Non solo i migranti. Ora anche Eni scappa dalla Tunisia, ex culla della primavera araba al centro di una acuta crisi politica, economica, sociale e ora anche sanitaria che l’Europa sembra ignorare. Dopo ben 60 anni di attività, il Cane a sei zampe ha deciso di non rinnovare le concessioni in scadenza e, sostanzialmente, di ritirarsi del Paese, almeno per quanto riguarda il settore oil & gas. Ad annunciarlo è stato il direttore generale per gli idrocarburi presso il ministero dell’Energia tunisino, Rachid Ben Dali, una conferenza stampa che ha avuto ampio spazio sulla stampa tunisina e che in Italia è stata riportata dall’Agenzia Nova. Il comparto degli idrocarburi, dopo anni di incuria e proteste sociali, è diventato un incubo per le compagnie internazionali. Bassa produzione, alti costi e soprattutto troppi rischi legati alle continue sommosse popolari non valgono l’investimento. Il dirigente tunisino ha spiegato che la decisione dell’azienda italiana “rientra nel quadro della sua scelta di abbandonare le attività nel settore degli idrocarburi a vantaggio di energie alternative e non inquinanti, puntando anche sui giacimenti più redditizi del mondo” come la zona offshore di Zohr, al largo delle acque dell’Egitto.

A.A.A. cercasi compratori

Secondo Reuters, l’anglo-olandese Royal Dutch Shell avrebbe incaricato Rothschild & Co. di vendere gli asset in Tunisia, che includono due giacimenti di gas offshore e un impianto produttivo onshore rilevato nel 2016. Shell aveva già provato a sbarazzarsi degli asset tunisini nel 2017, ma ha abbandonato il processo a causa di dispute legali con il governo del Paese rivierasco. Sempre secondo le stesse fonti, Eni si sarebbe affidata alla banca di investimento Lazard per la vendita degli asset tunisini. Ben Dali ha dichiarato che Eni dovrebbe cedere le proprie quote in Tunisia “a un soggetto di pari livello tecnico e finanziario”, ma al momento “nessuna alternativa a Eni è stata finora formalmente presentata”. L’azienda italiana detiene in Tunisia partecipazioni in nove titoli minerari regolati da contratti di concessione e il permesso esplorativo Borj el Khadra. In Tunisia produce circa 2 milioni di barili di petrolio, più 1 milioni di barili di petrolio e condensati e 0,1 miliardi di metri cubi di gas: un’attività assolutamente marginale a fronte di una produzione complessiva di 634 milioni di barili di petrolio, 307 milioni di barili di petrolio e condensati e 49,0 miliardi di metri cubi di gas. L’importanza della Tunisia risiede semmai nel potenziale dell’energia solare (proteste permettendo) e soprattutto nel passaggio dello strategico gasdotto TansMed che porta in Italia il gas algerino.

Il ritorno delle proteste

La situazione sociale, con la disoccupazione al 17,4 per cento, è sempre più esplosiva. La città di Tataouine, cuore petrolifero del Paese rivierasco, noto al grande pubblico per essere “il pianeta Tatooine” della fortunata saga cinematografica Star Wars, è stata di nuovo teatro di proteste e scontri tra manifestanti e polizia. Il coordinamento del sit-in di El Kamour, picchetto permanente che tiene in scacco la già scarsa produzione tunisina di idrocarburi, ha annunciato l’intenzione di riprendere le dimostrazioni e i blocchi. Tutto questo mentre il ministro dell’Economia, Ali Kooli, ha ammesso che l’economia del Paese versa in una situazione “estremamente critica”. Secondo il World Economic Outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), il Pil ha registrando nel 2029 un tasso di crescita negativo senza precedenti del -8,8 per cento. Per l’anno in corso, l’Fmi prevede una crescita del +3,8 per cento, ma tutto dipende dal prolungamento o meno della pandemia. E il Paese nordafricano è nel pieno della terza ondata di coronavirus, mentre la campagna di vaccinazione procede a rilento. Le autorità hanno prolungato il cessate il fuoco in vista del Ramadan, ma non è escluso che il divieto venga usato come pretesto per scatenare nuove proteste e scontri.

Rischio ondata migratoria

Nel frattempo, i flussi migratori illegali via in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono aumentati del +185,69 per cento nel 2021: da 2.977 a 8.505 ingressi via mare alla mattina del 9 aprile. La rotta, per la verità, non riguarda solo la Tunisia, ma anche la Libia e l’Algeria. Ma i tunisini guidano la classifica delle nazionalità dichiarate allo sbarco con 1.239 arrivi, davanti a 1.109 ivoriani, 915 bengalesi, 752 guineani, 465 sudanesi, 430 eritrei, 362 egiziani, 361 maliani, 317 marocchini e 316 algerini (per altre 2.000 persone circa sono ancora in corso le attività di identificazioni). Sarebbe opportuno cominciare a guardare alla Tunisia con maggiore attenzione: i segnali che arrivano dalla “perla rara” del Mediterraneo (come è stata definita da più di un ministro degli Esteri dell’Italia) sono tutt’altro che rassicuranti. E’ auspicabile che Roma solleciti l’Europa ad evitare il collasso dell’unica democrazia sopravvissuta alle primavere arabe. Il vuoto lasciato nell’Ue da Emmanuel Macron – alle prese con le elezioni – e da Angela Merkel – che si ritirerà a breve – fornisce un’ottima occasione per Mario Draghi di prendere la leadership dell’Unione e di spostare il focus dell’Europa verso gli interessi strategici dell’Italia nella “sponda sud” del Mediterraneo.