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	<title>Gabriele Repaci Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 14 Jul 2025 13:43:07 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Gabriele Repaci Archives - InsideOver</title>
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		<title>Il Pkk brucia le armi e sfida la Turchia di Erdogan alla riconciliazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-pkk-brucia-le-armi-e-sfida-la-turchia-di-erdogan-alla-riconciliazione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>30 combattenti del PKK hanno bruciato le loro armi, segnando la fine simbolica di oltre 40 anni di lotta armata. Il ruolo di Ocalan.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250714114933991_dda434c2ead5aaa844bd4b476db2fb36-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Tra le rocce millenarie del <strong>Kurdistan iracheno</strong>, in un anfiteatro naturale scolpito nel massiccio di Jasana, si è tenuta una cerimonia destinata a entrare nei libri di storia. Alle 11 del mattino dell’11 luglio 2025, trenta combattenti del <strong><a href="https://it.insideover.com/politica/il-kurdistan-come-ricatto-alleuropa.html">Partito dei Lavoratori del Kurdistan </a>(Partiya Karkerên Kurdistanê – PKK)</strong> hanno bruciato le proprie armi in un gesto che, per molti, segna la fine simbolica di oltre quarant’anni di insurrezione armata contro lo Stato turco. Nella radura, allestita con sedie per oltre 500 invitati e con tre gazebo per offrire ombra e ristoro, si sono radunati attivisti curdi, funzionari del Kürdistan Bölgesel Yönetimi (KBY), esponenti del partito turco di sinistra DEM (Demokrasi ve Eşitlik Partisi), delegati europei, rappresentanti delle comunità yazide, e perfino agenti della <strong>Millî İstihbarat Teşkilatı (MİT), i temuti servizi segreti turchi.</strong> Presenti anche esponenti dei due grandi clan politici del Kurdistan iracheno: i <strong>Barzanî</strong> (dominanti ad Erbil) e i <strong>Talabanî </strong>(con radicamento a Suleymaniye), rappresentati dai rispettivi partiti KDP e PUK.</p>



<p>L’aria era solenne e tesa. Quando i trenta guerriglieri – quindici donne e quindici uomini – hanno fatto la loro apparizione, in uniforme e silenziosi, la folla si è alzata in piedi e ha infranto il divieto di slogan: «Biji Serok Apo!» (<strong>“Lunga vita al presidente Apo”</strong>), è risuonato tra gli echi delle montagne, in omaggio ad Abdullah Öcalan, fondatore e leader spirituale del PKK, detenuto dal 1999 sull’isola-prigione turca di İmralı.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’annuncio del disarmo</h2>



<p>Al centro della cerimonia, su un palco modesto, la co-presidente del Koma Civakên Kurdistan (KCK), <strong>Bese Hozat</strong>, ha letto ad alta voce – prima in curdo e poi in turco – la dichiarazione che sancisce il nuovo corso del movimento. Accanto a lei, <strong>Nedim Seven</strong>, militante veterano, ha tradotto il testo per i presenti di lingua turca. «Noi combattenti per la libertà, donne e uomini, ci siamo uniti al PKK in tempi diversi e da regioni diverse. Oggi rispondiamo all’appello del leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan. Distruggiamo volontariamente le nostre armi, davanti a voi, come gesto di buona volontà e determinazione».</p>



<p>Nel testo, firmato dal cosiddetto “Gruppo per la pace e la società democratica”, si invoca la costruzione di una società libera, pacifica e democratica per tutti i popoli del Medio Oriente. È un gesto di rottura e insieme di continuità: il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica.<br>Uno alla volta, i combattenti si sono avvicinati a una grande vasca di metallo dove <strong>hanno depositato kalashnikov, caricatori e fucili d’assalto.</strong> Una torcia è stata accesa da un rappresentante del PUK, e in pochi istanti le fiamme hanno avvolto le armi. Il fumo nero si è alzato come un epitaffio per un&#8217;epoca, mentre tra i presenti si mischiavano lacrime e applausi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Öcalan torna a parlare</h2>



<p>La voce di Abdullah Öcalan, per decenni guida carismatica e ideologica del movimento curdo, è tornata a farsi sentire. È accaduto il 9 luglio 2025, due giorni prima del rogo delle armi del PKK. In un evento senza precedenti dal suo arresto, <strong>il leader detenuto ha parlato al suo popolo attraverso un videomessaggio</strong> proiettato su uno schermo nero durante la cerimonia a Jasana. Un fermo immagine lo mostrava seduto, in abiti sobri – una maglietta beige, diventata immediatamente un simbolo virale – con lo sguardo calmo ma determinato. Era dal 1999, anno della sua estradizione dalla Kenya alla Turchia e della successiva incarcerazione sull’isola di İmralı, che Öcalan non appariva più in forma visiva pubblica.</p>



<p>Negli anni, i suoi contatti con l’esterno sono stati rigidamente limitati: visite sporadiche da parte dei familiari o degli avvocati, lettere filtrate dal carcere, e in rare occasioni, dichiarazioni rese pubbliche tramite mediatori. Nonostante l’isolamento, il suo pensiero ha continuato a esercitare una forte influenza sul PKK e sul più ampio movimento curdo. Nel messaggio, <strong>Öcalan ha chiesto esplicitamente lo scioglimento dell’organizzazione armata</strong>, dichiarando conclusa la fase militare della lotta. Ha invocato l’urgente necessità di una soluzione politica e parlamentare, suggerendo la creazione di una “komisyonu” (commissione) speciale presso la Türkiye Büyük Millet Meclisi (la Grande Assemblea Nazionale della Turchia), incaricata di monitorare il processo di disarmo, trattare il rilascio dei prigionieri politici e garantire la transizione verso una democrazia inclusiva.</p>



<p>Ma il messaggio è andato ben oltre i dettagli procedurali. <a href="https://it.insideover.com/politica/ocalan-scioglie-il-pkk-la-turchia-e-i-militanti-curdi-alla-prova-del-futuro.html">Öcalan </a>ha delineato una visione politica che propone una <strong>“repubblica democratica plurinazionale”</strong>, in cui le diverse identità linguistiche, culturali e religiose presenti in Turchia possano trovare riconoscimento e tutela. È un progetto che punta a superare la contrapposizione tra assimilazione e conflitto armato, e che si basa su concetti come l’autogoverno locale, la parità di genere e l’ecologia sociale, elementi centrali del pensiero politico sviluppato da Öcalan negli ultimi due decenni. Questi concetti sono stati in parte influenzati anche dal municipalismo libertario del teorico statunitense <strong>Murray Bookchin.</strong></p>



<p>Il videomessaggio ha avuto una rapida eco soprattutto nei territori curdi della Siria nordorientale, dove le autorità locali hanno adottato un modello ispirato al cosiddetto “confederalismo democratico”. In diverse città del Rojava, tra cui Qamishlo, Kobanê e Amûdê, <strong>l’annuncio è stato accolto con manifestazioni pubbliche e reazioni entusiaste</strong>. Secondo fonti locali, la maglietta beige indossata da Öcalan nel video è diventata rapidamente un oggetto simbolico, esaurendosi in poche ore nei mercati. In quei contesti, il messaggio è stato percepito da molti come una conferma del percorso intrapreso, fondato su strutture locali di autogestione e partecipazione popolare.<br>Tuttavia, il ritorno mediatico di Öcalan non è privo di ambiguità politiche.</p>



<p>La sua immagine è ancora criminalizzata da gran parte dell’apparato statale turco, che continua a identificarlo con il “terrorismo”. In parallelo, però, la sua figura gode di un rispetto crescente anche tra settori della sinistra turca e di parte dell&#8217;opinione pubblica internazionale. La sua voce, per milioni di curdi, <strong>non è solo quella di un leader carismatico, ma di un prigioniero politico</strong> il cui silenzio forzato rappresenta la compressione delle libertà collettive del popolo curdo. «<a href="https://www.mezopotamyaajansi35.com/en/ALL-NEWS/content/view/281236">Öcalan è il Mandela del nostro tempo», dichiarano da anni attivisti curdi e osservatori esterni</a>. Ma a differenza del leader sudafricano, finora gli è stato negato un ruolo attivo e riconosciuto nei negoziati.</p>



<p>Nel contesto attuale, la mossa di Öcalan può essere letta in più modi. Per alcuni, è un gesto strategico per “anticipare” Erdoğan e costringerlo a scoprire le sue carte. Per altri, rappresenta la sua ultima grande offerta di pace, nella speranza che la finestra di opportunità non si richiuda come già accaduto nel 2015, quando il precedente dialogo fu bruscamente interrotto dopo le elezioni.<br>Il momento è fragile. Ma l’apparizione pubblica di Öcalan, a distanza di ventisei anni dalla sua cattura, ha ricordato a tutti che <strong>la sua figura resta centrale</strong>, legittima e simbolicamente intoccabile per milioni di curdi. Il fatto che la cerimonia di disarmo abbia ruotato attorno al suo messaggio è la prova che, anche da dietro le sbarre, egli è ancora – e forse più che mai – Serok Apo, il Presidente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ankara osserva, Erdoğan tace (per ora)</h2>



<p>Nel silenzio misurato di Ankara si cela una partita politica complessa e ancora tutta da giocare. A due giorni dalla cerimonia di disarmo del PKK a Jasana, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale. Ma il suo silenzio è tutt’altro che assenza: è strategia. Ogni parola, ogni immagine, ogni gesto dovrà essere calibrato sul piano interno e internazionale, dove si intersecano sicurezza, propaganda, elezioni e ambizioni regionali. Non è un mistero che Erdoğan abbia costruito buona parte del suo potere su una narrazione securitaria e nazionalista, nella quale il PKK è stato per decenni rappresentato come il nemico interno per eccellenza. Lo stesso <strong>leader dell’AKP ha più volte respinto ogni proposta di dialogo</strong> definendola una minaccia all’integrità dello Stato turco. Tuttavia, con l’evoluzione geopolitica post-2023 e i costi crescenti del conflitto interno, anche il suo governo si è trovato costretto a riconsiderare opzioni alternative.</p>



<p>Secondo fonti diplomatiche e parlamentari vicine al dossier, il governo turco avrebbe monitorato direttamente la cerimonia dell’11 luglio, attraverso emissari civili e ufficiali del Millî İstihbarat Teşkilatı (MİT) presenti sul posto. Una partecipazione silenziosa ma inequivocabile, che conferma l’interesse diretto dell’esecutivo turco nel processo in corso.</p>



<p>Il punto cruciale, tuttavia, resta come Ankara intenderà raccontare questo passaggio al proprio elettorato. L’apparato mediatico vicino al governo ha già iniziato a presentare il disarmo come “la sconfitta del terrorismo separatista” e <strong>“la resa del PKK davanti alla forza dello Stato turco”</strong>. Una narrazione che mira a neutralizzare qualsiasi riconoscimento politico all’organizzazione curda e a rafforzare l’immagine di un Erdoğan vincitore e garante dell’unità nazionale.<br>In questo quadro si inserisce la dichiarazione sorprendente di Devlet Bahçeli, leader dell’ultranazionalista Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) e alleato di governo, che <a href="https://anfenglish.com/women/bahceli-pkk-s-founding-leader-kept-his-word-80238">ha riconosciuto l’importanza del gesto del PKK</a>: “La leadership fondatrice del PKK ha mantenuto la sua promessa e onorato il suo impegno”.</p>



<p>Una frase che ha fatto rumore, perché mai prima d’ora un esponente di quella parte politica aveva utilizzato toni così concilianti verso il movimento curdo. Il MHP è noto per la sua intransigenza sull’integrità territoriale della Turchia e per la sua opposizione storica a qualsiasi forma di autonomia curda. Il fatto che Bahçeli stesso, lo scorso ottobre, abbia suggerito pubblicamente l’apertura di un canale parlamentare per Öcalan, ha segnato una svolta imprevista nella strategia della destra turca.<br>Dietro questa apertura si nasconde un calcolo strategico: il Kurdistan può diventare una leva nella competizione regionale. </p>



<p>Dopo il 7 ottobre 2023, il rafforzamento del ruolo di Israele nella regione ha spinto Ankara a rivedere alcune delle sue priorità tattiche. In questo contesto, disinnescare il conflitto interno con il PKK può rappresentare un’opportunità per proiettare potere verso Siria, Iraq e Iran, dove la questione curda resta una variabile cruciale negli equilibri di sicurezza.</p>



<p>Eppure, una vera svolta dipenderà da quanto Erdoğan sarà disposto a cedere sul piano politico. Il PKK, pur depotenziato militarmente, non si scioglierà nel nulla senza condizioni. Il messaggio lanciato da Abdullah Öcalan è chiaro: per avviare un’autentica fase di pacificazione servono atti politici concreti, a partire dalla formazione di una commissione parlamentare, dalla riforma delle leggi antiterrorismo e da una amnistia selettiva per i prigionieri politici curdi. Al momento, tuttavia, fonti interne all’AK Parti segnalano una forte resistenza interna all’interno dell’apparato statale: <strong>segmenti della magistratura, delle forze armate e dell’intelligence</strong> temono che qualsiasi concessione possa essere interpretata come una “legittimazione” del PKK, minando l’autorità dello Stato. Inoltre, anche all’interno dell’opposizione – soprattutto nel partito İYİ Parti, di orientamento nazionalista – permangono posizioni rigide.</p>



<p>La strategia attendista di Erdoğan potrebbe dunque riflettere la necessità di guadagnare tempo e consenso, prima di compiere un passo che rischia di spaccare l’opinione pubblica. In questo contesto, <strong>il disarmo del PKK è per Erdoğan al tempo stesso una sfida e un’opportunità</strong>: un’occasione per entrare nella storia come leader della riconciliazione, ma anche un campo minato che potrebbe ritorcersi contro se mal gestito. Tutto dipenderà, nei prossimi giorni, da quale narrazione Ankara deciderà di adottare. Le fiamme che hanno consumato le armi a Jasana, ora, ardono nei corridoi del potere turco.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Pace fragile, speranza reale</h2>



<p>La cerimonia di Jasana ha avuto il potere di incendiare l’immaginazione collettiva, ma anche di mettere a nudo la fragilità di un processo che si muove su un terreno incerto. Il gesto del disarmo, per quanto potente, non è che un inizio, e la strada verso una pace reale resta lunga e costellata di ostacoli politici, culturali e istituzionali. Se da un lato i combattenti del PKK hanno simbolicamente rinunciato alla lotta armata, dall’altro permane tra i curdi una radicata diffidenza nei confronti dello Stato turco, figlia di decenni di repressioni, promesse disattese e cicli di dialogo brutalmente interrotti. Il ricordo del processo di pace fallito tra il 2013 e il 2015 è ancora vivo in molte comunità del Bakur, dove la speranza si è spesso alternata alla delusione e al sospetto.</p>



<p>La memoria recente pesa come un’ombra sulla possibilità di riconciliazione. La fiducia, già compromessa, può essere ricostruita solo attraverso atti concreti: non bastano i simboli, servono riforme. In molte città curde, da Diyarbakır a Şırnak, la popolazione chiede il riconoscimento della lingua curda nell’istruzione pubblica, l’abolizione delle leggi antiterrorismo che colpiscono indiscriminatamente attivisti, giornalisti e sindaci, e soprattutto la fine del sistema dei kayyım, i commissari governativi imposti al posto degli amministratori eletti. Ci si attende anche un’amnistia selettiva per i prigionieri politici, misura che resta però invisa a settori consistenti dell’apparato statale, timorosi che qualsiasi concessione venga letta come una capitolazione.</p>



<p>In assenza di una cornice legale chiara, <strong>anche la reintegrazione dei militanti del PKK appare problematica</strong>. La maggior parte di loro ha trascorso anni in clandestinità o tra le montagne, e non basterà semplicemente smettere di combattere per ricollocarli in una società che, spesso, li considera ancora come criminali. Le esperienze internazionali insegnano che il disarmo va accompagnato da meccanismi di giustizia riparativa, sostegno psicologico, accesso all’istruzione e al lavoro, programmi di riconciliazione pubblica. Ad oggi, però, in Turchia mancano sia la volontà politica che gli strumenti legislativi per gestire questa transizione in modo sistemico.</p>



<p>Al di là dei confini turchi, il <strong>disarmo potrebbe avere ripercussioni anche in Siria</strong>, dove le milizie curde delle YPG e YPJ, ispirate al pensiero di Öcalan, continuano a gestire ampie porzioni di territorio nel nord-est del Paese. Dopo la caduta del regime di Assad, la questione curda è tornata centrale negli equilibri del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, principali alleati delle forze curde nella lotta contro l’ISIS, spingono per la loro inclusione in una futura architettura di sicurezza siriana pluralista. Un eventuale cambio di rotta della Turchia, finora ostile a qualsiasi legittimazione delle forze curde siriane, potrebbe modificare l’intera dinamica regionale.</p>



<p>In Iraq e in Iran, dove vivono altrettante comunità curde, la notizia del disarmo è stata accolta con attenzione. A Baghdad si teme che il nuovo corso del PKK possa rafforzare il peso politico del Governo Regionale del Kurdistan, già diviso tra il potere dei Barzanî e dei Talabanî. A Teheran, il disarmo del PKK è stato accolto con favore. Le autorità iraniane lo interpretano come un elemento utile alla stabilizzazione delle aree di confine e alla riduzione del potenziale di tensione regionale. L’abbandono della lotta armata da parte del movimento curdo turco viene considerato un passo che può contribuire a contenere le dinamiche conflittuali lungo la frontiera con l’Iraq e a limitare l’attivismo militante nell’area.</p>



<p>La <strong>portata del gesto di Jasana è dunque ampia</strong>, ma il tempo è un fattore critico. Ogni giorno che passa senza risposte rischia di trasformare la speranza in frustrazione. Il rischio più grande non è il ritorno immediato alle armi, ma il logoramento di un’opportunità storica. Se Ankara continuerà a trattare il disarmo come una semplice vittoria militare, ignorando le rivendicazioni politiche e culturali, sarà difficile evitare un nuovo ciclo di radicalizzazione.</p>



<p>Tuttavia, mai come oggi, esiste uno spiraglio concreto. Il PKK ha fatto un passo indietro, unilaterale e pubblico. Ha distrutto le proprie armi davanti al mondo, rinunciando a cinquant’anni di prassi armata. <strong>Per milioni di curdi, questo non è stato solo un atto politico, ma un sacrificio personale, identitario, spesso familiare</strong>. È una richiesta di riconoscimento, di dignità, di ascolto. Ora tocca allo Stato rispondere, non con la retorica della vittoria, ma con il linguaggio della giustizia. Le fiamme che hanno consumato i fucili a Jasana non sono solo la fine di un’epoca, ma l’inizio di una possibilità. E in un Medio Oriente sempre più segnato da guerre senza fine, ogni possibilità di pace è troppo preziosa per essere lasciata spegnere.</p>
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		<title>Città umanitaria o campo di concentramento? Il piano israeliano per Gaza</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/citta-umanitaria-o-campo-di-concentramento-il-piano-israeliano-per-gaza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Jul 2025 14:15:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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<p>“Città umanitaria” a Rafah: Israele prevede di creare un’area recintata per 600.000 sfollati palestinesi a Rafah, con corridoi controllati, screening di sicurezza e gestione militare, ma senza libertà di movimento.<br />
Critiche internazionali: Organizzazioni per i diritti umani, ONU e ONG denunciano il progetto come una concentrazione forzata, con rischi di pulizia etnica, opponendosi alla collaborazione.<br />
Obiettivo di esodo: Il piano, supportato dalla Gaza Humanitarian Foundation e finanziato dagli USA, mira a favorire l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi verso paesi terzi, come Egitto o Cipro.<br />
Resistenza a Beit Hanoun: Un’imboscata delle Brigate al-Qassam ha ucciso cinque soldati israeliani, evidenziando la persistenza della resistenza palestinese e smentendo la “pacificazione” delle aree settentrionali di Gaza.<br />
Crisi umanitaria e asimmetria: La devastazione di Gaza, i bombardamenti su Rafah e la militarizzazione degli aiuti aggravano la crisi, mentre la resistenza sfrutta tattiche di guerriglia contro un’occupazione che non garantisce controllo totale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/citta-umanitaria-o-campo-di-concentramento-il-piano-israeliano-per-gaza.html">Città umanitaria o campo di concentramento? Il piano israeliano per Gaza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Nella Striscia di Gaza, ormai ridotta in macerie, si apre un nuovo e drammatico capitolo della crisi umanitaria: il ministro della Difesa israeliano <strong>Yisrael Katz</strong> ha annunciato la creazione di una cosiddetta “città umanitaria”, destinata ad accogliere oltre <strong>600.000 palestinesi sfollati nella zona devastata di Rafah</strong>. Il progetto ha sollevato un’ondata di critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e analisti, che lo accusano di mascherare <strong>sotto la retorica dell’assistenza una concentrazione forzata di civili.</strong> Quella che Tel Aviv descrive come un’iniziativa di protezione rischia infatti di configurarsi, nei fatti, come un moderno <a href="https://nordot.app/1315046537236480960">campo di concentramento sotto sorveglianza militare</a>.</p>



<p>Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, l’area destinata alla cosiddetta “città umanitaria” sorgerà tra le <strong>macerie di Rafah</strong>, una città già <a href="https://elpais.com/internacional/2025-07-07/israel-planea-encerrar-a-600000-palestinos-en-un-campamento-sobre-las-ruinas-de-rafah-en-el-sur-de-gaza.html">pesantemente colpita dai bombardamenti israeliani.</a> I palestinesi verranno trasferiti lì attraverso corridoi controllati, sottoposti a screening di sicurezza per evitare “infiltrazioni di Hamas”, e non avranno libertà di movimento. La gestione interna sarà affidata a partner internazionali ancora non identificati, mentre le forze israeliane manterranno il controllo armato del perimetro.</p>



<p>Questa struttura – ufficialmente temporanea – è in realtà parte di un piano strategico molto più ampio: <a href="https://qudsnen.co/katz-we-plan-to-concentrate-gazas-population-in-a-humanitarian-city-on-rafahs-ruins-to-push-them-to-emigrate/">secondo Katz, “l’obiettivo è farli emigrare”</a>. Un’affermazione che, se confermata nei fatti, configura un tentativo sistematico di ingegneria demografica e pulizia etnica, <a href="https://pagineesteri.it/2025/07/08/medioriente/campi-umanitari-e-citta-recintate-larchitettura-della-pulizia-etnica-a-gaza/">secondo il diritto internazionale</a>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Radunare e spostare</h2>



<p>La cosiddetta <strong>Gaza Humanitarian Foundation (GHF)</strong>, fondata a Ginevra e finanziata dagli Stati Uniti con un primo stanziamento da 30 milioni di dollari, è indicata da più fonti come uno degli attori principali di questa operazione. La fondazione propone la costruzione di “Humanitarian Transit Areas” (HTA), eufemismo per veri e propri campi recintati destinati ad “accogliere” i palestinesi prima di favorirne l’esodo “volontario” <a href="https://ilmanifesto.it/i-piani-per-la-riviera-del-medio-oriente-espulsioni-volontarie">verso Egitto, Cipro o altri paesi terzi</a>.</p>



<p>Il progetto – svelato da una lunga inchiesta di <em>Reuters</em> – riprende fedelmente le linee di un piano elaborato da ambienti vicini all’amministrazione Trump, secondo cui Gaza deve essere trasformata in un “corridoio umanitario” gestito da privati e militari, <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/us-backed-aid-group-proposed-human-transit-areas-palestinians-gaza-2025-07-07/">con un budget di oltre 2 miliardi di dollari</a>.</p>



<p>La nuova zona prevista a Rafah sarà completamente isolata: l’accesso sarà consentito solo dopo controlli di sicurezza estremamente rigidi, mentre <strong>l’uscita verrà impedita ai residenti.</strong> L’area, già devastata da ripetuti bombardamenti, non dispone delle infrastrutture minime per accogliere centinaia di migliaia di persone, molte delle quali ferite, denutrite o traumatizzate.</p>



<p>I documenti interni delle forze armate israeliane, ottenuti da <em>Haaretz</em>, parlano esplicitamente di “radunare e spostare la popolazione”, contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che negano l’esistenza di un piano di deportazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;imboscata di Beit Hanoun</h2>



<p>La narrativa israeliana – quella di offrire protezione e supporto – non regge al confronto con i fatti. Le dichiarazioni del ministro Katz e i documenti trapelati indicano con chiarezza l’obiettivo: s<strong>vuotare Gaza della sua popolazione storica. </strong>Il linguaggio utilizzato – “deradicalizzazione”, “migrazione assistita”, “aree sicure” – cela una realtà di reclusione, repressione e trasferimento forzato.</p>



<p>Il piano dovrebbe partire nel contesto di una tregua di 60 giorni attualmente in discussione tra Israele e Hamas, formalmente negoziata in Qatar. Tuttavia, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, <strong>il vero asse negoziale si svilupperebbe in parallelo tra Netanyahu e ambienti vicini al presidente Trump</strong>, con l’obiettivo di assicurare concessioni strategiche più che un autentico processo di pace. In questo contesto, il cessate il fuoco rischia di trasformarsi in un’opportunità tattica per consolidare il controllo territoriale su Gaza e avviare l’implementazione della cosiddetta “città umanitaria” sotto sorveglianza militare.</p>



<p>Molte organizzazioni internazionali – tra cui l’ONU, la Croce Rossa e numerose ONG – non sono stati coinvolti nel piano, e diversi di loro hanno espresso un netto rifiuto a collaborare, definendolo un progetto “dannoso e pericoloso”. Nel frattempo, le prime stime parlano di oltre 700 palestinesi morti in <strong>incidenti legati alla militarizzazione della distribuzione degli aiuti umanitari</strong>.</p>



<p>Intanto, il 7 luglio, nella città distrutta di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, un’imboscata rivendicata e organizzata dalle Brigate al-Qassam, ala militare di Hamas, ha colpito duramente le forze armate israeliane. Secondo fonti locali e militari, cinque soldati israeliani sono rimasti uccisi e almeno quattordici feriti, due dei quali in condizioni critiche. L’attacco ha avuto luogo in un’area che, secondo le dichiarazioni ufficiali israeliane, era stata “messa in sicurezza” settimane prima. La realtà dei fatti ha dimostrato il contrario.</p>



<p>L’attacco è stato condotto in più fasi: u<strong>n ordigno esplosivo ha colpito un mezzo corazzato di testa, immobilizzandolo</strong>. Subito dopo, colpi mirati di armi leggere e lanciarazzi hanno bersagliato i veicoli successivi e le squadre di soccorso giunte per evacuare i feriti. La dinamica dell’operazione ha messo in luce una pianificazione militare meticolosa e l’esistenza di una rete di resistenza ancora operativa nella zona, nonostante i ripetuti bombardamenti e le incursioni dell’esercito israeliano.</p>



<p>L’episodio rappresenta una smentita diretta alla narrativa israeliana di “pacificazione” delle aree settentrionali di Gaza. A fronte della potenza di fuoco e del controllo tecnologico, l’esercito israeliano continua a subire perdite consistenti in combattimenti ravvicinati e azioni di guerriglia in ambiente urbano, dove le forze della resistenza palestinese <strong>sfruttano a proprio vantaggio la conoscenza del territorio e la frammentazione del fronte</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le critiche a Netanyahu</h2>



<p>Dal punto di vista militare, l’imboscata di <strong>Beit Hanoun</strong> ha confermato che l’occupazione armata non equivale al controllo reale del territorio. Anche in aree dichiarate “bonificate”, le forze israeliane si muovono in condizioni di pericolo costante, sottoposte a mine artigianali, trappole esplosive e attacchi improvvisi. Secondo dati interni, oltre <strong>il 70% delle perdite israeliane a Gaza è attribuibile a ordigni esplosivi</strong> e combattimenti non convenzionali.</p>



<p>L’evento ha avuto ripercussioni anche sul piano politico interno. Le critiche al primo ministro Netanyahu si sono intensificate: figure dell’opposizione hanno denunciato la gestione ideologizzata della guerra, accusandolo di mettere a rischio la vita dei soldati per proteggere l’equilibrio di una coalizione estremista. L’ex ministro <strong>Avigdor Lieberman</strong> ha parlato apertamente di “sacrificio umano per interessi politici”.</p>



<p>Beit Hanoun, già simbolo di devastazione e martirio durante le precedenti offensive, si conferma oggi crocevia di resistenza e fragilità militare. Tra macerie, tunnel e rovine, il messaggio lanciato è chiaro: la Striscia non è domata. Ogni tentativo di controllo totale si infrange contro una realtà complessa, frammentata e resistente, che sfida quotidianamente le certezze di una delle forze armate più sofisticate del mondo.</p>



<p>Mentre proseguono i bombardamenti su Rafah, sulle tende degli sfollati e persino nei pressi di strutture mediche, come l’ospedale al-Shifa, la guerra assume un volto sempre più asimmetrico, dove la sproporzione militare non garantisce né sicurezza né vittoria.</p>
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		<title>Gli Usa assolvono Hayat Tahrir al-Sham: gli ex qaedisti ora sono “interlocutori affidabili”</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/gli-usa-assolvono-hayat-tahrir-al-sham-gli-ex-qaedisti-ora-sono-interlocutori-affidabili.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Jul 2025 15:13:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Hayat Tahrir al-Sham]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_20250708144932959_c66d1a53ac896280fad447599a38c86b-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Washington assolve HTS: gli ex qaedisti diventano “interlocutori affidabili” per gli Usa guidati da Donald Trump.</p>
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<p>Con una decisione destinata a ridisegnare radicalmente gli equilibri del Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno ufficialmente rimosso <strong>Hayat Tahrir al-Sham (HTS)</strong> dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere. La firma è arrivata il 7 luglio dal segretario di Stato <strong>Marco Rubio</strong>, suggellando la legittimazione internazionale del gruppo islamista sunnita oggi al potere in Siria. Un gruppo nato come costola siriana di al-Qaeda, protagonista della guerra civile nel Nord-Ovest del Paese, e che ha guidato la caduta del regime di <strong>Bashar al-Assad</strong> nel dicembre 2024. A capo del nuovo governo siede oggi Ahmed al-Sharaa, noto con il nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani, l’ex comandante di Jabhat al-Nusra e HTS, ora investito del ruolo di presidente e descritto dalla diplomazia statunitense come un interlocutore “pragmatico”.</p>



<p>L’operazione si inscrive nella strategia dell’amministrazione Trump, tornata alla guida della Casa Bianca con un’agenda improntata al disimpegno militare diretto e alla creazione di alleanze selettive con attori locali. Durante un vertice in Arabia Saudita, <strong>Trump ha definito Jolani “un patriota deciso”</strong>, lodandone la capacità di garantire l’ordine nel Paese e annunciando la revoca di gran parte delle sanzioni economiche in vigore contro la Siria. Il nuovo corso ha trovato appoggio tra le monarchie del Golfo, che intravedono nella Siria post-Assad un potenziale alleato contro l’Iran. Ma dietro l’etichetta della “normalizzazione” si nasconde una realtà ben più ambigua e inquietante.</p>



<p>Secondo fonti israeliane come Channel 12 e Kan News, il nuovo esecutivo siriano ha siglato un accordo strategico con Israele che prevede cooperazione in materia di sicurezza e intelligence, con l’obiettivo di <a href="https://it.insideover.com/guerra/come-israele-e-netanyahu-vogliono-ridisegnare-il-medio-oriente.html">contrastare Hezbollah e contenere l’influenza iraniana nel Levante.</a> Non si tratta di una semplice intesa diplomatica, ma di un vero e proprio terremoto geopolitico: per la prima volta, uno degli ex membri centrali dell’“Asse della Resistenza” <strong>si schiera apertamente al fianco di Israele e dei suoi alleati regionali.</strong> La Siria, che per anni ha fondato la propria proiezione strategica sul sostegno alla causa palestinese e all’alleanza con Hezbollah e Teheran, abdica ora a quel ruolo storico e si riallinea con il cordone anti-iraniano promosso da Washington, Tel Aviv, Riyad e Abu Dhabi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un tassello anti-Iran</h2>



<p>Il governo nato dalla trasformazione di HTS da coalizione insurrezionale jihadista a soggetto politico riconosciuto si presenta oggi come un partner funzionale agli interessi israelo-americani. Non è più la Siria che offriva rifugio a Hamas o che rivendicava il Golan: è <strong>una pedina attiva della strategia inaugurata con gli Accordi di Abramo</strong>, che mira a integrare i regimi arabi filo-occidentali nella sfera di influenza israeliana. Il passaggio di Damasco nel campo avversario segna la frattura più grave subita dal blocco anti-israeliano guidato dall’Iran dalla sua nascita, un colpo non solo militare ma simbolico. A conferma del cambio di rotta, nell’aprile scorso <strong>le autorità siriane hanno arrestato due dirigenti della Jihad Islamica Palestinese</strong>, accelerando la marginalizzazione della causa palestinese nella nuova architettura regionale.</p>



<p>Nel quadro strategico delineato dall’amministrazione Trump, la Siria di Jolani diventa un tassello essenziale in un disegno più ampio: contenere l’espansione iraniana, ridimensionare l’influenza russa nel Levante, ridurre l’impegno diretto statunitense. In questa chiave, la “riconversione” del potere siriano appare come un successo di politica estera per Washington: Hayat Tahrir al-Sham, un tempo forza centrale del jihadismo salafita in Siria, diventa oggi partner nella stabilizzazione regionale. Ma questa narrazione si scontra con le dinamiche interne al Paese, dove <strong>la stabilità proclamata poggia su equilibri militari precari, mentre la pacificazione serve a coprire una repressione selettiva</strong> e un’esclusione sistemica delle minoranze.</p>



<p>A pagarne il prezzo è soprattutto la comunità alawita, da sempre associata — anche solo simbolicamente — al potere degli Assad. A marzo, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, <strong>oltre 1.600 civili alawiti sono stati uccisi sulla costa siriana</strong> in quello che è stato descritto come un pogrom su larga scala. Le prove raccolte da Amnesty International parlano di esecuzioni a sangue freddo, distruzioni mirate di villaggi, attacchi a luoghi di culto. Tra le vittime, donne, bambini, anziani. La pulizia settaria è avvenuta per mano di milizie affiliate — formalmente o informalmente — <a href="https://ilmanifesto.it/gli-alawiti-scappano-la-nuova-siria-e-al-palo">al nuovo governo</a>. E non si è fermata.</p>



<p>Un’inchiesta di <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/syria-detains-two-leaders-palestinian-islamic-jihad-2025-04-22/"><em>Reuters</em> ha documentato almeno 33 casi di donne </a>alawite scomparse nei governatorati di Hama, Latakia e Tartous. Rapimenti in pieno giorno, richieste di riscatto, telefonate minatorie con accenti stranieri. Alcune giovani sono riuscite a contattare le famiglie e dichiarare di essere state deportate. La maggior parte <a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/shes-not-coming-back-alawite-women-snatched-streets-syria-2025-06-27">non ha più fatto ritorno</a>. Le autorità locali sminuiscono, parlano di “fughe per amore” o “crisi personali”. Ma le testimonianze, i documenti bancari e i messaggi registrati raccontano una realtà completamente diversa. <strong>Il clima è di terrore.</strong> Migliaia di alawiti sono già fuggiti in Libano attraverso valichi informali. Chi resta vive nel silenzio e nella paura.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La tensione tra centro e periferie</h2>



<p>All’interno della stessa HTS, il potere di Jolani si regge su una rete di alleanze precarie, un equilibrio instabile tenuto insieme più dalla forza militare che da una coesione politica o ideologica reale. La coalizione, nata dalla fusione di milizie jihadiste, gruppi tribali e fazioni pragmatiche locali, è sempre stata un conglomerato eterogeneo più simile a una federazione armata che a un movimento centralizzato. <strong>Alcune brigate restano legate a un’ideologia panislamica rigida</strong> e ostile a ogni forma di apertura verso Israele o l’Occidente. Altre si muovono secondo logiche di sopravvivenza e potere locale, interessate alla gestione di risorse e territorio più che a un progetto statuale.</p>



<p>Questa eterogeneità ha prodotto fin dalla nascita una tensione latente tra la figura centrale di Julani e le leadership locali. Le diverse anime di HTS, riunite solo dalla comune opposizione ad Assad, mostrano oggi profonde divergenze su tutto: rapporti con l’estero, gestione del potere, ruolo della religione nello Stato. Il tentativo di trasformare questa galassia in un governo riconosciuto rischia di far esplodere le contraddizioni che erano state solo temporaneamente congelate dalla guerra.</p>



<p>Il pericolo non è astratto. I precedenti in Afghanistan e in Libia dimostrano che la caduta di un regime autoritario, in assenza di un progetto politico condiviso e di un’autorità riconosciuta, può produrre una nuova guerra civile. <strong>In Siria, lo scenario possibile è quello di una frammentazione verticale del potere</strong>: signori della guerra locali che si sfilano dal controllo centrale, fazioni jihadiste che denunciano il “tradimento” della causa islamica e scelgono la lotta armata, gruppi esterni — come Iran o Turchia — pronti ad appoggiare milizie rivali per rientrare nel gioco.</p>



<p>La legittimità del nuovo regime, mai passata da un processo costituente o da un consenso popolare autentico, è oggi vulnerabile su due fronti. Da un lato, rischia di perdere credibilità tra le frange radicali, che potrebbero interpretare l’alleanza con Israele e l&#8217;espulsione delle organizzazioni palestinesi come una resa ideologica inaccettabile. Dall’altro, non riesce a costruire una base sociale ampia né a garantire i servizi minimi che rendono uno Stato credibile. <strong>In molte aree del Paese, il controllo del nuovo governo è nominale</strong> o apertamente contestato da forze rivali. Dove esercita realmente l’autorità, lo fa attraverso la repressione più che grazie a una legittimazione politica o popolare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova Siria è un terreno minato</h2>



<p>In questo contesto, l’unità interna a HTS è sempre più fragile. La Siria rischia di passare dal dominio monolitico del regime baathista a un nuovo caos frammentato, in cui le fazioni che hanno vinto la guerra si affrontano per il controllo del bottino. <strong>Il rischio, concreto e imminente, è quello della “guerra dentro la rivoluzione”</strong>, la stessa che ha trasformato l’Afghanistan post-1992 in un campo di battaglia tra ex alleati, o che ha reso la Libia post-Gheddafi un teatro permanente di conflitti tra milizie e potenze straniere. Il collante ideologico è già evaporato. Il collante strategico — la comune ostilità ad Assad — non esiste più. Resta solo la lotta per il potere. E in un quadro regionale sempre più polarizzato tra blocchi contrapposti, la Siria rischia di tornare a essere, ancora una volta, il teatro principale di una guerra per procura senza fine.</p>



<p>Il caso siriano potrebbe dunque trasformarsi nell’ennesima dimostrazione che<strong> il “realismo geopolitico” non basta a costruire pace e giustizia.</strong> La revoca dello status terroristico a HTS e l’investitura diplomatica del governo Jolani segnano una svolta storica. Ma questa svolta si regge su un terreno minato: vendette settarie, violazioni sistematiche dei diritti umani, cooptazione di milizie irregolari, fratture ideologiche e tensioni interne pronte a esplodere. La nuova Siria — più che un attore sovrano — rischia di diventare il terminale instabile di un sistema di alleanze costruito per contenere, più che per emancipare. Un laboratorio di ordine apparente sotto cui ribolle, ancora una volta, il caos.</p>



<p></p>
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