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Da lunedì 22 febbraio un tribunale finlandese svolgerà in Liberia parte del processo al 51enne sierraleonese Gibril Massaquoi, ex membro del Fronte Rivoluzionario Unito (Ruf), imputato per i crimini commessi tra il 1999 e il 2003, durante la seconda guerra civile liberiana.

Il procedimento, cominciato a inizio mese a Tampere, in Finlandia, prevede che la corte del paese scandinavo si trasferisca a Monrovia per circa due mesi (poi per due settimane in Sierra Leone), per ascoltare vittime e testimoni, rivoluzionando le pratiche di “giurisdizione universale“.

Secondo questo principio, uno stato può giudicare un cittadino straniero per crimini contro l’umanità commessi all’estero. Ma stavolta la giustizia finlandese si atterrà interamente alla sua legislazione nonostante sarà ospite in Liberia.

“Si tratta di un’innovazione. Nessun paese ha mai chiesto a un altro di recarvisi per tenere un processo con le proprie regole, tantomeno durante una pandemia”, spiega a InsideOver Thierry Cruvellier, esperto di giustizia internazionale e crimini di guerra.

Massaquoi viveva in Finlandia dal 2008, dopo aver ottenuto asilo per il ruolo svolto durante il processo della corte speciale per la Sierra Leone. Per i fatti commessi in questo paese gli fu concessa l’immunità, in cambio delle sue testimonianze che permisero di condannare vari leader ribelli. L’attenzione nei suoi confronti si riaccese ad agosto 2018, quando l’Ong svizzera Civitas Maxima, impegnata a indagare sui crimini dei conflitti liberiani, consegnò alla giustizia finlandese informazioni sul coinvolgimento di Massaquoi in questi ultimi.

L’allora comandante e portavoce del Ruf è stato arrestato a marzo 2020 dopo un’indagine di quattordici mesi durante i quali gli investigatori finlandesi si sono recati più volte in Liberia. Accusato di vari omicidi, torture e stupri, Massaquoi non andrà a Monrovia, ma rimarrà in Finlandia per motivi di sicurezza e potrebbe ricevere il verdetto di prima istanza già dal prossimo settembre.

Il caso ha evidenziato la debolezza dei sistemi giuridici di paesi come Francia, Svizzera e Belgio, dove sono attualmente in corso altri procedimenti per crimini di guerra commessi in Liberia da ex combattenti liberiani. Ma questi sono caratterizzati da indagini lente e tempi di giudizio lunghi. Le autorità svizzere, ad esempio, hanno aperto solo lo scorso 15 febbraio a Bellinzona il processo all’ex comandante ribelle Alieu Kosiah, dopo averlo arrestato a novembre 2014, oltre sei anni fa, e senza essersi mai recate sul campo a indagare.

“Dato che Massaquoi è sierraleonese, la Liberia potrebbe aver concesso più facilmente la piena giurisdizione alla corte finlandese”, spiega Cruvellier. “Non trattandosi di un cittadino liberiano, Monrovia sarebbe anche meno intimorita dalla possibilità che Massaquoi parli del coinvolgimento di alcuni membri delle istituzioni nel conflitto”. Non è infatti un mistero che nelle amministrazioni liberiane, compreso il parlamento, siedono ex combattenti le cui responsabilità, seppur note, sono finite nel dimenticatoio della memoria collettiva del paese e della sua giustizia disastrata.

Ma a prescindere da queste considerazioni, la Finlandia aveva già un esempio a cui guardare. Nel 2009 i giudici del paese finnico celebrarono in Ruanda il processo al ruandese Francois Bazaramba, condannandolo all’ergastolo per aver preso parte al genocidio del paese africano nel 1994. “Non solo questo modello di giustizia ha già funzionato, ma secondo la corte finlandese sarebbe anche il più efficace ed economico”, prosegue l’esperto. “In uno stato come la Finlandia dove la spesa di risorse pubbliche è meticolosa, le autorità giudiziarie sono state in grado di dimostrare la convenienza di trasferire all’estero giudici, accusa e difensori per varie settimane”.

Inoltre la giustizia di Helsinki, memore dell’esperienza ruandese, considera fondamentale calarsi nel contesto del paese dove si sono svolti i fatti imputati. Tenendo conto delle differenze linguistiche culturali nell’esaminare i testimoni liberiani, l’interrogazione a distanza, più facile e conveniente, non sarebbe stata un’opzione affidabile.

Il “modello finlandese” potrebbe essere replicato da altri paesi o dalle corti internazionali, ma bisogna tenere conto, tra le altre cose, dei diversi ordinamenti giuridici. La buona pratica di Helsinki, che permette di accorciare i tempi del processo, avviene nel contesto della civil law (derivante dal diritto romano), il sistema adottato nell’Europa continentale. Secondo alcuni giuristi, questo sarebbe più adatto alla giustizia transnazionale per i crimini di guerra. I tribunali internazionali, invece, seguono i principi della commow law (di origine britannica) e hanno tempi più lunghi. La corte penale dell’Aja, ad esempio, impiega anche quattro anni per concludere le sole udienze preliminari.

Secondo Cruvellier, “a prescindere dagli ostacoli di natura tecnica, è improbabile che i giudici dell’Aja vogliano scomodarsi per andare in missione in paesi difficili. Prima di tutto è un problema di volontà: la forza del modello finlandese sta nella determinazione a procedere in questo modo”.

A Monrovia il caso Massaquoi sta suscitando speranza per l’istituzione di una corte speciale per i crimini di guerra, ormai discussa da tempo. Il presidente liberiano George Weah avrebbe favorito il via libera al processo sulla scia della pressione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Questo aveva dato alla Liberia tempo fino a luglio 2020 (scadenza poi posticipata per la pandemia) per implementare la giustizia che dovrebbe occuparsi dei conflitti civili passati.

“Prima di concludere il suo mandato, il presidente George Weah vuole lasciare in eredità un segnale che indichi la possibilità di porre fine all’impunità. Speriamo che la giustizia finlandese crei un precedente”, ha dichiarato Aaron Weah, ex ricercatore della Commissione per la verità e la riconciliazione della Liberia. “Finché ex signori della guerra occupano ancora ruoli chiavi nel governo, non ci sarà alcuno sviluppo per il paese”.