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	<title>Jacopo Lentini Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 23 Jun 2025 07:07:48 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Jacopo Lentini Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Camille Lepage, 11 anni dopo: gli ultimi giorni e le foto inedite</title>
		<link>https://it.insideover.com/criminalita/camille-lepage-11-anni-dopo-gli-ultimi-giorni-e-le-foto-inedite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Riccardo Buccolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 15:46:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg.webp 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-600x337.webp 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-300x169.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-1024x575.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-768x432.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-1536x863.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-334x188.webp 334w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>11 anni dopo, la morte di Camille è ancora un mistero. InsideOver ricostruisce le ultime ore della fotoreporter.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/camille-lepage-11-anni-dopo-gli-ultimi-giorni-e-le-foto-inedite.html">Camille Lepage, 11 anni dopo: gli ultimi giorni e le foto inedite</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg.webp 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-600x337.webp 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-300x169.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-1024x575.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-768x432.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-1536x863.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/camille-lepage-nola.jpg-334x188.webp 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Case a graticcio si affacciano su vicoli lastricati, nel centro storico accanto il castello medioevale di Angers, nella Loira. Una di queste conservava memorie di gioventù collezionate tra le strade di terra rossa subsahariana. Nella soffitta di legno dell’ex sede dell’<strong>Associazione Camille Lepage</strong> intitolata alla figlia fotogiornalista, <strong>Maryvonne Lepage</strong> custodiva stampe e materiale espositivo del suo lavoro, oltre a una copia dei cartelli delle strade a lei dedicate. L’ultima ad aprile 2024 sempre ad Angers, dove è nata.</p>



<p>Il 12 maggio 2014&nbsp; Camille Lepage ha perso la vita in un’imboscata nell’ovest della Repubblica Centrafricana (RCA), a 26 anni, in circostanze ancora da chiarire. Era in viaggio in moto con un gruppo di anti-balaka <strong>per documentare la guerra civile scoppiata l’anno prima</strong>, che ha visto queste milizie cristiano-animiste scontrarsi con l’alleanza a maggioranza musulmana Selekà, responsabile della caduta dell’allora presidente <strong>Francois Bozizé</strong>.</p>



<p>Reporter indipendente, dopo le esperienze sul campo in Egitto nel 2011 e in Sudan e Sud-Sudan nel 2012, Lepage era arrivata a Bangui, capitale della RCA, a ottobre dell’anno successivo. Oltre a pubblicazioni su media internazionali come il Guardian, Le Monde, BBC e molti altri, del suo lavoro <strong>rimane un archivio di circa 60.000 foto</strong>, ma “solo mille immagini avevano incontrato il favore di Camille”, <a href="https://www.camillelepage.org/portfolio/hommage">come riportato sul sito dell’Associazione</a>. Maryvonne Lepage, deceduta lo scorso febbraio, si concentrava ormai “più a promuovere l’eredità culturale di Camille che a pensare all’inchiesta sulla sua uccisione”, dopo l’impegno di un decennio per tentare di rilanciarla.</p>



<p>InsideOver ha ottenuto testimonianze e foto inedite, raccolte nel 2018 in RCA e mai pubblicate, sugli ultimi giorni di Lepage.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="729" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-1024x729.jpg" alt="" class="wp-image-469327" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-1024x729.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-600x427.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1-1536x1094.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/1.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Foto inedita di Camille Lepage ritrovata a Bangui</em></figcaption></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Contatti informali</h2>



<p>Bangui, febbraio 2018. Seduto su una panca nei pressi della parrocchia Saint Pierre di Gobongo, un quartiere alle porte della capitale, <strong>Maxime Mokom</strong> si trattiene al telefono con Maryvonne Lepage per una ventina di minuti. <strong>Rocka Mokom</strong>, fratello minore di Maxime, aveva percorso insieme alla fotoreporter l’asse che collega la località di Amada Gaza, 120 Km a nord di Berberati, alla frontiera con&nbsp; il Camerun, e lì è morto insieme a lei.</p>



<p>Maxime Mokom, nipote di Francois Bozizé, era il leader di una delle principali fazioni anti-balaka e suo fratello, noto come “colonnello Rocka”, <strong>comandava un gruppo di miliziani della zona tra Berberati e Amada Gaza</strong>.&nbsp;</p>



<p>Parlare con Mokom per tentare di chiarire le circostanze della morte di Lepage è sempre stato difficile. Tra il 2014 e il 2016, ha spiegato lui stesso, sarebbe stato invitato da non meglio specificate personalità presso l&#8217;Allianz Francais di Bangui, e chiamato varie volte da referenti della diplomazia francese nella capitale che gli avrebbero chiesto informazioni in più occasioni, ma si è “sempre rifiutato di incontrarli”. Nello stesso periodo, ha spiegato ancora, è stato contattato da Jean Marius Zoumalde, prete cappuccino &#8211; poi defunto &#8211; di Bouar, città a 500 km a nord-ovest di Bangui, che insisteva affinché parlasse con la madre di Lepage per condividere informazioni.</p>



<p>“Ma quali informazioni?&#8221;, spiega Mokom irritato poco prima di ricevere la telefonata di Maryvonne, non avendo piena conoscenza dalla vicenda nemmeno lui. Si è comunque reso disponibile a comunicare in vista dei mesi successivi. Ad aprile 2018 infatti Vincent Fillola, avvocato della famiglia Lepage, si è recato in RCA per incontrare gli inquirenti e sollecitare le iniziative di indagine fino a quel momento &#8211; e tutt’oggi – inattese. Nel mentre, <strong>il dossier dell’inchiesta era scomparso dal tribunale di Bangui</strong> ed è stato ritrovato solo mesi dopo, comportando il rinvio dell’inizio del processo d’assise previsto per quell’anno.</p>



<p>Una decina di sospetti sono stati fermati il 13 maggio 2014 da una pattuglia Sangaris &#8211; l’allora missione militare francese in RCA &#8211; quando un più ampio gruppo di anti-balaka di cui facevano parte <strong>stava trasportando i corpi delle vittime dell’imboscata avvenuta il giorno prima, tra cui quello di Lepage</strong>, su un pick-up bianco in direzione di Bouar. Gli interrogatori degli inquirenti francesi, recatisi nel Paese a giugno 2014, non hanno portato a nulla e due dei detenuti sono evasi poco tempo dopo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="766" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-469329" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-766x1024.jpg 766w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-600x802.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-224x300.jpg 224w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-768x1027.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2-1149x1536.jpg 1149w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/2.jpg 1436w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Camille Lepage accanto a un anti-balaka. Foto ritrovata a Bangui. (La data indicata è errata)</em></figcaption></figure>



<p>Da quell’anno a Parigi c’è un’inchiesta parallela, oggi coordinata dal pool incaricato dei <strong>crimini contro l’umanità e di guerra</strong>. Ma gli investigatori non sono mai stati sul luogo dei fatti, avvenuti nei pressi del villaggio di Komo-Bombo (Bombo), a 40km a ovest di Amada Gaza, non solo per la pericolosità della zona. Secondo una fonte vicina al dossier dell’inchiesta, le autorità locali non hanno mai intrapreso alcuna iniziativa. Già nel 2015 il giudice istruttore di Bangui, Yves Kokoyo, aveva sollecitato la gendarmeria di Bouar all’esecuzione di un mandato di indagine risalente a mesi prima e simili ritardi sarebbero avvenuto negli anni seguenti a causa di una verosimile mancanza di volontà, oltre che di mezzi e competenze.</p>



<p>Le due macchine fotografiche che Camille Lepage aveva con sé non sono mai state ritrovate. I suoi scatti dei giorni precedenti la morte avrebbero aiutato a fare chiarezza. Maxime Mokom ne aveva conservati alcuni, donatigli dagli anti-balaka che li avevano ricevuti a loro volta da Lepage come ricordo, ma se ne sarebbe disfatto “in un momento di rabbia”. Ha cercato però di <strong>reperire nuove foto</strong>, contattando nei mesi successivi un referente di Amada Gaza per verificare se ne conservasse alcune, come InsideOver ha potuto riscontrare. Ma invano.</p>



<p>Mokom, sospettato di crimini di guerra, a marzo 2022 è stato arrestato in Ciad su mandato della Corte penale internazionale, poi processato e rilasciato a ottobre 2023 per mancanza di prove. Intanto è stato condannato all’ergastolo in RCA e si troverebbe oggi in un Paese che ha accolto il suo asilo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un regolamento di conti?</h2>



<p>La storia è nota, in parte. Lepage è arrivata a Berberati, città a 500 km a ovest di Bangui, a fine aprile 2014, insieme ad alcuni colleghi impegnati in un progetto di formazione per i giornalisti della regione. In città è stata ospitata da <strong>Hassan Fawaz</strong>, commerciante di diamanti libanese dietro la cui casa si trovava la base di un gruppo anti-balaka. Qui ha conosciuto il colonnello Rocka, col quale ha viaggiato a partire dal 3 o 4 maggio. In questi giorni Lepage sarebbe andata almeno una volta ad Amada Gaza, passando prima per Nassolé, 40km a ovest di Berberati. In questa località sarebbe stata scattata <strong>una foto di gruppo in cui era ritratta anche la giornalista insieme agli uomini del colonnello</strong>, una di quelle che Maxime Mokom non aveva più. E’ quanto riferito da due ex anti-balaka di Berberati che si trovavano con lei sia in quel momento che il giorno della sua morte, chiamati di seguito con nomi di fantasia. Il primo, Lambert, era un sottoposto del colonnello Rocka, ex membro delle Faca, con un ruolo di comando delle nuove leve. Il secondo, Thibaut, aveva un ruolo di coordinamento delle missioni di pattugliamento.</p>



<p>Il 6 maggio Lepage è poi tornata a Berberati, per ripartire il giorno successivo nuovamente per Amada Gaza e rimanervi fino al 12 maggio. In questa regione, come riportato nel suo ultimo post Instagram, dal marzo precedente “<strong>150 persone sono state uccise dalla Selekà</strong>” e il colonnello Rocka incaricava i suoi uomini di “pattugliare i dintorni per riportare a casa al sicuro le persone che sono fuggite nella foresta”. Il gruppo, insieme alla giornalista, viaggiava anche di notte per “evitare i checkpoint della Misca” &#8211; l’allora missione di pace dell’Unione Africana in RCA. Tre uomini ritratti nella foto sono morti insieme a Lepage. Da sinistra il secondo, il terzo e l’ultimo: rispettivamente Sam, Mokom e Blaise. Una quinta vittima si chiama Alì.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="583" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-1024x583.jpg" alt="" class="wp-image-469330" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-1024x583.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-600x342.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-300x171.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-768x437.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26-1536x874.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/Screenshot-2025-05-12-alle-12.32.26.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"><em>Profilo instagram di Camille Lepage, post del 6 maggio 2014</em></figcaption></figure>



<p>All’interno dei gruppi anti-balaka, i conflitti, piccoli e grandi, erano all’ordine del giorno. Pare che ve ne fosse uno a Berberati tra Mokom e un altro comandante, Seregaza Priva Steve, per l’utilizzo del pick-up bianco sul quale è stato poi ritrovato il corpo di Lepage. Il veicolo, quasi nuovo e senza targa, secondo Lambert sarebbe stato rubato a Beloko alla Selekà – che a sua volta l’avrebbe rubato a un’impresa, <a href="https://www.lepoint.fr/afrique/mort-de-camille-lepage-en-centrafrique-l-enquete-pietine-19-08-2014-1857569_3826.php">secondo una fonte di polizia citata da Le Point ad agosto 2014</a>.</p>



<p>Rocka Mokom avrebbe incaricato Seragaza di venderlo, “prima a Garoua Boulai, ma senza successo, perché i potenziali acquirenti si sarebbero insospettiti dalle condizioni nuove del veicolo, poi a Berberati, ma invano”, prosegue la fonte. Nel frattempo Seregaza lo avrebbe utilizzato per scopi personali e trasferitolo fuori città. Sarebbe seguito un litigio con “<strong>minacce di morte</strong>” da parte di Mokom che infine è tornato in possesso del veicolo. Il pick-up è stato poi portato ad Amada Gaza ed è rimasto lì nei giorni in cui Lepage vi si trova, per poi essere intercettato da Sangaris il 13 maggio. Prima però, Lambert racconta che Seragaza avrebbe “informato il capitano della Misca di Berberati della presenza di alcuni anti-balaka armati” e con intenzioni ostili e il gruppo di Mokom avrebbe subito un controllo o un sequestro di armi presso la base.&nbsp;</p>



<p>Ciò sarebbe avvenuto alcune settimane prima del 12 maggio. Nello stesso periodo in cui Seregaza accusava invece la Misca di commettere estorsioni alla popolazione di Berberati, come riportato da Radio <a href="https://www.radiondekeluka.org/19105-berberati-la-misca-pointe-du-doigt-les-autorites-locales-et-la-misca-dementent-ces-accusation">Ndeke Luka</a>, una delle principali emittenti centrafricane ritenuta affidabile, e questo contrasterebbe col suo ruolo di presunto delatore. Lambert, comunque, esclude “categoricamente” un coinvolgimento dell’avversario di Mokom nell’imboscata, anche perché in quel momento era ricoverato a Berberati.</p>



<p>L’ipotesi di un regolamento di conti, però, è stata scartata dagli inquirenti troppo in fretta, <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2022/05/12/meurtre-de-camille-lepage-en-centrafrique-rsf-denonce-une-enquete-completement-a-l-arret_6125798_3212.html?utm_source=chatgpt.com">come già riferito nel 2022 dall’avvocato Fillola a Le Monde</a>. Ma ci sono altri episodi di conflitto, l’ultimo avvenuto il 12 maggio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le foto degli ultimi giorni</h2>



<p>Presso fonti diverse a Bangui, Berberati e Amada Gaza, InsideOver ha reperito, tra le altre, tre foto dei giorni in cui Lepage era in quest’ultima località, e altre tre scattate verosimilmente sul luogo dell’imboscata. Sono raffigurati anche i volti di due presunti assalitori.</p>



<p>Anche se le foto stampate riportano la data del mese di aprile 2014 &#8211; con ogni probabilità a causa dell&#8217;errata impostazione dell’apparecchio che le ha scattate &#8211; ovvero prima ancora che Lepage arrivasse a Berberati, i soggetti raffigurati e altre informazioni <strong>dimostrano invece che si tratta di foto scattate ad Amada Gaza e nei pressi di Bombo il mese dopo, a maggio</strong>.</p>



<p>Nella prima foto, datata 9 aprile, Lepage è seduta accanto a un anti-balaka di Amada Gaza che ha conosciuto solo quando si trovava con il gruppo di Mokom. Sullo sfondo si trova il pick-up bianco lasciato nel villaggio e poi intercettato da Sangaris.&nbsp;</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="687" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-1024x687.jpg" alt="" class="wp-image-469331" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-1024x687.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-600x403.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-768x516.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3-1536x1031.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/3.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Nella seconda foto, che ha la medesima data, Mokom è al centro di un gruppo di anti-balaka, sempre ad Amada Gaza, in ginocchio, con la maglietta viola e arancione e il cappellino verde e giallo. L’immagine risalirebbe a 16 minuti prima della foto precedente. Nella foto non compaiono le fonti incontrate da <em>InsideOver</em>; si nota invece sulla destra una persona che non sembra un miliziano, con la camicia azzurra, foulard e cappello. <em>InsideOver</em> non è riuscita a reperire informazioni in merito ma non è escluso che possa aver incontrato Lepage. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="677" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-1024x677.jpg" alt="" class="wp-image-475161" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-1024x677.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-600x397.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA-1536x1015.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/foto-5-CORRETTA.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La terza foto, datata 8 aprile, mostra Mokom vestito come nella foto di gruppo, accanto ad altri soggetti, tra cui uno con la maglietta militare che è presente nello scatto precedente, a destra. Sia in questa foto che nella prima, il pick-up bianco sullo sfondo è a fianco dell’altro veicolo dello stesso colore e dalla forma più squadrata. Inoltre la casa sulla destra è la stessa nelle due immagini, a giudicare anche dalle riparazioni di calce bianca che si notano nei muri che fanno angolo. &nbsp;<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="692" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-1024x692.jpeg" alt="" class="wp-image-469332" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-1024x692.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-600x406.jpeg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-300x203.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-768x519.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4-1536x1038.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/4.jpeg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Le foto risalirebbero dunque all’8 e 9 maggio, o in ogni caso ai giorni in cui Lepage si trovava ad Amada Gaza. Qui gli anti-balaka avevano una base di fronte alla gendarmeria, dove la fotoreporter avrebbe allestito “una zona bar con una radio per passare le serate con un po&#8217; di musica, per ballare”, ha raccontato Lambert, che spiega i fatti avvenuti in seguito.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Rappresaglie</h2>



<p>Il 10 maggio, il villaggio di Bombo “ha subito un attacco da parte di miliziani musulmani che hanno incendiato case e ucciso varie persone”. Gli anti-balaka di Amada Gaza sono stati avvertiti da quelli degli avamposti più a ovest e sono andati a pattugliare per difendere la popolazione. Lepage avrebbe insistito per unirsi a loro e documentare l’accaduto. Gli assalitori del villaggio “hanno lasciato per terra le tracce della loro fuga verso la frontiera: <strong>oggetti svaligiati dalle case, confezioni di alimenti e altro</strong>”. Gli uomini di Mokom avrebbero tentato di inseguirli.</p>



<p>Secondo Lambert, “solo una bottega non era stata incendiata, quella di un commerciante che aveva rapporti con i miliziani responsabili dell’attacco”. Il suo nome è sconosciuto alle fonti intervistate e ad oggi non è stato possibile reperire contatti nel villaggio, il cui capo si sarebbe poi spostato a Gbiti, almeno per un certo periodo. Questo fatto è stato confermato sia da Thibaut che da altre fonti di Amada Gaza.</p>



<p>Simili rappresaglie di fazioni musulmane andrebbero inquadrate nel più ampio contesto della regione, ricca di siti diamantiferi ma soprattutto di pascoli ambiti dagli allevatori di bestiame. Gli esperti delle Nazioni Unite sulla RCA hanno documentato in vari rapporti del 2014 che in seguito alla partenza della Selekà dall’ovest del Paese, alla fine di gennaio di quell’anno, “i proprietari di bestiame musulmani e fulani sono finiti sotto assedio delle forze anti-balaka e sono stati uccisi o costretti a fuggire”.&nbsp;</p>



<p>Secondo le testimonianze raccolte dagli esperti, ad esempio in varie località a est di Amada Gaza, da allevatori e guidatori di moto-taxi anti-balaka, i<strong> miliziani erano in possesso di bestiame che dicevano di aver recuperato nelle foreste circostanti</strong>, mentre i rifugiati fulani di Berberati e Kentzou –&nbsp; un villaggio 100 km più a ovest, appena superato il confine camerunese &#8211;&nbsp; hanno riferito di aver perso centinaia di animali. Gli anti-balaka di Berberati e dintorni li avrebbero anche sequestrati per poi restituirli dietro pagamento e talvolta quelli rubati venivano portati oltre il confine di Gbiti per essere venduti in un mercato settimanale vicino a Kette, in Camerun. I leader anti-balaka, tra cui Mokom, avrebbero tenuto il bestiame rubato proprio in alcuni campi non lontani da Gbiti.</p>



<p>Il 10 maggio Camille Lepage ha trascorso la notte a Bombo e quella sera, con un telefono satellitare prestatole da Fawaz, ha chiamato un’amica a Bangui per dirle di avere informazioni da condividere per messaggio. Quel messaggio non è mai arrivato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ritorno alla frontiera</h2>



<p>Il gruppo di Mokom era composto da una quarantina di uomini. In queste zone gli anti-balaka si muovevano in moto, con due o anche tre passeggeri su ciascuna; la strada a ovest di Amada Gaza era troppo degradata per usare le auto<strong>.</strong> Il 12 maggio era previsto il rientro della giornalista in quella località, che il giorno prima si sarebbe recata insieme al gruppo fino a Gbiti, varcando la frontiera e rientrando la sera a dormire dal lato centrafricano, a Banga-Boumbe (Banga), un villaggio dove gli anti-balaka disponevano di una piccola base.&nbsp;</p>



<p>L’ultimo giorno, di mattina, “un musulmano che conosceva Mokom lo ha informato che <strong>un gruppo di fulani armati del Camerun aveva attraversato la frontiera per derubare i villaggi vicini</strong>”, ha spiegato Thibaut, chiarendo che poco dopo si sarebbero sentiti “colpi di fuoco nelle vicinanze”. Le incursioni di uomini armati dal Camerun erano frequenti &#8211; ma anche viceversa.</p>



<p>Prima di tornare ad Amada Gaza, Mokom ha deciso di fare una deviazione verso il villaggio di Noufou, 30 km a sud, dove avrebbe picchiato il capozona suo sottoposto, Marius, per aver preso dei soldi dagli allevatori fulani per lasciargli sfruttare i pascoli dell’area. Secondo un rapporto preliminare della gendarmeria centrafricana <a href="https://www.jeuneafrique.com/depeches/15933/politique/centrafrique-lenquete-sur-la-mort-de-la-journaliste-camille-lepage-pietine/">citato da JeuneAfrique a giugno 2014</a> sarebbero avvenuti “atti di tortura”. Le fonti di InsideOver sono contrastanti a riguardo, ma un episodio di umiliazione sarebbe comunque avvenuto ai danni di Marius. Che però non avrebbe avuto né i mezzi né il tempo per vendicarsi la stessa mattina. Gli uomini di Mokom non hanno alcun sospetto su di lui.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-469337" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image-1024x512.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image-600x300.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image-300x150.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image-768x384.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/image.jpg 1518w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Ripartiti da Noufou in direzione di Amada Gaza, le prime tre moto del gruppo sarebbero finite sotto il fuoco di soggetti non identificati, nel primo pomeriggio. Poco prima “un moto-taxi che veniva dalla direzione opposta ha detto di aver incontrato alcuni fulani all&#8217;incrocio della deviazione verso Noufou”, ha spiegato Thibaut. Lui è tra quelli sopraggiunti appena dopo l’imboscata e insieme al resto del gruppo ha trasportato i corpi delle vittime in moto ad Amada Gaza. Qui, un’altra fonte, che avrebbe aiutato a lavare i corpi, ha riferito che l’incidente è avvenuto in corrispondenza del villaggio di Manti, a circa 5 km da Bombo.</p>



<p>Mentre ad Amada Gaza non c’era – e non ci sarebbe tutt’oggi &#8211; alcuna copertura di rete telefonica, le zone più a ovest, tra cui Bombo e Noufou, dispongono di quella del Camerun. Non è escluso che qualcuno possa aver informato gli aggressori della posizione del gruppo di Mokom – col quale Lepage si trovava, pur non essendo lei stessa presumibilmente un target.</p>



<p>Lambert ha riferito anche di imprecisate circostanze in cui ulteriore soggetto di Bombo avrebbe potuto informare della posizione un gruppo di musulmani o fulani armati, lo stesso che ha attaccato il villaggio il 10 maggio.&nbsp;</p>



<p>Sul luogo, oltre ai corpi di Lepage e del gruppo, le fonti riferiscono di aver trovato quelli di due assalitori uccisi dal fuoco anti-balaka. InsideOver ha reperito le immagini scattate sul posto: due primi piani dei volti, per terra, poco riconoscibili e senza contesto, che non sarebbero, di per sé, direttamente riconducibili ai fatti raccontati. Ma una terza foto reperita mostra una delle fonti incontrate accanto alla defunta, verosimilmente <strong>sul luogo dell’aggressione</strong>. Secondo il metodo utilizzato in precedenza, anche queste immagini, che riportano la stessa data errata, il 13 aprile 2014, e un orario pomeridiano &#8211; che differisce di pochi minuti tra gli scatti – sono collegabili tra di loro. E’ possibile che siano state scattate dallo stesso apparecchio, con la data errata di 1 giorno e 1 mese (come noto, i fatti sono del 12 maggio 2014).</p>



<h2 class="wp-block-heading">I responsabili mai identificati</h2>



<p>Le prime testimonianze raccolte dai media sulla morte di Lepage sono di alcuni anti-balaka raggiunti da <a href="https://lignesdedefense.ouest-france.fr/la-mort-de-camille-lepage-dimanche-a-16h-selon-des-temoignages-recueilli-par-radio-siriri/">Radio Siriri</a>, emittente centrafricana di cui il prete Zoumalde era referente a Bouar, e da <a href="https://www.lemonde.fr/afrique/article/2014/05/14/centrafrique-la-photojournaliste-francaise-victime-d-une-embuscade_4416663_3212.html?utm_source=chatgpt.com">Le Monde</a> il 14 maggio. Accusavano dell’attacco un misto di “ex miliziani Selekà, bracconieri sudanesi e fulani”, tra cui gli Anagamba, un gruppo proveniente dal Ciad, che avrebbero imperversato nella regione nelle settimane precedenti. Nello stesso periodo la Brigata di intervento rapido del Camerun avrebbe bloccato “120 giovani musulmani armati che volevano attraversare il confine per incendiare i villaggi di confine in RCA”, come riportato.</p>



<p>Ma la regione è sempre stata contesa da più attori. Alcuni studi del 2014 hanno documento che qui al suo arrivo, tra le altre cose, la Selekà ha cominciato a combattere contro il Fronte democratico del popolo centrafricano (FDPC), un gruppo armato di più antica formazione, per il controllo della sub-prefettura di Abba, a nord della strada dell’imboscata. Mentre il comandante della Selekà a Berberati e Carnot &#8211; a est di Amada Gaza &#8211; un tale colonnello Saad, era un ex leader del Fronte popolare per la ripresa (FPR), un altra milizia fondata nel 2011, prima ancora della guerra civile, da un ex ufficiale della gendarmeria ciadiana per “proteggere” le comunità fulani.&nbsp;</p>



<p>Ad oggi, se escluso un regolamento di conti, non si saprebbe a quale fazione attribuire la morte di Lepage. Come ha ribadito più volte sua madre Maryvonne, l’aspettativa di giustizia è quella di “identificare almeno il gruppo responsabile o i suoi capi, non i singoli individui che hanno sparato, e conoscerne le motivazioni”.</p>



<p>Intanto la situazione sul terreno è rimasta precaria. Nello strada dove Lepage ha trovato la morte, nel 2018 alcuni <strong>Caschi blu dell’Onu</strong> sono stati uccisi da un nuovo gruppo armato costituitosi lo stesso anno, così come nel 2021 tre soldati del gruppo mercenario russo Wagner – presente in RCA dal 2017 &#8211;&nbsp; per mano di altre milizie. La popolazione civile nel mezzo.</p>



<p>Le fonti incontrate in RCA, comunque, hanno riferito che c’erano altre persone in possesso di foto o testimonianze di quel 12 maggio 2014. La ricerca, dopo 11 anni, va ancora fatta sul campo. </p>



<p><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/criminalita/camille-lepage-11-anni-dopo-gli-ultimi-giorni-e-le-foto-inedite.html">Camille Lepage, 11 anni dopo: gli ultimi giorni e le foto inedite</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Perché in Tunisia il mercato dell&#8217;auto è tra i più cari al mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/perche-in-tunisia-il-mercato-dellauto-e-tra-i-piu-cari-al-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 May 2021 07:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="956" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-1024x510.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-768x383.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-1536x765.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-2048x1020.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Possedere un&#8217;automobile in Tunisia è un privilegio. Tasse esagerate sull&#8217;acquisto, rigide quote di importazione dei veicoli e l&#8217;inflazione intorno al 5% rendono il mercato dell&#8217;auto del Paese nordafricano tra i più cari al mondo, viste anche le basse paghe locali, con prezzi che vanno fino a oltre il 200% di quelli medi sul mercato internazionale. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-in-tunisia-il-mercato-dellauto-e-tra-i-piu-cari-al-mondo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="956" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-300x149.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-1024x510.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-768x383.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-1536x765.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/Automobili-2048x1020.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Possedere un&#8217;automobile in Tunisia è un privilegio. Tasse esagerate sull&#8217;acquisto, rigide quote di importazione dei veicoli e l&#8217;<strong>inflazione</strong> intorno al 5% rendono il mercato dell&#8217;auto del Paese nordafricano tra i più cari al mondo, viste anche le basse paghe locali, con prezzi che vanno fino a oltre il 200% di quelli medi sul mercato internazionale.</p>
<p>&#8220;Qui le auto sono considerate <strong>beni di lusso</strong>&#8220;, spiega Zaki Ben Ali, giovane ingegnere civile, che di recente ha abbandonato l&#8217;idea di comprarne una, nonostante la sua situazione economica sia agiata rispetto a quella di moltissimi tunisini. Ha un impiego sicuro presso il Ministero delle infrastrutture e uno stipendio netto mensile di 1163 dinari (352 euro), modesto ma sopra la media nazionale di circa 220 euro al mese. Ma comprare una semplice Renault Clio, uno dei modelli più venduti nel Paese, è fuori portata anche per lui.</p>
<p>Tra tassa di consumo che va dal 20% al 110%, Iva del 19% e tasse aggiuntive, “il prezzo finale della vettura è rappresentato fino al 90% da soli costi, di cui quelli di importazione sono tra il 35% e il 45%”, spiega Ibrahim Debache, presidente della Camera nazionale dei concessionari di automobili della Tunisia, nel dossier di novembre/dicembre 2020 sul settore auto del paese, pubblicato dal giornale online tunisino <em>Réalités.</em></p>
<p>“Mi servirebbero almeno 40mila dinari (quasi 13mila euro) per una vettura nuova. E non ci sono margini di sconto, perché i prezzi sono quasi fissi ovunque”, prosegue Ben Ali. Il mercato tunisino dell&#8217;auto infatti, è tutt&#8217;altro che libero e la<strong> competizione</strong> è poca. Per legge si possono importare nel paese al massimo 60mila veicoli nuovi all&#8217;anno, secondo un rigido sistema di quote detenute dai rivenditori, che costituisce il principale ostacolo allo sviluppo del <strong>settore automobilistico</strong> nazionale.</p>
<p>“A ogni rivenditore è assegnata una quota di veicoli in base allo storico delle sue vendite”, ha dichiarato Wisam ElBana, direttore generale di General Motors per il Nordafrica, al sito<em> Automotive Fleet</em>. “All&#8217;inizio dell&#8217;anno fiscale, a marzo, il Ministero del commercio e dello sviluppo delle importazioni, sulla base delle richieste che provengono dai concessionari, vi distribuisce uno specifico numero di vetture con i relativi importi. Non c&#8217;è concorrenza in Tunisia, perché è come dividere una torta. Tutti sanno esattamente cosa otterranno”. Nel paese si contano 35 concessionari che rappresentano oltre 50 marchi di auto.</p>
<p>Il mercato tunisino dell&#8217;automobile ha cambiato volto, passando dall&#8217;assemblaggio di vetture locali tra gli anni Sessanta e Ottanta alle importazioni di veicoli “pronti” dall&#8217;inizio degli anni Novanta. Per controllarne l&#8217;ingresso nel Paese, in forte aumento, nel 1995 il governo tunisino istituì il sistema delle quote, che si basa su fattori come il <strong>deficit commerciale</strong> e la domanda di auto, accordi di investimento tra produttori stranieri di automobili e produttori locali di componenti.</p>
<p>Nel 2012 però furono liberalizzate le importazioni di camion. “Questa misura non ha portato a un aumento rilevante della domanda, ma c&#8217;è stato un miglioramento della <strong>competitività</strong> nel mercato, anche perché nessun concessionario è obbligato a importare ciò che resta delle sue quote”, ha spiegato ancora Debache. Nel 2015 si è assistito a un tentativo di riforma del sistema delle quote auto, ma le <strong>negoziazioni</strong> tra il governo e i concessionari sono finite in un nulla di fatto.</p>
<p>Secondo il ministro del commercio Mohamed Bousaid, la revisione delle quote non prevede solo un accordo con i rivenditori, ma necessita di un&#8217;analisi più ampia del <strong>settore dei trasporti</strong>, compreso quella sullo stato delle <strong>infrastrutture stradali</strong> in previsione di un aumento dei volumi di auto in circolazione. Come ha dichiarato a <em>Réalités</em>, “il ministero non finge di avere il modo per rendere l&#8217;acquisto di un&#8217;auto accessibile al più grande numero di tunisini. Come prima cosa possiamo cercare di creare <strong>concorrenza</strong> aumentando il numero dei concessionari. Ma a parte le quote e la pressione fiscale, al caro auto concorrono una serie di altri fattori, a partire dalla <strong>svalutazione</strong> del dinaro rispetto all&#8217;euro”. Il dinaro, infatti, ha già perso il 5% da inizio 2021, ma si prevede che possa perdere fino al 15% nel 2022. Dal 2008 al 2018 ha quasi dimezzato il suo valore e oggi si cambiano 3 dinari per 1 euro.</p>
<p>L&#8217;economia tunisina è stata fortemente messa in crisi dalla <a href="https://it.insideover.com/politica/il-disincanto-e-totale-dieci-anni-dallinizio-della-rivoluzione-tunisina.html"><strong>rivoluzione del 2011</strong></a>, ha visto il collasso del turismo con gli <strong>attentati terroristici</strong> del 2015-2016, ha perso importanti fette del mercato libico e subito un calo della produzione di fosfati, di cui è uno dei primi esportatori al mondo. Non per ultimo, ha visto un netto calo della <strong>produzione petrolifera</strong>, a cui di recente è seguita <a href="https://it.insideover.com/economia/tunisia-anche-leni-scappa-dal-pianeta-tatooine.html">l&#8217;intenzione di alcuni giganti del settore di abbandonarne il mercato</a>. Secondo la Banca Mondiale, la Tunisia ha perso in media circa il 6% all&#8217;anno del PIL rispetto al periodo pre-rivoluzione.</p>
<p>Per chi come Ben Ali ha un impiego pubblico, neanche l&#8217;<strong>accesso al credito</strong> è sempre un&#8217;opzione fattibile. “Dovrei comunque pagare di tasca mia almeno il 20% del prezzo dell&#8217;auto, mentre la banca mi presterebbe la restante parte. Ma il <strong>mutuo</strong> per le auto va pagato entro sette anni al massimo”. Per un prestito di 32mila dinari (l&#8217;80% del prezzo dell&#8217;auto da 40mila), spalmato su sette anni, la più bassa <strong>rata mensile</strong> del muto, contando gli interessi, non gli permetterebbe di saldare il debito nei tempi previsti. Per legge la banca non può prelevare mensilmente più del 45% del salario e, viceversa, la più alta rata mensile non gli consentirebbe comunque di arrivare a fine mese. “Un mutuo del genere lo farei per una casa. Non è una buona idea comprare un&#8217;auto in Tunisia”.</p>
<p>Solo pochi fortunati riescono a comprare le cosidette “auto popolari”, vetture nuove a <strong>regime fiscale agevolato</strong>, un&#8217;altra anomalia del mercato tunisino. Sono auto di piccola cilindrata e potenza ridotta, importate per un massimo di 10mila unità annue da soli 10 dei 35 concessionari (1000 veicoli per ognuno) che aderiscono a un programma del Ministero del commercio, a cui possono accedere i compratori interessati se soddisfano alcuni requisiti fiscali. Ma la domanda è nettamente superiore alla disponibilità delle auto, che comunque costano tra i 20mila e i 30mila dinari (tra i 6mila e i 9mila euro).</p>
<p>In molti si rivolgono dunque al <strong>mercato dell&#8217;usato</strong>, che rappresenta il 25% dell&#8217;intero mercato tunisino dell&#8217;auto. Ma la convenienza è poca e si pagano prezzi alti per veicoli vecchi e con chilometraggi eccessivi. Ad esempio, una Renault Clio del 2008, con oltre 150mila chilometri, può costare oltre i 5mila euro, mentre sul mercato italiano costerebbe anche meno della metà, con la metà dei chilometri percorsi.</p>
<p>Sono molti, dunque, anche quelli che rinunciano del tutto all&#8217;acquisto. Come Zaki Ben Ali: &#8220;Alla fine dopo tre anni di lavoro ho comprato una buona bici”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-in-tunisia-il-mercato-dellauto-e-tra-i-piu-cari-al-mondo.html">Perché in Tunisia il mercato dell&#8217;auto è tra i più cari al mondo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La Finlandia rivoluziona il processo ai crimini di guerra africani</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-finlandia-rivoluziona-il-processo-ai-crimini-di-guerra-africani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Feb 2021 10:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=307390</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1415" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-300x221.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-1024x755.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-768x566.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-1536x1132.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/02/Liberia-2048x1509.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Da lunedì 22 febbraio un tribunale finlandese svolgerà in Liberia parte del processo al 51enne sierraleonese Gibril Massaquoi, ex membro del Fronte Rivoluzionario Unito (Ruf), imputato per i crimini commessi tra il 1999 e il 2003, durante la seconda guerra civile liberiana. Il procedimento, cominciato a inizio mese a Tampere, in Finlandia, prevede che la &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-finlandia-rivoluziona-il-processo-ai-crimini-di-guerra-africani.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-finlandia-rivoluziona-il-processo-ai-crimini-di-guerra-africani.html">La Finlandia rivoluziona il processo ai crimini di guerra africani</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Il procedimento, cominciato a inizio mese a Tampere, in Finlandia, prevede che la corte del paese scandinavo si trasferisca a Monrovia per circa due mesi (poi per due settimane in Sierra Leone), per ascoltare vittime e testimoni, rivoluzionando le pratiche di &#8220;<strong>giurisdizione universale</strong>&#8220;.</p>
<p>Secondo questo principio, uno stato può giudicare un cittadino straniero per crimini contro l&#8217;umanità commessi all&#8217;estero. Ma stavolta la giustizia finlandese si atterrà interamente alla sua legislazione nonostante sarà ospite in Liberia.</p>
<p>&#8220;Si tratta di un&#8217;innovazione. Nessun paese ha mai chiesto a un altro di recarvisi per tenere un processo con le proprie regole, tantomeno durante una pandemia&#8221;, spiega a <em>InsideOver</em> Thierry Cruvellier, esperto di giustizia internazionale e crimini di guerra.</p>
<p>Massaquoi viveva in Finlandia dal 2008, dopo aver ottenuto asilo per il ruolo svolto durante il processo della corte speciale per la <strong>Sierra Leone</strong>. Per i fatti commessi in questo paese gli fu concessa l&#8217;immunità, in cambio delle sue testimonianze che permisero di condannare vari leader ribelli. L&#8217;attenzione nei suoi confronti si riaccese ad agosto 2018, quando l&#8217;Ong svizzera <i>Civitas Maxima, </i>impegnata a indagare sui crimini dei conflitti liberiani, consegnò alla giustizia finlandese informazioni sul coinvolgimento di Massaquoi in questi ultimi.</p>
<p>L&#8217;allora comandante e portavoce del Ruf è stato arrestato a marzo 2020 dopo un&#8217;indagine di quattordici mesi durante i quali gli investigatori finlandesi si sono recati più volte in Liberia. Accusato di vari <strong>omicidi, torture e stupri</strong>, Massaquoi non andrà a Monrovia, ma rimarrà in Finlandia per motivi di sicurezza e potrebbe ricevere il verdetto di prima istanza già dal prossimo settembre.</p>
<p>Il caso ha evidenziato la debolezza dei sistemi giuridici di paesi come Francia, Svizzera e Belgio, dove sono attualmente in corso altri procedimenti per crimini di guerra commessi in Liberia da ex combattenti liberiani. Ma questi sono caratterizzati da indagini lente e tempi di giudizio lunghi. Le autorità svizzere, ad esempio, hanno aperto solo lo scorso 15 febbraio a Bellinzona il processo all&#8217;ex comandante ribelle Alieu Kosiah, dopo averlo arrestato a novembre 2014, oltre sei anni fa, e senza essersi mai recate sul campo a indagare.</p>
<p>&#8220;Dato che Massaquoi è sierraleonese, la Liberia potrebbe aver concesso più facilmente la piena giurisdizione alla corte finlandese&#8221;, spiega Cruvellier. &#8220;Non trattandosi di un cittadino liberiano, Monrovia sarebbe anche meno intimorita dalla possibilità che Massaquoi parli del coinvolgimento di alcuni membri delle istituzioni nel conflitto&#8221;. Non è infatti un mistero che nelle amministrazioni liberiane, compreso il parlamento, siedono ex combattenti le cui responsabilità, seppur note, sono finite nel dimenticatoio della memoria collettiva del paese e della sua giustizia disastrata.</p>
<p>Ma a prescindere da queste considerazioni, la Finlandia aveva già un esempio a cui guardare. Nel 2009 i giudici del paese finnico celebrarono in Ruanda il processo al ruandese Francois Bazaramba, condannandolo all&#8217;ergastolo per aver preso parte al genocidio del paese africano nel 1994. &#8220;Non solo questo modello di giustizia ha già funzionato, ma secondo la corte finlandese sarebbe anche il più efficace ed economico&#8221;, prosegue l&#8217;esperto. &#8220;In uno stato come la Finlandia dove la spesa di risorse pubbliche è meticolosa, le autorità giudiziarie sono state in grado di dimostrare la convenienza di trasferire all&#8217;estero giudici, accusa e difensori per varie settimane&#8221;.</p>
<p>Inoltre la giustizia di Helsinki, memore dell&#8217;esperienza ruandese, considera fondamentale calarsi nel contesto del paese dove si sono svolti i fatti imputati. Tenendo conto delle differenze linguistiche culturali nell&#8217;esaminare i testimoni liberiani, l&#8217;interrogazione a distanza, più facile e conveniente, non sarebbe stata un&#8217;opzione affidabile.</p>
<p>Il <strong>&#8220;modello finlandese&#8221; </strong>potrebbe essere replicato da altri paesi o dalle corti internazionali, ma bisogna tenere conto, tra le altre cose, dei diversi ordinamenti giuridici. La buona pratica di Helsinki, che permette di accorciare i tempi del processo, avviene nel contesto della <i><b>civil law</b></i> (derivante dal diritto romano), il sistema adottato nell&#8217;Europa continentale. Secondo alcuni giuristi, questo sarebbe più adatto alla giustizia transnazionale per i crimini di guerra. I tribunali internazionali, invece, seguono i principi della <em>commow law </em>(di origine britannica) e hanno tempi più lunghi. La corte penale dell&#8217;Aja, ad esempio, impiega anche quattro anni per concludere le sole udienze preliminari.</p>
<p>Secondo Cruvellier, &#8220;a prescindere dagli ostacoli di natura tecnica, è improbabile che i giudici dell&#8217;Aja vogliano scomodarsi per andare in missione in paesi difficili. Prima di tutto è un problema di volontà: la forza del modello finlandese sta nella determinazione a procedere in questo modo&#8221;.</p>
<p>A Monrovia il caso Massaquoi sta suscitando speranza per l&#8217;istituzione di una <strong>corte speciale per i crimini di guerra</strong>, ormai discussa da tempo. Il presidente liberiano George Weah avrebbe favorito il via libera al processo sulla scia della pressione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Questo aveva dato alla Liberia tempo fino a luglio 2020 (scadenza poi posticipata per la pandemia) per implementare la giustizia che dovrebbe occuparsi dei conflitti civili passati.</p>
<p>&#8220;Prima di concludere il suo mandato, il presidente George Weah vuole lasciare in eredità un segnale che indichi la possibilità di porre fine all&#8217;impunità. Speriamo che la giustizia finlandese crei un precedente&#8221;, ha dichiarato Aaron Weah, ex ricercatore della <em>Commissione per la verità e la riconciliazione della Liberia. </em>&#8220;Finché ex signori della guerra occupano ancora ruoli chiavi nel governo, non ci sarà alcuno sviluppo per il paese&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Il disincanto è totale&#8221;: dieci anni dall&#8217;inizio della rivoluzione tunisina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-disincanto-e-totale-dieci-anni-dallinizio-della-rivoluzione-tunisina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 09:53:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1258" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-1024x671.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-1536x1006.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Tunisia-Lentini-2048x1342.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 17 dicembre 2010 il venditore ambulante Mohamed Bouazizi, disperato per la mancanza di lavoro e i soprusi della polizia, si è immolato con il fuoco di fronte la prefettura di Sidi Bouzid. Così scaturivano le proteste che dal dimenticato entroterra tunisino hanno incendiato il resto del paese fino a raggiungere la capitale Tunisi, per &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-disincanto-e-totale-dieci-anni-dallinizio-della-rivoluzione-tunisina.html">[...]</a></p>
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<p>Oggi, di quel giorno resta un ritratto stilizzato del volto di Bouazizi sull&#8217;edificio delle poste della sua città. Una scritta rossa recita: “il <strong>martire</strong>”. Proprio dalla piazza centrale a lui intitolata, nel 2019 il neoeletto presidente Kais Saied annunciava l’istituzione di una giornata di festa nazionale per commemorare il ventiseienne. Ma i tunisini si chiedono ancora se si tratti di un giorno feriale o meno, visto che a quell&#8217;annuncio non è seguito nessun decreto ufficiale. E il 17 dicembre resta un giorno come gli altri.</p>
<p>Soprattutto quest&#8217;anno. La presidenza della Repubblica, infatti, ha comunicato ieri sera che Saied, a causa di “impegni urgenti”, non parteciperà alla commemorazione della rivoluzione presso Sidi Bouzid.</p>
<p>Le vie di questa e di tante altre città tunisine, da quel lontano 2010, sono state nuovamente occupate da chi non ha smesso di chiedere “libertà, dignità e lavoro”, come recita il famoso slogan della rivoluzione. I giovani precari o disoccupati continuano a immolarsi nel tentativo di attirare l’attenzione delle autorità sul malessere sociale crescente, ma del loro sacrificio non c’è più traccia sui quotidiani locali.</p>
<p>Secondo i dati del ministero della salute, darsi fuoco è il secondo metodo di suicidio più diffuso nel paese. Anche se non esistono statistiche ufficiali sulle auto-immolazioni, la stampa tunisina ne ha contate più di 200 tra il 2011 e il 2018. L’ultima ha avuto luogo il 1° dicembre a Zaghouan, dove un padre di famiglia si è cosparso di benzina dopo aver scoperto di non essere tra gli operai scelti per lavorare qualche settimana in un cantiere.</p>
<p>L’entusiasmo della rivoluzione ha lasciato il posto prima alla disillusione, poi alla collera. Le promesse di Saied, presidente indipendente, eletto grazie al voto dei giovani e spesso definito “il salvatore della rivoluzione”, non si sono trasformate in politiche a sostegno delle fasce sociali più deboli, anche a causa del parlamento a lui avverso in cui non è rappresentato politicamente.</p>
<p>Una nuova ondata di proteste popolari attraversa la Tunisia da inizio dicembre, mentre la crisi economica causata dalla pandemia mina la stabilità del governo. Per la crisi sanitaria, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 18% durante il secondo trimestre del 2020 (era il 16% prima della pandemia), come nel 2011, all&#8217;apice della rivoluzione.</p>
<p>Da quando abbiamo conquistato il diritto di protestare non abbiamo più smesso di farlo. Il governo ha sempre risposto con la repressione. Non chiediamo molto: vogliamo lavoro”, spiega Karima. Questa madre di famiglia, da inizio mese, si unisce ogni giorno a un gruppo di manifestanti nei pressi del complesso industriale di Ghannouch, la sua città, nel sud est della Tunisia. Il marito ha perso il lavoro per la pandemia, così in famiglia nessuno porta più il pane a casa. “Far sentire la nostra voce bloccando le attività produttive è l’unico modo per essere considerati da Tunisi”. Durante il lockdown Karima ha usufruito dei pochi sussidi dello Stato: “ad aprile ci hanno dato 200 dinari (l’equivalente di 60 euro), poi più niente”.</p>
<p>Le difficili <strong>condizioni economiche</strong> mettono alla prova, in particolar modo, le regioni più emarginate, quelle interne e meridionali, e hanno spinto da inizio anno a oggi 12.673 tunisini ad attraversare il Mediterraneo per cercare fortuna in Italia. Secondo i dati del Viminale sono più del triplo dell’anno scorso e oggi rappresentano  il 40% del totale degli sbarchi.</p>
<p>&#8220;Questo accade perché le ragioni profonde della rivoluzione sono ancora tutte qua”, spiegava Khayreddine, sfilando per le vie di Tunisi in occasione dello sciopero del personale sanitario l’8 dicembre. La questione sociale e quella economica non sono mai state affrontate da chi ha preso le redini del paese dopo l&#8217;esilio del presidente Zine El-Abidine Ben Ali nel gennaio 2011.</p>
<p>Come accade spesso, la letteratura ha saputo anticipare il sentimento di sfiducia e indignazione che ha portato alla rivoluzione, ma è con questa che in Tunisia si è assistito a un “salto letterario”. Così spiegano le arabiste Chiara Comito e Silvia Moresi, nel libro <em>Arabpop: arte e letteratura in rivolta dei paesi arabi</em>, illustrando quella stagione culturale.</p>
<p>I romanzi tunisini della rivoluzione raccontano storie di delusioni e fallimenti, spesso caratterizzate da contesti di gravi disparità sociali: il borghese e il senzatetto, il cittadino della capitale e quello di provincia, le nuove generazioni e la famiglia tradizionale.</p>
<p>&#8220;Il disincanto per l&#8217;esito della transizione democratica è totale”, spiega Shukri Mabkhout, accademico e scrittore tunisino, che con <span style="color: #000000;"><i>L&#8217;Italiano </i></span><span style="color: #000000;">ha vinto nel 2015 l&#8217;</span><span style="color: #000000;"><i>International Prize for Arabic Fiction</i></span><span style="color: #000000;">, il più important</span><span style="color: #000000;">e </span><span style="color: #000000;">premio l</span><span style="color: #000000;">ett</span><span style="color: #000000;">erario del mondo arabo. Il suo romanzo, ispirato dai primi anni delle proteste nel 2010-2012, racconta di un altro storico periodo di cambiamenti già vissuto nel Paese, la fine dell&#8217;era di Habib Bourghiba, padre dell&#8217;indipendenza tunisina, e l&#8217;inizio, nel 1987, del regime di </span><span style="color: #000000;">Ben Ali, suo ministro dell&#8217;interno.</span></p>
<p>Mabkhout narra i tormenti sentimentali di Abdel Nasser, soprannominato “l&#8217;italiano” per il suo fascino, un trentenne di sinistra che vede infrangere i suoi ideali in una Tunisia in decadenza, in preda al malcostume. Con la narrazione di quell&#8217;epoca, lo scrittore cerca di dare alla <i>Primavera araba </i>gli strumenti per provare a comprendersi, e si interroga sui motivi per cui la sinistra tunisina non abbia saputo sfruttare l’occasione della rivoluzione. Ancora oggi, secondo lui, “nessuno può affermare di aver pienamente compreso le dinamiche profonde di questa corrente rivoluzionaria, neanche i sociologi e i politologi”.</p>
<p lang="zxx" align="justify"><span style="color: #000000;">Complice dell&#8217;incapacità del movimento rivoluzionario di trasformarsi in proposta politica, è “la pesante eredità del sistema corrotto e mafioso su cui si reggeva il regime di Ben Ali, il cui smantellamento si è rivelato più complesso del previsto”, prosegue l’autore. Per fare i </span><span style="color: #000000;">conti col passato, la Tunisia ha istituito nel 2013 la </span><span style="color: #000000;"><strong>Commissione per la Verità e la Dignità</strong>, (Ivd), che fino a dicembre 2018 ha indagato sugli abusi dei regimi di Bourghiba e <strong>Ben Ali</strong>. Nel suo rapporto finale, pubblicato a marzo 2019, ma recepito dal governo solo quest&#8217;anno, si contano oltre 60mila casi esaminati di cui solo circa 200 circa sono stati rinviati a processo.</span></p>
<p lang="zxx" align="justify"><span style="color: #000000;">Se i primi mesi le udienze hanno attirato curiosi e telecamere, da anni una parte della società ha perso fiducia nella giustizia di transizione a causa delle polemiche che hanno visto coinvolta la presidente dell’Istanza Sihem Bensedrine, vicina al partito islamista di Ennahda. “Nel rapporto reso pubblico dall’Ivd, però, troviamo raccomandazioni importanti e progressiste in materia di libertà individuale”, spiega Halim Meddeb, avvocato tunisino.</span></p>
<p lang="zxx" align="justify"><span style="color: #000000;">Ma secondo Mabkhout, “il </span><span style="color: #000000;">siste</span><span style="color: #000000;">ma giudiziario tunisino manca ancora del coraggio e dell&#8217;intuito di ‘un giudice Falcone’ o del suo successore Antonino Caponnetto. Oggi i tunisini sentono che al posto di un grande mafioso come Ben Ali ci sono mafiosi dilettanti che non hanno remore”.</span></p>
<p>Nonostante lo scrittore riconosca che l&#8217;esperienza rivoluzionaria tunisina sia stata la meno sanguinosa e la più promettente del mondo arabo, “occorre ammettere con franchezza che oggi il paese è nelle mani di politici guidati da una logica di smantellamento dello Stato, avidi di potere ed incapaci di progettare nuove strategie”.</p>
<p>Secondo Makbhout la narrazione della transizione democratica tunisina come momento contingente ha contribuito a rallentare alcuni cambiamenti, oggi più necessari che mai. Dall&#8217;adozione della nuova costituzione nel gennaio 2014, ad esempio, il paese attende ancora che venga istituita la Corte Costituzionale. Cambiare lo sguardo con cui si analizza questo processo storico a lungo termine è quindi fondamentale per evitare che si traduca in un fallimento, “ammesso che non sia già fallito”, precisa l&#8217;accademico.</p>
<p>A distanza di anni, se Mabkhout dovesse riscrivere il personaggio di Abdel Nasser ispirandosi alla Tunisia di oggi: “Non cambierebbe nulla, perché i problemi sono ancora gli stessi”.</p>
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		<title>Le barriere stradali nella Repubblica Centrafricana</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/le-barriere-stradali-nella-repubblica-centrafricana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 08:05:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Repubblica Centrafricana (Foto Jacopo Lentini)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-2048x1536.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nei giorni stabiliti i camion si accodano già dall&#8217;alba alla barriera doganale del Pk12, il punto chilometrico 12, all&#8217;uscita della capitale Bangui, per partire in convoglio scortati dai militari delle Nazioni Unite. “Il problema è al ritorno, quando la scorta non c&#8217;è, perché riparte prima ancora che finiamo di scaricare la merce”, racconta Cyril (nome &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/le-barriere-stradali-nella-repubblica-centrafricana.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Repubblica Centrafricana (Foto Jacopo Lentini)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/foto-copertina-Centrafrica-2048x1536.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nei giorni stabiliti i camion si accodano già dall&#8217;alba alla <strong>barriera doganale del Pk12</strong>, il punto chilometrico 12, all&#8217;uscita della capitale Bangui, per partire in convoglio scortati dai militari delle Nazioni Unite. “Il problema è al ritorno, quando la scorta non c&#8217;è, perché riparte prima ancora che finiamo di scaricare la merce”, racconta Cyril (nome di fantasia), autista della società di logistica Ecolog, appaltatrice del rifornimento di viveri delle basi Onu.</p>
<p>A causa della guerra civile iniziata nel 2012, circa l&#8217;80% del territorio della Repubblica Centrafricana è in mano a ribelli che, tra le altre cose, controllano le strade tramite <strong>checkpoint</strong> per il prelievo di “tasse”. L&#8217;ultimo accordo di pace, siglato a Khartum (Sudan) nel febbraio 2019 tra il governo e 14 gruppi armati, non ha impedito il proseguire del conflitto “a bassa intensità”.</p>
<p>Cyril è diretto a Bria, verso est, zona controllata in maggioranza dall&#8217;Unione per la Pace in Centrafrica (UPC), una delle principali milizie nata dallo scioglimento della <strong>Seleka</strong>, la coalizione musulmana responsabile del colpo di stato del marzo 2013. “A ogni barriera stradale si paga e le cifre sono spesso esagerate. A volte si può negoziare, ma dipende dall&#8217;umore di chi si trova davanti”. Le richieste variano dai 10mila ai 100mila franchi (da 15 a 150 euro) per checkpoint, in base al tipo di trasporto e al committente. Per compensare tali costi, molti camion mercantili trasportano anche passeggeri paganti. “Se non paghi si prendono il carico, i passeggeri e a volte pure il camion”, racconta ancora l&#8217;autista.</p>
<h2>Non solo oro e diamanti</h2>
<p>Il dibattito sul conflitto centrafricano si concentra, in genere, sul controllo delle risorse minerarie e sul <strong>contrabbando di armi</strong>. Ma il racket degli assi commerciali è fondamentale per le milizie, specie in quelle zone dove le risorse naturali scarseggiano. I guadagni non derivano solo dai pedaggi imposti ai passeggeri in transito, ma anche dalla tassazione del bestiame, che viene allevato soprattutto nelle regioni del nord e trasportato a Bangui, e della mercanzia che proviene dal Sudan.</p>
<p>Nel 2017, il <strong>Servizio internazionale di informazione per la pace (Ipis)</strong>, centro di ricerca indipendente sulle zone di crisi, che ha sede in Belgio, ha mappato per la prima volta le barriere stradali presenti nel Paese, rilevandone un totale di 284. Solo il 40% circa è gestito da autorità statali, la restante parte da gruppi armati. Di questi, come riporta Ipis, i tre principali schieramenti ex-Seleka (tra cui l&#8217;UPC), incassano in totale almeno 6 milioni di euro l&#8217;anno.</p>
<p><figure id="attachment_297449" aria-describedby="caption-attachment-297449" style="width: 1024px" class="wp-caption alignnone"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-297449" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-1024x724.png" alt="mappa barriere stradali Centrafrica (Ipis)" width="1024" height="724" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-1024x724.png 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-300x212.png 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-768x543.png 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-1536x1086.png 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica-2048x1448.png 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/mappa-barriere-stradali-Centrafrica.png 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption id="caption-attachment-297449" class="wp-caption-text">A novembre 2017, Il Servizio internazionale di informazione per la pace (IPIS) ha pubblicato il rapporto L&#8217;economia politica dei blocchi stradali nella Repubblica Centrafricana, che distingue nel Paese vari circuiti commerciali, ognuno sottoposto a diverse dinamiche di tassazione, lecita o meno. La mappa delle barriere stradali è ancora rappresentativa della situazione attuale.</figcaption></figure></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo il Direttore generale delle dogane centrafricane, <strong>Frédéric Inamo</strong>, intervistato da <em>Jeuneafrique</em> a maggio 2019, “la dogana centrafricana lavora solo su un terzo del Paese. Si tratta di un deficit significativo, stiamo perdendo almeno due miliardi di franchi al mese (3 milioni di euro)”. L&#8217;attuale budget dello Stato ammonta a soli 218 milioni di euro (che arrivano a 400 milioni contando i fondi ottenuti da donatori internazionali), di cui il 40% deriva dalle imposte doganali, che sono dunque vitali.</p>
<p>In questo contesto rimane da capire che effetto avrà l&#8217;entrata in vigore, il 1° gennaio 2021, dell&#8217;Area continentale africana di libero scambio (AfCFTA), che prevede l&#8217;eliminazione del 90% dei dazi delle merci in transito. “Ci sono circa 30 uffici doganali in diverse grandi città, ma ne controlliamo solo una decina. Il nord, il centro, il sud-est e persino il nord-ovest ci sfuggono e i gruppi armati prelevano più della metà delle entrate doganali dello Stato”, ha spiegato ancora Inamo.</p>
<h2>Lo Stato-capitale</h2>
<p>Ad agosto 2019, nell&#8217;ottavo distretto di <strong>Bangui</strong>, alcuni commedianti hanno inscenato le sofferenze della popolazione vessata dalle estorsioni alle barriere stradali, stavolta quelle statali. Sul palco di un evento organizzato da radio Ndeke Luka, la principale emittente locale finanziata con fondi europei, l&#8217;imitazione più apprezzata è stata quella di un gendarme che, durante il controllo documenti, chiede a un viaggiatore persino il certificato di battesimo, pur di trovare un modo per riscuotere una tassa.</p>
<p>Anche se non si rischia di essere rapinati ai checkpoint governativi (almeno non con la forza), la richiesta di denaro non è meno asfissiante di quella delle milizie. Le barriere delle<strong> forze di sicurezza centrafricane</strong> sono spesso illegali, e quando non lo sono, nulla impedisce la richiesta di pagamenti non dovuti. Nel 2012, nel tentativo di regolare i checkpoint ufficiali, il governo ha emanato un decreto elencandone 92. Ma già allora ce n&#8217;erano più del doppio e il decreto è sempre rimasto lettera morta.</p>
<p>Le istituzioni statali sfuggono allo Stato, da sempre concentrato solo a Bangui. Qui la politica, al netto dei <strong>golpe</strong>, almeno sei dall&#8217;indipendenza del 1960 a oggi, non ha mai veramente rivendicato le province. “Il Centrafrica è uno stato improbabile [&#8230;], il governo non è mai stato davvero presente fuori dalla capitale. Fino alla fine del 19esimo secolo, gli abitanti di queste zone vivevano in quelle che gli antropologi chiamano &#8216;società senza Stato&#8217;, dove il potere coercitivo era diffuso piuttosto che centralizzato”, spiega Louisa Lombard, antropologa dell&#8217;Università Yale degli Stati Uniti.</p>
<p>Fuori da Bangui, la mancanza di un sistema di pagamento degli stipendi statali (comunque miseri, per coloro che sono pagati), induce alla creazione dei checkpoint abusivi. “Chi lavora lontano non può viaggiare per giorni per andare a Bangui a prendere lo stipendio. Siamo sempre qua, dormiamo, lavoriamo e basta”, spiega un gendarme della <strong>barriera di Bossemptele</strong>, sulla strada principale che collega la capitale al Camerun.</p>
<p>Da qui proviene l&#8217;80% degli approvvigionamenti del Paese, il cui prezzo finale è maggiorato anche più del 50%, a causa dei molti costi illeciti del trasporto. La strada è l&#8217;unica controllata totalmente dal governo, grazie agli sforzi della <strong>Minusca</strong>, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana. Percorrerla interamente costa a un camion un minimo di 50mila franchi (80 euro), mentre le moto pagano in media 1000 franchi (1.50 euro) per barriera e le auto almeno il doppio. La rotazione del personale alle barriere stradali, in sostanza, è spesso l&#8217;unico modo per pagarne i salari.</p>
<p>“Lo Stato si ferma al Pk12”, dice un proverbio centrafricano. Ma anche in centro a Bangui non va alla grande.</p>
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		<title>La chiusura della scuola italiana in Eritrea</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-chiusura-della-scuola-italiana-in-eritrea-riflessioni-e-scenari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Nov 2020 13:57:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Comunita eritrea (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-2048x1367.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo 117 anni la scuola italiana di Asmara ha chiuso. Lo ha comunicato in via cautelare l&#8217;Ambasciata in Eritrea, lo scorso 31 agosto. La decisione ha seguito la revoca della licenza dell&#8217;istituto da parte delle autorità locali, avvenuta il 25 marzo, riguardo alla quale sono mancate spiegazioni. Asmara non avrebbe gradito la scelta unilaterale di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-chiusura-della-scuola-italiana-in-eritrea-riflessioni-e-scenari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1282" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Comunita eritrea (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Comunit%C3%A0-eritrea-La-Presse-2048x1367.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dopo 117 anni la scuola italiana di Asmara ha chiuso. Lo ha comunicato in via cautelare l&#8217;Ambasciata in Eritrea, lo scorso 31 agosto. La decisione ha seguito la revoca della licenza dell&#8217;istituto da parte delle autorità locali, avvenuta il 25 marzo, riguardo alla quale sono mancate spiegazioni. Asmara non avrebbe gradito la scelta unilaterale di Roma di sospendere le lezioni durante la pandemia, senza offrire alternative.</p>
<p>“Possono esserci stati fraintendimenti, tuttavia abbiamo chiesto di trovare un terreno di chiarimento che non si è materializzato”, ha dichiarato la Viceministra degli Esteri Marina Sereni.</p>
<p>Nei mesi scorsi la notizia ha sollevato indignazione unanime, dai sindacati della scuola ai missionari in Eritrea. Tutti hanno accusato il governo italiano dell&#8217;ennesimo (ed effettivo) fallimento in politica estera, che mina le relazioni storiche con il Paese africano. Ma Asmara potrebbe anche aver avuto intenzioni velate.</p>
<p>La scuola è la più grande tra quelle italiane all&#8217;estero, con circa 1200 studenti. Fondata nel 1903 per i figli dei coloni italiani, ha poi favorito l&#8217;emancipazione di generazioni di giovani eritrei, creando un legame culturale con il Mediterraneo. Dal 1993 l&#8217;Eritrea è governata dal dittatore Isaias Afewerki ed è un Paese molto chiuso.</p>
<p>Le diatribe sulla scuola sarebbero cominciate già qualche anno fa. La gestione dell&#8217;istituto è sancita da un accordo bilaterale del 2012, che l&#8217;Italia ha trascurato sin dall&#8217;inizio, non nominando i propri componenti della Commissione congiunta. Poi, le riforme dell&#8217;istruzione del 2017-2018 hanno tagliato i fondi per l&#8217;estero e favorito l&#8217;assunzione di insegnanti eritrei, riducendo la formazione italiana distintiva della scuola, aumentando così il malcontento di Asmara. Prima di decretare la chiusura, a nulla è servito l&#8217;intervento del Presidente Conte, che ha scritto ad Afewerki in merito alla licenza revocata, troppo tardi e senza ricevere risposta. Secondo Giuseppe Dentice, ricercatore associato dell&#8217;Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), “la chiusura della scuola è un passo indietro importante. L&#8217;Italia deve interrogarsi su quale sia il suo ruolo dal Mediterraneo al Medio Oriente passando per il Corno d&#8217;Africa, altrimenti, come in questo caso, rischia di essere percepita come un attore passivo che agisce su impulsi esterni”.</p>
<p>Altri atti unilaterali di Asmara, come l&#8217;apposizione dei sigilli alle aule, però, fanno temere l&#8217;intenzione del governo eritreo di nazionalizzare l&#8217;istituto, sulla scia di quanto accaduto nel 2019 alle cliniche e alle scuole della Chiesa Cattolica. Secondo una legge del 1995, mai applicata fino ad allora, che prevede che le strutture sociali siano gestite dall&#8217;autorità pubblica, il regime di Afewerki aveva dato il via alle requisizioni. In questo contesto, Giuseppe Dentice fornisce un&#8217;analisi sulla vicenda della scuola italiana e sull&#8217;influenza di Roma nell&#8217;area.</p>
<p><strong>Il caso della scuola italiana richiama quanto successo agli istituti cattolici?</strong></p>
<p>“La tendenza del governo eritreo è quella dell&#8217;appropriazione. Già l&#8217;anno scorso, visti i problemi con gli istituti vaticani, c&#8217;erano state manifestazioni della popolazione, cosa inusuale in Eritrea, per ribadire la volontà di mantenere la scuola a carattere italiano ed evitarne il controllo dello stato. Asmara vi darebbe una propria identità: lingua e cultura araba e un indirizzo religioso in prevalenza musulmano. Speculando, il governo di Afewerki voleva pesare nella gestione della scuola da oltre un decennio. L&#8217;accordo del 2012 gli ha permesso di farlo”.</p>
<p><strong>La chiusura dell&#8217;istituto gioca un ruolo nella rimozione storica del passato coloniale italiano in questa regione?</strong></p>
<p>“Solo minimamente non ci aiuta a fare pace con le nostre responsabilità coloniali e rimane una questione a sé. Il rapporto dell&#8217;Italia con la sua storia coloniale è di rimozioni e riabilitazioni. Oltre alle vicende eritree, durante il fascismo e la Seconda guerra mondiale i crimini italiani in Libia ed Etiopia non vanno dimenticati. Se da un lato queste vicende sono state cancellate dal discorso politico e sociale, dall&#8217;altro ne rimane talvolta un&#8217;idea benevola e romanzata. Certa storiografia dagli anni &#8217;60 in poi ne è un esempio. Si paga ancora oggi il prezzo della mancata (o incompleta) defascistizzazione delle istituzioni statali. Come l&#8217;Università, dove solo di recente si sta provando a cambiare la visione del trascorso italiano in Africa orientale”.</p>
<p><strong>Poiché la presenza culturale italiana in questa regione ha lunga data, che peso ha avuto il “soft power” di Roma nella pace tra Eritrea ed Etiopia del 2018 e che rilevanza ha in generale nel Corno d&#8217;Africa?</strong></p>
<p>“Più che dall&#8217;Italia, la pace è stata fortemente promossa dagli Emirati Arabi Uniti e dall&#8217;Arabia Saudita. Non è casuale soprattutto il ruolo degli Emirati, che stanno costruendo porti e infrastrutture in Eritrea. Più importante dell&#8217;Italia è stato anche l&#8217;Egitto, che in funzione anti-etiopica ha supportato Asmara. L&#8217;Italia ha inserito il Corno d&#8217;Africa nella sua agenda solo a partire dal 2013, con l&#8217;iniziativa Italia-Africa, a cui è seguita, l&#8217;anno successivo, una missione nella regione da parte dell&#8217;allora Viceministro Lapo Pistelli. Da quel momento la presenza di Roma è cresciuta, ma limitatamente a questioni di carattere economico o di sicurezza. Ad esempio in Etiopia, con la costruzione di due importanti dighe da parte della Salini-Impregilo e gli investimenti dell&#8217;Enel. Poi con la presenza militare in Gibuti per il contrasto al terrorismo e all&#8217;immigrazione clandestina. Il ruolo italiano comincia ad avere rilievo dopo gli accordi di pace, in seguito alla visita del Presidente Conte a entrambe le parti, a ottobre 2018. Se l&#8217;Italia fa vanto della diplomazia culturale come pilastro della propria strategia internazionale, la chiusura della scuola di Asmara mette in dubbio le reali capacità di capitalizzare il ‘soft power’. Bisogna capire quanto quest&#8217;ultimo sia effettivamente un valore per portare avanti una diplomazia di tipo multidimensionale. ‘Poco’ rischia di essere la risposta”.</p>
<p><strong>L&#8217;Italia ha creato l&#8217;Eritrea, ma quest&#8217;ultima ha un certo orientamento ideologico verso la Cina, data la formazione maoista di Afewerki presso il Paese asiatico. Se viene a mancare il ponte culturale con l&#8217;Italia, la Cina, già presente nella regione come partner economico, avrebbe più spazio di creane uno proprio?</strong></p>
<p>“La Cina in Africa segue la precisa strategia di non mostrarsi come partner coloniale. Ma la sua presenza economica aggressiva è una forma di colonialismo moderno. Si aprono due possibili scenari. Secondo il primo, la Cina diventerebbe un partner anche culturale. Vi sono già realtà nel continente africano dove il governo di Pechino ha stipulato accordi di cooperazione culturale e linguistica. L&#8217;ultimo tra questi è stato siglato lo scorso 7 settembre con l&#8217;Egitto, dove si offrirà l&#8217;insegnamento del cinese tra le lingue straniere opzionali a partire dalle scuole primarie. È un&#8217;azione importante. La seconda riflessione vedrebbe invece la nazionalizzazione della scuola italiana in funzione araba. Non mi stupirei se l&#8217;orientamento culturale eritreo subisse, nell&#8217;arco di 5-10 anni, una certa influenza derivante dal ruolo delle monarchie del Golfo, sempre più presenti nel Corno d&#8217;Africa, anche in seguito alla pace Eritrea-Etiopia. Gli Emirati, in particolare, hanno interesse a legare la propria strategia internazionale a quella cinese. Le infrastrutture che stanno costruendo nell&#8217;area ne sono un esempio: si dice che la ‘geopolitica dei porti’ di Abu Dhabi sia un connettore della Via della Seta cinese. In questo senso vi è una coincidenza di interessi tra questi attori stranieri, benché permanga una certa competizione tra gli stessi”.</p>
<p><strong>Nazionalizzando l&#8217;istituto italiano, l&#8217;Eritrea si priverebbe di una formazione di qualità delle proprie classi dirigenti, utile anche agli scopi del regime. Perché potrebbe volerlo fare?</strong></p>
<p>“In un contesto dittatoriale, una buona formazione potrebbe contribuire allo sviluppo di una coscienza civile che metta in discussione l&#8217;autorità centrale. Da un lato, nazionalizzando, si previene nel lungo termine qualsiasi forma di destabilizzazione del regime, dall&#8217;altro, si mette in discussione il ruolo della politica estera italiana nel Paese. Se si chiude la scuola viene meno il ruolo dell&#8217;Italia nella cooperazione culturale ma anche come partner ad altri livelli”.</p>
<p><strong>Se la scuola esiste da tempo, perché il governo di Asmara se ne sarebbe preoccupato adesso?</strong></p>
<p>“Gli attriti a riguardo erano cristallizzati fino all&#8217;arrivo del Covid. La pandemia potrebbe essere stata un momento conveniente per prendere decisioni che altrimenti il governo eritreo non avrebbe adottato, ovvero revocare la licenza. Gli errori italiani nella gestione della scuola sono evidenti, ma al netto di questi è ragionevole interrogarsi sulle motivazioni più profonde di Asmara. Vedremo che strada intraprenderà l&#8217;Eritrea, quanto si possa ‘mediorientalizzare’, quanto si possa invece legare alla Cina o ad altri attori come anche la Russia, che sta espandendo le proprie ambizioni nell&#8217;area”.</p>
<p>Lo scorso 20 settembre c&#8217;è stato l&#8217;avvicendamento dell&#8217;ambasciatore italiano in Eritrea. Vedremo intanto se un nuovo capomissione potrà rilanciare le relazioni bilaterali.</p>
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		<title>Il team segreto della Cia in Kenya per l&#8217;antiterrorismo</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/il-team-segreto-della-cia-in-kenya-per-lantiterrorismo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Jacopo Lentini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2020 17:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Central Intellicence Agency (Cia)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1104" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kenya attacco (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-300x173.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-1024x589.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-768x442.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-1536x883.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-2048x1178.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Kenya, dal 2004, opera un&#8217;unità paramilitare clandestina per la cattura di sospetti terroristi, addestrata e coordinata dalla CIA, l&#8217;Agenzia Centrale d&#8217;Intelligence statunitense, con il supporto dei servizi segreti britannici. È quanto rivelato da un&#8217;inchiesta di Declassified UK, firmata dal giornalista investigativo Namir Shabibi, che ha raccolto le testimonianze di decine di funzionari della CIA, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/il-team-segreto-della-cia-in-kenya-per-lantiterrorismo.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/il-team-segreto-della-cia-in-kenya-per-lantiterrorismo.html">Il team segreto della Cia in Kenya per l&#8217;antiterrorismo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1104" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Kenya attacco (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-300x173.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-1024x589.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-768x442.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-1536x883.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Forze-militari-Kenya-La-Presse-scaled-e1604351060746-2048x1178.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In <strong>Kenya</strong>, dal 2004, opera un&#8217;unità paramilitare clandestina per la cattura di sospetti terroristi, addestrata e coordinata dalla CIA, l&#8217;Agenzia Centrale d&#8217;Intelligence statunitense, con il supporto dei servizi segreti britannici. È quanto rivelato da un&#8217;inchiesta di <a href="https://www.dailymaverick.co.za/article/2020-08-28-revealed-the-cia-and-mi6s-secret-war-in-kenya/"><em>Declassified UK</em></a>, firmata dal giornalista investigativo Namir Shabibi, che ha raccolto le testimonianze di decine di funzionari della CIA, del Dipartimento di Stato Usa e delle agenzie di sicurezza keniote.</p>
<p>Questo gruppo sotto copertura, chiamato<strong> Rapid Response Team (RRT)</strong>, è composto da circa 60 persone e appartiene al General Service Unit, un&#8217;ala della polizia keniota. Se da un lato il RRT svolge un ruolo di contrasto ad al-Shabaab, la fazione somala dell&#8217;organizzazione terrorista al-Qaeda, dall&#8217;altro si è reso responsabile di esecuzioni sommarie ed extragiudiziali.</p>
<p>Nell&#8217;agosto 1998, le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania subirono un bombardamento quasi simultaneo, organizzato dal ramo egiziano di al-Qaeda, che causò la morte di 224 persone, di cui 12 americani. Da quel momento, l&#8217;approccio statunitense alle agenzie di sicurezza africane della regione cambiò totalmente: sei anni dopo, non senza difficoltà, nacque il RRT. “Era una soluzione locale per un problema locale”, ha dichiarato un ex ufficiale della <strong>CIA</strong> a Shabibi.</p>
<p>William Bellamy, ambasciatore Usa in Kenya dal 2003 al 2006, è la figura che ha creato l&#8217;intesa con le controparti keniote, trovando come interlocutore privilegiato il Servizio Nazionale di Intelligence (NIS), dopo aver riscontrato scetticismo tra le agenzie di polizia e militari nella creazione di una multi-agenzia integrata, a causa della forte rivalità tra di esse. Inoltre, in quegli anni, il Kenya adottava una politica di neutralità riguardo ai conflitti nell&#8217;area, ponendosi come mediatore. Ad ogni modo, nel 2004, le reclute del RRT furono inviate per la prima volta negli Stati Uniti per ricevere l&#8217;adeguato addestramento da parte della CIA, in luoghi tenuti segreti alle reclute stesse.</p>
<p>La CIA gestisce le operazioni sotto copertura del RRT tramite un “ufficiale di collegamento” stanziato presso l&#8217;ambasciata Usa di <strong>Nairobi</strong>. Ha inoltre finanziato regolarmente le missioni del RRT, fornitovi armi e concesso benefit ai suoi componenti, che ricevono tramite l&#8217;ambasciata anche un aumento salariale del 30%, non indifferente viste le basse paghe del personale keniota.</p>
<h2>Guerra d&#8217;intelligence</h2>
<p>Tra gli interventi “di alto profilo” compiuti dal RRT contro <strong>al-Shabaab</strong>, si annoverano l&#8217;uccisione, ad agosto 2019, di un sospettato legato all&#8217;attentato dell&#8217;hotel DusitD2 di Nairobi, avvenuto a gennaio dello stesso anno, in cui sono morte 21 persone, e la neutralizzazione delle cellule responsabili dell&#8217;attacco all&#8217;Università di Garissa del 2015, in cui morirono 148 persone. Prima ancora, nel 2009, l&#8217;unità segreta aveva sventato un piano di uccidere l&#8217;allora Segretaria di Stato Usa Hillary Clinton, durante una visita in Kenya di quell&#8217;anno.</p>
<p>Grazie a travestimenti, veicoli con targhe finte e altre tattiche, il RRT è riuscito a passare inosservato per 16 anni. Alcuni suoi membri, per controllare alcuni sospettati, si sono anche infiltrati nel campo profughi di <strong>Dadaab</strong>, a pochi chilometri dal confine somalo, fingendosi funzionari del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, utilizzandone veicoli e divise, a insaputa dello stesso.</p>
<p><em>Declassified UK</em> rivela che le missioni del RRT sono spesso guidate, se non addirittura approvate, interamente dalla CIA, che si avvale anche delle informazioni del NIS. Inoltre, l&#8217;aiuto dei servizi segreti di Londra, che intrattengono relazioni di lunga data con la controparte keniota, è fondamentale e si è intensificato a partire dal 2010, visto l&#8217;aumento dei <strong>“foreign fighters”</strong> britannici che raggiungevano la Somalia attraverso il Kenya. L&#8217;intelligence di Sua Maestà ha un ruolo tale da decidere anche le sorti dei sospettati oggetto degli interventi del RRT: catturarli o ucciderli.</p>
<h2>Esecuzioni extragiudiziali e radicalizzazione</h2>
<p>Nel 2011 il governo di Nairobi mandò il proprio esercito in <strong>Somalia</strong>, ufficialmente a causa dell&#8217;aumento dei rapimenti, da parte di al-Shabaab, di operatori umanitari e turisti nel nord e sulla costa del Kenya. In realtà vi erano motivi legati al controllo della regione somala di confine e di alcune infrastrutture legate al petrolio. Il Paese sembrava comunque allinearsi con la <strong>“guerra al terrorismo”</strong> promossa dagli Stati Uniti nel decennio precedente. Da quel momento, gli attacchi di al-Shabaab si intensificarono, anche in funzione anti-americana, dal momento che gli Usa erano un partner militare nella regione. “Ci attaccano di continuo, perché siamo visti come pro-America, pro-occidente”, ha dichiarato l&#8217;ex vicepresidente keniota Kalonzo Musyoka.</p>
<p>Il RRT avrebbe ricevuto, talvolta, istruzioni di eliminare i presunti terroristi, sapendo a priori che non sarebbero mai stati interrogati una volta arrestati. Alcuni suoi membri hanno raccontato: “Quando ci hanno addestrato sugli obbiettivi, ci hanno detto che i diritti umani vengono dopo”. Sebbene questo <strong>team clandestino</strong> non sia nato con lo specifico compito di uccidere i sospettati, non c&#8217;è stata alcuna conseguenza nel caso di vittime ingiustificate, neanche se innocenti.</p>
<p>Il dossier di Shabibi riporta, tra gli altri, il caso di <strong>Omar Faraj</strong>, padre di famiglia ucciso per errore a Mombasa a ottobre 2012, nel suo appartamento. Il RRT credeva di aver fatto irruzione nell&#8217;abitazione di Fuad Abubakar Manswab, presunto ideatore di un attentato sventato nella stessa città l&#8217;anno precedente.</p>
<p>Dal punto di vista legale, il codice americano prevede che le agenzie Usa come l&#8217;Esercito, il <strong>Dipartimento di Stato</strong> e le forze di polizia, che assistono forze di sicurezza straniere, controllino che queste ultime operino nel rispetto dei diritti umani, tralasciando però il mondo dell&#8217;intelligence. Non a caso è la CIA a guidare tali operazioni in Kenya. Qui, il governo di Nairobi non ha mai approfondito i casi di uccisioni extragiudiziali legate all&#8217;antiterrorismo, derubricate in fretta a operazioni di polizia contro soggetti definiti “armati”, anche in presenza di testimoni che sostenevano il contrario. Solo nel 2019, nella regione di Mombasa sono state riportate 43 esecuzioni extragiudiziali, il 50% in più dell&#8217;anno precedente.</p>
<p>Alcune organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani, tra cui <strong>Human Rights Watch</strong>, hanno segnalato come le uccisioni sommarie, il cui target sono quasi sempre soggetti musulmani, contribuiscono a coltivare nella popolazione islamica sentimenti di estremismo, anche anti-americano. Secondo Musyoka “non c&#8217;è nulla che radicalizzi di più la gente delle esecuzioni al di fuori dalla legge, perché vorranno vendetta”.</p>
<p>“Abbiamo bisogno di gruppi specializzati nell&#8217;antiterrorismo”, ha dichiarato Michael Ranneberg, ambasciatore Usa in Kenya dal 2006 al 2011, a <em>Declassified UK</em>. “In molti Paesi cerchiamo un&#8217;unità speciale con la quale collaborare, e se non esiste, qualche volta ci adoperiamo per crearla e addestrarla”.</p>
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		<title>Autorità tradizionali</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/autorita-tradizionali.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jul 2020 05:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/07/6-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una parte dell&#8217;immaginario collettivo occidentale sull&#8217;Africa è occupata da capitribù, capivillaggio e re. Oltre l&#8217;aspetto folcloristico, più comunemente rappresentato, le autorità tradizionali, in realtà, sono spesso indispensabili per il funzionamento dello Stato. Sebbene siano presenti in modo trasversale nel continente, in Ghana, uno tra i Paesi subsahariani più stabili ed in crescita, sono particolarmente importanti. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/autorita-tradizionali.html">[...]</a></p>
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                    Autorità tradizionali
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                        Una parte dell&#8217;immaginario collettivo occidentale sull&#8217;Africa è occupata da capitribù, capivillaggio e re. Oltre l&#8217;aspetto folcloristico, più comunemente rappresentato, le autorità tradizionali, in realtà, sono spesso indispensabili per il funzionamento dello Stato. Sebbene siano presenti in modo trasversale nel continente,&#8230;
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                Jacopo Lentini
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        <p>Una parte dell&#8217;immaginario collettivo occidentale sull&#8217;Africa è occupata da capitribù, capivillaggio e re. Oltre l&#8217;aspetto folcloristico, più comunemente rappresentato, le autorità tradizionali, in realtà, sono spesso indispensabili per il funzionamento dello Stato. Sebbene siano presenti in modo trasversale nel continente, in Ghana, uno tra i Paesi subsahariani più stabili ed in crescita, sono particolarmente importanti. &#8220;Secondo un proverbio delle nostri parti, puoi fare a botte con qualcuno della famiglia reale, ma non puoi offenderlo&#8221; racconta Prince Barak, giovane di Tamale, capitale della Regione Settentrionale e terza città del Paese. Fuori dal centro urbano regna la savana. In queste zone più remote, l&#8217;influenza dei capi locali sembra essere ancora più importante che altrove. Prince è figlio del vice-capo di un villaggio a pochi chilometri dalla città. &#8220;Quello di mio padre non è un titolo molto importante, ma se abitassi nella sua giurisdizione ci sarebbe sicuramente più gente a trattarmi con un certo riguardo&#8221;.</p>
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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-282944" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-1-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>A Zabzugu, a 150 km ad est di Tamale, capitale della Regione Settentrionale, e a pochi km dalla frontiera con il Togo, il reggente del distretto, Salifu M. Lagfu, si appresta a nominare un nuovo vice-capo. La cerimonia è detta “enskinment”, dall&#8217;inglese “skin”, pelle, in riferimento al tappeto di pelle animale su cui si siede il nominato</figcaption></figure>
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        <h2>Custodi della terra</h2>
<p align="justify">&#8220;Mia madre aveva comprato un terreno, ma una volta andata a visitarlo ha trovato della gente che vi costruiva e sostenevano di averlo acquistato anche loro. Si è rivolta al capo locale per risolvere la questione&#8221;, racconta Zuu Tiparga, studente universitario di Tamale. Le doppie vendite di uno stesso lotto di terra non sono rare e le autorità tradizionali sono l&#8217;immediato punto di riferimento prima di ricorrere alla giustizia ordinaria. La questione è centrale in Ghana: lo Stato possiede solo il 20% delle terre nell&#8217;intero Paese, mentre la restante parte è gestita dai capi, che ne regolano dispute e concessioni. Ogni iniziativa di modifica del territorio deve fare i conti con loro, che non sono di certo nuovi all&#8217;idea di sviluppo. Secondo l&#8217;antropologo Valerio Colosio, infatti, in alcune regioni del Ghana, già in tempi remoti &#8220;lo sviluppo veniva definito attraverso un vocabolo indigeno, <em>nkosuo</em>. Non si trattava di una pratica inventata ed importata dagli occidentali con la colonizzazione inglese, bensì di un concetto locale. Il <em>nkosuo</em>, in origine, designava il disboscamento di un appezzamento di terreno al fine di rendere possibile l’attività agricola&#8221;.</p>
<figure id="attachment_282945" aria-describedby="caption-attachment-282945" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-scaled.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-282945 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-9-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-282945" class="wp-caption-text">Una donna prepara farina di baobab nella comunità <em><span style="text-decoration: underline;">Yinduri</span></em>, nell&#8217;estremo nord del Ghana, a pochi chilometri dal Burkina Faso. Si tratta di un alimento tipico delle regioni settentrionali, in piena savana</figcaption></figure>

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</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p align="justify">Se la forza delle economie occidentali deriva dalle iniziative del settore privato, qui la peculiarità sono le comunità locali in grado di dare luogo a progetti condivisi. &#8220;Per noi che lavoriamo nel settore agricolo, la figura del capo villaggio è fondamentale. Occupandoci della coltivazione di anacardi, alberi che richiedono tempi lunghi di maturazione, abbiamo necessariamente bisogno che gli agricoltori della zona ottengano da lui la garanzia di avere la terra a disposizione per un certo numero di anni&#8221;, spiega Mauro Bartolomeo, responsabile del Ghana per l&#8217;Ong Ciss (Cooperazione Internazionale Sud Sud), che opera nelle regioni di Brong Ahafo e quelle settentrionali. A differenza dei contesti urbani, in cui il carisma dei capi è talvolta annebbiato da una moltitudine di pastori religiosi o imprenditori di successo, nelle zone rurali il rispetto sacro verso il leader, da parte della sua comunità, è la chiave per la buona riuscita della cooperazione. Secondo Bartolomeo &#8220;i contadini beneficiari del progetto hanno una sorta di debito nei suoi confronti, ed è lui ad indicare chi tra I tanti ne farà parte, facendosi garante della loro motivazione a parteciparvi&#8221;.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-282946" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-3-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Cantare alle cerimonie ufficiali spetta a chi ne ha il titolo, ovvero il “gonje”, che dà inizio alla musica. &#8220;Ho saltato la scuola per venire qui. Non volevo perdermelo&#8221; racconta Abdul-Razak Lagfu, giovane originario di Zabzugu ma trasferitosi a Tamale per cercare lavoro</figcaption></figure>
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        <h2>Scontro tra sistemi</h2>
<p>Le autorità tradizionali non sono una struttura parallela allo Stato moderno, ma integrata ed in competizione con lo stesso. &#8220;Il Parlamento non ha il potere di emanare alcuna legge che deroghi all&#8217;onore e alla dignità dell&#8217;istituzione della leadership tradizionale&#8221;, si legge al capitolo 22 della Costituzione del Ghana. Durante il periodo coloniale I capi ottennero un enorme potere, necessario per servire gli interessi dei britannici, e da quando il Ghana è divenuto indipendente nel 1957, svolgono un ruolo di mediazione tra la popolazione locale e le istituzioni governative, alle quali sono comunque subordinati.</p>
<figure id="attachment_282947" aria-describedby="caption-attachment-282947" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-scaled.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-282947 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-1024x683.jpg" alt="" width="1024" height="683" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-7-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-282947" class="wp-caption-text">Quando non sono le donne ad essere capi tradizionali, il loro ruolo ha comunque un peso. Mary è la leader delle contadine della comunità di Kudzra, nella Regione del Volta</figcaption></figure>

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    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>&#8220;Conosciamo le nostri origini e cerchiamo di trasmetterle ai giovani. La strada per lo sviluppo passa attraverso la nostra cultura&#8221;, afferma Obrempong Nyanful Krampah XI, membro della Camera Nazionale dei Capi, il livello più alto di amministrazione del sistema tradizionale. Nonostante il titolo dal suono ancestrale, Krampah XI è al passo coi tempi, come tanti altri capi, almeno nelle zone urbane. Ha una società di import-export di forniture per cantieri minerari, e durante una pausa lavoro, distolto lo sguardo dal pc di ultima generazione, esprime preoccupazione sul futuro del suo ruolo: &#8220;La nostra leadership sta perdendo forza col passare del tempo&#8221;. Se per certi versi i capi hanno acquisito più rilevanza rispetto al passato, il loro potere è oggi circoscritto e allineato alle strutture moderne, tanto da avere un Ministero degli Affari Tradizionali.</p>

    </div>
</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-scaled.jpg" alt="" class="wp-image-282948" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/06/Ghana-6-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Giovani donne durante la celebrazione funebre del defunto capo del distretto di Fodome, nella Regione del Volta. I funerali durano fino a 3 giorni</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Per legge i capi non possono candidarsi, ma il distacco dalla politica è solo formale. Krampah XI ha di recente accusato il governo di cercare di infiltrarsi nelle cariche tradizionali, nominandovi illecitamente figure vicine al partito di maggioranza, e dando vita ad una battaglia legale. &#8220;È un atto criminale per natura, che distrugge la reputazione delle istituzioni&#8221; ha dichiarato. La relazione tra I due apparati dello Stato è sempre stata accesa. &#8220;La politica cerca di non immischiarsi apertamente negli affari tradizionali, perché ha bisogno del favore dei capi per vincere le elezioni. Ma lo stato moderno ha un&#8217;autorità più vasta ed ottiene spesso la fetta più grande della torta&#8221;, spiega Alhassan Anamzoya, sociologo presso l&#8217;Università del Ghana della capitale Accra. &#8220;L&#8217;Africa deve trovare il proprio modello di sviluppo e non imitare quello dei Paesi occidentali&#8221;. Quest&#8217;affermazione, certamente condivisibile, appartiene un po&#8217; a tutti: dagli economisti ai cooperanti internazionali, ma soprattutto agli africani.</p>

    </div>
</div><div class="bottom-page">
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                            Testo
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                    <div class="authors__link-list">
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                                    Jacopo Lentini
                                </a>
                                                                        </div>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/autorita-tradizionali.html">Autorità tradizionali</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Così un microbiota sta difendendo i pigmei</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/cosi-un-microbiota-sta-difendendo-in-pigmei.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 15:09:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[pigmei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1920" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p>
<p>Addentrarsi nella foresta è il loro rituale quotidiano. È difficile distinguerne i passi svelti dal rumore della natura. Gli uomini caricano in spalla le reti per la caccia: alcuni le sistemeranno in punti strategici, mentre altri, spaventando la fauna circostante, cercheranno di far fuggire verso di esse piccole antilopi, gazzelle o porcospini. Le donne raccolgono &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/cosi-un-microbiota-sta-difendendo-in-pigmei.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/cosi-un-microbiota-sta-difendendo-in-pigmei.html">Così un microbiota sta difendendo i pigmei</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1920" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><p>Addentrarsi nella foresta è il loro rituale quotidiano. È difficile distinguerne i passi svelti dal rumore della natura. Gli uomini caricano in spalla le reti per la caccia: alcuni le sistemeranno in punti strategici, mentre altri, spaventando la fauna circostante, cercheranno di far fuggire verso di esse piccole antilopi, gazzelle o porcospini. Le donne raccolgono la legna per il fuoco ed erbe medicinali per curare le piaghe dei piedi ed il mal di testa.</p>
<p>Nel profondo cuore dell&#8217;<strong>Africa</strong>, nel parco Dzanga-Sangha della <strong>Repubblica centrafricana</strong>, i <strong>pigmei Baka</strong> vivono così da millenni. A differenza dei loro vicini di etnia Bantu del Camerun e del Congo, che praticano tecniche essenziali di agricoltura, quella dei Baka è una società del tutto preindustriale di cacciatori-raccoglitori.</p>
<p>Se da un lato l&#8217;aspettativa di vita media di questo popolo è inferiore ai trent&#8217;anni, dall&#8217;altro, il modo di vivere unico, in continua esposizione agli agenti patogeni della foresta, ha conferito ai Baka un <strong>forte sistema immunitario</strong>. Quest&#8217;ultimo è invece in netto declino nelle società sviluppate, poco o tanto che siano, a causa del modo di vivere industrializzato e dell&#8217;uso sconsiderato di medicinali. Secondo l&#8217;Organizzazione mondiale della sanità, circa 700mila persone l&#8217;anno muoiono a causa di infezioni resistenti agli antibiotici, e si prevede che il numero arrivi a 10 milioni entro il 2050.</p>
<p><div id="gallery_263256" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_263256 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/1.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di Jacopo Lentini<\/h4><p>Una comunit\u00e0 pigmea \u00e8 composta da meno di un centinaio di persone, una famiglia da circa 7-8 individui tra genitori e prole. Non ci sono differenze gerarchiche tra uomo e donna. Entrambi hanno compiti diversi rispetto ai quali sono padroni delle scelte. In altri casi le decisioni sono comuni<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/2.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/2.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di Jacopo Lentini<\/h4><p>Dzanga Bai, la baia degli Elefanti della riserva Dzanga-Sangha, dove si radunano fino a decine di pachidermi in una volta. Sono i pigmei Baka le guide, addestrate dal WWF, che accompagnano i turisti attraverso la foresta. Oltre che della protezione degli animali, qui il WWF si occupa di preservare le comunit\u00e0 pigmee\r\n<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/3.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/3-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di iStock Photo<\/h4><p>Non \u00e8 un'esclusiva degli uomini andare a caccia, e nemmeno farlo in gruppo, ma \u00e8 pi\u00f9 comune che avvenga cos\u00ec. Lasciato il villaggio, nella foresta i pigmei fanno base presso accampamenti essenziali, avamposti con capanne alte meno di un metro, di foglie e legni incastrati nel terreno<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/6.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/6.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di iStock Photo<\/h4><p> Sul tagliere le foglie di \u201ckoko\u201d pronte per essere cucinate, onnipresenti nell'alimentazione tipica di questa regione<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/7.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/7-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di iStock Photo<\/h4><p>Danze e canti sono parte integrante delle celebrazioni come inaugurazioni di nuovi accampamenti, funerali o dei riti propiziatori per la caccia e la fertilit\u00e0. I canti sono polifonici, con pi\u00f9 voci insieme che improvvisano suoni e variazioni della voce<\/p><\/div>"}];</script></p>
<p>Cosa distingue, dunque, in questo caso, i pigmei dalle popolazioni occidentalizzate? Il<strong> microbiota</strong>, comunemente conosciuto come flora intestinale, l&#8217;insieme dei microorganismi &#8211; batteri, virus, ecc. &#8211; che vivono in simbiosi con noi, nel nostro intestino, e che contribuiscono in modo significativo alla formazione delle difese immunitarie. Dal 2016 l&#8217;<strong>Università del Minnesota</strong> ha condotto diversi studi sul microbiota dei pigmei Baka e dell&#8217;etnia Bantu, prelevandone campioni fecali per analizzarne la composizione. I risultati hanno mostrato in modo chiaro che il microbiota dei Baka presenta un altissima diversità, più simile a quella dei primati che a quella dei popoli sviluppati, mentre quella dei Bantu, già agricoltori tradizionali, sebbene sia più vicina ai primi, è una via di mezzo tra i due.</p>
<p>&#8220;Il microbiota intestinale dei pigmei è più vario, quindi più <strong>sano</strong> ed in grado di gestire fattori ambientali più diversi, probabilmente perché questi popoli non hanno cambiato la loro dieta onnivora, ricca di fibre oltre che di zuccheri semplici e proteine animali e vegetali, mentre le diete cosiddette occidentali, povere in fibre, stanno determinando una “<strong>disbiosi intestinale</strong>”, ovvero una composizione del microbiota meno varia e meno adatta ad aiutarci a far fronte a diverse patologie&#8221; spiega il professor Vincenzo Di Marzo, direttore di ricerca presso l’Istituto di Chimica Biomolecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pozzuoli.</p>
<p>Quando non si caccia, l&#8217;alternativa principale è la <strong>manioca</strong>. Nei pressi delle capanne dei Baka è stesa ad asciugare quella per i giorni successivi, bianca come il gesso, già imbevuta a lungo nell&#8217;acqua per azzerarne la tossicità. L&#8217;odore che emana è forte. Alle donne il compito di ricavare la <strong>farina</strong> da questo tubero selvatico. Durante il giorno il rumore del pestello che lavora nel mortaio è ricorrente.</p>
<p><div id="gallery_263275" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_263275 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/4.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/4-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di iStock Photo<\/h4><p>Anche la raccolta di piante medicinali \u00e8 un attivit\u00e0 di gruppo. Oltre all'uso curativo, le erbe si usano per la preparazione di succhi che secondo credenze tradizionali possono regolare le relazioni sociali, la vita sessuale e altre dinamiche della comunit\u00e0<\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/5.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2020\/03\/5-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4>Fotografia di iStock Photo<\/h4><p>Sebbene sia potenzialmente tossica, la manioca \u00e8 una buona fonte di carboidrati. Per eliminarne il contenuto di cianuro, occorre prima immergerla in acqua per almeno 48 ore. Non \u00e8 raro, nei campi pigmei, vedere bambini con gravi problemi di salute dovuti al consumo del tubero preparata in modo scorretto. Dopo essere stata pestata, la manioca viene filtrata per ottenere una farina fine, per quanto possibile<\/p><\/div>"}];</script></p>
<p>Cucinata a mo&#8217; di polenta, la manioca si accompagna solitamente con le<strong> foglie di “koko</strong>”, una pianta largamente diffusa nelle regioni umide dell&#8217;Africa tropicale. A partire dallo studio dell&#8217;alimentazione e del microbiota dei Baka, si cerca di sviluppare soluzioni applicabili a svariati casi medici. Oltre alla farmaco-resistenza, tra i più comuni è la condizione di immunodepressione dei pazienti sottoposti a chemioterapia. Per rafforzare le difese immunitarie di questi, comincia a diffondersi la tecnica del trapianto fecale, l&#8217;infusione tramite colonscopia di un microbiota “sano”, ma ancora poco definita.</p>
<p>Secondo il dottor di Marzo, &#8220;non è stata ancora individuata, e forse non esiste, una composizione del microbiota &#8216;ottimale&#8217; in quanto esistono tante possibili combinazioni di specie che possono avere effetti diversi nelle patologie. Il trapianto fecale sta dando alcuni buoni risultati, anche salvando vite, ma è una tecnica ancora troppo empirica e non scevra da pericoli&#8221;.</p>
<p>Nella Repubblica Centrafricana, nonostante la devastante <strong>guerra civile</strong> scoppiata nel 2012 ed ancora in corso, i Baka sono riusciti a vivere relativamente indisturbati, grazie alla loro capacità di rifugiarsi nella foresta e rimanervi isolati per lunghi periodi.</p>
<p>&#8220;Dallo studio del microbiota di popolazioni incontaminate come quelle pigmee si possono ottenere dati su quali componenti molecolari (proteine, ecc.) siano responsabili delle azioni benefiche a livello terapeutico. Componenti che poi potrebbero diventare farmaci o integratori, o anche suggerire nuovi interventi nutrizionali&#8221;.</p>
<p>Oggi il <strong>disboscamento</strong>, il ritorno dei <strong>bracconieri</strong> e non per ultimo il facile accesso all&#8217;<strong>alcool</strong> minacciano la sopravvivenza dello stile di vita tradizionale dei Baka. La speranza è che oltre al microbiota, di essi non si perda anche questo.</p>
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		<item>
		<title>I pigmei della Repubblica Centrafricana</title>
		<link>https://it.insideover.com/gallery/i-pigmei-della-repubblica-centrafricana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2020 13:59:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[pigmei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="835" height="1255" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/5.jpg 835w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/5-200x300.jpg 200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/5-768x1154.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/5-681x1024.jpg 681w" sizes="auto, (max-width: 835px) 100vw, 835px" /></p>
<p>Nella Repubblica Centrafricana la comunità dei pigmei Baka conserva uno stile di vita e una dieta che gli conferisce un sistema immunitario molto più forte e resistente rispetto a quello delle popolazioni più civilizzate. Ciò sembrerebbe dovuto alla flora intestinale che hanno sviluppato</p>
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