Forse per via delle distrazioni causate da altri scenari di crisi, i Balcani sembrano essere scomparsi dal discorso pubblico mainstream italiano. Eppure, questa tanto tormentata regione europea è una delle più importanti per la stabilità e il futuro del Vecchio Continente: da un lato, rappresentando una sorta di ventre molle dell’Europa, la penisola balcanica si presta a essere uno dei tasselli di quel Grande Gioco tra Potenze mondiali (Stati Uniti, Russia e Cina in primis) nel quale cercano di inserirsi anche altri attori regionali di indubbio peso (come la Turchia) o che una certa influenza nella regione vorrebbero ritagliarsi (come l’Ungheria). Dall’altro, proprio a causa di questa partita tra giganti, i Balcani rischiano di precipitare in una nuova instabilità che potrebbe sfociare, in alcuni casi, nel conflitto aperto.
Il caso in cui una scintilla potrebbe rischiare di incendiare l’intera prateria è, molto probabilmente, quello della Bosnia, da diversi mesi attraversata da forti tensioni politiche che riportano prepotentemente all’attualità il pericolo di una guerra civile, rievocando i terribili ricordi degli scontri etnici occorsi durante la dissoluzione della Jugoslavia socialista. Sebbene ormai da anni il Paese sia scosso dal rinfocolarsi delle tendenze separatiste della Republika Srpska guidata da Milorad Dodik, è negli ultimi mesi che la situazione è precipitata, deteriorandosi al punto da generare in molti i pensieri più terribili.
Con la conferma in appello della condanna a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dai pubblici uffici emessa contro Milorad Dodik il 1° agosto e la successiva decisione della Commissione Elettorale Centrale (CEC), pronunciata il 18 agosto, di privare Dodik della carica di Presidente della Republika Srpska e indire così nuove elezioni, la Bosnia-Erzegovina sembra trovarsi nuovamente sull’orlo del baratro. Il lungo e turbolento contenzioso legale era nato in seguito alla decisione del leader serbo di non rispettare le indicazioni di Christian Schmidt, Alto Commissario incaricato di vigilare sull’applicazione degli Accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia, il quale aveva bloccato due leggi adottate dall’Assemblea Nazionale della Repubblica serba di Bosnia, in seguito comunque firmate da Dodik.
La reazione della controparte serba al verdetto non si è fatta attendere. Sebbene si sia avvalso della propria facoltà di convertire la condanna al carcere in ammenda pecuniaria, Milorad Dodik ha poi definito in modo assai poco elegante le autorità di Sarajevo e ha affermato che la resa non è un’opzione. Di più: il Presidente della Republika Srpska ha lanciato una sfida senza precedenti al potere centrale annunciando come il suo partito, la Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD), non riconosca la validità del verdetto e la decisione della Commissione Elettorale Centrale e, di conseguenza, boicotterà le future elezioni ritenute illegittime. Inoltre, il partito e la sua rappresentanza parlamentare lanceranno una serie di referenda per chiedere ai cittadini serbi di esprimersi circa l’autorità della Corte della Bosnia (ossia la più alta istituzione giudiziaria del Paese), sulle autorità internazionali che vigilano sul processo di pace e sulla possibile indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia.
La macchina politica serba sembra essersi messa già in moto, con la decisione adottata dall’Assemblea Nazionale della Republika Srpska il 22 agosto di chiamare i cittadini a esprimersi sulla accettazione o meno della condanna e della privazione del mandato presidenziale di Dodik. Il testo del quesito referendario, dai toni accesi e polemici, recita: “Accetti la decisione dello straniero non eletto Christian Schmidt e il verdetto della incostituzionale Corte della Bosnia-Erzegovina e la decisione della Commissione Elettorale Centrale di privare il Presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, del suo mandato?”. Sebbene il referendum sia stato approvato senza i voti dell’opposizione, opportunamente bollata come nemica della nazione e al soldo di agenti stranieri, e la consultazione abbia per legge solo un valore consultivo e non vincolante, il voto avverrà il 25 ottobre, ossia pochi giorni prima delle nuove elezioni indette dalla CEC. Indubbiamente, quindi, il risultato del referendum avrà un impatto sulla vita politica del Paese balcanico e sull’eventuale svolgimento pacifico della tornata elettorale, ammesso che le autorità di Sarajevo decidano di procedere in tale direzione.
La crisi politica aperta nei mesi passati sembra quindi lungi dall’essersi esaurita e i vertici serbi lanciano continui ammonimenti a Sarajevo, come ha fatto per esempio Nenad Stevandić, Presidente dell’Assemblea Nazionale della Republika Srpska, quando ha affermato all’emittente televisiva serba RTRS che Dodik non può essere espulso dalla vita politica del Paese in quanto la sua influenza è ancora enorme e origina dal suo straordinario successo elettorale. “Dodik non è una sedia che qualcuno può spostare e rimpiazzare”, ha ammonito Stevandić, per poi aggiungere che il Presidente “rappresenta una agenda politica che ha ricevuto il più alto numero di voti in Bosnia-Erzegovina. Nessuno nella Federazione, che in termini di popolazione è il doppio, ha mai vinto tanti voti quanti Dodik. Questo è un fatto storico, ma anche la realtà attuale”.
Ma il potere serbo non sembra fermarsi alle dichiarazioni. Se, da un lato, Dodik, in sfregio alle decisioni centrali di Sarajevo, continua a utilizzare il titolo di Presidente della Repubblica serba, a firmare leggi e a utilizzare l’auto presidenziale, dall’altro ha affermato che i partiti serbi dovranno boicottare le elezioni illegittime di ottobre e che alla polizia verrà richiesto di schierarsi per impedire lo svolgimento della tornata elettorale. Non solo: oltre ad aver approvato una legge che impedisce alle autorità giudiziarie bosniache di operare in territorio serbo, le autorità di Banja Luka hanno anche approvato la bozza di una nuova Costituzione che garantisce il diritto di costituire un proprio esercito e un proprio servizio di intelligence, dando un altro colpo alla coesione della Bosnia-Erzegovina e costituendo un ulteriore passo verso l’indipendenza della Repubblica Serba.
Da ultimo, Dodik ha affermato che chiederà il sostegno della Serbia, della Russia e della nuova Amministrazione statunitense. E proprio da Washington sembra arrivare un sostegno per molti inaspettato alla causa serba. Se, periodicamente, veniamo bombardati di notizie e messaggi secondo i quale le cause della crisi nei Balcani risiederebbero solo nella politica regionale di Mosca e nelle intenzioni del Cremlino di inserirsi in questo angolo di Europa per impedirne la pacificazione e destabilizzare Bruxelles, meno di frequente vengono evidenziate le ingerenze statunitensi nella ex Jugoslavia in generale e in Bosnia in particolare.
Eppure, uno dei principali sostenitori di Milorad Dodik e dell’attuale scontro frontale tra autorità serbe e croato-bosniache è Rod Blagojevich, ex Governatore dell’Illinois e tra i più forti supporter di Donald Trump. Firmando i propri tweet per conto della società RRB Strategies LLC, che ha finalizzato un contratto con le autorità di Banja Luka per fornire servizi di comunicazione e supporto negli affari pubblici, Blagojevich è giunto a paragonare la persecuzione giudiziaria di Milorad Dodik con quella patita dal Presidente statunitense Trump. In maniera abbastanza interessante, anche l’ex Governatore ha avuto diversi guai con la giustizia, essendo stato condannato a 14 anni di reclusione per frode elettorale e corruzione. Graziato proprio da Trump nel 2020, il politico dell’Illinois, formalmente democratico, ha iniziato a definirsi come “Trumpocrat”.
Le attività social di Blagojevich a sostegno di Milorad Dodik sono state riprese anche dal network pro-Serbia attivo su Instagram “KnowMore”. Gruppo nebuloso, il network pubblica numerosi materiali a favore della Republika Srpska, dipingendo il suo Presidente come il “Trump dei Balcani”, perseguitato dalla giustizia di un Paese, ossia la Bosnia-Erzegovina, che discrimina e attacca i serbi, mentre appoggia gruppi islamisti come Hamas. Questa tendenza ad attaccare frontalmente Sarajevo, anche con l’ausilio di notizie false o tendenziose e letture parziali dell’attualità, viene ripresa anche da Rod Blagojevich, il quale ha più volte accusato la Bosnia di essere un Paese che difende e patrocina il terrorismo islamico antistatunitense. Secondo l’ex Governatore, infatti, con la sconfitta di Hamas in Palestina, di Hezbollah in Libano e del regime di Assad in Siria, l’Iran starebbe cercando una nuova base per esportare il terrorismo e questa base sarebbe proprio la Bosnia-Erzegovina. Per cui, afferma Blagojevich, supportare Milorad Dodik e la Repubblica Serba di Bosnia è un dovere, cosiccome lo è supportare Israele in quanto entrambi i Paesi sarebbero veri e propri bastioni dei valori giudaico-cristiani contro l’avanzata islamica.
L’intervento occidentale nella lunga crisi bosniaca, tuttavia, avviene anche a sostegno di Sarajevo, come occorso nel 2022 quando l’allora Primo ministro del Regno Unito, Boris Johnson, dichiarò che avrebbe inviato funzionari militari e civili in Bosnia per supportare e addestrare le forze armate bosniache. L’intervento britannico si sarebbe reso necessario in quanto la controparte bosniaca avrebbe avuto bisogno di aiuto per affrontare i pericoli secessionisti (leggasi: le tendenze indipendentiste serbe) e le influenze straniere, ossia russe. Con un poco di ipocrisia, data dal fatto che Londra vorrebbe impedire ingerenze straniere in Bosnia attraverso quelle che sono vere e proprio ingerenze nella vita e negli equilibri del Paese balcanico, Johnson ha promesso anche l’investimento di 750.000 sterline per la creazione di un centro per la cybersecurity, garantendo anche che Londra lavorerà insieme a Sarajevo per identificare e mitigare gli effetti della disinformazione e delle fake news, aprendo le porte a non pochi dubbi e perplessità circa le intenzioni britanniche e gettando ulteriore benzina sul fuoco di una crisi che rischia di trascinare la Bosnia in una nuova guerra civile.
Ma Stati Uniti, Russia e Regno Unito non sono gli unici Paesi a cercare di influenzare o cavalcare gli eventi politici a Sarajevo e Banja Luka. Il primo, principale e forse più naturale alleato di Milorad Dodik è ovviamente la Serbia guidata da Aleksandar Vučić, la cui politica si basa anche sul principio del “Srpski vet”, ossia l’unione culturale e spirituale dei serbi in un’unica nazione, imitando così il Russkij Mir di Vladimir Putin. Ma vi è anche un altro attore pronto a intervenire in questa crisi politica, un altro leader la cui politica, pur senza rivendicazioni territoriali dirette, si basa sull’unione spirituale della sua nazione al di là dei confini politici, ossia l’Ungheria di Viktor Orbán. Il Primo ministro ungherese è infatti da anni coinvolto nella politica dei Balcani, facendosi alfiere dell’integrazione della regione nell’Unione Europea nel tentativo di ottenere nuovamente un ruolo chiave nel Bacino dei Carpazi per riportare Budapest ai vecchi fasti e al peso strategico che il Paese ha a lungo detenuto in questa parte di Europa ai tempi del Regno d’Ungheria prima e dell’Impero austro-ungarico poi.
Gli interventi di Orbán hanno più volte portato scompiglio nei Balcani, come successo per esempio nel 2018, quando i servizi ungheresi hanno aiutato la fuga del Primo ministro macedone Nikola Gruenski, condannato per corruzione, garantendogli poi asilo politico a Budapest. O, ancora, con la decisione, pochi mesi fa, di inviare le unità dell’antiterrorismo d’elite a Banja Luka causando una crisi diplomatica con Sarajevo sulla quale abbiamo già scritto in precedenza.
Il sostegno di Viktor Orbán all’alleato Dodik si è sostanziato anche in un prestito di 100 milioni di euro concesso alla Repubblica Serba nel 2021, poi rinnovato per altri 110 milioni nel 2022, oltre che con l’apparente sostegno militare ricordato poco sopra. Non sorprende quindi che, in seguito alla decisione della CEC di privarlo del mandato, Dodik si sia recato immediatamente a Budapest, dove ha incassato il sostegno politico di Orbán. Il politico magiaro ha infatti affermato che il suo governo non riconosce il verdetto della Corte bosniaca e la decisione della CEC, ritenendo Dodik unico Presidente dalla Republika Srpska in quanto eletto dai cittadini. Il leader ungherese, inoltre, ha espresso una ferma condanna dell’operato di Bruxelles in Bosnia e ha ricordato come sia inaccettabile che un rappresentante dell’Unione Europea, ossia il non eletto Schmidt, si intrometta nelle faccende interne della Republika Srpska.
Una crisi, quella bosniaca, che potrebbe precipitare da un momento all’altro e alla quale non pare, per ora, di vedere una soluzione pacifica che possa mettere d’accordo tutte le parti. Una crisi, inoltre, che sembra venire fomentata da diversi attori esterni e sulla quale sembrano posarsi gli occhi di numerosi avvoltoi, pronti a ottenere il massimo da una situazione che potrebbe essere estremamente esplosiva. Una situazione nella quale le parole di Miloš Lukić, ex direttore della Gazzetta Ufficiale di Banja Luka e co-imputato al processo contro Dodik, poi dichiarato innocente, sembrano suonare in modo assai sinistro: “Dopo aver appreso la decisione dall’avvocato, l’unica cosa che posso dire è che la Bosnia-Erzegovina ha perso un’altra possibilità (probabilmente l’ultima) di poter anche solo considerare il Paese come un luogo in cui i serbi possano vivere come vogliono”.

