A Belgrado un Governo è caduto sotto i colpi delle proteste, a Pristina un altro ha terminato il suo mandato e non è detto che venga riconfermato: lungo l’asse balcanico più rovente e caldo esiste al momento un filo comune caratterizzato dall’instabilità interna. Una circostanza che alimenta lo spettro di nuove tensioni tra le due parti, capaci di trasformare le rispettive instabilità interne in una nuova instabilità regionale.
Le elezioni in Kosovo
Le fibrillazioni politiche in Serbia e in Kosovo hanno origini ben differenti: se sul versante di Belgrado si sta assistendo a importanti manifestazioni capaci di destabilizzare l’attuale quadro politico, con il primo ministro Milos Vucevic costretto alle dimissioni, a Pristina invece l’instabilità ha avuto origine paradossalmente dalla buona tenuta delle istituzioni democratiche. Il Parlamento kosovaro è infatti giunto alla scadenza naturale del suo mandato e gli elettori sono stati richiamati alle urne.
Il voto ha premiato il premier uscente, ossia l’ex attivista Albin Kurti. Con il suo Vetevendosje, nome del partito che in albanese significa “autodeterminazione”, l’attuale capo dell’esecutivo ha raccolto il 40%: “Una prestazione importante – dichiara a InsideOver l’analista e ricercatore Francesco Trupia – inferiore certo al 50% del 2021, ma occorre considerare molti fattori”. Tra questi, le difficoltà incontrate negli ultimi anni da Pristina e le pressioni internazionali esercitate da più parti sul governo. Ad ogni modo tuttavia, il numero di parlamentari raccolti da Vetevendosje non consente a Kurti di tornare ad avere la maggioranza assoluta. Saranno quindi necessarie alleanze, ma in campagna elettorale è stato lo stesso primo ministro ad escluderle. Da qui, il rebus: come si arriverà a un nuovo governo in tempi brevi?
Il timore di un’instabilità regionale
I nodi al pettine lungo l’asse Belgrado – Pristina sono, nonostante l’oltre quarto di secolo passato dalla guerra del 1999, tutti da sciogliere. La Serbia non ha mai riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008, e ancora oggi esistono dispute territoriali e questioni mai risolte sul fronte della presenza della minoranza serba in territorio kosovaro. Se manca un Governo in entrambe le capitali e manca, come nel caso serbo, una certa serenità interna alla società e all’opinione pubblica, difficilmente si arriverà a breve a una risoluzione. Questo è il primo elemento per cui l’attuale situazione rischia di accendere nuovi focolai di tensione. In una fase del genere, dove tanto in Serbia quanto in Kosovo alcune parti politiche cercano legittimazione popolare, ogni scintilla potrebbe essere usata come pretesto per alimentare un incendio.
C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione e riguarda la natura delle proteste a Belgrado: “Chi sta protestando contro Vucic – fa notare Francesco Trupia – non sta chiedendo un accordo con Pristina e una normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Al contrario, spesso si notano manifestanti che espongono bandiere kosovare con vessilli serbi”. Dall’altro lato del confine, Kurti ha scalato i ranghi della politica locale anche grazie ai discorsi legati all’autodeterminazione kosovara e all’integrità territoriale. Difficile, in questo quadro, che tra le due parti possano riprendere a breve serie contrattazioni. E i Balcani poi aspettano anche di sapere cosa farà Donald Trump, non così convinto di rimanere a lungo nella missione internazionale presente in Kosovo.

