Ottobre 2025. Mentre la scena internazionale è dominata dalle guerre in Medio Oriente e dalle tensioni tra grandi potenze, nei Balcani occidentali si addensano nuvole nere. Lontani dai radar dell’opinione pubblica, Serbia, Kosovo, Bosnia-Erzegovina e Albania affrontano contemporaneamente proteste popolari, crisi istituzionali, elezioni ad alta tensione e un’influenza crescente di attori esterni come Russia e Stati Uniti. In tutto questo, l’Unione Europea appare paralizzata, incapace di articolare una strategia coerente. La retorica dell’“allargamento” è rimasta solo un esercizio diplomatico; la realtà racconta un’area sempre più polarizzata, fragile e permeabile a interferenze.

Vučić sotto assedio, la paura di perdere il potere

A quasi un anno dalla tragedia infrastrutturale di Novi Sad, che ha catalizzato un’ondata di mobilitazioni studentesche senza precedenti, la Serbia si trova in uno stato di alta tensione politica e sociale. Il presidente Aleksandar Vučić, al potere dal 2012, si oppone fermamente all’ipotesi di elezioni anticipate, richieste a gran voce da una società civile stremata da anni di corruzione, controllo dei media e autoritarismo strisciante. Le proteste, in origine pacifiche e guidate da studenti universitari, si sono intensificate nelle ultime settimane, incontrando una repressione sempre più brutale da parte della polizia. Tra manganelli, arresti e infiltrazioni di hooligan nei cortei, si è consolidata una dinamica pericolosa: da un lato, una nuova generazione che rivendica dignità e rappresentanza; dall’altro, un potere che si difende usando strumenti propri dei regimi ibridi.

L’Europa, per una volta, ha rotto il suo tradizionale silenzio: la Commissaria all’Allargamento Marta Kos ha denunciato esplicitamente l’uso eccessivo della forza. Ma Belgrado, ancora saldamente ancorata al suo doppio gioco tra Bruxelles e Mosca, continua a giocare su più tavoli. La recente parata militare del 20 settembre — la più imponente dalla fine delle guerre jugoslave — e gli accordi con l’israeliana Elbit Systems, mostrano la volontà della Serbia di consolidare un ruolo regionale da potenza autonoma, in bilico tra blocchi internazionali.

Tra stallo istituzionale e tensioni etniche

Nel Kosovo, a Pristina, la crisi ha assunto una forma diversa ma non meno esplosiva. Dopo le elezioni parlamentari di febbraio, il partito di Albin Kurti, Vetevendosje (VV), ha ottenuto la maggioranza, ma non è ancora riuscito a formare un governo. Il nodo del contendere è, ancora una volta, la minoranza serba. La Corte costituzionale ha imposto l’elezione di un vicepresidente della Camera appartenente alla Srpska Lista, partito filo-Belgrado. VV si rifiuta, accusando il partito serbo di essere uno strumento d’influenza diretta di Vučić. Il risultato è lo stallo: Parlamento non costituito, nessun governo, alleanza con gli Stati Uniti sospesa — Washington ha annunciato lo stop al “dialogo strategico” — e tensioni crescenti nel Nord del Paese, dove i comuni a maggioranza serba sono tornati sotto il controllo della Srpska Lista dopo il boicottaggio elettorale del 2023.

La partecipazione elettorale nei comuni serbi è stata inferiore al 40%, ma la SL ha riconquistato tutte le amministrazioni, confermando che la frattura etnica resta insanata. Il rischio più concreto è quello di un ritorno anticipato alle urne. Kurti potrebbe persino uscirne rafforzato, ma a un costo altissimo: un Kosovo più isolato, più diviso internamente, e sempre più distante dal sogno dell’integrazione euro-atlantica.

Dodik sfida la legalità: elezioni all’ombra di Mosca

Nel cuore della Bosnia-Erzegovina, la Republika Srpska si prepara a elezioni presidenziali che potrebbero segnare un punto di non ritorno. Il 23 novembre si voterà per eleggere il nuovo presidente dell’entità serbo-bosniaca. Il favorito? Sinisa Karan, fedelissimo di Milorad Dodik. Quest’ultimo, pur decaduto dalla carica dopo una condanna a un anno di reclusione e a sei di interdizione dai pubblici uffici, continua a comportarsi da leader de facto, autoproclamandosi presidente anche sui siti istituzionali. La sua ultima visita a Mosca — la decima dal 2022 — mentre annunciava la candidatura di Karan, è un segnale chiarissimo: la Russia sostiene apertamente il secessionismo serbo-bosniaco.

Karan è un volto noto: già ministro, negazionista del genocidio di Srebrenica, figura nella black list americana. Il suo eventuale trionfo suggellerebbe la normalizzazione del discorso anti-costituzionale in Bosnia e spingerebbe il Paese ancora più vicino alla disintegrazione istituzionale. La comunità internazionale, in particolare l’Alto Rappresentante Christian Schmidt, ha denunciato apertamente il tentativo di sabotare l’assetto post-Dayton. Ma i fatti mostrano altro: un sistema impantanato, dove le istituzioni comuni sono paralizzate e le forze moderate, praticamente inesistenti.

Tirana al voto: Rama tenta di salvare la capitale dalle accuse di corruzione

Anche in Albania l’autunno si è aperto con una tornata elettorale cruciale. Il 9 novembre si voterà a Tirana, Valona e in altre città per le amministrative anticipate. La sfida più simbolica è quella nella capitale, dove il Partito Socialista del premier Edi Rama tenta di difendere la roccaforte dopo l’arresto per corruzione dell’ex sindaco Erion Veliaj. La candidata socialista, Ogerta Manastirliu, ex ministra dell’Istruzione, sfida un outsider: Florjan Binaj, attore noto per le sue imitazioni dello stesso Rama. Sostenuto dal Partito Democratico, Binaj incarna una nuova forma di dissidenza politica: mediatica, apartitica, ironica. Ma strappare la capitale ai socialisti, al potere dal 2011, resta una sfida quasi impossibile. Tuttavia, il voto sarà un termometro del consenso per Rama, sempre più criticato per la gestione del potere e le accuse di collusione con interessi economici opachi.

L’Unione Europea, osservatrice impotente

Di fronte a questa escalation multipla, l’Unione Europea rimane impantanata in un paradosso: promette integrazione, ma non agisce per difendere i principi democratici. La Serbia resta candidata all’ingresso nell’UE, ma non rispetta lo stato di diritto. Il Kosovo è sostenuto a parole, ma viene punito per ogni scostamento dalle aspettative euro-atlantiche. La Bosnia si frantuma sotto i colpi del secessionismo, ma nessuna forza europea osa proporre un serio piano di riforma costituzionale. Nel frattempo, potenze extra-europee — Russia, Cina, Israele, Turchia — avanzano nei vuoti lasciati da Bruxelles. La partita geopolitica è aperta, e l’Europa rischia di esserne spettatrice.

I Balcani chiedono futuro, non gestione del passato

I Balcani non sono semplicemente una zona di “instabilità ciclica”, come piace dire nei corridoi delle istituzioni europee. Sono una regione in fermento, attraversata da pulsioni autenticamente democratiche — come nel caso delle mobilitazioni studentesche serbe — e da minacce concrete di disintegrazione istituzionale — come in Bosnia. A mancare è una visione. Se l’Unione Europea continuerà a offrire solo dichiarazioni di circostanza, senza affrontare le crisi in modo strutturale, la regione finirà per essere spartita tra interessi esterni. Il tempo dei compromessi è finito: serve una scelta. O i Balcani diventano parte integrante dell’Europa, o saranno terra di nessuno. E l’instabilità, come la storia insegna, non resterà confinata entro i loro confini.

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