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	<title>Lyndon Johnson Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Wed, 27 May 2026 07:12:09 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Lyndon Johnson Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 07:12:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La tesi provocatoria di Gideon Rose (Foreign Affairs): le nostre guerre non sono eventi inediti ma repliche di un copione già scritto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html">L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Gideon Rose</strong>, già direttore di <em>Foreign Affairs</em>, non si limita ad analizzare la geopolitica: ne legge le cicatrici. La sua tesi è tanto lucida quanto provocatoria: le guerre che incendiano il 2026 non sono eventi inediti, ma repliche di un copione già scritto. <strong>Per Rose, i leader mondiali sono convinti di guidare la storia, ma in realtà sono prigionieri di strutture belliche</strong> che ne vincolano le scelte. Ignorare questi schemi significa condannarsi a ripetere gli errori dei propri predecessori. Il parallelo più inquietante riguarda l’Iran, che Rose descrive come il &#8220;Vietnam del XXI secolo&#8221;. La traiettoria di <strong>Donald Trump </strong>oggi ricorda quella di <strong>Lyndon Johnson </strong>nel 1963: un presidente trascinato in un conflitto nel tentativo di neutralizzare una minaccia crescente. Dopo i raid del 2025 volti a smantellare il programma nucleare di Teheran, l’attacco congiunto USA-Israele del febbraio 2026 ha inferto colpi durissimi, portando all’uccisione della Guida Suprema Khamenei. Eppure, il regime non è crollato.</p>



<p>Passato nelle mani del figlio Mojtaba, il potere iraniano ha risposto con l&#8217;arma del ricatto energetico, chiudendo lo Stretto di Hormuz e mettendo in ginocchio l’economia globale. <strong>Trump si ritrova così nella medesima trappola che inghiottì Nixon:</strong> erede di un’escalation senza una strategia d&#8217;uscita onorevole. Nonostante la mediazione del Pakistan, il dialogo è un binario morto; i costi umani e politici salgono, mentre il margine di manovra diplomatica si assottiglia ogni giorno di più.</p>



<p>Se l’Iran evoca le giungle del Sud-Est asiatico, <strong>l’Ucraina riflette lo stallo dei ghiacci coreani. Dal 2022 a oggi, il conflitto ha seguito lo schema della Guerra di Corea</strong>: grandi avanzate, ritirate repentine e infine un logorante stallo lungo linee che non si muovono più. Trump ha tentato la prova di forza, minacciando Kiev di tagliare i rifornimenti e offrendo a Mosca il controllo dei territori occupati, ma la realtà del fronte si è dimostrata più ostinata della volontà politica. Secondo Rose, non ci sarà un vincitore assoluto, ma un armistizio che cristallizzerà il confine attuale, t<strong>rasformando l’Ucraina in una nuova Corea divisa da una pace armata e amara.</strong></p>



<p>Il monito di Rose è un richiamo all&#8217;umiltà per chi siede nelle &#8220;war room&#8221;: la storia non è fatta di eventi isolati, ma di strutture profonde. Capire che il Vietnam e la Corea sono ancora tra noi è l&#8217;unico modo per non farsi travolgere dal loro ritorno.</p>



<p>Rose evidenzia inoltre tre elementi trasversali a tutti e quattro i conflitti: la deterrenza nucleare come strumento di pressione senza mai un reale impiego; le tensioni interne alle coalizioni, dove le grandi potenze finiscono per imporre accordi ai partner minori recalcitranti; e la pericolosa illusione dei leader di poter ottenere facilmente obiettivi politici attraverso la forza militare, sottovalutando la resilienza e la determinazione dell&#8217;avversario.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose non è solo una lezione di storia; è un monito sulla fragilità del potere. Quando guardiamo all’Iran e all’Ucraina, non stiamo solo osservando dei conflitti regionali, ma stiamo assistendo al test di sforzo della leadership globale. Le implicazioni che Rose trae da queste crisi scuotono le fondamenta della geopolitica moderna, toccando nervi scoperti come la credibilità americana e la paura atomica.</p>



<p>Il primo grande tema è il fantasma del declino. Come accadde dopo la caduta di Saigon, <strong>oggi si torna a parlare degli Stati Uniti come di un &#8220;impero al tramonto&#8221;.</strong> Rose cita le cronache del <em>New York Times</em>, dove la percezione cinese di un’America a guida Trump appare quella di una potenza in ritirata. Eppure, l’autore ci invita a non correre troppo nel celebrare i funerali dell’egemonia statunitense. La storia è ciclica: <strong>anche dopo il Vietnam l’America sembrò finita, salvo poi rigenerarsi grazie al dinamismo del suo capitalismo e alla resilienza della sua democrazia. </strong>Il messaggio è chiaro: non sottovalutate mai la capacità di un sistema aperto di imparare dai propri errori.</p>



<p>Tuttavia, c’è un’ombra più cupa che si allunga sul futuro: la corsa all’atomo. Rose mette a nudo un paradosso brutale che ogni piccolo Stato sta osservando con terrore. La lezione di questi anni è un tragico sillogismo: l’Ucraina, che rinunciò al nucleare nel 1994, è stata invasa; la Corea del Nord, che lo possiede, è intoccabile; l’Iran, che non lo ha ancora completato, giace sotto le macerie. Questo triangolo di esempi sta riscrivendo le regole della sicurezza mondiale: per molti leader, la bomba non è più un tabù, ma l’unica polizza sulla vita. Un’accelerazione proliferativa che rischia di rendere il mondo un posto infinitamente più instabile nei prossimi decenni.</p>



<p>Sul piano della strategia pura, Rose smonta il mito della &#8220;teoria del folle&#8221; (<em>madman theory</em>). <strong>L’approccio di Trump verso Teheran &#8211; fatto di minacce imprevedibili e colpi di scena &#8211; ricalca quello di Nixon e Kissinger. </strong>Ma Rose avverte: l’imprevedibilità può funzionare come tattica d’apertura, ma fallisce contro nemici determinati. L’Iran, proprio come il Vietnam del Nord, ha capito il punto debole di Washington: la pazienza. Mentre i leader americani sono incatenati ai cicli elettorali e devono rispondere a un’opinione pubblica stanca, i regimi autoritari possono permettersi di aspettare, resistendo finché l&#8217;avversario non decide che il prezzo politico del conflitto è diventato troppo alto.</p>



<p><strong>Per l’Ucraina, la prospettiva è quella di una &#8220;pace fredda&#8221;. </strong>Con milioni di vittime tra morti e feriti &#8211; una tragedia umana che richiama i numeri spaventosi della Corea &#8211; la stanchezza bellica potrebbe imporre un armistizio. Rose suggerisce che un confine congelato, simile al 38° parallelo, potrebbe rivelarsi più solido di quanto pensiamo. Non sarebbe una vittoria gloriosa, ma una stabilità pragmatica nata dall’esaurimento.</p>



<p>Infine, Rose ci svela la faccia più cinica delle alleanze: il momento in cui le grandi potenze impongono la propria volontà ai partner più piccoli. È accaduto a Seul nel 1953 e a Saigon nel 1973. <strong>Lo stesso schema sembra profilarsi all’orizzonte per Kiev e Israele. </strong>Quando gli interessi strategici globali di Washington (o Mosca) divergeranno dalla lotta per la sopravvivenza dei loro alleati, saranno i piccoli a dover ingoiare il rospo di una pace sgradita. Perché alla fine, nella scacchiera della storia, il sacrificio dei pedoni è spesso il prezzo che i re pagano per chiudere la partita.</p>



<p><strong>In questo contesto l’Italia affronta una duplice sfida strategica. </strong>La crisi di Hormuz minaccia il Mediterraneo, arteria vitale per i nostri commerci ed energia: <strong>anche un accordo precario lascerebbe l&#8217;economia italiana esposta a tensioni costanti.</strong> Sul fronte ucraino, l’armistizio &#8220;alla coreana&#8221; congelerebbe una ferita aperta alle porte dell&#8217;Europa. Con il progressivo disimpegno americano dalla NATO, l&#8217;onere della sicurezza &#8211; tra pattugliamenti, deterrenza e ricostruzione &#8211; ricadrà direttamente sull’UE e anche sull’Italia. Senza l’ombrello di Washington, la stabilità del continente diventa una responsabilità diretta e costosa, costringendo il nostro Paese a un inedito protagonismo politico e militare per proteggere i propri interessi nazionali.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose è un antidoto prezioso alla presunzione del presente. Ogni generazione è convinta di vivere tempi senza precedenti, eppure la storia documenta con imbarazzante&nbsp;chiarezza che strutture belliche simili producono quasi sempre gli stessi esiti. Non siamo &#8220;speciali&#8221;: siamo solo i nuovi attori di un copione già scritto.</p>



<p>Le proiezioni di Rose&nbsp;&#8211;&nbsp;un’Ucraina cristallizzata in un armistizio amaro e un Iran che resta una mina nucleare vagante&nbsp;&#8211;&nbsp;non sono semplici ipotesi, ma probabilità radicate nella logica del potere. Per l’Italia e per l’Europa, accettare questa realtà significa abbandonare l’illusione che &#8220;questa volta sia diverso&#8221; e prepararsi a un mondo più crudo. Saremo chiamati a presidiare una &#8220;pace fredda&#8221; alle porte dell&#8217;Est e a navigare l&#8217;instabilità cronica del Mediterraneo&nbsp;allargato&nbsp;con una consapevolezza nuova, investendo in una difesa e in una diplomazia che non possono più permettersi il lusso della delega.</p>



<p>La sfida, in fondo, non è cambiare il corso della storia, ma smettere di ignorarne le regole. Quella di Rose è una chiamata alla maturità strategica: riconoscere i riflessi del passato è l’unico modo per non farsi travolgere dal futuro. I prossimi mesi saranno il nostro banco di prova: è tempo di guardare la realtà dritta negli occhi.</p>



<p><strong>Bibliografia: Gideon Rose, Iran as Vietnam, Ukraine as Korea. <em>Similar Wars End in Similar Ways, Foreign Affairs, May 20, 2026</em></strong></p>



<p><em>Roberto Domini è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. Presiede il Circolo Fratelli Bonaldi, Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.</em><a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html"></a></p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La storia (per nulla segreta) del nucleare israeliano</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/la-storia-per-nulla-segreta-del-nucleare-israeliano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Arigotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 11:54:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1536" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/Copilot_20250928_195601-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></p>
<p>Le prove del nucleare israeliano, il segreto di Pulcinella che tutti fanno finta di ignorare, con fatti noti da decine di anni.</p>
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<p>Abbiamo ampiamente <a href="https://it.insideover.com/guerra/diplomazia-tattica-e-danni-reali-liran-e-il-nucleare-dopo-la-guerra-dei-12-giorni.html">documentato</a> la querelle sul nucleare iraniano: tra l’altro nei giorni scorsi diverse nazioni europee hanno reso pubblica la decisione di reintrodurre <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/09/28/tornano-in-vigore-sanzioni-dellonu-alliran-dopo-10-anni_6e6f83d5-25c2-4c58-b5b2-b8288ab59bb1.html">sanzioni</a> contro la Repubblica Islamica, nonostante nel recente <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KchtPpnxXvQ">discorso</a> dinanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente <strong>Masoud Pezeshkian</strong> abbia ribadito come il suo Paese non abbia alcuna mira in tal senso.</p>



<p>In Medio Oriente, però, c’è un altro Stato che non ha mai ammesso ufficialmente, salvo alcune <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/24/bomba-atomica-su-gaza-il-ministro-israeliano-eliyahu-evoca-di-nuovo-un-attacco-nucleare-sulla-striscia/7421297/">dichiarazioni</a> “sfuggite” nel corso degli anni, il possesso di armamenti nucleari: stiamo parlando di Israele. Si è detto, a questo riguardo, di una politica di <a href="https://ilmanifesto.it/in-medio-oriente-un-nucleare-civile-diventato-bomba-ce-gia-quello-di-tel-aviv">ambiguità strategica</a> da parte di Tel Aviv, che ha così ottenuto di non soggiacere agli obblighi prescritti dal Trattato di Non Proliferazione (<a href="https://www.disarmo.org/rete/a/10563.html">TNP</a>), al quale giova ricordarlo, non hanno mai aderito neanche India, Pakistan e Corea del Nord. Lo Stato ebraico ha sempre giustificato la sua scelta con ragioni securitarie.</p>



<p>In realtà, quello del nucleare israeliano è il classico segreto di Pulcinella. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie al sostegno cruciale della Francia e della <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2015-05-12/merkel-defends-arms-sales-to-israel-as-obligation-for-nazi-past?embedded-checkout=true">Germania</a>, fu possibile realizzare nel deserto del Negev il reattore di Dimona, ufficialmente dedicato alla ricerca scientifica. E non è l’unico elemento, visto che nel 1986 divenne di pubblico dominio la testimonianza di <strong>Mordechai Vanunu</strong>, ex tecnico nucleare, che <a href="https://www.theguardian.com/world/2018/mar/28/mordechai-vanunu-israel-spying-nuclear-1988">rivelò</a> al Sunday Times che lo Stato ebraico possedeva decine, se non centinaia, di testate nucleari. Per la verità esistono alcune <a href="Manlio%20Dinucci,%20Il%20potere%20nucleare.%20Fazi%20editore,%202015%20(pag.%2056)">analisi</a>, stando alle quali <strong>già nel 1967 Tel Aviv sarebbe stata in possesso di alcune bombe atomiche</strong>. Per la cronaca lo <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Mordechai_Vanunu">scienziato</a> venne successivamente rapito e incarcerato in Israele. Condannato a 18 anni di reclusione, dopo il rilascio ha continuato a essere oggetto di misure restrittive e pronunce giudiziarie, oltre a limitazioni per l’accesso ai social e i contatti con la stampa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le altre testimonianze</h2>



<p>La voce di Vanunu non è isolata. In un’intervista rilasciata all’Observer nel 2003, <strong>Martin Van Creveld</strong>, docente israeliano di Storia militare, rivelò il possesso di armamenti nucleari da parte di Tel Aviv, mentre nel 2006 fu il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, <strong>Robert Gates</strong>, a parlane nel corso di un’audizione al Senato; nel 2015 lo stesso governo federale declassò alcuni documenti risalenti agli anni Ottanta che parlavano apertamente di laboratori nucleari israeliani, mentre nel 2006 il primo ministro dello stato ebraico, <strong>Ehud Olmert</strong>, si era lasciato sfuggire alcune indiscrezioni nel corso di un programma andato in onda su un’emittente tedesca<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>



<p>Nel suo saggio <em><a href="Edito%20da%20Arianna%20editrice%20(2017),%20pagg.%2075%20e%20seguenti">Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza</a></em>, l’analista Giacomo Gabellini ricorda l’ostilità dell’allora amministrazione Kennedy alle mire nucleari israeliane, un orientamento che però sarebbe mutato col suo successore <strong>Lyndon Johnson</strong>. Nello stesso volume, Gabellini ricorda le manovre dei servizi segreti israeliani per bloccare le velleità nucleari dell’Egitto di Nasser, che si sarebbero sostanziate persino nell’impiego di ex ufficiali nazisti (tra gli altri si fa il nome di <strong>Otto Skorzeny</strong>, il liberatore di Mussolini dal Gran Sasso) per bloccare, ricorrendo persino ad alcuni omicidi, la collaborazione instaurata col Cairo da parte di alcuni scienziati tedeschi (cosiddetta <a href="https://storiainpodcast.focus.it/loperazione-damocle/">Operazione Damocle</a>).</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra dello Yom Kippur</h2>



<p>Al contempo, però, Israele proseguiva nella politica nucleare, che ebbe un’accelerazione dopo la guerra dello Yom Kippur (1973), che accrebbe la sindrome di accerchiamento e la ricerca della bomba quale efficace deterrente. In tal senso, si sarebbe rivelata determinante la collaborazione col <a href="https://www.youtube.com/watch?v=DSylVPh_Bvs">Sudafrica</a> dell’apartheid, attuata tramite uno scambio tra assistenza tecnica e fornitura di centinaia di tonnellate di uranio da parte di Pretoria. La fine del regime segregazionista comportò la fine della cooperazione –<strong> il Sudafrica dismise gli ordigni in suo possesso</strong> – mentre il nuovo governo guidato da <strong>Nelson Mandela</strong> rese pubblici una serie di documenti che provavano tale collaborazione, circa i quali furono pubblicate interessanti <a href="https://www.theguardian.com/world/2010/may/23/israel-apartheid-south-africa-nuclear-warheads">inchieste giornalistiche</a>, il tutto ovviamente con grande disappunto di Tel Aviv.</p>



<p>Ora, senza entrare nel merito dei doppi standard che quando si parla di Israele sembrano toccare punte ai limiti dell’incredibile, è chiaro che la tacita accettazione di una situazione di fatto, senza sottoporsi a quei meccanismi di controllo di cui si pretende il rispetto da altri, sollevi non poche perplessità sulla credibilità complessiva di un impianto, quello del trattato sulla non proliferazione, che come si legge nel <a href="https://www.disarmo.org/rete/a/10563.html">testo</a>, <strong>impegna le potenze nucleari a non supportare gli Stati che non possiedano tali armamenti</strong>, con l’obbligo per questi ultimi di non ricercarne il possesso. A vigilare sul rispetto delle prescrizioni l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, sottolineando che l’accordo non preclude lo sviluppo e l’utilizzo della tecnologia nucleare per scopi non militari.</p>



<p>In tutto questo si inserisce un ulteriore <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/04/israele-export-armi-record-ue-principale-mercato/8013820/">dato</a> che fa riflettere: Israele, stando ai report 2024 del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), <strong>è tra i primi dieci esportatori mondiali di armamenti</strong>, toccando lo scorso anno un vero e proprio record storico; un comparto, quello bellico, che incide notevolmente sul PIL, e per la cronaca oltre la metà dei contratti sono stati siglati con Paesi membri dell’Unione Europea.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Giacomo Gabellini, op. cit., pag. 83.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/la-storia-per-nulla-segreta-del-nucleare-israeliano.html">La storia (per nulla segreta) del nucleare israeliano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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