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Guerra

Diplomazia, tattica e danni reali: l’Iran e il nucleare dopo la guerra dei 12 giorni

Diplomazia, tattiche e danni reali: il programma nucleare iraniano dopo la guerra dei dodici giorni e le mosse delle potenze.

“Obliterato completamente”, secondo il presidente Usa Donald Trump. Severamente danneggiato, per la Cia. Rinviato di soli sei mesi a detta della Defense Intelligence Agency. Colpito in modo tale da respingere l’Iran “oltre la soglia” ma non annientato, per dei funzionari israeliani sentiti da Axios.

Il futuro del programma nucleare iraniano è incerto dopo che nei dodici giorni di guerra con Israele e dopo l’attacco americano ai siti di Fordow, Isfahan e Natanz del 22 giugno gli impianti di arricchimento e stoccaggio dell’uranio hanno assorbito duri colpi. E ora che da un lato Trump annuncia di voler riprendere discussioni sulla normalizzazione dei rapporti con Teheran e dall’altro l’Iran alterna diplomazia pragmatica e sguardo feroce (come la rottura della collaborazione con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica votata dal Parlamento), la questione va letta su almeno tre piani complementari tra loro:

  • Quanto la guerra abbia condizionato l’effettiva volontà di portare il programma di arricchimento dell’uranio a un punto di caduta definitiva con l’ingresso dell’Iran nel club nucleare militare
  • In che misura l’Iran abbia oggigiorno interesse a tornare al tavolo delle trattative per normalizzare la sua posizione con Washington dopo che i colloqui iniziati ad aprile sono sfociati nella guerra
  • Come Washington e Tel Aviv si confrontino e, eventualmente, scontrino nel giudizio del futuro dell’Iran.

La valutazione dei raid contro il nucleare iraniano

Tutte queste domande hanno però una premessa generale nel comprendere in che profondità l’Iran abbia visto il suo dispositivo nucleare, le sue centrifughe, i suoi centri di ricerca e, soprattutto, i suoi depositi di combustibile atomico intaccati dai violenti attacchi israeliani e dal raid americano del 22 giugno, per mezzi impiegati e volume di fuoco di gran lunga il più grande del XXI secolo. L’unica valutazione che appare logico esprimere è quella che porta ad escludere che l’Iran sia tornato all’anno zero, dato che il combustibile sembra essere intatto e anche Israele parla di allontanamento di Teheran dall’obiettivo, non di suo annientamento.

“Non crediamo che ci sia stato alcun bug nell’operazione e non abbiamo indicazioni che le bombe anti-bunker non abbiano funzionato: nessuno qui è deluso”, ha detto un funzionario di Tel Aviv a Axios.

Parole che però fanno il paio con quanto emerso dal Pentagono nella giornata di venerdì: contro uno dei tre siti, quello di Isfahan, i B-2 Spirit della United States Air Force non avrebbero sganciato le Massive Ordance Penetrator (Mop) Gbu-57 da 13 tonnellate, pensate per colpire in profondità i siti nucleari della Repubblica Islamica, perché alla prova dei fatti l’obiettivo sarebbe risultato troppo profondo, probabilmente ancora più che a Fordow, il sito maggiormente attenzionato. Le parole del Pentagono, rivelate dalla Cnn, confermano le rivelazioni iniziali che parlavano di un attacco con missili Tomahawk a Isfahan, sede di buona parte del combustibile nucleare iraniano.

L’Iran non è denuclearizzato

Appare chiaro, dunque, che quando si tornerà a parlare con l’Iran lo si farà con una potenza ammaccata ma non de-nuclearizzata, e la cui volontà di dotarsi di un’atomica, alquanto nebulosa, rischia di consolidarsi sulla scorta dell’offensiva subita. Il rischio, nota Time, è che al netto del cessate il fuoco “gli attacchi potrebbero aver spinto l’Iran sull’orlo dell’abbandono del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), l’accordo fondamentale concepito per limitare la diffusione delle armi nucleari e promuovere l’energia atomica pacifica, di cui l’Iran è parte da oltre mezzo secolo” e, va ricordato, a cui Israele non ha mai aderito.

Il rischio di un colpo al cuore della diplomazia della non proliferazione è alto, specie dopo mesi di diverse valutazioni: “L’intelligence statunitense ha concluso all’inizio di quest’anno che il Paese non aveva piani per sviluppare un’arma nucleare, mentre Trump e i funzionari israeliani hanno insistito sul fatto che ne avesse” prosegue Time, aggiungendo che “l’Iran ha sostenuto che il suo arricchimento dell’uranio è in linea con il suo diritto all’arricchimento pacifico a fini energetici”.

Iran, Usa, Israele: tre strategie a confronto

Ma ora? Le potenze in campo ponderano azioni e strategie. Trump e la sua amministrazione hanno di fronte a sé il dubbio se seguire la linea israeliana del totale rifiuto dell’arricchimento per l’Iran o cercare un abboccamento con Teheran. La Casa Bianca rivendica la totale obliterazione del programma di Teheran come giustificazione per non essere trascinata sul terreno di un nuovo conflitto da Tel Aviv.

Israele deve capire se accettare la vittoria tattica, ovvero la dimostrazione della sua capacità di colpire in profondità il suo nemico numero uno, per indorare la pillola di una sostanziale sconfitta strategica che l’ha vista impossibilitata a rovesciare da sé il regime iraniano e il suo programma nucleare, incassando il risultato dell’arretramento imposto a Teheran come punto positivo della campagna.

L’Iran, che ha tenuto botta, dovrà ora scegliere se l’assicurazione sulla vita nucleare, alla nordcoreana, sarà ritenuta ancora più necessaria dopo la guerra e il precedente disarticolamento della profondità strategica del cosiddetto “Asse della Resistenza” in Medio Oriente o se tornare a promuovere la questione nucleare come leva per ottenere uno sganciamento dalle sanzioni e dalla pressione internazionale. La speranza è che una guerra senza definitivi vincitori né vinti chiami al buonsenso dell’ordine e della diplomazia. Il rischio è che delle linee rosse siano cadute e che l’unilateralismo prenda piede su ogni fronte. Tanto da considerare il cessate il fuoco come una sostanziale pace armata più che come uno stop definitivo alla conflittualità.

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