Nella Striscia di Gaza, ormai ridotta in macerie, si apre un nuovo e drammatico capitolo della crisi umanitaria: il ministro della Difesa israeliano Yisrael Katz ha annunciato la creazione di una cosiddetta “città umanitaria”, destinata ad accogliere oltre 600.000 palestinesi sfollati nella zona devastata di Rafah. Il progetto ha sollevato un’ondata di critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, giornalisti e analisti, che lo accusano di mascherare sotto la retorica dell’assistenza una concentrazione forzata di civili. Quella che Tel Aviv descrive come un’iniziativa di protezione rischia infatti di configurarsi, nei fatti, come un moderno campo di concentramento sotto sorveglianza militare.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, l’area destinata alla cosiddetta “città umanitaria” sorgerà tra le macerie di Rafah, una città già pesantemente colpita dai bombardamenti israeliani. I palestinesi verranno trasferiti lì attraverso corridoi controllati, sottoposti a screening di sicurezza per evitare “infiltrazioni di Hamas”, e non avranno libertà di movimento. La gestione interna sarà affidata a partner internazionali ancora non identificati, mentre le forze israeliane manterranno il controllo armato del perimetro.
Questa struttura – ufficialmente temporanea – è in realtà parte di un piano strategico molto più ampio: secondo Katz, “l’obiettivo è farli emigrare”. Un’affermazione che, se confermata nei fatti, configura un tentativo sistematico di ingegneria demografica e pulizia etnica, secondo il diritto internazionale.
Radunare e spostare
La cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF), fondata a Ginevra e finanziata dagli Stati Uniti con un primo stanziamento da 30 milioni di dollari, è indicata da più fonti come uno degli attori principali di questa operazione. La fondazione propone la costruzione di “Humanitarian Transit Areas” (HTA), eufemismo per veri e propri campi recintati destinati ad “accogliere” i palestinesi prima di favorirne l’esodo “volontario” verso Egitto, Cipro o altri paesi terzi.
Il progetto – svelato da una lunga inchiesta di Reuters – riprende fedelmente le linee di un piano elaborato da ambienti vicini all’amministrazione Trump, secondo cui Gaza deve essere trasformata in un “corridoio umanitario” gestito da privati e militari, con un budget di oltre 2 miliardi di dollari.
La nuova zona prevista a Rafah sarà completamente isolata: l’accesso sarà consentito solo dopo controlli di sicurezza estremamente rigidi, mentre l’uscita verrà impedita ai residenti. L’area, già devastata da ripetuti bombardamenti, non dispone delle infrastrutture minime per accogliere centinaia di migliaia di persone, molte delle quali ferite, denutrite o traumatizzate.
I documenti interni delle forze armate israeliane, ottenuti da Haaretz, parlano esplicitamente di “radunare e spostare la popolazione”, contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che negano l’esistenza di un piano di deportazione.
L’imboscata di Beit Hanoun
La narrativa israeliana – quella di offrire protezione e supporto – non regge al confronto con i fatti. Le dichiarazioni del ministro Katz e i documenti trapelati indicano con chiarezza l’obiettivo: svuotare Gaza della sua popolazione storica. Il linguaggio utilizzato – “deradicalizzazione”, “migrazione assistita”, “aree sicure” – cela una realtà di reclusione, repressione e trasferimento forzato.
Il piano dovrebbe partire nel contesto di una tregua di 60 giorni attualmente in discussione tra Israele e Hamas, formalmente negoziata in Qatar. Tuttavia, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, il vero asse negoziale si svilupperebbe in parallelo tra Netanyahu e ambienti vicini al presidente Trump, con l’obiettivo di assicurare concessioni strategiche più che un autentico processo di pace. In questo contesto, il cessate il fuoco rischia di trasformarsi in un’opportunità tattica per consolidare il controllo territoriale su Gaza e avviare l’implementazione della cosiddetta “città umanitaria” sotto sorveglianza militare.
Molte organizzazioni internazionali – tra cui l’ONU, la Croce Rossa e numerose ONG – non sono stati coinvolti nel piano, e diversi di loro hanno espresso un netto rifiuto a collaborare, definendolo un progetto “dannoso e pericoloso”. Nel frattempo, le prime stime parlano di oltre 700 palestinesi morti in incidenti legati alla militarizzazione della distribuzione degli aiuti umanitari.
Intanto, il 7 luglio, nella città distrutta di Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza, un’imboscata rivendicata e organizzata dalle Brigate al-Qassam, ala militare di Hamas, ha colpito duramente le forze armate israeliane. Secondo fonti locali e militari, cinque soldati israeliani sono rimasti uccisi e almeno quattordici feriti, due dei quali in condizioni critiche. L’attacco ha avuto luogo in un’area che, secondo le dichiarazioni ufficiali israeliane, era stata “messa in sicurezza” settimane prima. La realtà dei fatti ha dimostrato il contrario.
L’attacco è stato condotto in più fasi: un ordigno esplosivo ha colpito un mezzo corazzato di testa, immobilizzandolo. Subito dopo, colpi mirati di armi leggere e lanciarazzi hanno bersagliato i veicoli successivi e le squadre di soccorso giunte per evacuare i feriti. La dinamica dell’operazione ha messo in luce una pianificazione militare meticolosa e l’esistenza di una rete di resistenza ancora operativa nella zona, nonostante i ripetuti bombardamenti e le incursioni dell’esercito israeliano.
L’episodio rappresenta una smentita diretta alla narrativa israeliana di “pacificazione” delle aree settentrionali di Gaza. A fronte della potenza di fuoco e del controllo tecnologico, l’esercito israeliano continua a subire perdite consistenti in combattimenti ravvicinati e azioni di guerriglia in ambiente urbano, dove le forze della resistenza palestinese sfruttano a proprio vantaggio la conoscenza del territorio e la frammentazione del fronte.
Le critiche a Netanyahu
Dal punto di vista militare, l’imboscata di Beit Hanoun ha confermato che l’occupazione armata non equivale al controllo reale del territorio. Anche in aree dichiarate “bonificate”, le forze israeliane si muovono in condizioni di pericolo costante, sottoposte a mine artigianali, trappole esplosive e attacchi improvvisi. Secondo dati interni, oltre il 70% delle perdite israeliane a Gaza è attribuibile a ordigni esplosivi e combattimenti non convenzionali.
L’evento ha avuto ripercussioni anche sul piano politico interno. Le critiche al primo ministro Netanyahu si sono intensificate: figure dell’opposizione hanno denunciato la gestione ideologizzata della guerra, accusandolo di mettere a rischio la vita dei soldati per proteggere l’equilibrio di una coalizione estremista. L’ex ministro Avigdor Lieberman ha parlato apertamente di “sacrificio umano per interessi politici”.
Beit Hanoun, già simbolo di devastazione e martirio durante le precedenti offensive, si conferma oggi crocevia di resistenza e fragilità militare. Tra macerie, tunnel e rovine, il messaggio lanciato è chiaro: la Striscia non è domata. Ogni tentativo di controllo totale si infrange contro una realtà complessa, frammentata e resistente, che sfida quotidianamente le certezze di una delle forze armate più sofisticate del mondo.
Mentre proseguono i bombardamenti su Rafah, sulle tende degli sfollati e persino nei pressi di strutture mediche, come l’ospedale al-Shifa, la guerra assume un volto sempre più asimmetrico, dove la sproporzione militare non garantisce né sicurezza né vittoria.

