti-con-la-serbia-e-sfida-il-mosaico-nazionalista-dei-balcani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 13:56:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Balcani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ungheria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1-600x337.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/ungheria-1-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>Un nuovo attore entra in scena nel mosaico dei nazionalismi balcanici: l'Ungheria di Viktor Orban, sempre più vicina ai serbi.</p>
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<p>(<strong>Budapest</strong>) &#8211; Una delle aree europee in cui una minima scintilla rischierebbe di incendiare la prateria dei nazionalismi è sicuramente quella dei Balcani, dove le ferite causate dalla dissoluzione della Jugoslavia socialista sembrano lungi dall’essersi sanate. Se il pensiero, in tal senso, corre subito al quasi perenne rischio di conflitto tra<strong><a href="https://it.insideover.com/politica/serbia-e-kosovo-fibrillazioni-diverse-con-un-effetto-unico-destabilizzare-la-regione.html"> Serbia e Kosovo</a></strong>, vi sono stati, negli ultimi mesi, anche altri avvenimenti che hanno portato a un inasprimento delle relazioni in questa delicata regione e al rischio di una nuova escalation. Rischio concreto, per quanto si spera remoto, che vede un nuovo attore entrare in scena, ossia l’<strong><a href="https://it.insideover.com/spionaggio/guerra-di-spie-in-ungheria-orban-allattacco-delle-opposizioni.html">Ungheria di Viktor Orbán.&nbsp;</a></strong></p>



<p>Se, da un lato, la tradizionale politica di Budapest di ergersi ad alfiere dell’integrazione dei Balcani nell’Unione Europea non sembra essere cambiata e, anzi, sembra essersi approfondita in contrapposizione alla possibile procedura di adesione accelerata dell’Ucraina, dall’altro il Governo Orbán si è reso protagonista di eventi che hanno rischiato di mettere a repentaglio la stabilità della regione. Ci riferiamo, in particolare, alla decisione di inviare diverse unità della <strong>TÉK (Terrorelhárítási Központ, ossia il corpo antiterrorismo d’elite) nella Repubblica Serba di Bosnia</strong>, una delle due regioni autonome che costituiscono la Bosnia-Erzegovina, e alla firma di un trattato di cooperazione militare con la Serbia.</p>



<p>Lo scorso febbraio, in seguito a un incontro avvenuto a Budapest tra il primo ministro Viktor Orbán, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia <strong>Milorad Dodik</strong> e il presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić, il Governo ungherese avrebbe preso la decisione di inviare 70 membri della TÉK a Banja Luka, ufficialmente per condurre esercitazioni congiunte con la polizia antiterrorismo serba. La realtà sembrerebbe però essere stata ben diversa e la mossa è stata vista da Sarajevo come una pesante ingerenza negli affari interni della Bosnia-Erzegovina e un appoggio diretto alle istanze separatiste della <strong>Repubblica Serba</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">I dubbi di Sarajevo</h2>



<p>I dubbi di Sarajevo sono stati fomentati dal fatto che la missione ungherese a Banja Luka sia stata tenuta in gran segreto, venendo confermata dalle autorità magiare solo il 26 febbraio, <strong>poche ore prima che il tribunale bosniaco emettesse la propria condanna contro Dodik</strong>, nel contesto di un processo iniziato precedentemente per i continui attentati alla costituzione bosniaca promossi dal presidente serbo attraverso leggi che andrebbero a minare l’unità del Paese e a delegittimare l’azione di <strong>Christian Schmidt</strong>, Alto Rappresentante incaricato di vegliare sull’esecuzione degli Accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina.</p>



<p>E proprio la straordinaria coincidenza temporale tra annuncio ufficiale della presenza di unità d’elite ungheresi a Banja Luka e sentenza nel processo contro Dodik ha spinto Sarajevo ad accusare Budapest di ingerenze negli affari interni del Paese e di organizzare la fuga del presidente della Repubblica Serba in caso di condanna e successivo arresto. Sebbene tale condanna sia arrivata e Banja Luka abbia inferto un ulteriore colpo alla coesione della Bosnia-Erzegovina impedendo alla polizia bosniaca di operare nei territori della Repubblica Serba, Dodik non è stato arrestato, ricorrendo anzi contro la decisione del tribunale. La crisi è tuttavia lontana dall’essere rientrata, con la presidenza bosniaca che ha chiesto ufficialmente all’Unione Europea il ritiro delle truppe ungheresi dal<strong> contingente EUFOR</strong> operante nel Paese e con la decisione del ministro della difesa bosniaco di vietare l’ingresso in Bosnia dell’aereo sul quale viaggiava il Segretario di Stato ungherese <strong>Levente Magyar</strong>, in missione ufficiale a Banja Luka e a Sarajevo.</p>



<p>Le tensioni nella regione hanno avuto una ricaduta anche nella politica interna ungherese, con le dichiarazioni del deputato indipendente Ákos Hadházy che ha accusato apertamente il governo Orbán di preparare un intervento militare nei Balcani, qualora il conflitto nell’ormai ex Jugoslavia dovesse rinfocolarsi. <strong>Intervento, naturalmente, a sostegno della parte serba.</strong> E in questo senso gli animi sono stato ancor più esacerbati dalla notizia di un nuovo trattato di cooperazione militare tra Serbia e Ungheria, firmato a Belgrado nell’aprile di quest’anno. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Se il ministro getta benzina sul fuoco</h2>



<p>Ufficialmente, l’accordo raggiunto tra i due Paesi danubiani prevede una più stretta collaborazione tra le rispettive forze armate e la realizzazione di 79 progetti entro il 2025, oltre a numerose esercitazioni militari congiunte. Il documento sembra quindi essere lontano da una vera e propria unione militare, <strong>ostacolata anche dalla partecipazione ungherese alla NATO</strong>, che andrebbe quindi a mettere in secondo piano eventuali accordi bilaterali con Paesi al di fuori dell’Alleanza, ma è stato presentato da Belgrado come una vera e proprio alleanza, probabilmente nel tentativo di controbilanciare l’annuncio di un trattato analogo tra Croazia, Kosovo e Albania.</p>



<p>Al di là dei tentativi di Budapest di ridimensionare le dichiarazioni di Vučić, resta il fatto che la cooperazione militare tra le due nazioni si stia rafforzando sempre di più, di pari passo con le collaborazioni nel campo dell’economia e dell’energia, così come restano le continue dichiarazioni di Orbán a sostegno dell’alleato serbo, sia esso a Belgrado o a Banja Luka. Resta anche il fatto che tali trattati e dichiarazioni abbiano un suono assai più sinistro in seguito alla pubblicazione di una registrazione nella quale <strong>Kristóf Szalay-Bobrovniczky, ministro della difesa del governo Orbán, </strong>parlava della necessità di incrementare ulteriormente le spese militari per entrare nella “fase zero del percorso di guerra”. Parole, quelle del ministro ungheresi, che rischiano di gettare ulteriore benzina sul fuoco. Un fuoco che rischierebbe di sfuggire al controllo, incendiando nuovamente la penisola balcanica in quello che potrebbe essere un rinnovato scontro tra nazionalismi, fomentato una volta di più da interessi esterni.</p>
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