Addentrarsi nella foresta è il loro rituale quotidiano. È difficile distinguerne i passi svelti dal rumore della natura. Gli uomini caricano in spalla le reti per la caccia: alcuni le sistemeranno in punti strategici, mentre altri, spaventando la fauna circostante, cercheranno di far fuggire verso di esse piccole antilopi, gazzelle o porcospini. Le donne raccolgono la legna per il fuoco ed erbe medicinali per curare le piaghe dei piedi ed il mal di testa.

Nel profondo cuore dell’Africa, nel parco Dzanga-Sangha della Repubblica centrafricana, i pigmei Baka vivono così da millenni. A differenza dei loro vicini di etnia Bantu del Camerun e del Congo, che praticano tecniche essenziali di agricoltura, quella dei Baka è una società del tutto preindustriale di cacciatori-raccoglitori.

Se da un lato l’aspettativa di vita media di questo popolo è inferiore ai trent’anni, dall’altro, il modo di vivere unico, in continua esposizione agli agenti patogeni della foresta, ha conferito ai Baka un forte sistema immunitario. Quest’ultimo è invece in netto declino nelle società sviluppate, poco o tanto che siano, a causa del modo di vivere industrializzato e dell’uso sconsiderato di medicinali. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa 700mila persone l’anno muoiono a causa di infezioni resistenti agli antibiotici, e si prevede che il numero arrivi a 10 milioni entro il 2050.

Cosa distingue, dunque, in questo caso, i pigmei dalle popolazioni occidentalizzate? Il microbiota, comunemente conosciuto come flora intestinale, l’insieme dei microorganismi – batteri, virus, ecc. – che vivono in simbiosi con noi, nel nostro intestino, e che contribuiscono in modo significativo alla formazione delle difese immunitarie. Dal 2016 l’Università del Minnesota ha condotto diversi studi sul microbiota dei pigmei Baka e dell’etnia Bantu, prelevandone campioni fecali per analizzarne la composizione. I risultati hanno mostrato in modo chiaro che il microbiota dei Baka presenta un altissima diversità, più simile a quella dei primati che a quella dei popoli sviluppati, mentre quella dei Bantu, già agricoltori tradizionali, sebbene sia più vicina ai primi, è una via di mezzo tra i due.

“Il microbiota intestinale dei pigmei è più vario, quindi più sano ed in grado di gestire fattori ambientali più diversi, probabilmente perché questi popoli non hanno cambiato la loro dieta onnivora, ricca di fibre oltre che di zuccheri semplici e proteine animali e vegetali, mentre le diete cosiddette occidentali, povere in fibre, stanno determinando una “disbiosi intestinale”, ovvero una composizione del microbiota meno varia e meno adatta ad aiutarci a far fronte a diverse patologie” spiega il professor Vincenzo Di Marzo, direttore di ricerca presso l’Istituto di Chimica Biomolecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pozzuoli.

Quando non si caccia, l’alternativa principale è la manioca. Nei pressi delle capanne dei Baka è stesa ad asciugare quella per i giorni successivi, bianca come il gesso, già imbevuta a lungo nell’acqua per azzerarne la tossicità. L’odore che emana è forte. Alle donne il compito di ricavare la farina da questo tubero selvatico. Durante il giorno il rumore del pestello che lavora nel mortaio è ricorrente.

Cucinata a mo’ di polenta, la manioca si accompagna solitamente con le foglie di “koko”, una pianta largamente diffusa nelle regioni umide dell’Africa tropicale. A partire dallo studio dell’alimentazione e del microbiota dei Baka, si cerca di sviluppare soluzioni applicabili a svariati casi medici. Oltre alla farmaco-resistenza, tra i più comuni è la condizione di immunodepressione dei pazienti sottoposti a chemioterapia. Per rafforzare le difese immunitarie di questi, comincia a diffondersi la tecnica del trapianto fecale, l’infusione tramite colonscopia di un microbiota “sano”, ma ancora poco definita.

Secondo il dottor di Marzo, “non è stata ancora individuata, e forse non esiste, una composizione del microbiota ‘ottimale’ in quanto esistono tante possibili combinazioni di specie che possono avere effetti diversi nelle patologie. Il trapianto fecale sta dando alcuni buoni risultati, anche salvando vite, ma è una tecnica ancora troppo empirica e non scevra da pericoli”.

Nella Repubblica Centrafricana, nonostante la devastante guerra civile scoppiata nel 2012 ed ancora in corso, i Baka sono riusciti a vivere relativamente indisturbati, grazie alla loro capacità di rifugiarsi nella foresta e rimanervi isolati per lunghi periodi.

“Dallo studio del microbiota di popolazioni incontaminate come quelle pigmee si possono ottenere dati su quali componenti molecolari (proteine, ecc.) siano responsabili delle azioni benefiche a livello terapeutico. Componenti che poi potrebbero diventare farmaci o integratori, o anche suggerire nuovi interventi nutrizionali”.

Oggi il disboscamento, il ritorno dei bracconieri e non per ultimo il facile accesso all’alcool minacciano la sopravvivenza dello stile di vita tradizionale dei Baka. La speranza è che oltre al microbiota, di essi non si perda anche questo.