L’Unione europea sembra aver dimenticato il resto del mondo, sempre meno preoccupata di quanto avviene al di fuori di essa e persa nell’autoreferenzialità. Così tanto da dimenticare il mondo in fermento. Il Cile di questi giorni non è notizia da poco, non è periferia, eppure è così che Bruxelles lo sta trattando.

Condanna internazionale e assenza europea

Un milione di persone in piazza, morti, feriti, stato d’emergenza e coprifuoco. E poi ancora detenzioni illegali, gambizzazioni, violenze sulla stampa, stupri nelle caserme che fanno correre i ricordi a quel 1973 di sangue che violentò nel fisico e nell’animo la popolazione cilena.

Uno scenario preoccupante che ha indotto le principali agenzie internazionali a condannare gli eventi in corso a Santiago e in tutto il Paese: da Amnesty International fino all’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani nella persona di Michelle Bachelet, che del Cile è stata anche presidente per due mandati non consecutivi. La Bachelet conosce sulla propria pelle quanto il suo Paese possa involvere in Distopia: suo padre morì per le torture subite, il suo compagno fu uno dei desaparecidos e lei e sua madre furono torturate per settimane prima di essere costrette all’esilio e poi all’asilo politico. Un’emergenza umanitaria talmente grave da arrivare anche tra gli scranni dell’Unione europea, tanto da indurre la deputata di Podemos Eugenia Rodriguez Palop a promuovere una discussione sui fatti cileni.

Con 293 voti contrari,106 a favore e 38 astenuti, però, abbiamo voltato la faccia altrove. Non meritano una condanna, o quantomeno una discussione le accuse di donne stuprate nelle caserme, il grido d’allarme dei giornalisti su quanto avviene per le strade, i saccheggi, le scuole chiuse. Tutte atrocità che ricordano gli anni Settanta, con la loro carica destabilizzante, nonostante il Cile di questi giorni sia profondamente diverso. Ma se 46 anni fa le immagini delle violenze giungevano centellinate e patinate, oggi a suon di clic siamo sommersi dalla gravità di quanto sta accadendo. Eppure, dalla civilissima Europa, patria dei diritti umani, non abbiamo saputo partorire di meglio che qualche costernato Miserere e qualche anacronistica citazione degli Inti Illimani. Ma la Guerra fredda è finita da un pezzo.

Perché il Cile ci riguarda

L’Unione europea avrebbe dovuto e potuto condannare i fatti in corso innanzitutto per spirito umanitario, per simpatia, intesa nel senso greco del termine: condividere il pathos. Abbiamo dimenticato quando l’Europa intera era un cumulo di macerie e lo stato liberale era tramontato sul Vecchio Continente: quei ricordi ci sembrano così lontani da non essere più in grado di provare umanamente e politicamente pietà quando succede lontano da noi. “Lontano”. Nell’era della globalizzazione, vi è poi davvero un luogo che possa dirsi “lontano”? La questione siriana, i migranti, la Turchia, la Brexit…una congestione tale da non avere il tempo e la voglia anche solo di condannare le violenze? E qui giungiamo al secondo nodo: l’inesistente politica estera europea. Un miraggio irraggiungibile, una linea discontinua fatta di alti e di bassi, mai retta e mai crescente: eppure, quando l’edificio templare europeo venne creato, quest’ultima ne costituiva una delle colonne portanti, lo strumento con il quale, nel mondo, l’UE avrebbe dialogato con una sola voce. Una politica estera fantasma che persistentemente porta l’Europa a non avere un ruolo nell’assetto geopolitico globale, nemmeno nelle questioni umanitarie. Un vuoto talmente grande da produrre risultati schizofrenici come la condanna di alcuni conflitti e il silenzio su altri, una perenne crisi migranti, l’incapacità di gestire la crisi libica, l’assenza di un ruolo chiaro (e coerente) nel conflitto siriano.

Nel voto contrario alla discussione sul Cile, poi, emerge la persistenza di una cortina di ferro mai caduta. Se ci si prende la briga di leggere i nomi di contrari e astenuti, al di là delle loro appartenenze politiche, o del loro gradiente di euro scetticismo, si nota subito un aspetto: a premere per una discussione sul Cile è una fettina risicata di Europa occidentale, mediterranea soprattutto; man mano che ci si sposta verso la Mitteleuropa e l’Est, arrivano i voti contrari. Insomma, lì dove si è subito più a lungo il cappio della dittatura, meno si sente l’esigenza di una risposta empatica verso i fatti di questi giorni. Last, but not least: i legami economici, strettissimi, tra Cile e Unione europea, rinsaldati da un accordo di associazione. Dal Cile l’Europa importa un po’ di tutto: prodotti agricoli e alimentari, legname, carta, prodotti metallurgici. Questo vuol dire che il Cile non è lontano ma che noi lo mangiamo, lo ospitiamo nei cassetti dei nostri armadi, è nelle nostre auto, il Cile è la carta sulla quale scriviamo, nero su bianco, che non dobbiamo occuparci del Cile. Ancora una volta, in Europa, We don’t care.