Con una decisione destinata a ridisegnare radicalmente gli equilibri del Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno ufficialmente rimosso Hayat Tahrir al-Sham (HTS) dalla lista delle organizzazioni terroristiche straniere. La firma è arrivata il 7 luglio dal segretario di Stato Marco Rubio, suggellando la legittimazione internazionale del gruppo islamista sunnita oggi al potere in Siria. Un gruppo nato come costola siriana di al-Qaeda, protagonista della guerra civile nel Nord-Ovest del Paese, e che ha guidato la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. A capo del nuovo governo siede oggi Ahmed al-Sharaa, noto con il nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani, l’ex comandante di Jabhat al-Nusra e HTS, ora investito del ruolo di presidente e descritto dalla diplomazia statunitense come un interlocutore “pragmatico”.
L’operazione si inscrive nella strategia dell’amministrazione Trump, tornata alla guida della Casa Bianca con un’agenda improntata al disimpegno militare diretto e alla creazione di alleanze selettive con attori locali. Durante un vertice in Arabia Saudita, Trump ha definito Jolani “un patriota deciso”, lodandone la capacità di garantire l’ordine nel Paese e annunciando la revoca di gran parte delle sanzioni economiche in vigore contro la Siria. Il nuovo corso ha trovato appoggio tra le monarchie del Golfo, che intravedono nella Siria post-Assad un potenziale alleato contro l’Iran. Ma dietro l’etichetta della “normalizzazione” si nasconde una realtà ben più ambigua e inquietante.
Secondo fonti israeliane come Channel 12 e Kan News, il nuovo esecutivo siriano ha siglato un accordo strategico con Israele che prevede cooperazione in materia di sicurezza e intelligence, con l’obiettivo di contrastare Hezbollah e contenere l’influenza iraniana nel Levante. Non si tratta di una semplice intesa diplomatica, ma di un vero e proprio terremoto geopolitico: per la prima volta, uno degli ex membri centrali dell’“Asse della Resistenza” si schiera apertamente al fianco di Israele e dei suoi alleati regionali. La Siria, che per anni ha fondato la propria proiezione strategica sul sostegno alla causa palestinese e all’alleanza con Hezbollah e Teheran, abdica ora a quel ruolo storico e si riallinea con il cordone anti-iraniano promosso da Washington, Tel Aviv, Riyad e Abu Dhabi.
Un tassello anti-Iran
Il governo nato dalla trasformazione di HTS da coalizione insurrezionale jihadista a soggetto politico riconosciuto si presenta oggi come un partner funzionale agli interessi israelo-americani. Non è più la Siria che offriva rifugio a Hamas o che rivendicava il Golan: è una pedina attiva della strategia inaugurata con gli Accordi di Abramo, che mira a integrare i regimi arabi filo-occidentali nella sfera di influenza israeliana. Il passaggio di Damasco nel campo avversario segna la frattura più grave subita dal blocco anti-israeliano guidato dall’Iran dalla sua nascita, un colpo non solo militare ma simbolico. A conferma del cambio di rotta, nell’aprile scorso le autorità siriane hanno arrestato due dirigenti della Jihad Islamica Palestinese, accelerando la marginalizzazione della causa palestinese nella nuova architettura regionale.
Nel quadro strategico delineato dall’amministrazione Trump, la Siria di Jolani diventa un tassello essenziale in un disegno più ampio: contenere l’espansione iraniana, ridimensionare l’influenza russa nel Levante, ridurre l’impegno diretto statunitense. In questa chiave, la “riconversione” del potere siriano appare come un successo di politica estera per Washington: Hayat Tahrir al-Sham, un tempo forza centrale del jihadismo salafita in Siria, diventa oggi partner nella stabilizzazione regionale. Ma questa narrazione si scontra con le dinamiche interne al Paese, dove la stabilità proclamata poggia su equilibri militari precari, mentre la pacificazione serve a coprire una repressione selettiva e un’esclusione sistemica delle minoranze.
A pagarne il prezzo è soprattutto la comunità alawita, da sempre associata — anche solo simbolicamente — al potere degli Assad. A marzo, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, oltre 1.600 civili alawiti sono stati uccisi sulla costa siriana in quello che è stato descritto come un pogrom su larga scala. Le prove raccolte da Amnesty International parlano di esecuzioni a sangue freddo, distruzioni mirate di villaggi, attacchi a luoghi di culto. Tra le vittime, donne, bambini, anziani. La pulizia settaria è avvenuta per mano di milizie affiliate — formalmente o informalmente — al nuovo governo. E non si è fermata.
Un’inchiesta di Reuters ha documentato almeno 33 casi di donne alawite scomparse nei governatorati di Hama, Latakia e Tartous. Rapimenti in pieno giorno, richieste di riscatto, telefonate minatorie con accenti stranieri. Alcune giovani sono riuscite a contattare le famiglie e dichiarare di essere state deportate. La maggior parte non ha più fatto ritorno. Le autorità locali sminuiscono, parlano di “fughe per amore” o “crisi personali”. Ma le testimonianze, i documenti bancari e i messaggi registrati raccontano una realtà completamente diversa. Il clima è di terrore. Migliaia di alawiti sono già fuggiti in Libano attraverso valichi informali. Chi resta vive nel silenzio e nella paura.
La tensione tra centro e periferie
All’interno della stessa HTS, il potere di Jolani si regge su una rete di alleanze precarie, un equilibrio instabile tenuto insieme più dalla forza militare che da una coesione politica o ideologica reale. La coalizione, nata dalla fusione di milizie jihadiste, gruppi tribali e fazioni pragmatiche locali, è sempre stata un conglomerato eterogeneo più simile a una federazione armata che a un movimento centralizzato. Alcune brigate restano legate a un’ideologia panislamica rigida e ostile a ogni forma di apertura verso Israele o l’Occidente. Altre si muovono secondo logiche di sopravvivenza e potere locale, interessate alla gestione di risorse e territorio più che a un progetto statuale.
Questa eterogeneità ha prodotto fin dalla nascita una tensione latente tra la figura centrale di Julani e le leadership locali. Le diverse anime di HTS, riunite solo dalla comune opposizione ad Assad, mostrano oggi profonde divergenze su tutto: rapporti con l’estero, gestione del potere, ruolo della religione nello Stato. Il tentativo di trasformare questa galassia in un governo riconosciuto rischia di far esplodere le contraddizioni che erano state solo temporaneamente congelate dalla guerra.
Il pericolo non è astratto. I precedenti in Afghanistan e in Libia dimostrano che la caduta di un regime autoritario, in assenza di un progetto politico condiviso e di un’autorità riconosciuta, può produrre una nuova guerra civile. In Siria, lo scenario possibile è quello di una frammentazione verticale del potere: signori della guerra locali che si sfilano dal controllo centrale, fazioni jihadiste che denunciano il “tradimento” della causa islamica e scelgono la lotta armata, gruppi esterni — come Iran o Turchia — pronti ad appoggiare milizie rivali per rientrare nel gioco.
La legittimità del nuovo regime, mai passata da un processo costituente o da un consenso popolare autentico, è oggi vulnerabile su due fronti. Da un lato, rischia di perdere credibilità tra le frange radicali, che potrebbero interpretare l’alleanza con Israele e l’espulsione delle organizzazioni palestinesi come una resa ideologica inaccettabile. Dall’altro, non riesce a costruire una base sociale ampia né a garantire i servizi minimi che rendono uno Stato credibile. In molte aree del Paese, il controllo del nuovo governo è nominale o apertamente contestato da forze rivali. Dove esercita realmente l’autorità, lo fa attraverso la repressione più che grazie a una legittimazione politica o popolare.
La nuova Siria è un terreno minato
In questo contesto, l’unità interna a HTS è sempre più fragile. La Siria rischia di passare dal dominio monolitico del regime baathista a un nuovo caos frammentato, in cui le fazioni che hanno vinto la guerra si affrontano per il controllo del bottino. Il rischio, concreto e imminente, è quello della “guerra dentro la rivoluzione”, la stessa che ha trasformato l’Afghanistan post-1992 in un campo di battaglia tra ex alleati, o che ha reso la Libia post-Gheddafi un teatro permanente di conflitti tra milizie e potenze straniere. Il collante ideologico è già evaporato. Il collante strategico — la comune ostilità ad Assad — non esiste più. Resta solo la lotta per il potere. E in un quadro regionale sempre più polarizzato tra blocchi contrapposti, la Siria rischia di tornare a essere, ancora una volta, il teatro principale di una guerra per procura senza fine.
Il caso siriano potrebbe dunque trasformarsi nell’ennesima dimostrazione che il “realismo geopolitico” non basta a costruire pace e giustizia. La revoca dello status terroristico a HTS e l’investitura diplomatica del governo Jolani segnano una svolta storica. Ma questa svolta si regge su un terreno minato: vendette settarie, violazioni sistematiche dei diritti umani, cooptazione di milizie irregolari, fratture ideologiche e tensioni interne pronte a esplodere. La nuova Siria — più che un attore sovrano — rischia di diventare il terminale instabile di un sistema di alleanze costruito per contenere, più che per emancipare. Un laboratorio di ordine apparente sotto cui ribolle, ancora una volta, il caos.
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