(Budapest) – Una delle aree europee in cui una minima scintilla rischierebbe di incendiare la prateria dei nazionalismi è sicuramente quella dei Balcani, dove le ferite causate dalla dissoluzione della Jugoslavia socialista sembrano lungi dall’essersi sanate. Se il pensiero, in tal senso, corre subito al quasi perenne rischio di conflitto tra Serbia e Kosovo, vi sono stati, negli ultimi mesi, anche altri avvenimenti che hanno portato a un inasprimento delle relazioni in questa delicata regione e al rischio di una nuova escalation. Rischio concreto, per quanto si spera remoto, che vede un nuovo attore entrare in scena, ossia l’Ungheria di Viktor Orbán.
Se, da un lato, la tradizionale politica di Budapest di ergersi ad alfiere dell’integrazione dei Balcani nell’Unione Europea non sembra essere cambiata e, anzi, sembra essersi approfondita in contrapposizione alla possibile procedura di adesione accelerata dell’Ucraina, dall’altro il Governo Orbán si è reso protagonista di eventi che hanno rischiato di mettere a repentaglio la stabilità della regione. Ci riferiamo, in particolare, alla decisione di inviare diverse unità della TÉK (Terrorelhárítási Központ, ossia il corpo antiterrorismo d’elite) nella Repubblica Serba di Bosnia, una delle due regioni autonome che costituiscono la Bosnia-Erzegovina, e alla firma di un trattato di cooperazione militare con la Serbia.
Lo scorso febbraio, in seguito a un incontro avvenuto a Budapest tra il primo ministro Viktor Orbán, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia Milorad Dodik e il presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić, il Governo ungherese avrebbe preso la decisione di inviare 70 membri della TÉK a Banja Luka, ufficialmente per condurre esercitazioni congiunte con la polizia antiterrorismo serba. La realtà sembrerebbe però essere stata ben diversa e la mossa è stata vista da Sarajevo come una pesante ingerenza negli affari interni della Bosnia-Erzegovina e un appoggio diretto alle istanze separatiste della Repubblica Serba.
I dubbi di Sarajevo
I dubbi di Sarajevo sono stati fomentati dal fatto che la missione ungherese a Banja Luka sia stata tenuta in gran segreto, venendo confermata dalle autorità magiare solo il 26 febbraio, poche ore prima che il tribunale bosniaco emettesse la propria condanna contro Dodik, nel contesto di un processo iniziato precedentemente per i continui attentati alla costituzione bosniaca promossi dal presidente serbo attraverso leggi che andrebbero a minare l’unità del Paese e a delegittimare l’azione di Christian Schmidt, Alto Rappresentante incaricato di vegliare sull’esecuzione degli Accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia-Erzegovina.
E proprio la straordinaria coincidenza temporale tra annuncio ufficiale della presenza di unità d’elite ungheresi a Banja Luka e sentenza nel processo contro Dodik ha spinto Sarajevo ad accusare Budapest di ingerenze negli affari interni del Paese e di organizzare la fuga del presidente della Repubblica Serba in caso di condanna e successivo arresto. Sebbene tale condanna sia arrivata e Banja Luka abbia inferto un ulteriore colpo alla coesione della Bosnia-Erzegovina impedendo alla polizia bosniaca di operare nei territori della Repubblica Serba, Dodik non è stato arrestato, ricorrendo anzi contro la decisione del tribunale. La crisi è tuttavia lontana dall’essere rientrata, con la presidenza bosniaca che ha chiesto ufficialmente all’Unione Europea il ritiro delle truppe ungheresi dal contingente EUFOR operante nel Paese e con la decisione del ministro della difesa bosniaco di vietare l’ingresso in Bosnia dell’aereo sul quale viaggiava il Segretario di Stato ungherese Levente Magyar, in missione ufficiale a Banja Luka e a Sarajevo.
Le tensioni nella regione hanno avuto una ricaduta anche nella politica interna ungherese, con le dichiarazioni del deputato indipendente Ákos Hadházy che ha accusato apertamente il governo Orbán di preparare un intervento militare nei Balcani, qualora il conflitto nell’ormai ex Jugoslavia dovesse rinfocolarsi. Intervento, naturalmente, a sostegno della parte serba. E in questo senso gli animi sono stato ancor più esacerbati dalla notizia di un nuovo trattato di cooperazione militare tra Serbia e Ungheria, firmato a Belgrado nell’aprile di quest’anno.
Se il ministro getta benzina sul fuoco
Ufficialmente, l’accordo raggiunto tra i due Paesi danubiani prevede una più stretta collaborazione tra le rispettive forze armate e la realizzazione di 79 progetti entro il 2025, oltre a numerose esercitazioni militari congiunte. Il documento sembra quindi essere lontano da una vera e propria unione militare, ostacolata anche dalla partecipazione ungherese alla NATO, che andrebbe quindi a mettere in secondo piano eventuali accordi bilaterali con Paesi al di fuori dell’Alleanza, ma è stato presentato da Belgrado come una vera e proprio alleanza, probabilmente nel tentativo di controbilanciare l’annuncio di un trattato analogo tra Croazia, Kosovo e Albania.
Al di là dei tentativi di Budapest di ridimensionare le dichiarazioni di Vučić, resta il fatto che la cooperazione militare tra le due nazioni si stia rafforzando sempre di più, di pari passo con le collaborazioni nel campo dell’economia e dell’energia, così come restano le continue dichiarazioni di Orbán a sostegno dell’alleato serbo, sia esso a Belgrado o a Banja Luka. Resta anche il fatto che tali trattati e dichiarazioni abbiano un suono assai più sinistro in seguito alla pubblicazione di una registrazione nella quale Kristóf Szalay-Bobrovniczky, ministro della difesa del governo Orbán, parlava della necessità di incrementare ulteriormente le spese militari per entrare nella “fase zero del percorso di guerra”. Parole, quelle del ministro ungheresi, che rischiano di gettare ulteriore benzina sul fuoco. Un fuoco che rischierebbe di sfuggire al controllo, incendiando nuovamente la penisola balcanica in quello che potrebbe essere un rinnovato scontro tra nazionalismi, fomentato una volta di più da interessi esterni.
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