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Case a graticcio si affacciano su vicoli lastricati, nel centro storico accanto il castello medioevale di Angers, nella Loira. Una di queste conservava memorie di gioventù collezionate tra le strade di terra rossa subsahariana. Nella soffitta di legno dell’ex sede dell’Associazione Camille Lepage intitolata alla figlia fotogiornalista, Maryvonne Lepage custodiva stampe e materiale espositivo del suo lavoro, oltre a una copia dei cartelli delle strade a lei dedicate. L’ultima ad aprile 2024 sempre ad Angers, dove è nata.

Il 12 maggio 2014  Camille Lepage ha perso la vita in un’imboscata nell’ovest della Repubblica Centrafricana (RCA), a 26 anni, in circostanze ancora da chiarire. Era in viaggio in moto con un gruppo di anti-balaka per documentare la guerra civile scoppiata l’anno prima, che ha visto queste milizie cristiano-animiste scontrarsi con l’alleanza a maggioranza musulmana Selekà, responsabile della caduta dell’allora presidente Francois Bozizé.

Reporter indipendente, dopo le esperienze sul campo in Egitto nel 2011 e in Sudan e Sud-Sudan nel 2012, Lepage era arrivata a Bangui, capitale della RCA, a ottobre dell’anno successivo. Oltre a pubblicazioni su media internazionali come il Guardian, Le Monde, BBC e molti altri, del suo lavoro rimane un archivio di circa 60.000 foto, ma “solo mille immagini avevano incontrato il favore di Camille”, come riportato sul sito dell’Associazione. Maryvonne Lepage, deceduta lo scorso febbraio, si concentrava ormai “più a promuovere l’eredità culturale di Camille che a pensare all’inchiesta sulla sua uccisione”, dopo l’impegno di un decennio per tentare di rilanciarla.

InsideOver ha ottenuto testimonianze e foto inedite, raccolte nel 2018 in RCA e mai pubblicate, sugli ultimi giorni di Lepage.

Foto inedita di Camille Lepage ritrovata a Bangui

Contatti informali

Bangui, febbraio 2018. Seduto su una panca nei pressi della parrocchia Saint Pierre di Gobongo, un quartiere alle porte della capitale, Maxime Mokom si trattiene al telefono con Maryvonne Lepage per una ventina di minuti. Rocka Mokom, fratello minore di Maxime, aveva percorso insieme alla fotoreporter l’asse che collega la località di Amada Gaza, 120 Km a nord di Berberati, alla frontiera con  il Camerun, e lì è morto insieme a lei.

Maxime Mokom, nipote di Francois Bozizé, era il leader di una delle principali fazioni anti-balaka e suo fratello, noto come “colonnello Rocka”, comandava un gruppo di miliziani della zona tra Berberati e Amada Gaza

Parlare con Mokom per tentare di chiarire le circostanze della morte di Lepage è sempre stato difficile. Tra il 2014 e il 2016, ha spiegato lui stesso, sarebbe stato invitato da non meglio specificate personalità presso l’Allianz Francais di Bangui, e chiamato varie volte da referenti della diplomazia francese nella capitale che gli avrebbero chiesto informazioni in più occasioni, ma si è “sempre rifiutato di incontrarli”. Nello stesso periodo, ha spiegato ancora, è stato contattato da Jean Marius Zoumalde, prete cappuccino – poi defunto – di Bouar, città a 500 km a nord-ovest di Bangui, che insisteva affinché parlasse con la madre di Lepage per condividere informazioni.

“Ma quali informazioni?”, spiega Mokom irritato poco prima di ricevere la telefonata di Maryvonne, non avendo piena conoscenza dalla vicenda nemmeno lui. Si è comunque reso disponibile a comunicare in vista dei mesi successivi. Ad aprile 2018 infatti Vincent Fillola, avvocato della famiglia Lepage, si è recato in RCA per incontrare gli inquirenti e sollecitare le iniziative di indagine fino a quel momento – e tutt’oggi – inattese. Nel mentre, il dossier dell’inchiesta era scomparso dal tribunale di Bangui ed è stato ritrovato solo mesi dopo, comportando il rinvio dell’inizio del processo d’assise previsto per quell’anno.

Una decina di sospetti sono stati fermati il 13 maggio 2014 da una pattuglia Sangaris – l’allora missione militare francese in RCA – quando un più ampio gruppo di anti-balaka di cui facevano parte stava trasportando i corpi delle vittime dell’imboscata avvenuta il giorno prima, tra cui quello di Lepage, su un pick-up bianco in direzione di Bouar. Gli interrogatori degli inquirenti francesi, recatisi nel Paese a giugno 2014, non hanno portato a nulla e due dei detenuti sono evasi poco tempo dopo.

Camille Lepage accanto a un anti-balaka. Foto ritrovata a Bangui. (La data indicata è errata)

Da quell’anno a Parigi c’è un’inchiesta parallela, oggi coordinata dal pool incaricato dei crimini contro l’umanità e di guerra. Ma gli investigatori non sono mai stati sul luogo dei fatti, avvenuti nei pressi del villaggio di Komo-Bombo (Bombo), a 40km a ovest di Amada Gaza, non solo per la pericolosità della zona. Secondo una fonte vicina al dossier dell’inchiesta, le autorità locali non hanno mai intrapreso alcuna iniziativa. Già nel 2015 il giudice istruttore di Bangui, Yves Kokoyo, aveva sollecitato la gendarmeria di Bouar all’esecuzione di un mandato di indagine risalente a mesi prima e simili ritardi sarebbero avvenuto negli anni seguenti a causa di una verosimile mancanza di volontà, oltre che di mezzi e competenze.

Le due macchine fotografiche che Camille Lepage aveva con sé non sono mai state ritrovate. I suoi scatti dei giorni precedenti la morte avrebbero aiutato a fare chiarezza. Maxime Mokom ne aveva conservati alcuni, donatigli dagli anti-balaka che li avevano ricevuti a loro volta da Lepage come ricordo, ma se ne sarebbe disfatto “in un momento di rabbia”. Ha cercato però di reperire nuove foto, contattando nei mesi successivi un referente di Amada Gaza per verificare se ne conservasse alcune, come InsideOver ha potuto riscontrare. Ma invano.

Mokom, sospettato di crimini di guerra, a marzo 2022 è stato arrestato in Ciad su mandato della Corte penale internazionale, poi processato e rilasciato a ottobre 2023 per mancanza di prove. Intanto è stato condannato all’ergastolo in RCA e si troverebbe oggi in un Paese che ha accolto il suo asilo.

Un regolamento di conti?

La storia è nota, in parte. Lepage è arrivata a Berberati, città a 500 km a ovest di Bangui, a fine aprile 2014, insieme ad alcuni colleghi impegnati in un progetto di formazione per i giornalisti della regione. In città è stata ospitata da Hassan Fawaz, commerciante di diamanti libanese dietro la cui casa si trovava la base di un gruppo anti-balaka. Qui ha conosciuto il colonnello Rocka, col quale ha viaggiato a partire dal 3 o 4 maggio. In questi giorni Lepage sarebbe andata almeno una volta ad Amada Gaza, passando prima per Nassolé, 40km a ovest di Berberati. In questa località sarebbe stata scattata una foto di gruppo in cui era ritratta anche la giornalista insieme agli uomini del colonnello, una di quelle che Maxime Mokom non aveva più. E’ quanto riferito da due ex anti-balaka di Berberati che si trovavano con lei sia in quel momento che il giorno della sua morte, chiamati di seguito con nomi di fantasia. Il primo, Lambert, era un sottoposto del colonnello Rocka, ex membro delle Faca, con un ruolo di comando delle nuove leve. Il secondo, Thibaut, aveva un ruolo di coordinamento delle missioni di pattugliamento.

Il 6 maggio Lepage è poi tornata a Berberati, per ripartire il giorno successivo nuovamente per Amada Gaza e rimanervi fino al 12 maggio. In questa regione, come riportato nel suo ultimo post Instagram, dal marzo precedente “150 persone sono state uccise dalla Selekà” e il colonnello Rocka incaricava i suoi uomini di “pattugliare i dintorni per riportare a casa al sicuro le persone che sono fuggite nella foresta”. Il gruppo, insieme alla giornalista, viaggiava anche di notte per “evitare i checkpoint della Misca” – l’allora missione di pace dell’Unione Africana in RCA. Tre uomini ritratti nella foto sono morti insieme a Lepage. Da sinistra il secondo, il terzo e l’ultimo: rispettivamente Sam, Mokom e Blaise. Una quinta vittima si chiama Alì.

Profilo instagram di Camille Lepage, post del 6 maggio 2014

All’interno dei gruppi anti-balaka, i conflitti, piccoli e grandi, erano all’ordine del giorno. Pare che ve ne fosse uno a Berberati tra Mokom e un altro comandante, Seregaza Priva Steve, per l’utilizzo del pick-up bianco sul quale è stato poi ritrovato il corpo di Lepage. Il veicolo, quasi nuovo e senza targa, secondo Lambert sarebbe stato rubato a Beloko alla Selekà – che a sua volta l’avrebbe rubato a un’impresa, secondo una fonte di polizia citata da Le Point ad agosto 2014.

Rocka Mokom avrebbe incaricato Seragaza di venderlo, “prima a Garoua Boulai, ma senza successo, perché i potenziali acquirenti si sarebbero insospettiti dalle condizioni nuove del veicolo, poi a Berberati, ma invano”, prosegue la fonte. Nel frattempo Seregaza lo avrebbe utilizzato per scopi personali e trasferitolo fuori città. Sarebbe seguito un litigio con “minacce di morte” da parte di Mokom che infine è tornato in possesso del veicolo. Il pick-up è stato poi portato ad Amada Gaza ed è rimasto lì nei giorni in cui Lepage vi si trova, per poi essere intercettato da Sangaris il 13 maggio. Prima però, Lambert racconta che Seragaza avrebbe “informato il capitano della Misca di Berberati della presenza di alcuni anti-balaka armati” e con intenzioni ostili e il gruppo di Mokom avrebbe subito un controllo o un sequestro di armi presso la base. 

Ciò sarebbe avvenuto alcune settimane prima del 12 maggio. Nello stesso periodo in cui Seregaza accusava invece la Misca di commettere estorsioni alla popolazione di Berberati, come riportato da Radio Ndeke Luka, una delle principali emittenti centrafricane ritenuta affidabile, e questo contrasterebbe col suo ruolo di presunto delatore. Lambert, comunque, esclude “categoricamente” un coinvolgimento dell’avversario di Mokom nell’imboscata, anche perché in quel momento era ricoverato a Berberati.

L’ipotesi di un regolamento di conti, però, è stata scartata dagli inquirenti troppo in fretta, come già riferito nel 2022 dall’avvocato Fillola a Le Monde. Ma ci sono altri episodi di conflitto, l’ultimo avvenuto il 12 maggio.

Le foto degli ultimi giorni

Presso fonti diverse a Bangui, Berberati e Amada Gaza, InsideOver ha reperito, tra le altre, tre foto dei giorni in cui Lepage era in quest’ultima località, e altre tre scattate verosimilmente sul luogo dell’imboscata. Sono raffigurati anche i volti di due presunti assalitori.

Anche se le foto stampate riportano la data del mese di aprile 2014 – con ogni probabilità a causa dell’errata impostazione dell’apparecchio che le ha scattate – ovvero prima ancora che Lepage arrivasse a Berberati, i soggetti raffigurati e altre informazioni dimostrano invece che si tratta di foto scattate ad Amada Gaza e nei pressi di Bombo il mese dopo, a maggio.

Nella prima foto, datata 9 aprile, Lepage è seduta accanto a un anti-balaka di Amada Gaza che ha conosciuto solo quando si trovava con il gruppo di Mokom. Sullo sfondo si trova il pick-up bianco lasciato nel villaggio e poi intercettato da Sangaris. 

Nella seconda foto, che ha la medesima data, Mokom è al centro di un gruppo di anti-balaka, sempre ad Amada Gaza, in ginocchio, con la maglietta viola e arancione e il cappellino verde e giallo. L’immagine risalirebbe a 16 minuti prima della foto precedente. Nella foto non compaiono le fonti incontrate da InsideOver; si nota invece sulla destra una persona che non sembra un miliziano, con la camicia azzurra, foulard e cappello. InsideOver non è riuscita a reperire informazioni in merito ma non è escluso che possa aver incontrato Lepage. 

La terza foto, datata 8 aprile, mostra Mokom vestito come nella foto di gruppo, accanto ad altri soggetti, tra cui uno con la maglietta militare che è presente nello scatto precedente, a destra. Sia in questa foto che nella prima, il pick-up bianco sullo sfondo è a fianco dell’altro veicolo dello stesso colore e dalla forma più squadrata. Inoltre la casa sulla destra è la stessa nelle due immagini, a giudicare anche dalle riparazioni di calce bianca che si notano nei muri che fanno angolo.  

Le foto risalirebbero dunque all’8 e 9 maggio, o in ogni caso ai giorni in cui Lepage si trovava ad Amada Gaza. Qui gli anti-balaka avevano una base di fronte alla gendarmeria, dove la fotoreporter avrebbe allestito “una zona bar con una radio per passare le serate con un po’ di musica, per ballare”, ha raccontato Lambert, che spiega i fatti avvenuti in seguito.

Rappresaglie

Il 10 maggio, il villaggio di Bombo “ha subito un attacco da parte di miliziani musulmani che hanno incendiato case e ucciso varie persone”. Gli anti-balaka di Amada Gaza sono stati avvertiti da quelli degli avamposti più a ovest e sono andati a pattugliare per difendere la popolazione. Lepage avrebbe insistito per unirsi a loro e documentare l’accaduto. Gli assalitori del villaggio “hanno lasciato per terra le tracce della loro fuga verso la frontiera: oggetti svaligiati dalle case, confezioni di alimenti e altro”. Gli uomini di Mokom avrebbero tentato di inseguirli.

Secondo Lambert, “solo una bottega non era stata incendiata, quella di un commerciante che aveva rapporti con i miliziani responsabili dell’attacco”. Il suo nome è sconosciuto alle fonti intervistate e ad oggi non è stato possibile reperire contatti nel villaggio, il cui capo si sarebbe poi spostato a Gbiti, almeno per un certo periodo. Questo fatto è stato confermato sia da Thibaut che da altre fonti di Amada Gaza.

Simili rappresaglie di fazioni musulmane andrebbero inquadrate nel più ampio contesto della regione, ricca di siti diamantiferi ma soprattutto di pascoli ambiti dagli allevatori di bestiame. Gli esperti delle Nazioni Unite sulla RCA hanno documentato in vari rapporti del 2014 che in seguito alla partenza della Selekà dall’ovest del Paese, alla fine di gennaio di quell’anno, “i proprietari di bestiame musulmani e fulani sono finiti sotto assedio delle forze anti-balaka e sono stati uccisi o costretti a fuggire”. 

Secondo le testimonianze raccolte dagli esperti, ad esempio in varie località a est di Amada Gaza, da allevatori e guidatori di moto-taxi anti-balaka, i miliziani erano in possesso di bestiame che dicevano di aver recuperato nelle foreste circostanti, mentre i rifugiati fulani di Berberati e Kentzou –  un villaggio 100 km più a ovest, appena superato il confine camerunese –  hanno riferito di aver perso centinaia di animali. Gli anti-balaka di Berberati e dintorni li avrebbero anche sequestrati per poi restituirli dietro pagamento e talvolta quelli rubati venivano portati oltre il confine di Gbiti per essere venduti in un mercato settimanale vicino a Kette, in Camerun. I leader anti-balaka, tra cui Mokom, avrebbero tenuto il bestiame rubato proprio in alcuni campi non lontani da Gbiti.

Il 10 maggio Camille Lepage ha trascorso la notte a Bombo e quella sera, con un telefono satellitare prestatole da Fawaz, ha chiamato un’amica a Bangui per dirle di avere informazioni da condividere per messaggio. Quel messaggio non è mai arrivato.

Ritorno alla frontiera

Il gruppo di Mokom era composto da una quarantina di uomini. In queste zone gli anti-balaka si muovevano in moto, con due o anche tre passeggeri su ciascuna; la strada a ovest di Amada Gaza era troppo degradata per usare le auto. Il 12 maggio era previsto il rientro della giornalista in quella località, che il giorno prima si sarebbe recata insieme al gruppo fino a Gbiti, varcando la frontiera e rientrando la sera a dormire dal lato centrafricano, a Banga-Boumbe (Banga), un villaggio dove gli anti-balaka disponevano di una piccola base. 

L’ultimo giorno, di mattina, “un musulmano che conosceva Mokom lo ha informato che un gruppo di fulani armati del Camerun aveva attraversato la frontiera per derubare i villaggi vicini”, ha spiegato Thibaut, chiarendo che poco dopo si sarebbero sentiti “colpi di fuoco nelle vicinanze”. Le incursioni di uomini armati dal Camerun erano frequenti – ma anche viceversa.

Prima di tornare ad Amada Gaza, Mokom ha deciso di fare una deviazione verso il villaggio di Noufou, 30 km a sud, dove avrebbe picchiato il capozona suo sottoposto, Marius, per aver preso dei soldi dagli allevatori fulani per lasciargli sfruttare i pascoli dell’area. Secondo un rapporto preliminare della gendarmeria centrafricana citato da JeuneAfrique a giugno 2014 sarebbero avvenuti “atti di tortura”. Le fonti di InsideOver sono contrastanti a riguardo, ma un episodio di umiliazione sarebbe comunque avvenuto ai danni di Marius. Che però non avrebbe avuto né i mezzi né il tempo per vendicarsi la stessa mattina. Gli uomini di Mokom non hanno alcun sospetto su di lui.

Ripartiti da Noufou in direzione di Amada Gaza, le prime tre moto del gruppo sarebbero finite sotto il fuoco di soggetti non identificati, nel primo pomeriggio. Poco prima “un moto-taxi che veniva dalla direzione opposta ha detto di aver incontrato alcuni fulani all’incrocio della deviazione verso Noufou”, ha spiegato Thibaut. Lui è tra quelli sopraggiunti appena dopo l’imboscata e insieme al resto del gruppo ha trasportato i corpi delle vittime in moto ad Amada Gaza. Qui, un’altra fonte, che avrebbe aiutato a lavare i corpi, ha riferito che l’incidente è avvenuto in corrispondenza del villaggio di Manti, a circa 5 km da Bombo.

Mentre ad Amada Gaza non c’era – e non ci sarebbe tutt’oggi – alcuna copertura di rete telefonica, le zone più a ovest, tra cui Bombo e Noufou, dispongono di quella del Camerun. Non è escluso che qualcuno possa aver informato gli aggressori della posizione del gruppo di Mokom – col quale Lepage si trovava, pur non essendo lei stessa presumibilmente un target.

Lambert ha riferito anche di imprecisate circostanze in cui ulteriore soggetto di Bombo avrebbe potuto informare della posizione un gruppo di musulmani o fulani armati, lo stesso che ha attaccato il villaggio il 10 maggio. 

Sul luogo, oltre ai corpi di Lepage e del gruppo, le fonti riferiscono di aver trovato quelli di due assalitori uccisi dal fuoco anti-balaka. InsideOver ha reperito le immagini scattate sul posto: due primi piani dei volti, per terra, poco riconoscibili e senza contesto, che non sarebbero, di per sé, direttamente riconducibili ai fatti raccontati. Ma una terza foto reperita mostra una delle fonti incontrate accanto alla defunta, verosimilmente sul luogo dell’aggressione. Secondo il metodo utilizzato in precedenza, anche queste immagini, che riportano la stessa data errata, il 13 aprile 2014, e un orario pomeridiano – che differisce di pochi minuti tra gli scatti – sono collegabili tra di loro. E’ possibile che siano state scattate dallo stesso apparecchio, con la data errata di 1 giorno e 1 mese (come noto, i fatti sono del 12 maggio 2014).

I responsabili mai identificati

Le prime testimonianze raccolte dai media sulla morte di Lepage sono di alcuni anti-balaka raggiunti da Radio Siriri, emittente centrafricana di cui il prete Zoumalde era referente a Bouar, e da Le Monde il 14 maggio. Accusavano dell’attacco un misto di “ex miliziani Selekà, bracconieri sudanesi e fulani”, tra cui gli Anagamba, un gruppo proveniente dal Ciad, che avrebbero imperversato nella regione nelle settimane precedenti. Nello stesso periodo la Brigata di intervento rapido del Camerun avrebbe bloccato “120 giovani musulmani armati che volevano attraversare il confine per incendiare i villaggi di confine in RCA”, come riportato.

Ma la regione è sempre stata contesa da più attori. Alcuni studi del 2014 hanno documento che qui al suo arrivo, tra le altre cose, la Selekà ha cominciato a combattere contro il Fronte democratico del popolo centrafricano (FDPC), un gruppo armato di più antica formazione, per il controllo della sub-prefettura di Abba, a nord della strada dell’imboscata. Mentre il comandante della Selekà a Berberati e Carnot – a est di Amada Gaza – un tale colonnello Saad, era un ex leader del Fronte popolare per la ripresa (FPR), un altra milizia fondata nel 2011, prima ancora della guerra civile, da un ex ufficiale della gendarmeria ciadiana per “proteggere” le comunità fulani. 

Ad oggi, se escluso un regolamento di conti, non si saprebbe a quale fazione attribuire la morte di Lepage. Come ha ribadito più volte sua madre Maryvonne, l’aspettativa di giustizia è quella di “identificare almeno il gruppo responsabile o i suoi capi, non i singoli individui che hanno sparato, e conoscerne le motivazioni”.

Intanto la situazione sul terreno è rimasta precaria. Nello strada dove Lepage ha trovato la morte, nel 2018 alcuni Caschi blu dell’Onu sono stati uccisi da un nuovo gruppo armato costituitosi lo stesso anno, così come nel 2021 tre soldati del gruppo mercenario russo Wagner – presente in RCA dal 2017 –  per mano di altre milizie. La popolazione civile nel mezzo.

Le fonti incontrate in RCA, comunque, hanno riferito che c’erano altre persone in possesso di foto o testimonianze di quel 12 maggio 2014. La ricerca, dopo 11 anni, va ancora fatta sul campo.


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