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	<title>Michelle Bachelet Archives - InsideOver</title>
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		<title>La Bolivia è sull&#8217;orlo del caos</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bertelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Nov 2019 09:24:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1257" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;esercito boliviano marcia a Cochabamba (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-1024x671.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non sembra esserci pace per la Bolivia, nemmeno dopo la rinuncia e l’abbandono del Paese di Evo Morales: il numero delle morti durante le proteste è infatti salito a 23 e, nonostante il tentativo di mediazione promosso da attori internazionali, il governo ha approvato un decreto che garantisce impunità all&#8217;esercito e lascia intravedere tempi bui. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-bolivia-e-sullorlo-del-caos.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-bolivia-e-sullorlo-del-caos.html">La Bolivia è sull&#8217;orlo del caos</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1257" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="L&#039;esercito boliviano marcia a Cochabamba (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Esercito-boliviano-a-Cochabamba-1024x671.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Non sembra esserci pace per la Bolivia, nemmeno dopo la rinuncia e l’abbandono del Paese di <strong>Evo Morales</strong>:<a href="https://www.lostiempos.com/actualidad/cochabamba/20191118/cidh-hay-23-muertos-715-heridos-crisis-bolivia" target="_blank" rel="noopener"> il numero delle morti durante le proteste è infatti salito a 23</a> e, nonostante il tentativo di mediazione promosso da attori internazionali, il governo ha approvato un decreto che garantisce impunità all&#8217;esercito e lascia intravedere tempi bui.</p>
<p><a href="https://woborders.blog/2019/11/17/nightmare-scenario/" target="_blank" rel="noopener">Secondo l’antropologo e blogger Carwil Bjork-James</a>, novembre è stato il mese con il maggior numero di morti a causa di un conflitto politico dall’ottobre 2003, quando il Paese era attraversato dalla cosiddetta <strong>Guerra del Gas</strong>.</p>
<p>La mattanza più grave è avvenuta venerdì 15 novembre a Sacaba, quando i duri scontri tra i <em>cocaleros</em> delle Sei Federazioni del Trópico di Cochabamba e un contingente della polizia militare hanno lasciato sull’asfalto nove morti e provocato 115 feriti e circa 200 arresti.</p>
<p>I decessi, ha denunciato <strong>Michelle Bachelet</strong>, Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, “sarebbero presumibilmente la conseguenza dell’uso di munizioni letali da parte delle forze di sicurezza,” e sono tutti coltivatori della pianta della coca. Da parte sua, il comandante della polizia locale, Edwin Zurita, ha sostenuto che vari dei manifestanti portassero bastoni, dinamite e bazooka artigianali.</p>
<p><a href="https://www.lostiempos.com/actualidad/cochabamba/20191116/sacaba-6-muertos-115-heridos-200-arrestados-violenta-jornada" target="_blank" rel="noopener">Secondo il quotidiano locale <i>Los Tiempos</i></a>, gli scontri sono cominciati dopo che la marcia dei <em>cocaleros</em> ha cercato di superare il cordone di polizia che bloccava il passaggio al ponte Huayllani, con l’obiettivo di evitare che i manifestanti raggiungessero il centro di Cochabamba. Meta ultima della protesta doveva essere la città di La Paz, dove ha sede il governo.</p>
<p>“In questi quattro giorni ci siamo trovati in mezzo agli scontri, e la gente della campagna è stata massacrata, ci hanno sparato&#8221;, <a href="https://elpais.com/internacional/2019/11/17/america/1573961049_703590.html" target="_blank" rel="noopener">ha dichiarato Teresa González, contadina, a </a><i>El País</i>.</p>
<p>La manifestazione rifiutava il governo di transizione di <a href="https://it.insideover.com/politica/la-russia-riconosce-la-nuova-amministrazione-boliviana.html">Jeanine Áñez</a>, la presidente <em>ad interim</em> che ha sostituito Morales anche senza avere il quorum legale del parlamento,accusandola di aver realizzato un colpo di Stato.</p>
<p>“I movimenti dei contadini <em>cocaleros</em> sono al momento i più fedeli a <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-evo-morales.html" target="_blank" rel="noopener">Morales</a> in tutto il Paese&#8221;, spiega a <i>Inside Over</i>un&#8217;attivista sociale di Cochabamba, &#8220;senza di lui, temono di finire di nuovo repressi dalla Dea come succedeva vent&#8217;anni fa&#8221;.</p>
<p>All’interno dei popoli originari ci sono però anche voci dissidenti. <a href="https://www.lostiempos.com/actualidad/pais/20191117/lider-indigena-apunta-choque-copa-del-mas-ser-complices-del-uso-armas" target="_blank" rel="noopener">In una intervista a </a><i>Los Tiempos</i>, la leader indigena Gabina Condori Nina ha accusato il partito di Morales, Il Movimento al Socialismo, di stare deliberatamente provocando i disordini e utilizzando i contadini come carne da cannone.</p>
<p>Dopo questi fatti, la Conferenza episcopale boliviana (Ceb), l&#8217;Unione europea (Ue) e gli inviati delle Nazioni Unite <a href="https://www.lostiempos.com/actualidad/pais/20191118/iglesia-ue-enviado-onu-convocan-dialogo-hoy-pacificar-pais">hanno convocato</a> governo, partiti politici e organizzazioni sociali a un tavolo per il dialogo in modo da trovare le condizioni per indire nuove elezioni. Eppure, le recenti misure intraprese dall’esecutivo del Paese fanno temere giorni bui.</p>
<h2>Impunità per i militari</h2>
<p>Lo stesso giorno del massacro di Sacaba, la presidente Áñez ha firmato un decreto che sembra sollevare i militari dispiegati durante le mobilitazioni dalla responsabilità penale delle loro azioni.</p>
<p>“Il personale delle Forze Armate che partecipa in operazioni per ristabilire l’ordine interno e la stabilità pubblica&#8221;, si legge all’articolo 3 del decreto 4078, “sarà esente dalla responsabilità penale quando, nell’adempiere alle sue funzioni costituzionali, attui per legittima difesa o stato di necessità, in osservanza dei principi di legalità, assoluta necessità e proporzionalità.”</p>
<p><a href="https://elpais.com/internacional/2019/11/17/america/1574014107_965320.html"><i>El País</i></a> riporta come la decisione sia già stata condannata da varie organizzazioni per i diritti umani, dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani a <strong>Human Rights Watch</strong>. Per loro, il provvedimento infrange qualsiasi standard internazionale e si converte di fatto in una “licenza di uccidere”.</p>
<p>Per ora, il nuovo governo ha difeso la propria scelta, sostenendo che si tratti di una misura “per permettere all’esercito di partecipare alla difesa della società,” secondo quanto dichiarato da Jerjes Justiniano, ministro della Presidenza ad interim e avvocato di Luis Fernardo Camacho, il leader della destra di Santa Cruz che ha portato avanti le proteste più dure prima delle dimissioni di Morales.</p>
<p><a href="http://www.la-razon.com/nacional/Gobierno-Anez-FFAA-presupuesto-adicional-Bolivia_0_3260074002.html" target="_blank" rel="noopener">Secondo <i>La Razón</i></a>, il governo ha inoltre appena destinato l’erogazione di 34,7 milioni di bolivianos (circa 4,4 milioni di euro) all’esercito per “la conservazione dell’ordine pubblico”.</p>
<h2>Blocchi stradali e crisi di alimenti</h2>
<p>Nonostante sia stato lo stesso Morales, che al momento si trova rifugiato in Messico, a richiedere l’appoggio degli organismi internazionali per promuovere il dialogo, i suoi sostenitori nel paese non sembrano intenzionati a indietreggiare di un millimetro.</p>
<p>Attorno alla città di La Paz, infatti, i blocchi portati avanti dai alcune organizzazioni popolari, come la Federazione delle giunte dei vicini di El Alto, in sostegno al leader indigeno, hanno causato una vera e propria crisi di alimenti e combustibile, <a href="https://lta.reuters.com/articulo/bolivia-desabastecimiento-idLTAKBN1XR0KX-OUSLT" target="_blank" rel="noopener">secondo quanto riporta <i>Reuters</i></a>.</p>
<p>La combattività delle organizzazioni di El Alto è leggendaria in Bolivia fin dal 2003, quando contribuirono significativamente alla caduta del presidente <strong>Gonzalo Sánchez de Lozada</strong>. Ad oggi, però, si presentano divise tra chi sta spalleggiando apertamente Morales e chi, invece, rivendica l’autodifesa di fronte agli atteggiamenti razzisti, come l’incendio della bandiera <i>wiphala</i>, che si sono visti in alcune proteste contro l’ex presidente.</p>
<p>La Paz e El Alto sono città gemelle, situate una accanto all’altra, la cui composizione sociale è però radicalmente diversa. El Alto è la città indigena aymara per antonomasia, tanto che, secondo il ricercatore <a href="https://elpais.com/internacional/2019/11/17/america/1573946084_680683.html">Rafael Loayza</a>, nei suoi quartieri più “profondi” il 90% degli abitanti si identifica con questa etnia.</p>
<p>All’opposto, i <em>paceños</em> vengono in maggioranza alla classe media e, nelle zone più ricche del sud, il 90% non crede di appartenere a nessuna etnia in particolare.</p>
<p>Per contrastare le violenze e i saccheggi che sono scoppiati a partire dal 10 novembre, i quartieri delle due città si sono così trincerati, bloccando le strade con da assi di legno, lamine metalliche, pietre, sacchi di sabbia e filo spinato. <a href="https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-50448622"><i>Bbc Mundo</i></a> ha raccontato come gli abitanti delle zone residenziali temono incendi a saccheggi da parte dei sostenitori di Morales, mentre chi vive a El Alto lamenta di essere stato abbandonato dalla polizia e non poter più circolare liberamente rischiare aggressioni.</p>
<p>La crisi politica sta così rischiando di polarizzare il paese attorno a una divisione che è anche etnica. Nonostante la parola &#8220;pace&#8221; sia sulla bocca di tutti, finora sono state ben poche le azioni concrete intraprese per smorzare il conflitto sociale.</p>
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		<title>Perché il Cile ci riguarda: storia di un Europa che non c’è</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/perche-il-cile-ci-riguarda-storia-di-un-europa-che-non-ce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2019 13:36:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[proteste in Cile]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1743" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10563897.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" /></p>
<p>L&#8217;Unione europea sembra aver dimenticato il resto del mondo, sempre meno preoccupata di quanto avviene al di fuori di essa e persa nell’autoreferenzialità. Così tanto da dimenticare il mondo in fermento. Il Cile di questi giorni non è notizia da poco, non è periferia, eppure è così che Bruxelles lo sta trattando. Condanna internazionale e assenza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-il-cile-ci-riguarda-storia-di-un-europa-che-non-ce.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1743" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/LP_10563897.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" /></p><p>L&#8217;Unione europea sembra aver dimenticato il resto del mondo, sempre meno preoccupata di quanto avviene al di fuori di essa e persa nell’autoreferenzialità. Così tanto da dimenticare il mondo in fermento. Il <strong>Cile</strong> di questi giorni non è notizia da poco, non è periferia, eppure è così che Bruxelles lo sta trattando.</p>
<h2>Condanna internazionale e assenza europea</h2>
<p>Un milione di persone in piazza, morti, feriti, stato d’emergenza e coprifuoco. E poi ancora detenzioni illegali, gambizzazioni, violenze sulla stampa, stupri nelle caserme che fanno correre i ricordi a quel 1973 di sangue che violentò nel fisico e nell&#8217;animo la popolazione cilena.</p>
<p>Uno scenario preoccupante che ha indotto le principali agenzie internazionali a condannare gli eventi in corso a Santiago e in tutto il Paese: da Amnesty International fino all&#8217;Alto Commissario ONU per i Diritti Umani nella persona di <strong>Michelle Bachelet</strong>, che del Cile è stata anche presidente per due mandati non consecutivi. La Bachelet conosce sulla propria pelle quanto il suo Paese possa involvere in Distopia: suo padre morì per le torture subite, il suo compagno fu uno dei <em>desaparecidos</em> e lei e sua madre furono torturate per settimane prima di essere costrette all&#8217;esilio e poi all&#8217;asilo politico. Un’emergenza umanitaria talmente grave da arrivare anche tra gli scranni dell’Unione europea, tanto da indurre la deputata di Podemos <strong>Eugenia Rodriguez Palop</strong> a promuovere una discussione sui fatti cileni.</p>
<p>Con <strong>293 voti contrari</strong>,106 a favore e 38 astenuti, però, abbiamo voltato la faccia altrove. Non meritano una condanna, o quantomeno una discussione le accuse di donne stuprate nelle caserme, il grido d&#8217;allarme dei giornalisti su quanto avviene per le strade, i saccheggi, le scuole chiuse. Tutte atrocità che ricordano gli anni Settanta, con la loro carica destabilizzante, nonostante il Cile di questi giorni sia profondamente diverso. Ma se 46 anni fa le immagini delle violenze giungevano centellinate e patinate, oggi a suon di clic siamo sommersi dalla gravità di quanto sta accadendo. Eppure, dalla civilissima Europa, patria dei diritti umani, non abbiamo saputo partorire di meglio che qualche costernato <em>Miserere</em> e qualche anacronistica citazione degli Inti Illimani. Ma la Guerra fredda è finita da un pezzo.</p>
<h2>Perché il Cile ci riguarda</h2>
<p>L’Unione europea avrebbe dovuto e potuto condannare i fatti in corso innanzitutto per spirito umanitario, per simpatia, intesa nel senso greco del termine: condividere il <em>pathos</em>. Abbiamo dimenticato quando l’Europa intera era un cumulo di macerie e lo stato liberale era tramontato sul Vecchio Continente: quei ricordi ci sembrano così lontani da non essere più in grado di provare umanamente e politicamente pietà quando succede lontano da noi. “Lontano”. Nell&#8217;era della globalizzazione, vi è poi davvero un luogo che possa dirsi “lontano”? La questione siriana, i migranti, la Turchia, la Brexit…una congestione tale da non avere il tempo e la voglia anche solo di condannare le violenze? E qui giungiamo al secondo nodo: l’<strong>inesistente politica estera europea</strong>. Un miraggio irraggiungibile, una linea discontinua fatta di alti e di bassi, mai retta e mai crescente: eppure, quando l’edificio templare europeo venne creato, quest’ultima ne costituiva una delle colonne portanti, lo strumento con il quale, nel mondo, l’UE avrebbe dialogato con una sola voce. Una politica estera fantasma che persistentemente porta l’Europa a non avere un ruolo nell&#8217;assetto geopolitico globale, nemmeno nelle questioni umanitarie. Un vuoto talmente grande da produrre risultati schizofrenici come la condanna di alcuni conflitti e il silenzio su altri, una perenne crisi migranti, l’incapacità di gestire la crisi libica, l’assenza di un ruolo chiaro (e coerente) nel conflitto siriano.</p>
<p>Nel voto contrario alla discussione sul Cile, poi, emerge la persistenza di una cortina di ferro mai caduta. Se ci si prende la briga di leggere i nomi di contrari e astenuti, al di là delle loro appartenenze politiche, o del loro gradiente di euro scetticismo, si nota subito un aspetto: a premere per una discussione sul Cile è una fettina risicata di Europa occidentale, mediterranea soprattutto; man mano che ci si sposta verso la Mitteleuropa e l’Est, arrivano i voti contrari. Insomma, lì dove si è subito più a lungo il cappio della dittatura, meno si sente l’esigenza di una risposta empatica verso i fatti di questi giorni. <em>Last, but not least</em>: i legami economici, strettissimi, tra Cile e Unione europea, rinsaldati da un accordo di associazione. Dal Cile l’Europa importa un po’ di tutto: prodotti agricoli e alimentari, legname, carta, prodotti metallurgici. Questo vuol dire che il Cile non è lontano ma che noi lo mangiamo, lo ospitiamo nei cassetti dei nostri armadi, è nelle nostre auto, il Cile è la carta sulla quale scriviamo, nero su bianco, che non dobbiamo occuparci del Cile. Ancora una volta, in Europa, <em>We don’t care.</em></p>
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