Abbiamo ampiamente documentato la querelle sul nucleare iraniano: tra l’altro nei giorni scorsi diverse nazioni europee hanno reso pubblica la decisione di reintrodurre sanzioni contro la Repubblica Islamica, nonostante nel recente discorso dinanzi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente Masoud Pezeshkian abbia ribadito come il suo Paese non abbia alcuna mira in tal senso.
In Medio Oriente, però, c’è un altro Stato che non ha mai ammesso ufficialmente, salvo alcune dichiarazioni “sfuggite” nel corso degli anni, il possesso di armamenti nucleari: stiamo parlando di Israele. Si è detto, a questo riguardo, di una politica di ambiguità strategica da parte di Tel Aviv, che ha così ottenuto di non soggiacere agli obblighi prescritti dal Trattato di Non Proliferazione (TNP), al quale giova ricordarlo, non hanno mai aderito neanche India, Pakistan e Corea del Nord. Lo Stato ebraico ha sempre giustificato la sua scelta con ragioni securitarie.
In realtà, quello del nucleare israeliano è il classico segreto di Pulcinella. Fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, grazie al sostegno cruciale della Francia e della Germania, fu possibile realizzare nel deserto del Negev il reattore di Dimona, ufficialmente dedicato alla ricerca scientifica. E non è l’unico elemento, visto che nel 1986 divenne di pubblico dominio la testimonianza di Mordechai Vanunu, ex tecnico nucleare, che rivelò al Sunday Times che lo Stato ebraico possedeva decine, se non centinaia, di testate nucleari. Per la verità esistono alcune analisi, stando alle quali già nel 1967 Tel Aviv sarebbe stata in possesso di alcune bombe atomiche. Per la cronaca lo scienziato venne successivamente rapito e incarcerato in Israele. Condannato a 18 anni di reclusione, dopo il rilascio ha continuato a essere oggetto di misure restrittive e pronunce giudiziarie, oltre a limitazioni per l’accesso ai social e i contatti con la stampa.
Le altre testimonianze
La voce di Vanunu non è isolata. In un’intervista rilasciata all’Observer nel 2003, Martin Van Creveld, docente israeliano di Storia militare, rivelò il possesso di armamenti nucleari da parte di Tel Aviv, mentre nel 2006 fu il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Robert Gates, a parlane nel corso di un’audizione al Senato; nel 2015 lo stesso governo federale declassò alcuni documenti risalenti agli anni Ottanta che parlavano apertamente di laboratori nucleari israeliani, mentre nel 2006 il primo ministro dello stato ebraico, Ehud Olmert, si era lasciato sfuggire alcune indiscrezioni nel corso di un programma andato in onda su un’emittente tedesca[1].
Nel suo saggio Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza, l’analista Giacomo Gabellini ricorda l’ostilità dell’allora amministrazione Kennedy alle mire nucleari israeliane, un orientamento che però sarebbe mutato col suo successore Lyndon Johnson. Nello stesso volume, Gabellini ricorda le manovre dei servizi segreti israeliani per bloccare le velleità nucleari dell’Egitto di Nasser, che si sarebbero sostanziate persino nell’impiego di ex ufficiali nazisti (tra gli altri si fa il nome di Otto Skorzeny, il liberatore di Mussolini dal Gran Sasso) per bloccare, ricorrendo persino ad alcuni omicidi, la collaborazione instaurata col Cairo da parte di alcuni scienziati tedeschi (cosiddetta Operazione Damocle).
La guerra dello Yom Kippur
Al contempo, però, Israele proseguiva nella politica nucleare, che ebbe un’accelerazione dopo la guerra dello Yom Kippur (1973), che accrebbe la sindrome di accerchiamento e la ricerca della bomba quale efficace deterrente. In tal senso, si sarebbe rivelata determinante la collaborazione col Sudafrica dell’apartheid, attuata tramite uno scambio tra assistenza tecnica e fornitura di centinaia di tonnellate di uranio da parte di Pretoria. La fine del regime segregazionista comportò la fine della cooperazione – il Sudafrica dismise gli ordigni in suo possesso – mentre il nuovo governo guidato da Nelson Mandela rese pubblici una serie di documenti che provavano tale collaborazione, circa i quali furono pubblicate interessanti inchieste giornalistiche, il tutto ovviamente con grande disappunto di Tel Aviv.
Ora, senza entrare nel merito dei doppi standard che quando si parla di Israele sembrano toccare punte ai limiti dell’incredibile, è chiaro che la tacita accettazione di una situazione di fatto, senza sottoporsi a quei meccanismi di controllo di cui si pretende il rispetto da altri, sollevi non poche perplessità sulla credibilità complessiva di un impianto, quello del trattato sulla non proliferazione, che come si legge nel testo, impegna le potenze nucleari a non supportare gli Stati che non possiedano tali armamenti, con l’obbligo per questi ultimi di non ricercarne il possesso. A vigilare sul rispetto delle prescrizioni l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, sottolineando che l’accordo non preclude lo sviluppo e l’utilizzo della tecnologia nucleare per scopi non militari.
In tutto questo si inserisce un ulteriore dato che fa riflettere: Israele, stando ai report 2024 del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), è tra i primi dieci esportatori mondiali di armamenti, toccando lo scorso anno un vero e proprio record storico; un comparto, quello bellico, che incide notevolmente sul PIL, e per la cronaca oltre la metà dei contratti sono stati siglati con Paesi membri dell’Unione Europea.
[1] Giacomo Gabellini, op. cit., pag. 83.

