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Tra le rocce millenarie del Kurdistan iracheno, in un anfiteatro naturale scolpito nel massiccio di Jasana, si è tenuta una cerimonia destinata a entrare nei libri di storia. Alle 11 del mattino dell’11 luglio 2025, trenta combattenti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkerên Kurdistanê – PKK) hanno bruciato le proprie armi in un gesto che, per molti, segna la fine simbolica di oltre quarant’anni di insurrezione armata contro lo Stato turco. Nella radura, allestita con sedie per oltre 500 invitati e con tre gazebo per offrire ombra e ristoro, si sono radunati attivisti curdi, funzionari del Kürdistan Bölgesel Yönetimi (KBY), esponenti del partito turco di sinistra DEM (Demokrasi ve Eşitlik Partisi), delegati europei, rappresentanti delle comunità yazide, e perfino agenti della Millî İstihbarat Teşkilatı (MİT), i temuti servizi segreti turchi. Presenti anche esponenti dei due grandi clan politici del Kurdistan iracheno: i Barzanî (dominanti ad Erbil) e i Talabanî (con radicamento a Suleymaniye), rappresentati dai rispettivi partiti KDP e PUK.

L’aria era solenne e tesa. Quando i trenta guerriglieri – quindici donne e quindici uomini – hanno fatto la loro apparizione, in uniforme e silenziosi, la folla si è alzata in piedi e ha infranto il divieto di slogan: «Biji Serok Apo!» (“Lunga vita al presidente Apo”), è risuonato tra gli echi delle montagne, in omaggio ad Abdullah Öcalan, fondatore e leader spirituale del PKK, detenuto dal 1999 sull’isola-prigione turca di İmralı.

L’annuncio del disarmo

Al centro della cerimonia, su un palco modesto, la co-presidente del Koma Civakên Kurdistan (KCK), Bese Hozat, ha letto ad alta voce – prima in curdo e poi in turco – la dichiarazione che sancisce il nuovo corso del movimento. Accanto a lei, Nedim Seven, militante veterano, ha tradotto il testo per i presenti di lingua turca. «Noi combattenti per la libertà, donne e uomini, ci siamo uniti al PKK in tempi diversi e da regioni diverse. Oggi rispondiamo all’appello del leader del popolo curdo, Abdullah Öcalan. Distruggiamo volontariamente le nostre armi, davanti a voi, come gesto di buona volontà e determinazione».

Nel testo, firmato dal cosiddetto “Gruppo per la pace e la società democratica”, si invoca la costruzione di una società libera, pacifica e democratica per tutti i popoli del Medio Oriente. È un gesto di rottura e insieme di continuità: il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica.
Uno alla volta, i combattenti si sono avvicinati a una grande vasca di metallo dove hanno depositato kalashnikov, caricatori e fucili d’assalto. Una torcia è stata accesa da un rappresentante del PUK, e in pochi istanti le fiamme hanno avvolto le armi. Il fumo nero si è alzato come un epitaffio per un’epoca, mentre tra i presenti si mischiavano lacrime e applausi.

Öcalan torna a parlare

La voce di Abdullah Öcalan, per decenni guida carismatica e ideologica del movimento curdo, è tornata a farsi sentire. È accaduto il 9 luglio 2025, due giorni prima del rogo delle armi del PKK. In un evento senza precedenti dal suo arresto, il leader detenuto ha parlato al suo popolo attraverso un videomessaggio proiettato su uno schermo nero durante la cerimonia a Jasana. Un fermo immagine lo mostrava seduto, in abiti sobri – una maglietta beige, diventata immediatamente un simbolo virale – con lo sguardo calmo ma determinato. Era dal 1999, anno della sua estradizione dalla Kenya alla Turchia e della successiva incarcerazione sull’isola di İmralı, che Öcalan non appariva più in forma visiva pubblica.

Negli anni, i suoi contatti con l’esterno sono stati rigidamente limitati: visite sporadiche da parte dei familiari o degli avvocati, lettere filtrate dal carcere, e in rare occasioni, dichiarazioni rese pubbliche tramite mediatori. Nonostante l’isolamento, il suo pensiero ha continuato a esercitare una forte influenza sul PKK e sul più ampio movimento curdo. Nel messaggio, Öcalan ha chiesto esplicitamente lo scioglimento dell’organizzazione armata, dichiarando conclusa la fase militare della lotta. Ha invocato l’urgente necessità di una soluzione politica e parlamentare, suggerendo la creazione di una “komisyonu” (commissione) speciale presso la Türkiye Büyük Millet Meclisi (la Grande Assemblea Nazionale della Turchia), incaricata di monitorare il processo di disarmo, trattare il rilascio dei prigionieri politici e garantire la transizione verso una democrazia inclusiva.

Ma il messaggio è andato ben oltre i dettagli procedurali. Öcalan ha delineato una visione politica che propone una “repubblica democratica plurinazionale”, in cui le diverse identità linguistiche, culturali e religiose presenti in Turchia possano trovare riconoscimento e tutela. È un progetto che punta a superare la contrapposizione tra assimilazione e conflitto armato, e che si basa su concetti come l’autogoverno locale, la parità di genere e l’ecologia sociale, elementi centrali del pensiero politico sviluppato da Öcalan negli ultimi due decenni. Questi concetti sono stati in parte influenzati anche dal municipalismo libertario del teorico statunitense Murray Bookchin.

Il videomessaggio ha avuto una rapida eco soprattutto nei territori curdi della Siria nordorientale, dove le autorità locali hanno adottato un modello ispirato al cosiddetto “confederalismo democratico”. In diverse città del Rojava, tra cui Qamishlo, Kobanê e Amûdê, l’annuncio è stato accolto con manifestazioni pubbliche e reazioni entusiaste. Secondo fonti locali, la maglietta beige indossata da Öcalan nel video è diventata rapidamente un oggetto simbolico, esaurendosi in poche ore nei mercati. In quei contesti, il messaggio è stato percepito da molti come una conferma del percorso intrapreso, fondato su strutture locali di autogestione e partecipazione popolare.
Tuttavia, il ritorno mediatico di Öcalan non è privo di ambiguità politiche.

La sua immagine è ancora criminalizzata da gran parte dell’apparato statale turco, che continua a identificarlo con il “terrorismo”. In parallelo, però, la sua figura gode di un rispetto crescente anche tra settori della sinistra turca e di parte dell’opinione pubblica internazionale. La sua voce, per milioni di curdi, non è solo quella di un leader carismatico, ma di un prigioniero politico il cui silenzio forzato rappresenta la compressione delle libertà collettive del popolo curdo. «Öcalan è il Mandela del nostro tempo», dichiarano da anni attivisti curdi e osservatori esterni. Ma a differenza del leader sudafricano, finora gli è stato negato un ruolo attivo e riconosciuto nei negoziati.

Nel contesto attuale, la mossa di Öcalan può essere letta in più modi. Per alcuni, è un gesto strategico per “anticipare” Erdoğan e costringerlo a scoprire le sue carte. Per altri, rappresenta la sua ultima grande offerta di pace, nella speranza che la finestra di opportunità non si richiuda come già accaduto nel 2015, quando il precedente dialogo fu bruscamente interrotto dopo le elezioni.
Il momento è fragile. Ma l’apparizione pubblica di Öcalan, a distanza di ventisei anni dalla sua cattura, ha ricordato a tutti che la sua figura resta centrale, legittima e simbolicamente intoccabile per milioni di curdi. Il fatto che la cerimonia di disarmo abbia ruotato attorno al suo messaggio è la prova che, anche da dietro le sbarre, egli è ancora – e forse più che mai – Serok Apo, il Presidente.

Ankara osserva, Erdoğan tace (per ora)

Nel silenzio misurato di Ankara si cela una partita politica complessa e ancora tutta da giocare. A due giorni dalla cerimonia di disarmo del PKK a Jasana, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale. Ma il suo silenzio è tutt’altro che assenza: è strategia. Ogni parola, ogni immagine, ogni gesto dovrà essere calibrato sul piano interno e internazionale, dove si intersecano sicurezza, propaganda, elezioni e ambizioni regionali. Non è un mistero che Erdoğan abbia costruito buona parte del suo potere su una narrazione securitaria e nazionalista, nella quale il PKK è stato per decenni rappresentato come il nemico interno per eccellenza. Lo stesso leader dell’AKP ha più volte respinto ogni proposta di dialogo definendola una minaccia all’integrità dello Stato turco. Tuttavia, con l’evoluzione geopolitica post-2023 e i costi crescenti del conflitto interno, anche il suo governo si è trovato costretto a riconsiderare opzioni alternative.

Secondo fonti diplomatiche e parlamentari vicine al dossier, il governo turco avrebbe monitorato direttamente la cerimonia dell’11 luglio, attraverso emissari civili e ufficiali del Millî İstihbarat Teşkilatı (MİT) presenti sul posto. Una partecipazione silenziosa ma inequivocabile, che conferma l’interesse diretto dell’esecutivo turco nel processo in corso.

Il punto cruciale, tuttavia, resta come Ankara intenderà raccontare questo passaggio al proprio elettorato. L’apparato mediatico vicino al governo ha già iniziato a presentare il disarmo come “la sconfitta del terrorismo separatista” e “la resa del PKK davanti alla forza dello Stato turco”. Una narrazione che mira a neutralizzare qualsiasi riconoscimento politico all’organizzazione curda e a rafforzare l’immagine di un Erdoğan vincitore e garante dell’unità nazionale.
In questo quadro si inserisce la dichiarazione sorprendente di Devlet Bahçeli, leader dell’ultranazionalista Milliyetçi Hareket Partisi (MHP) e alleato di governo, che ha riconosciuto l’importanza del gesto del PKK: “La leadership fondatrice del PKK ha mantenuto la sua promessa e onorato il suo impegno”.

Una frase che ha fatto rumore, perché mai prima d’ora un esponente di quella parte politica aveva utilizzato toni così concilianti verso il movimento curdo. Il MHP è noto per la sua intransigenza sull’integrità territoriale della Turchia e per la sua opposizione storica a qualsiasi forma di autonomia curda. Il fatto che Bahçeli stesso, lo scorso ottobre, abbia suggerito pubblicamente l’apertura di un canale parlamentare per Öcalan, ha segnato una svolta imprevista nella strategia della destra turca.
Dietro questa apertura si nasconde un calcolo strategico: il Kurdistan può diventare una leva nella competizione regionale.

Dopo il 7 ottobre 2023, il rafforzamento del ruolo di Israele nella regione ha spinto Ankara a rivedere alcune delle sue priorità tattiche. In questo contesto, disinnescare il conflitto interno con il PKK può rappresentare un’opportunità per proiettare potere verso Siria, Iraq e Iran, dove la questione curda resta una variabile cruciale negli equilibri di sicurezza.

Eppure, una vera svolta dipenderà da quanto Erdoğan sarà disposto a cedere sul piano politico. Il PKK, pur depotenziato militarmente, non si scioglierà nel nulla senza condizioni. Il messaggio lanciato da Abdullah Öcalan è chiaro: per avviare un’autentica fase di pacificazione servono atti politici concreti, a partire dalla formazione di una commissione parlamentare, dalla riforma delle leggi antiterrorismo e da una amnistia selettiva per i prigionieri politici curdi. Al momento, tuttavia, fonti interne all’AK Parti segnalano una forte resistenza interna all’interno dell’apparato statale: segmenti della magistratura, delle forze armate e dell’intelligence temono che qualsiasi concessione possa essere interpretata come una “legittimazione” del PKK, minando l’autorità dello Stato. Inoltre, anche all’interno dell’opposizione – soprattutto nel partito İYİ Parti, di orientamento nazionalista – permangono posizioni rigide.

La strategia attendista di Erdoğan potrebbe dunque riflettere la necessità di guadagnare tempo e consenso, prima di compiere un passo che rischia di spaccare l’opinione pubblica. In questo contesto, il disarmo del PKK è per Erdoğan al tempo stesso una sfida e un’opportunità: un’occasione per entrare nella storia come leader della riconciliazione, ma anche un campo minato che potrebbe ritorcersi contro se mal gestito. Tutto dipenderà, nei prossimi giorni, da quale narrazione Ankara deciderà di adottare. Le fiamme che hanno consumato le armi a Jasana, ora, ardono nei corridoi del potere turco.

Pace fragile, speranza reale

La cerimonia di Jasana ha avuto il potere di incendiare l’immaginazione collettiva, ma anche di mettere a nudo la fragilità di un processo che si muove su un terreno incerto. Il gesto del disarmo, per quanto potente, non è che un inizio, e la strada verso una pace reale resta lunga e costellata di ostacoli politici, culturali e istituzionali. Se da un lato i combattenti del PKK hanno simbolicamente rinunciato alla lotta armata, dall’altro permane tra i curdi una radicata diffidenza nei confronti dello Stato turco, figlia di decenni di repressioni, promesse disattese e cicli di dialogo brutalmente interrotti. Il ricordo del processo di pace fallito tra il 2013 e il 2015 è ancora vivo in molte comunità del Bakur, dove la speranza si è spesso alternata alla delusione e al sospetto.

La memoria recente pesa come un’ombra sulla possibilità di riconciliazione. La fiducia, già compromessa, può essere ricostruita solo attraverso atti concreti: non bastano i simboli, servono riforme. In molte città curde, da Diyarbakır a Şırnak, la popolazione chiede il riconoscimento della lingua curda nell’istruzione pubblica, l’abolizione delle leggi antiterrorismo che colpiscono indiscriminatamente attivisti, giornalisti e sindaci, e soprattutto la fine del sistema dei kayyım, i commissari governativi imposti al posto degli amministratori eletti. Ci si attende anche un’amnistia selettiva per i prigionieri politici, misura che resta però invisa a settori consistenti dell’apparato statale, timorosi che qualsiasi concessione venga letta come una capitolazione.

In assenza di una cornice legale chiara, anche la reintegrazione dei militanti del PKK appare problematica. La maggior parte di loro ha trascorso anni in clandestinità o tra le montagne, e non basterà semplicemente smettere di combattere per ricollocarli in una società che, spesso, li considera ancora come criminali. Le esperienze internazionali insegnano che il disarmo va accompagnato da meccanismi di giustizia riparativa, sostegno psicologico, accesso all’istruzione e al lavoro, programmi di riconciliazione pubblica. Ad oggi, però, in Turchia mancano sia la volontà politica che gli strumenti legislativi per gestire questa transizione in modo sistemico.

Al di là dei confini turchi, il disarmo potrebbe avere ripercussioni anche in Siria, dove le milizie curde delle YPG e YPJ, ispirate al pensiero di Öcalan, continuano a gestire ampie porzioni di territorio nel nord-est del Paese. Dopo la caduta del regime di Assad, la questione curda è tornata centrale negli equilibri del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, principali alleati delle forze curde nella lotta contro l’ISIS, spingono per la loro inclusione in una futura architettura di sicurezza siriana pluralista. Un eventuale cambio di rotta della Turchia, finora ostile a qualsiasi legittimazione delle forze curde siriane, potrebbe modificare l’intera dinamica regionale.

In Iraq e in Iran, dove vivono altrettante comunità curde, la notizia del disarmo è stata accolta con attenzione. A Baghdad si teme che il nuovo corso del PKK possa rafforzare il peso politico del Governo Regionale del Kurdistan, già diviso tra il potere dei Barzanî e dei Talabanî. A Teheran, il disarmo del PKK è stato accolto con favore. Le autorità iraniane lo interpretano come un elemento utile alla stabilizzazione delle aree di confine e alla riduzione del potenziale di tensione regionale. L’abbandono della lotta armata da parte del movimento curdo turco viene considerato un passo che può contribuire a contenere le dinamiche conflittuali lungo la frontiera con l’Iraq e a limitare l’attivismo militante nell’area.

La portata del gesto di Jasana è dunque ampia, ma il tempo è un fattore critico. Ogni giorno che passa senza risposte rischia di trasformare la speranza in frustrazione. Il rischio più grande non è il ritorno immediato alle armi, ma il logoramento di un’opportunità storica. Se Ankara continuerà a trattare il disarmo come una semplice vittoria militare, ignorando le rivendicazioni politiche e culturali, sarà difficile evitare un nuovo ciclo di radicalizzazione.

Tuttavia, mai come oggi, esiste uno spiraglio concreto. Il PKK ha fatto un passo indietro, unilaterale e pubblico. Ha distrutto le proprie armi davanti al mondo, rinunciando a cinquant’anni di prassi armata. Per milioni di curdi, questo non è stato solo un atto politico, ma un sacrificio personale, identitario, spesso familiare. È una richiesta di riconoscimento, di dignità, di ascolto. Ora tocca allo Stato rispondere, non con la retorica della vittoria, ma con il linguaggio della giustizia. Le fiamme che hanno consumato i fucili a Jasana non sono solo la fine di un’epoca, ma l’inizio di una possibilità. E in un Medio Oriente sempre più segnato da guerre senza fine, ogni possibilità di pace è troppo preziosa per essere lasciata spegnere.

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