Non sembra esserci pace per la Bolivia, nemmeno dopo la rinuncia e l’abbandono del Paese di Evo Morales: il numero delle morti durante le proteste è infatti salito a 23 e, nonostante il tentativo di mediazione promosso da attori internazionali, il governo ha approvato un decreto che garantisce impunità all’esercito e lascia intravedere tempi bui.

Secondo l’antropologo e blogger Carwil Bjork-James, novembre è stato il mese con il maggior numero di morti a causa di un conflitto politico dall’ottobre 2003, quando il Paese era attraversato dalla cosiddetta Guerra del Gas.

La mattanza più grave è avvenuta venerdì 15 novembre a Sacaba, quando i duri scontri tra i cocaleros delle Sei Federazioni del Trópico di Cochabamba e un contingente della polizia militare hanno lasciato sull’asfalto nove morti e provocato 115 feriti e circa 200 arresti.

I decessi, ha denunciato Michelle Bachelet, Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, “sarebbero presumibilmente la conseguenza dell’uso di munizioni letali da parte delle forze di sicurezza,” e sono tutti coltivatori della pianta della coca. Da parte sua, il comandante della polizia locale, Edwin Zurita, ha sostenuto che vari dei manifestanti portassero bastoni, dinamite e bazooka artigianali.

Secondo il quotidiano locale Los Tiempos, gli scontri sono cominciati dopo che la marcia dei cocaleros ha cercato di superare il cordone di polizia che bloccava il passaggio al ponte Huayllani, con l’obiettivo di evitare che i manifestanti raggiungessero il centro di Cochabamba. Meta ultima della protesta doveva essere la città di La Paz, dove ha sede il governo.

“In questi quattro giorni ci siamo trovati in mezzo agli scontri, e la gente della campagna è stata massacrata, ci hanno sparato”, ha dichiarato Teresa González, contadina, a El País.

La manifestazione rifiutava il governo di transizione di Jeanine Áñez, la presidente ad interim che ha sostituito Morales anche senza avere il quorum legale del parlamento,accusandola di aver realizzato un colpo di Stato.

“I movimenti dei contadini cocaleros sono al momento i più fedeli a Morales in tutto il Paese”, spiega a Inside Overun’attivista sociale di Cochabamba, “senza di lui, temono di finire di nuovo repressi dalla Dea come succedeva vent’anni fa”.

All’interno dei popoli originari ci sono però anche voci dissidenti. In una intervista a Los Tiempos, la leader indigena Gabina Condori Nina ha accusato il partito di Morales, Il Movimento al Socialismo, di stare deliberatamente provocando i disordini e utilizzando i contadini come carne da cannone.

Dopo questi fatti, la Conferenza episcopale boliviana (Ceb), l’Unione europea (Ue) e gli inviati delle Nazioni Unite hanno convocato governo, partiti politici e organizzazioni sociali a un tavolo per il dialogo in modo da trovare le condizioni per indire nuove elezioni. Eppure, le recenti misure intraprese dall’esecutivo del Paese fanno temere giorni bui.

Impunità per i militari

Lo stesso giorno del massacro di Sacaba, la presidente Áñez ha firmato un decreto che sembra sollevare i militari dispiegati durante le mobilitazioni dalla responsabilità penale delle loro azioni.

“Il personale delle Forze Armate che partecipa in operazioni per ristabilire l’ordine interno e la stabilità pubblica”, si legge all’articolo 3 del decreto 4078, “sarà esente dalla responsabilità penale quando, nell’adempiere alle sue funzioni costituzionali, attui per legittima difesa o stato di necessità, in osservanza dei principi di legalità, assoluta necessità e proporzionalità.”

El País riporta come la decisione sia già stata condannata da varie organizzazioni per i diritti umani, dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani a Human Rights Watch. Per loro, il provvedimento infrange qualsiasi standard internazionale e si converte di fatto in una “licenza di uccidere”.

Per ora, il nuovo governo ha difeso la propria scelta, sostenendo che si tratti di una misura “per permettere all’esercito di partecipare alla difesa della società,” secondo quanto dichiarato da Jerjes Justiniano, ministro della Presidenza ad interim e avvocato di Luis Fernardo Camacho, il leader della destra di Santa Cruz che ha portato avanti le proteste più dure prima delle dimissioni di Morales.

Secondo La Razón, il governo ha inoltre appena destinato l’erogazione di 34,7 milioni di bolivianos (circa 4,4 milioni di euro) all’esercito per “la conservazione dell’ordine pubblico”.

Blocchi stradali e crisi di alimenti

Nonostante sia stato lo stesso Morales, che al momento si trova rifugiato in Messico, a richiedere l’appoggio degli organismi internazionali per promuovere il dialogo, i suoi sostenitori nel paese non sembrano intenzionati a indietreggiare di un millimetro.

Attorno alla città di La Paz, infatti, i blocchi portati avanti dai alcune organizzazioni popolari, come la Federazione delle giunte dei vicini di El Alto, in sostegno al leader indigeno, hanno causato una vera e propria crisi di alimenti e combustibile, secondo quanto riporta Reuters.

La combattività delle organizzazioni di El Alto è leggendaria in Bolivia fin dal 2003, quando contribuirono significativamente alla caduta del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada. Ad oggi, però, si presentano divise tra chi sta spalleggiando apertamente Morales e chi, invece, rivendica l’autodifesa di fronte agli atteggiamenti razzisti, come l’incendio della bandiera wiphala, che si sono visti in alcune proteste contro l’ex presidente.

La Paz e El Alto sono città gemelle, situate una accanto all’altra, la cui composizione sociale è però radicalmente diversa. El Alto è la città indigena aymara per antonomasia, tanto che, secondo il ricercatore Rafael Loayza, nei suoi quartieri più “profondi” il 90% degli abitanti si identifica con questa etnia.

All’opposto, i paceños vengono in maggioranza alla classe media e, nelle zone più ricche del sud, il 90% non crede di appartenere a nessuna etnia in particolare.

Per contrastare le violenze e i saccheggi che sono scoppiati a partire dal 10 novembre, i quartieri delle due città si sono così trincerati, bloccando le strade con da assi di legno, lamine metalliche, pietre, sacchi di sabbia e filo spinato. Bbc Mundo ha raccontato come gli abitanti delle zone residenziali temono incendi a saccheggi da parte dei sostenitori di Morales, mentre chi vive a El Alto lamenta di essere stato abbandonato dalla polizia e non poter più circolare liberamente rischiare aggressioni.

La crisi politica sta così rischiando di polarizzare il paese attorno a una divisione che è anche etnica. Nonostante la parola “pace” sia sulla bocca di tutti, finora sono state ben poche le azioni concrete intraprese per smorzare il conflitto sociale.

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