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	<title>Storia Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Wed, 03 Jun 2026 07:01:57 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Storia Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Il motore di ricerca dei nazisti: perché la Germania continua a fare i conti con il passato mentre cresce AfD</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:01:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Afd]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="612" height="394" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1-600x386.jpg 600w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>Il settimanale tedesco Die Zeit ha deciso di rendere accessibili online milioni di documenti relativi agli iscritti al partito nazista.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/il-motore-di-ricerca-dei-nazisti-perche-la-germania-continua-a-fare-i-conti-con-il-passato-mentre-cresce-afd.html">Il motore di ricerca dei nazisti: perché la Germania continua a fare i conti con il passato mentre cresce AfD</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="612" height="394" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/istockphoto-117559713-612x612-1-600x386.jpg 600w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>Quando il settimanale tedesco <em>Die Zeit</em> ha deciso di rendere accessibili online milioni di documenti relativi agli iscritti al partito nazista, probabilmente si aspettava un forte interesse da parte di storici, genealogisti e appassionati di ricerca archivistica. Pochi immaginavano però che il progetto si sarebbe trasformato in un fenomeno nazionale. Nel giro di poche settimane milioni di persone hanno consultato il <a href="https://www.zeit.de/wissen/2026-04/nazi-party-search-engine-membership-records-ancestors-english">database </a>per verificare se un nonno, un bisnonno, uno zio o un lontano parente fosse stato membro della Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP), il partito che portò al potere <strong>Adolf Hitler</strong> e che costituì la struttura politica portante del Terzo Reich.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="396" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-1024x396.jpg" alt="" class="wp-image-519105" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-1024x396.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-300x116.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-768x297.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-1536x594.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838-600x232.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Immagine-2026-06-01-221838.jpg 1871w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il successo dell&#8217;iniziativa è stato tale da mettere in difficoltà i sistemi informatici predisposti per gestire il traffico, generando un dibattito che ha rapidamente travalicato il campo della ricerca storica per investire questioni identitarie, culturali e politiche. A prima vista potrebbe sembrare sorprendente che una società come quella tedesca, che da ottant&#8217;anni studia in maniera quasi ossessiva il proprio passato nazista, manifesti ancora un bisogno così intenso di scavare negli archivi. In realtà il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo. <strong>La Germania non ha mai smesso davvero di fare i conti con il Terzo Reich</strong>.</p>



<p>A differenza di quanto accaduto in altri Paesi europei usciti da esperienze autoritarie o collaborazioniste, la Repubblica Federale ha costruito una parte significativa della propria identità democratica attorno al concetto di <em><strong>Vergangenheitsbewältigung</strong></em>, letteralmente <strong>&#8220;superamento del passato&#8221;</strong>, un termine quasi intraducibile che indica il processo attraverso cui una società affronta criticamente le proprie responsabilità storiche. Fin dagli anni Cinquanta, e soprattutto a partire dalla generazione del Sessantotto, <strong>la Germania occidentale ha sviluppato una cultura pubblica della memoria che non ha eguali nel panorama internazionale.</strong> Musei, memoriali, programmi scolastici, fondazioni, centri di documentazione, archivi e produzioni culturali hanno trasformato il nazismo da capitolo storico a presenza costante nel dibattito pubblico.</p>



<p>Berlino ospita alcuni dei più importanti memoriali europei dedicati alle vittime del regime. Gli studenti tedeschi visitano regolarmente ex campi di concentramento e luoghi simbolici della persecuzione nazista. Le responsabilità della Germania vengono insegnate nelle scuole con una profondità che raramente si riscontra in altri contesti nazionali. Eppure, proprio questa straordinaria elaborazione pubblica della memoria ha finito per nascondere una questione irrisolta: <strong>il rapporto tra la storia collettiva e la memoria familiare</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il passato collettivo e quello familiare</h2>



<p>Per decenni milioni di tedeschi hanno saputo molto del nazismo come fenomeno politico, ma relativamente poco sul ruolo concreto giocato dalle proprie famiglie all&#8217;interno del sistema hitleriano. È qui che il database reso accessibile da <em>Die Zeit</em> ha prodotto il suo effetto dirompente. L&#8217;archivio digitalizzato comprende <strong>oltre dieci milioni di iscrizioni alla NSDAP</strong> registrate tra il 1925 e il 1945. Grazie all&#8217;impiego dell&#8217;intelligenza artificiale, milioni di schede cartacee conservate negli archivi federali sono state indicizzate e trasformate in un motore di ricerca consultabile dal pubblico. Ciò che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto settimane di lavoro archivistico oggi può essere verificato in pochi secondi. Inserendo un nome, una data di nascita e una località, gli utenti possono scoprire se un proprio antenato risulta formalmente affiliato al partito nazista.</p>



<p>Il successo dell&#8217;iniziativa ha rivelato una realtà spesso sottovalutata: <strong>il bisogno di comprendere il passato familiare rimane enorme. </strong>Molti tedeschi appartengono ormai alla terza o quarta generazione successiva alla guerra. I testimoni diretti stanno scomparendo rapidamente. Con loro svaniscono anche racconti, silenzi e omissioni che per decenni hanno accompagnato la trasmissione della memoria all&#8217;interno delle famiglie. In numerosi casi il database ha confermato sospetti già esistenti. In altri ha smentito narrazioni tramandate per generazioni.</p>



<p>Gli storici della memoria conoscono bene questo fenomeno. Dopo il 1945 la Germania fu attraversata da <strong>una gigantesca rimozione collettiva</strong>. Milioni di persone che avevano sostenuto il regime, collaborato con le sue istituzioni o semplicemente beneficiato della sua esistenza si trovarono improvvisamente a dover convivere con la sconfitta, la distruzione e la scoperta dei crimini nazisti. <strong>Nella Germania del dopoguerra emerse progressivamente una distinzione rassicurante tra &#8220;i nazisti&#8221; e &#8220;la popolazione&#8221;.</strong> Molte famiglie svilupparono racconti nei quali i propri membri apparivano come spettatori passivi degli eventi, estranei alle responsabilità del regime o addirittura vittime delle circostanze.</p>



<p>Le ricerche storiche degli ultimi decenni hanno mostrato quanto questa rappresentazione fosse parziale. Il partito nazista non fu un&#8217;organizzazione marginale composta da fanatici isolati. Alla fine della guerra aveva registrato circa <strong>10,2 milioni di iscritti</strong>. Con il passare degli anni la sua composizione sociale finì per riflettere sempre più fedelmente quella della popolazione tedesca. In altre parole, <strong>il nazismo non fu soltanto un fenomeno imposto dall&#8217;alto, ma una realtà che penetrò profondamente nella società.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La crescita di AfD</h2>



<p>La disponibilità di dati digitalizzati sta modificando radicalmente il rapporto tra memoria privata e ricerca storica. Per la prima volta una parte consistente della popolazione può confrontare direttamente i racconti tramandati in famiglia con le fonti documentarie. Questo processo produce inevitabilmente tensioni emotive. Scoprire che un nonno o un bisnonno era iscritto alla NSDAP non equivale a scoprire un dettaglio genealogico qualsiasi. Significa confrontarsi con uno dei periodi più oscuri della storia contemporanea e con il ruolo che la propria famiglia potrebbe aver avuto al suo interno.</p>



<p>La portata simbolica dell&#8217;iniziativa diventa ancora più significativa se osservata nel contesto politico attuale. Negli ultimi anni la Germania ha assistito alla <strong>crescita costante di </strong><em><strong>Alternative für Deutschland</strong>,</em> il partito nazional-conservatore e sovranista che rappresenta oggi una delle principali forze politiche del Paese. Nelle elezioni federali del febbraio 2025 AfD ha ottenuto oltre il 20% dei voti, diventando il secondo partito tedesco e consolidando il proprio radicamento soprattutto nelle regioni dell&#8217;ex Germania orientale.</p>



<p><strong>Molti osservatori internazionali hanno letto questa crescita come una sorta di fallimento della cultura della memoria tedesca. </strong>Se la Germania ha investito così tanto nell&#8217;educazione storica, come è possibile che una forza accusata dai critici di flirtare con il revisionismo storico continui a guadagnare consensi? La risposta è più complessa di quanto appaia.</p>



<p>In realtà AfD non si presenta come un movimento nostalgico del nazismo. Il suo successo deriva soprattutto da <strong>questioni contemporanee</strong>: immigrazione, costo della vita, rallentamento economico, transizione energetica, guerra in Ucraina e rapporto con Bruxelles. Tuttavia alcuni esponenti del partito hanno più volte contestato il modo in cui la Germania affronta il proprio passato. Celebre rimane la dichiarazione di <strong>Alexander Gauland</strong>, secondo cui i tedeschi avrebbero il diritto di essere orgogliosi delle proprie realizzazioni storiche nonostante il nazismo. Ancora più controverse furono le parole di <strong>Björn Höcke,</strong> che definì il Memoriale dell&#8217;Olocausto di Berlino un &#8220;monumento della vergogna&#8221;. Tali affermazioni hanno alimentato il timore che una parte della destra tedesca stia cercando di ridimensionare il peso della memoria nazista nella costruzione dell&#8217;identità nazionale.</p>



<p>Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti della Germania contemporanea. Da una parte cresce una forza politica che ritiene eccessiva la centralità del passato nazista nel dibattito pubblico. Dall&#8217;altra milioni di cittadini mostrano un interesse straordinario per strumenti che consentono di approfondire ulteriormente quel passato. Non si tratta necessariamente di fenomeni incompatibili. Anzi, potrebbero essere due manifestazioni diverse della stessa tensione identitaria che attraversa la Germania di oggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo dell&#8217;intelligenza artificiale</h2>



<p>Il Paese si trova infatti in <strong>una fase di passaggio generazionale</strong>. I testimoni diretti della guerra stanno scomparendo. Le nuove generazioni non hanno alcun legame personale con il Terzo Reich. Allo stesso tempo, però, il nazismo continua a rappresentare il punto di riferimento negativo attorno al quale si è costruita la democrazia tedesca. Il problema è capire come mantenere viva questa memoria quando essa non appartiene più all&#8217;esperienza vissuta ma soltanto alla storia.</p>



<p><strong>L&#8217;intelligenza artificiale sta contribuendo a trasformare profondamente questo processo. </strong>Archivi che per decenni sono rimasti accessibili soltanto agli specialisti vengono oggi aperti al grande pubblico. Le tecnologie di riconoscimento testuale, indicizzazione automatica e ricerca semantica consentono di analizzare quantità di documenti che in passato sarebbero state ingestibili. La memoria storica entra così nell&#8217;era digitale, diventando più accessibile ma anche più personale.</p>



<p>Il caso del motore di ricerca dei membri della NSDAP mostra come l&#8217;intelligenza artificiale possa modificare non soltanto il modo in cui studiamo il passato, ma anche il modo in cui lo viviamo. La storia non resta confinata nei libri o nei musei. Entra direttamente nelle biografie individuali, nelle famiglie e nelle identità personali. Ogni ricerca effettuata sul database rappresenta in fondo una domanda rivolta non tanto agli archivi quanto a sé stessi: chi eravamo? Da dove veniamo? Quale rapporto abbiamo con quel passato?</p>



<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, <strong>la Germania continua dunque a confrontarsi con le stesse questioni fondamentali che hanno accompagnato la sua rinascita democratica. </strong>La differenza è che oggi questo confronto avviene in un contesto completamente nuovo, segnato dall&#8217;ascesa dei populismi, dalla rivoluzione digitale e dalla trasformazione delle culture della memoria. Il successo del progetto di Die Zeit suggerisce che, nonostante le tensioni politiche e la crescita di AfD, la domanda di conoscenza storica rimane fortissima.</p>



<p>Forse è proprio questa la lezione più importante che emerge dalla vicenda. <strong>Il passato non scompare perché una società decide di voltare pagina.</strong> Al contrario, continua a riaffiorare, assumendo forme nuove e utilizzando strumenti sempre più sofisticati. In Germania, oggi, quel passato passa anche attraverso gli algoritmi. E milioni di persone sembrano ancora voler sapere cosa nascondono gli archivi della propria storia familiare. Perché la questione non riguarda soltanto chi fosse nazista ottant&#8217;anni fa. Riguarda il modo in cui una democrazia moderna costruisce il proprio rapporto con la verità storica, mentre una nuova stagione di tensioni politiche e identitarie mette nuovamente alla prova il suo rapporto con il passato.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Addio agli A-4 della Fuerza Aérea Argentina, i temerari della guerra delle Falkland</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/addio-agli-a-4-della-fuerza-aerea-argentina-i-temerari-della-guerra-delle-falkland.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Bartoccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:15:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[caccia]]></category>
		<category><![CDATA[Isole Falkland]]></category>
		<category><![CDATA[Marina argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Oceano Atlantico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1109" height="831" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982.jpeg 1109w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-300x225.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-1024x767.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-768x575.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-600x450.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1109px) 100vw, 1109px" /></p>
<p>La Fuerza Aérea Argentina ha annunciato ieri la “dismissione definitiva” della flotta di A-4, gli aerei d’attacco al suolo che sono passati alla storia per le temerarie missioni a bassa quota condotte durante la Guerra delle Falkland</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/addio-agli-a-4-della-fuerza-aerea-argentina-i-temerari-della-guerra-delle-falkland.html">Addio agli A-4 della Fuerza Aérea Argentina, i temerari della guerra delle Falkland</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1109" height="831" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982.jpeg 1109w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-300x225.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-1024x767.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-768x575.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Argentine_A-4C_parked_during_Falklands_War_1982-600x450.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 1109px) 100vw, 1109px" /></p>
<p>L’<strong>Argentina</strong> ritira dal servizio gli ultimi esemplari dei suoi <strong>A-4 Fightinghawk</strong>, le versioni modernizzate dei venerabili A-4 Skyhawk che hanno prestato servizio per oltre sei decenni nella <em>Fuerza Aérea Argentina</em>, gli aerei d’attacco al suolo che sono passati alla storia per le temerarie missioni a bassa quota condotte durante la Guerra delle Falkland nel lontano 1982. Questo ritiro definitivo coincide con l’introduzione dei nuovi cacciabombardieri<strong>F-16 Fighting Falcon</strong> come “<em>nuovo caccia</em>” dell’Aviazione argentina, da anni al centro di un programma di “profondo rinnovamento” delle capacità operative che ora coincide con i “venti di cambiamento” che minacciano stravolgimenti strategici e riscatto per le <strong><a href="https://it.insideover.com/politica/washington-pronta-a-mollare-londra-le-falkland-e-la-diplomazia-del-rancore.html">Isole Malvinas</a></strong>.<br> <br>La <strong>Fuerza Aérea Argentina</strong> ha annunciato ieri la “<strong>dismissione definitiva</strong>” della flotta di Fightinghawk presso la base aerea di Villa Reynolds, nella provincia di San Luis. La base ospitava l’ultima unità argentina dotata di <strong>A-4AR/OA-4AR Fightinghawk</strong>, la 5ª Brigata Aerea. Secondo quanto riportato dall’Aeronautica argentina, la decisione di ritirare i venerabili A-4 si basa su “priorità di efficienza operativa e sostenibilità economica“, dato che mantenere operativi questi velivoli era diventata una “<em>sfida sempre più ardua negli ultimi anni</em>“. <br><br>Il Fightinghawk, versione specifica per la forza aerea argentina, era strettamente legato a un piano di modernizzazione condotto da Lockheed Martin sugli Skyhawk assegnati alla componente aerea del Corpo dei Marines degli Stati Uniti e consegnati negli <strong>anni </strong>Novanta.   Questi aerei da attacco al suolo, già noti ai piloti argentini, erano equipaggiati con il radar utilizzato nelle prime varianti dell’F-16 ed erano in grado di trasportare <strong>missili aria-aria Sidewinder</strong>. I Fightinghawk, decisamente più performanti dei loro predecessori, erano dotati di un sistema computerizzato di pianificazione delle missioni e di un nuovo computer di navigazione/attacco e, nonostante non fossero progettati come caccia da adibire alla difesa aerea, svolsero anche questo ruolo quando Buenos Aires si trovò costretta a ritirare i suoi ultimi caccia Mirage di fabbricazione francese.   </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="671" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01-1024x671.jpg" alt="" class="wp-image-517648" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01-1024x671.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01-600x393.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Screenshot-2026-05-19-alle-12.10.01.jpg 1452w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Nuovi caccia per ricostruire una capacità aerea</h2>



<p>Secondo quanto <a href="https://www.twz.com/air/argentina-retires-its-a-4-fightinghawks">riportato</a> da The War Zone, la Fuerza Aérea Argentina ha investito diversi anni a “<em>ricostruire la propria capacità di caccia</em>”, ma è stata “<em>ripetutamente ostacolata dagli sforzi britannici per bloccare potenziali acquisti di caccia</em>”. Dopo aver acquistato altri aerei dalla Francia, ricordiamo i Super Etendard dismessi dalla portaerei Charles De Gaulle che non poterono essere impiegati per <a href="https://www.ilgiornale.it/news/guerra/milei-manda-i-suoi-caccia-kiev-largentina-non-pu-volarci-2333523.html">colpa dell’embargo</a>, gli analisti ipotizzano che l’Argentina potesse spingersi a concludere accordi con la Cina o la Russia. Ragione per cui gli <strong>Stati Uniti</strong> – che guardano con <strong>interesse alle Isole Falkland</strong> o Isole Malvine come hub nell’Atlantico Meridionale nel piano di contenimento dell&#8217;<a href="http://Gli Stati Uniti vogliono mantenere le linee di comunicazione del Mar Atlantico meridionale (Canale di Beagle, Stretto di Magellano, passaggio di Drake), libere da presenze ostili.">espansione cinese</a> – hanno finito con l’approvare il trasferimento di due squadriglie di F-16 dalla Danimarca all’Argentina, aerei che il Dipartimento di Stato americano definì come “v<em>elivoli multiruolo a basso costo e ad alte prestazioni</em>“. <strong>Le due squadriglie comprendono sedici monoposto F-16AM e otto biposto F-16BM</strong>, e sono state seguite da diverse cellule di vecchi Viper da impiegare come fonti di pezzi di ricambio. L’assenza di ricambi infatti aveva pesato sulla partita di Etendard francesi che si rivelarono un problema, invece che una soluzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal primo impiego negli anni Sessanta alla guerra delle Falkland</h2>



<p>Il ritiro del Fightinghawk segna anche la fine della lunga storia degli A-4 che hanno servito, a partire dal 1966, la Fuerza Aérea Argentina e l’<strong>Aviación Naval</strong> dell’Argentina. Prima della guerra delle Falkland che li rese celebri nella <strong>battaglia di San Carlos</strong>, lo scontro aeronavale sostenuto contro la forza di spedizione britannica, l’Argentina acquistò quattro lotti di 26 A-4 che erano appartenuti all’U.S. Navy, diventando il primo “<em>cliente estero</em>” dello Skyhawk. L’ultimo venne imbarcato a bordo della <strong>portaerei Veinticinco de Mayo</strong>, una nave di classe Colossus trasferita dal Regno Unito dopo aver prestato servizio con la Royal Navy britannica e la Royal Netherlands Navy.   </p>



<p>Quando nella primavera del 1982 la crisi delle isole Falkland portò gli argentini a sferrare un attacco a sorpresa contro il territorio d’oltremare britannico, erano circa 40 gli A-4 in servizio nelle forze aeree argentine. E servirono a condurre missioni d’attacco a bassissima quota dopo aver ricevuto rifornimento dalle aerocisterne KC-130 Hercules che li accompagnavano nel viaggio dalle coste dell’Argentina. Nel corso di oltre 200 sortite di combattimento, gli A-4 argentini affondarono <strong>quattro navi da guerra della Royal Navy</strong>, e ne danneggiarono altrettante.</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr">Gli A-4 Skyhawk sono stati la &quot;spina dorsale&quot; dell&#39;aviazione argentina durante la Guerra delle <a href="https://twitter.com/hashtag/Falkland?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Falkland</a> del 1982. A bordo di questi rodati caccia i piloti argentini effettuarono coraggiose missioni di attacco al suolo a bassissima quota, affondando diverse unità della <a href="https://twitter.com/hashtag/RoyalNavy?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#RoyalNavy</a> <a href="https://t.co/AUeBie81Tm">pic.twitter.com/AUeBie81Tm</a></p>&mdash; Davide B. (@DBinTweet) <a href="https://twitter.com/DBinTweet/status/2056687316354167142?ref_src=twsrc%5Etfw">May 19, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">La leggendaria missione degli A-4 </h2>



<p>Tra gli attacchi più temerari che vennero condotti a bordo degli A-4 Skyhawk durante la guerra delle Falkland, il più celebre è senza dubbio quello del <strong>25 maggio 1982</strong>, quando una formazione di sei aerei d&#8217;attacco al suolo di questo tipo, appartenenti al Grupo 5 de Caza e incaricata di colpire le due navi da guerra inglesi, il cacciatorpediniere <strong>HMS Coventry</strong> e la fregata <strong>HMS Broadsword</strong>, localizzate a Nord-Ovest delle Isole Falkland, o Malvinas che dir si voglia, condusse uno di quei temerari voli a bassissima quota per sganciare le proprie bombe, volando a pochi metri dalla superficie del mare per evitare il rilevamento radar e sfidando i sistemi missilistici Sea Wolf, il <strong>fuoco incrociato dei cannoni </strong>da 20 mm Oerlikon e degli antiaerei Bofors, oltre a tutte le mitragliatrici leggere che erano puntate su di loro. Come è noto, i quattro caccia, divisi in due coppie, riuscirono a sganciare le loro bombe perché il radar che avrebbe dovuto guidare i missili contro di loro non riuscì a tracciarli per un problema tecnico: non fu in grado di &#8220;<em>scegliere</em>&#8221; quale dei due Skyhawk tracciare.</p>



<p>La prima coppia sganciò le bombe ma mancò il bersaglio, mentre la seconda riuscì a colpire la Broadsword con <strong>una bomba Mk.17</strong> nonostante l&#8217;intenso fuoco antiaereo. La bomba però non esplose. L&#8217;ultima coppia di A-4, armati con tre bombe più leggere, colpì e danneggiò gravemente la <strong>HMS Coventry</strong>, che affondò in soli venti minuti. L&#8217;attacco portò alla morte di 19 marinai e al ferimento di altri 30, mentre tutti e sei gli A-4 tornarono alla base.</p>



<p>Durante la guerra delle Falkland <strong>gli argentini persero 19 A-4 Skyhawk e 17 piloti</strong>. Otto di questi vennero abbattuti dai missili aria-aria dei <strong>caccia Sea Harrier</strong> della Royal Navy britannica, soprannominati la &#8220;<em>Muerte negra</em>&#8220;. Il <strong>coraggio dei piloti della Fuerza Aérea Argentina</strong> e della <strong>Aviación Naval</strong> viene celebrato ancora oggi, ricordando che ognuno di loro sapeva di andare a combattere contro un avversario tecnologicamente più avanzato, senza armamento missilistico aria-aria, senza radar, senza un moderno sistema di navigazione, trasportando munizioni non guidate e senza apparecchiature di allarme radar che potessero avvertirli dei missili in arrivo.</p>



<p>Dopo la dismissione degli A-4 argentini,<strong> rimangono in servizio i pochi Skyhawk</strong> che fanno ancora parte dell&#8217;<strong>Aeronautica Militare Brasiliana</strong>, ma si ritiene che il loro periodo di servizio terminerà a breve, relegando gli A-4 alle squadriglie di <a href="https://it.insideover.com/guerra/cattivi-addestrano-top-gun-americani.html">contractor militari privati</a> che hanno sempre apprezzato questo aereo per la sua agilità, rendendolo una piattaforma eccellente nelle vesti di &#8220;avversario&#8221; nell&#8217;addestramento al combattimento e lasciando allo Skyhawk un posto d&#8217;eccezione tra i famosi &#8220;<strong>Aggressor</strong>&#8221; che servono a preparare i piloti da combattimento delle migliori aeronautiche militari del mondo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/addio-agli-a-4-della-fuerza-aerea-argentina-i-temerari-della-guerra-delle-falkland.html">Addio agli A-4 della Fuerza Aérea Argentina, i temerari della guerra delle Falkland</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Palestina: 1948, l&#8217;anno degli orrori</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/palestina-1948-lanno-degli-orrori.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Paoletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 05:53:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Nabka]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="965" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Palestina: 1948, l&#039;anno degli orrori" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-1024x515.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-768x386.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-1536x772.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-600x302.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Come si evacua un villaggio? È semplice: tagli l’orecchio di un arabo davanti agli altri e tutti fuggono”</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/palestina-1948-lanno-degli-orrori.html">Palestina: 1948, l&#8217;anno degli orrori</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="965" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Palestina: 1948, l&#039;anno degli orrori" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-1024x515.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-768x386.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-1536x772.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/A1H-copia2-600x302.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“Era necessario il terrore per cacciare gli arabi”. Con queste parole si apre un lungo articolo pubblicato da Haaretz che <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-02-27/ty-article-magazine/.highlight/terror-was-needed-to-make-arabs-leave-what-israels-army-did-in-48-revealed/0000019c-9a4b-d930-ad9f-feffd8c80000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">analizza nuovi documenti relativi al 1948</a>, l’anno della Nakba, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi dalle loro case durante la nascita dello Stato di Israele.</p>



<p>L’inchiesta è molto articolata e ricca di materiali d’archivio: impossibile sintetizzarne tutti i contenuti, per cui rimandiamo al <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-02-27/ty-article-magazine/.highlight/terror-was-needed-to-make-arabs-leave-what-israels-army-did-in-48-revealed/0000019c-9a4b-d930-ad9f-feffd8c80000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">testo integrale </a>sugli orrori consumati allora, che la storia ha evitato di raccontare nella loro drammaticità.</p>



<p>Lo stesso giornale, in un&nbsp;<a href="https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/2026-03-03/ty-article/.premium/the-violent-truth-about-israels-expulsion-of-palestinians-in-48-is-nothing-new/0000019c-adb6-db6a-a7bc-efffd6bb0000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo successivo</a>, fa però una precisazione importante: i palestinesi in realtà li hanno raccontati, eccome, e molto prima che questi documenti emergessero dagli archivi israeliani. &#8220;Presentarli oggi come se fossero gli unici a rivelare la verità rischia quindi di concedere a Israele, ancora una volta, la prima e l’ultima parola nello scrivere la storia ufficiale&#8221;.</p>



<p>Ciò nonostante, la diffusione di questo materiale ha un peso significativo, soprattutto perché contribuisce a mettere in discussione alcune narrazioni consolidate della propaganda sionista.</p>



<p>A trovare casualmente, come ha raccontato lei stessa, i documenti nel 2024 è stata Ronit Zilberman, una zoologa di Tel Aviv, che li ha consegnati all’Istituto Akevot, un centro di ricerca sul conflitto israelo-palestinese. Il materiale apparteneva a Rafi Kotzer, uno dei primi soldati della brigata Golani e fondatore dell’unità di commando del 12° battaglione.</p>



<p>Tra le carte, un ordine firmato da Yitzhak Broshi, comandante del 12º battaglione Golani, datato luglio 1948 e intitolato “Condotta nei villaggi conquistati dove c’è popolazione”. Il documento non lascia spazio a interpretazioni: stabilisce una serie di ordini che prevedono fucilazioni sommarie e punizioni collettive contro la popolazione civile.</p>



<p>Gli abitanti dei villaggi dovevano ricevere dei documenti di identificazione, ma chi li cedeva ad altri poteva essere immediatamente giustiziato. Chi non si presentava ai controlli militari rischiava di essere ucciso e di vedere la propria casa fatta saltare in aria. Se nel villaggio interessato all&#8217;operazione veniva trovato un “arabo di un altro villaggio, l’ordine era di sparargli sul posto&#8221;.</p>



<p>In alcuni casi le direttive prevedevano persino la cosiddetta “decimatio”: l’uccisione di un uomo ogni dieci. Per una comunità beduina della Galilea, al-Zabah, l’ordine era ancora più esplicito: non doveva rimanere “nessuna anima viva”.</p>



<p>Molte delle pratiche utilizzate per spopolare i villaggi arabi non compaiono nei libri di storia israeliani – né in gran parte della storiografia occidentale. Le testimonianze descrivono l’uso sistematico della violenza, delle esecuzioni e del terrore come strumenti tesi a spingere la popolazione civile a fuggire.</p>



<p>“Come si evacua un villaggio? È semplice: tagli l’orecchio di un arabo davanti agli altri e tutti fuggono”, recita una delle citazioni riportate nell’inchiesta. In altri passaggi si legge che nessun villaggio è stato evacuato senza ferire o uccidere qualcuno per diffondere il panico tra gli abitanti.</p>



<p>Molti dei documenti provengono anche dagli atti di processi militari celebrati dopo la guerra. Il caso più noto è quello di Shmuel Lahis, comandante di compagnia della brigata Carmeli, accusato di aver ucciso decine di abitanti del villaggio di Hula, vicino al confine libanese. Lahis fu condannato a un anno di prigione, ma non scontò realmente la pena: venne presto graziato e in seguito divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica.</p>



<p>Durante il suo processo emersero testimonianze significative da parte di alti ufficiali. Mordechai Maklef, allora ufficiale operativo e futuro Capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, dichiarò che in diverse operazioni “la potenziale popolazione nemica- cioè i civili &#8211; fu annientata”. Per espellere decine di migliaia di persone dalla Galilea, era necessario creare “un elemento iniziale di terrore”.</p>



<p>Altri ufficiali descrissero pratiche simili. Il comandante Maxim Cohen spiegò brutalmente il meccanismo dell’espulsione: bastava mutilare o uccidere un abitante davanti agli altri perché la gente del villaggio fuggisse.</p>



<p>Haim Ben-David, altro ufficiale della brigata Carmeli, testimoniò che gli ordini scritti evitavano di menzionare esplicitamente le uccisioni, ma che le istruzioni verbali erano chiare e note ai comandanti sul campo. Se un abitante rifiutava di lasciare la propria casa, disse, “riceveva una pallottola”.</p>



<p>Le testimonianze mostrano anche come spesso venisse ordinato di non fare prigionieri. In diversi casi documentati, i civili che cercavano di tornare nei loro villaggi dopo la guerra furono fucilati.</p>



<p>Parallelamente ai nuovi documenti, negli ultimi anni numerosi studi accademici e testimonianze hanno provato a ricostruire la dimensione delle violenze del 1948. Uno studio pubblicato nel 2021 nel libro <a href="https://www.palestine-studies.org/en/node/1653914" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Voices of the Nakba: A Living History of Palestine</a> individua uno schema ricorrente nelle operazioni dell’epoca: i villaggi venivano accerchiati, quindi spari e bombardamenti seminavano il panico così che parte degli abitanti era costretta alla fuga; chi rimaneva – in particolare gli uomini tra i 15 e i 50 anni – veniva spesso ucciso; infine case e edifici venivano distrutti o incendiati, &#8220;talvolta con le persone ancora al loro interno&#8221;.</p>



<p>Questa prassi era ricompresa in una strategia più ampia che, secondo l’inchiesta, sarebbe stata accompagnata da un lungo processo di occultamento. Israele, infatti, ha mantenuto per decenni un rigido controllo sugli archivi: dei circa 17 milioni di documenti conservati negli archivi statali e militari, oltre 16 milioni restano tuttora inaccessibili al pubblico.</p>



<p>Una segretezza che ha visto coinvolte anche le istituzioni giudiziarie. Nel 2010, ad esempio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana respinse la richiesta di pubblicare documenti e immagini relativi al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Deir_Yassin">massacro di Deir Yassin</a>, sostenendo che “la loro diffusione avrebbe potuto danneggiare la politica estera del paese e le relazioni con la minoranza araba”.</p>



<p>A quasi ottant’anni da quegli eventi, “in Israele esiste ancora una profonda spaccatura tra la memoria collettiva e la realtà storica documentata”. I crimini commessi nel 1948 restano in gran parte nascosti o rimossi, coperti da una duratura cultura del silenzio.</p>



<p>Una rimozione che non riguarda soltanto il passato, ma il presente della società israeliana. &#8220;Una società che per generazioni reprime la memoria di massacri, espulsioni e uccisioni tende più facilmente a chiudere gli occhi di fronte alle violenze&#8221;.</p>



<p>A Gaza sono stati uccisi centinaia di migliaia di civili eppure, annota Haaretz, nessun soldato è stato incriminato per omicidio o crimini di guerra. Finora &#8211; incredibilmente, o forse no &#8211; l’unico processo noto riguarda un militare accusato di saccheggio. E conclude: &#8220;La negazione dei crimini del 1948 ha alimentato decenni di conflitto. Quali conseguenze avrà su di noi [e su altri ndr.] la negazione dei crimini di Gaza?&#8221;</p>



<p>_____________</p>



<p></p>
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		<title>Nakba, il giorno in cui 770 mila palestinesi persero la patria</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/nakba.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 05:53:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1536x1013.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 15 maggio, il popolo palestinese ricorda la Nakba, il giorno in cui 700mila palestinesi furono cacciati dal nuovo Stato di Israele.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1536x1013.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ogni anno, il <strong>15 maggio</strong>, il popolo palestinese ricorda la <strong>Nakba</strong>, letteralmente &#8220;disastro&#8221; o &#8220;catastrofe&#8221;. Settantasei anni fa, 700mila palestinesi vennero cacciati dalle proprie case dal nuovo Stato di Israele. Era il 1948, l’anno in cui la Palestina perse la guerra contro Israele. Il 15 maggio è il ricordo di una sconfitta, ma anche l&#8217;inizio delle violenze e delle persecuzioni che giungono fino ai giorni nostri. La data è simbolica, poiché si tratta del giorno seguente alla nascita dello Stato di Israele, ovvero il 14 maggio 1948. Ogni anno il popolo palestinese commemora questo giorno, esponendo alcuni simboli durante le manifestazioni e le parate. Tra questi simboli sono note le <strong>chiavi</strong>, con cui rivendicano il ritorno alle case da cui vennero cacciati con violenza. Il gesto ricorda anche una delle tradizioni dei profughi palestinesi legate a questi eventi, che consiste nel conservare la chiave della vecchia abitazione, passandola di padre in figlio.</p>



<p>L’<strong>Onu</strong>, alla fine della guerra del 1948, aveva garantito ai palestinesi il diritto di ritorno alle proprie case, ma Israele non ha mai acconsentito e quel diritto, oggi, non è mai stato rivendicato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prima di Israele</strong></h2>



<p>Il territorio palestinese divenne luogo di interesse a partire dall’Ottocento, caratterizzato da un lento ma costante flusso migratorio dall’Europa. Veniva descritto come un territorio <strong>primitivo ma ricco di risorse</strong>, nonché una perfetta preda della colonizzazione.</p>



<p>La Palestina divenne meta di viaggiatori in cerca di nuove terre, ma anche dei missionari cristiani che desideravano visitare la Terra promessa, e in particolar modo divenne l&#8217;obiettivo dei nuovi programmi del movimento sionista. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento aumentò il flusso degli ebrei che si recavano in Palestina, dando il via ad un insediamento radicale che non teneva alcun conto della cultura e delle tradizioni locali della popolazione araba.</p>



<p>Conclusa la prima guerra mondiale, a causa della confitta dell&#8217;Impero ottomano, la Gran Bretagna divenne sovrana <em>de facto</em> della Palestina e, per ragioni diplomatiche, espresse la sua approvazione alla creazione di uno Stato ebreo in quei territori. Il mandato britannico durò dal 1920 al 1948, anni in cui ci fu una crescente immigrazione di ebrei. Trattandosi di due nazionalismi inconciliabili, in quegli anni la popolazione autoctona e i coloni sionisti vissero in una<strong> convivenza forzata</strong> e non mancarono momenti di tensione. In Occidente, invece, si discuteva sulla possibilità di una soluzione a due Stati o se creare un unico Stato arabo-israeliano.</p>



<p>Tra il <strong>1936 al 1939</strong> ci fu la Grande Rivolta, condotta dai nazionalisti palestinesi in opposizione al Sionismo e alla presenza britannica. La repressione britannica e la reazione delle organizzazioni sioniste fu violenta. Alla fine, però, i nazionalisti arabi ottennero un drastico contenimento dell’immigrazione ebraica. Il prezzo pagato non fu basso: la rivolta aveva causato 5mila morti dalla parte araba e 500 dalla parte ebrea. Inoltre, le organizzazioni paramilitari sioniste ne uscirono più forti, mentre la maggior parte dei componenti dell&#8217;élite politica araba palestinese fu arrestata e costretta all’esilio. Tra questi vi era il capo del Supremo Comitato Arabo, <strong>Hājjī Amīn al-Ḥusaynī</strong>, che si rifugiò nella Germania nazista cercando appoggio alla sua causa.</p>



<p>Il massacro mirato della popolazione palestinese da parte dei Sionisti iniziò molto prima della costituzione di uno Stato. Nel 1942 l&#8217;organizzazione terrorista Sionista <strong>Irgun</strong> iniziò ad attaccare i civili palestinesi, diversi furono i<a href="https://www.instagram.com/p/C6-0vdbu-dl/?igsh=MW1vaDZ3d2ZsNTNkbg%3D%3D"> bombardamenti mirati, le espulsioni e i massacri</a>.</p>



<p>In seguito agli eventi della seconda guerra mondiale, venne data la spinta necessaria per la creazione definitiva di uno Stato ebraico. Così la terra palestinese divenne perfetta per dare rifugio agli ebrei dopo la loro persecuzione in Europa, quindi, la terra in cui creare lo Stato di Israele per dare una casa a tutti gli ebrei del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Verso l’esodo</strong></h2>



<p>Nel 1947 l’Onu formò un <strong>Comitato speciale per la Palestina</strong>, con lo scopo di studiare la questione nell’area e fornire una soluzione alla convivenza tra il popolo arabo e i coloni sionisti. Gli emissari del Comitato, sfortunatamente, non avevano esperienza del Medio Oriente e seguirono uno schema di partizione pronto all’uso fornito dagli emissari sionisti, mentre i palestinesi non riuscirono a proporre alternative.</p>



<p>Il piano di partizione definitivo arrivò il 29 novembre 1947: il popolo ebreo otteneva la fascia costiera, Galilea occidentale e deserto del Negev; al popolo arabo venne lasciata un’area minoritaria. In pratica, il <strong>56 per cento</strong> del territorio doveva essere concesso agli ebrei e il resto ai palestinesi, mentre Gerusalemme sarebbe stata governata direttamente dall’ONU e rimanere territorio neutrale. I palestinesi non accettarono il piano, rifiutando l’idea che quello che era un territorio quasi interamente abitato da popolazioni arabe dovesse accogliere lo Stato di Israele. D’altra parte, però, questo diede un pretesto ai sionisti per creare il proprio Stato con la forza e far tornare in auge un progetto già in cantiere dagli anni Trenta che prevedeva l’espulsione della popolazione locale. Il periodo tra il 1947 e il 1948 fu caratterizzato da attacchi da parte degli arabi nei confronti delle comunità ebraiche e dalla distruzione da parte dei coloni sionisti dei primi villaggi arabi. A marzo 1948 scoppiò la guerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il giorno della Nakba</strong></h2>



<p>Il 14 maggio il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, <strong>David Ben Gurion, </strong>dichiarò la fondazione dello Stato di Israele. <strong>Cinquantotto villaggi </strong>arabi erano già stati sgombrati e i soldati israeliani li circondavano armati, lasciando una via per indurre alla fuga la popolazione locale. Chi invece si rifiutava di fuggire aveva dinanzi due scenari: essere caricato sugli autocarri per le <strong>deportazioni </strong>o essere <strong>fucilato</strong>. Quando i villaggi erano svuotati, si procedeva alla loro distruzione, per costruire nuovi insediamenti e per impedire rivendicazioni future dagli arabi. I palestinesi fuggiti trovarono rifugio nelle tendopoli improvvisate dall’Onu.</p>



<p>Successivamente fu formata una coalizione tra gli<strong> Stati arabi</strong>, Egitto, Iraq, Giordania e Siria, che attaccarono Israele. Nonostante qualche successo iniziale, l’esercito israeliano fu abbastanza forte da contrattaccare e sconfiggere gli eserciti avversari, estendendo persino il suo controllo a territori non riconosciuti dal piano Onu, successivamente approvati.</p>



<p>I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall&#8217;<strong>UNRWA</strong>, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente&nbsp;costituita nel 1949, erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Molti di questi risiedevano nei campi profughi palestinesi.</p>



<p>L’operazione di messa in fuga e di pulizia etnica messa in pratica da Israele nella primavera del 1948, costituisce la Nakba. Nonostante sia avvenuta nell’arco di mesi, la Nakba è ricordata dai palestinesi ogni anno il 15 maggio, proprio perché rappresenta il primo giorno di vita dello Stato di Israele, nonché uno dei giorni più difficili per la popolazione palestinese che ancora risiede nei territori israeliani. Inoltre, è considerata la data di origine dei problemi del popolo palestinese. Commemorare il Giorno della Nakba non è concesso in Israele da una legge del 2010, che vieta di celebrare la data di dichiarazione di indipendenza di Israele come un giorno di lutto. Questa restrizione riflette la necessità di promuovere l’identità e il patriottismo israeliano e cancellare il dolore della sconfitta, rappresentando anch’essa una violenza nei confronti del popolo palestinese.</p>



<p>Nel 2023, per la prima volta nella sua storia, anche l’ONU&nbsp;ha commemorato&nbsp;ufficialmente la Nakba. Il ritorno alla propria terra per i palestinesi rappresenta ormai un sogno infranto, un diritto irraggiungibile. Oggi ne rimane solo il labile, e per qualcuno vietato, ricordo.</p>
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		<title>L’ultima generazione: cosa resterà quando scompariranno i testimoni della Seconda Guerra Mondiale</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/lultima-generazione-cosa-restera-quando-scompariranno-i-testimoni-della-seconda-guerra-mondiale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 04:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="612" height="408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>La memoria, in fondo, è una scelta. Ogni generazione decide cosa ricordare e cosa dimenticare, cosa trasmettere e cosa lasciare morire.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="612" height="408" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1.jpg 612w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/istockphoto-157376515-612x612-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 612px) 100vw, 612px" /></p>
<p>La mente umana dimentica. È un dato di fatto biologico, ma anche una sfida che l&#8217;uomo affronta da millenni. Dalle tavolette d&#8217;argilla dei Sumeri agli appunti digitali sui nostri smartphone, il bisogno di fissare il pensiero — di trattenere ciò che rischia di sfuggire — accompagna la nostra specie come un filo rosso.</p>



<p><strong>Oggi viviamo un paradosso inedito</strong>: abbiamo accesso a più informazioni di qualsiasi generazione precedente, eppure <strong>la nostra capacità di ricordare sembra atrofizzarsi. </strong>Consumiamo contenuti in modo frenetico, sempre più brevi, sempre più frammentati. L&#8217;intelligenza artificiale può archiviare miliardi di dati, ma noi — esseri di carne e sinapsi — fatichiamo a ricordare cosa abbiamo letto la settimana scorsa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">DARE VOCE AL PASSATO: <a href="https://it.insideover.com/course-landing/public-history-e-giornalismo-narrativo">SCOPRI LA PUBLIC HISTORY </a></h2>



<p>Ma c&#8217;è un problema ancora più profondo: la <strong>memoria collettiva</strong>, quella che tiene insieme le comunità e fonda l&#8217;identità dei popoli, sta entrando in una fase critica. <strong>La progressiva scomparsa degli ultimi testimoni diretti della Seconda guerra mondiale segna un passaggio cruciale nella costruzione della memoria europea.</strong> Non si tratta soltanto della fine biologica di una generazione, ma della chiusura di una stagione in cui il racconto del Novecento è stato profondamente intrecciato con la presenza fisica, emotiva e morale di chi quegli eventi li aveva vissuti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://content.storicang.it/medio/2025/04/27/iconica-foto-di-joe-rosental-che-ritrae-i-soldati-americani-che-conquistano-la-cima-di-iwo-jima_46d70c1e_250427141400_1280x970.webp" alt=""/></figure>



<p>Prima di parlare di memoria collettiva, è utile capire cosa accade nel nostro cervello quando formiamo un ricordo. I meccanismi individuali, infatti, illuminano anche le dinamiche sociali della conservazione del passato. La memoria non è un archivio statico dove i dati vengono semplicemente depositati: <strong>la memoria non è una registrazione fedele, ma una ricostruzione attiva. </strong>Lo stesso vale per la memoria collettiva. Lo psicologo George Miller nel 1956 dimostrò che la memoria di lavoro può contenere circa sette elementi simultaneamente (il famoso &#8220;magical number seven&#8221;). Questa limitazione biologica ha implicazioni profonde: spiega perché ricordiamo meglio le storie che le liste, le emozioni che i fatti nudi.</p>



<p>Per decenni, <strong>la testimonianza diretta ha rappresentato un ponte tra passato e presente.</strong> Le parole di sopravvissuti come <strong>Primo Levi</strong> non erano semplicemente fonti, ma veri e propri dispositivi civili: la loro presenza nelle scuole, nei tribunali morali della memoria pubblica, nei media, contribuiva a costruire un senso condiviso della storia. In quell&#8217;incontro diretto, la distanza temporale veniva annullata. Il passato parlava al presente senza filtri.</p>



<p>Levi dedicò l&#8217;intera esistenza post-Auschwitz a una missione precisa: rendere l&#8217;esperienza del Lager comprensibile a chi non l&#8217;aveva vissuta. I suoi libri — <em>Se questo è un uomo</em>, <strong>La tregua</strong>, <em>I sommersi e i salvati</em> — non sono semplici memorie. Sono tentativi metodici di costruire ponti cognitivi tra l&#8217;indicibile e il comprensibile. Levi era un chimico: il suo approccio alla testimonianza rifletteva questa formazione. Catalogava, analizzava, scomponeva. Non cercava l&#8217;empatia attraverso il pathos, ma attraverso la precisione. &#8220;<strong>Il testimone scomodo</strong>&#8221; — così si definiva — sapeva che la sua efficacia dipendeva dalla capacità di far capire, non solo di far sentire.</p>



<p>Consapevole dell&#8217;urgenza, <strong>Steven Spielberg</strong> fondò nel 1994 la <strong>USC Shoah Foundation</strong> (originariamente <em>Survivors of the Shoah Visual History Foundation</em>), con l&#8217;obiettivo di raccogliere e preservare le testimonianze dei sopravvissuti all&#8217;Olocausto. I numeri del progetto sono impressionanti: oltre 55.000 testimonianze video raccolte, interviste condotte in 65 Paesi e 43 lingue, più di 115.000 ore di registrazioni, espansione ad altri genocidi (Ruanda, Armenia, Guatemala, Cambogia). L&#8217;archivio rappresenta la più grande raccolta di testimonianze orali mai realizzata. Ma — e qui sta il nodo cruciale — <strong>guardare un&#8217;intervista registrata non è lo stesso che confrontarsi con una persona in carne e ossa.</strong></p>



<p>La differenza non è solo emotiva. È epistemologica. Il testimone presente può essere interrogato, può rispondere a domande impreviste, può reagire al contesto specifico del suo pubblico. Il video, per quanto prezioso, è unidirezionale. Il passaggio dalla memoria vivente alla memoria archiviata si manifesta con particolare evidenza nei luoghi simbolo della Shoah. Musei, memoriali e siti storici stanno ripensando radicalmente la propria funzione.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.repstatic.it/content/nazionale/img/2019/05/08/194112799-13beaea0-5843-44f9-bb50-4fe1071c18b8.jpg?webp" alt=""/></figure>
</div>


<p>Il Museo di Auschwitz-Birkenau ha accolto nel tempo milioni di visitatori. Per anni, la visita poteva includere l&#8217;incontro con un sopravvissuto. Oggi questa possibilità non esiste praticamente più. Il sito si trova a ripensare radicalmente la propria funzione. Il racconto si affida sempre più agli spazi, agli oggetti, alle tracce materiali: le tonnellate di capelli umani conservati nel Blocco 4, le valigie con i nomi dei deportati, le scarpe dei bambini, ammucchiate dietro le vetrine, le fotografie scattate dalle SS, poi recuperate. Il visitatore è chiamato a costruire autonomamente il proprio rapporto con il passato. Non c&#8217;è più una voce che guidi, che spieghi, che incarni. C&#8217;è il silenzio dei luoghi e il peso degli oggetti.</p>



<p>Piotr Cywiński, direttore del museo dal 2006, ha riflettuto a lungo su questa transizione: &#8220;Per settant&#8217;anni abbiamo potuto contare sulla presenza dei sopravvissuti. Ora dobbiamo imparare a trasmettere la stessa verità senza di loro. È una sfida enorme&#8221;. La riflessione tedesca sulla &#8220;memoria senza testimoni&#8221; (<em>Erinnerung ohne Zeitzeugen</em>) è particolarmente avanzata. I siti commemorativi dei campi di concentramento — Dachau, Buchenwald, Sachsenhausen — hanno progressivamente sostituito la presenza dei sopravvissuti con percorsi didattici innovativi. Il modello si basa su tre pilastri:</p>



<p>-Biografie individuali — Invece di parlare di numeri, si raccontano storie singole. Al visitatore viene assegnata l&#8217;identità di una vittima specifica, di cui segue il percorso attraverso il campo.</p>



<p>-Documenti primari — Lettere, diari, fotografie, registri vengono presentati nella loro materialità originale, non solo come riproduzioni.</p>



<p>-Responsabilità dello spettatore — Il visitatore non è un ricettore passivo. Deve interpretare, collegare, trarre conclusioni. L&#8217;obiettivo non è replicare l&#8217;esperienza della testimonianza, ma costruire una nuova forma di coinvolgimento.</p>



<p>Il <strong>Mémorial de la Shoah </strong>di Parigi ha investito massicciamente nella digitalizzazione e negli strumenti educativi. La piattaforma online integra testimonianze video sottotitolate e indicizzate, archivi fotografici navigabili, percorsi didattici differenziati per età e livello, strumenti per la ricerca genealogica delle vittime. L&#8217;approccio francese punta sull&#8217;accessibilità: rendere le fonti disponibili al</p>



<p>Per le <strong>generazioni nate dopo il 2000</strong>, la Seconda guerra mondiale è lontana quanto le guerre napoleoniche lo erano per i nati negli anni &#8217;60. Non c&#8217;è memoria familiare diretta, non ci sono nonni che raccontano. La guerra rischia di essere percepito come un evento quasi mitologico, scollegato dalla concretezza delle vite che lo hanno attraversato. Film, serie televisive, romanzi e contenuti digitali contribuiscono a costruire l&#8217;immaginario collettivo. Ma non sempre riescono a restituire la complessità storica. Oggi, questo argine si sposta sul terreno delle fonti e della ricerca. È più facile negare un documento che contraddire una persona in carne e ossa. I social media amplificano il problema. Contenuti negazionisti o revisionisti circolano liberamente, raggiungendo pubblici che non hanno gli strumenti critici per valutarli. La sfida diventa culturale: mantenere alto il livello di consapevolezza storica in una società sempre più esposta a semplificazioni e distorsioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://file.crescita-personale.it/site/image/hotspot_article_first/14570.jpg" alt=""/></figure>
</div>


<p><strong>Come si conserva ciò che rischia di andare perduto?</strong> Le strategie sono diverse a seconda che parliamo di memoria individuale o collettiva, ma condividono alcuni principi fondamentali.</p>



<p>La digitalizzazione offre possibilità senza precedenti per la conservazione della memoria. I vantaggi sono evidenti: capacità illimitata, accessibilità globale, ricercabilità, preservazione. Ma ci sono anche limiti significativi:</p>



<p>• Obsolescenza dei formati — Riusciremo a leggere i file di oggi tra cinquant&#8217;anni?</p>



<p>• Fragilità delle infrastrutture — Server, piattaforme, aziende possono scomparire;</p>



<p>• Sovraccarico informativo — L&#8217;eccesso di dati può ostacolare, non facilitare, la comprensione;</p>



<p>• Perdita del contesto — Un documento digitale isolato può perdere significato</p>



<p>C&#8217;è un principio che accomuna tutte le tecniche efficaci di conservazione della memoria: la narrazione. Il cervello umano non è progettato per ricordare dati isolati. <strong>È progettato per ricordare storie</strong>. Le informazioni inserite in una struttura narrativa — con personaggi, conflitti, sviluppi — vengono codificate in modo più profondo e duraturo. Questo vale anche per la memoria collettiva. I fatti storici che sopravvivono nelle culture sono quelli che sono stati trasformati in racconti. L&#8217;Olocausto rimarrà nella memoria occidentale non solo per i documenti negli archivi, ma perché è stato raccontato — da Levi, da Wiesel, da Anne Frank, da centinaia di testimoni e narratori.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.latercera.com/resizer/v2/LASIQHKNGBDLVBFQY3VITGM3PE.jpg?auth=e67fbebdc6abc42e2b4f09053638e3c943edd9bcc3b3211cd3595c9b283cdc37&amp;smart=true&amp;width=990&amp;height=557&amp;quality=70" alt=""/></figure>



<p>Per gli storici, la scomparsa dei testimoni significa rafforzare il rigore metodologico e la capacità di comunicare al di fuori dell&#8217;accademia. Non basta produrre ricerca: bisogna renderla accessibile, comprensibile, rilevante. Per i public historian — gli storici che operano in ambito divulgativo, museale, educativo — la sfida è sviluppare nuovi linguaggi capaci di sostituire, almeno in parte, la forza della testimonianza diretta. Questo può significare:</p>



<p>• <strong>Narrazioni immersive</strong> — Realtà virtuale, installazioni interattive, esperienze che coinvolgano il visitatore attivamente;</p>



<p>• <strong>Storytelling digitale</strong> — Podcast, documentari, contenuti social che raggiungano i pubblici giovani dove sono;</p>



<p>• <strong>Educazione critica</strong> — Insegnare non solo i fatti, ma gli strumenti per valutare le fonti e riconoscere le distorsioni.</p>



<p>Per le istituzioni europee, significa investire in politiche della memoria che non si limitino alla commemorazione rituale, ma promuovano una comprensione critica del passato. I giorni celebrativi rischiano di diventare un rito vuoto se non sono accompagnati da un lavoro educativo profondo durante tutto l&#8217;anno.</p>



<p>La scomparsa dei testimoni non è la fine della memoria, ma l&#8217;inizio di una fase diversa — più complessa e più esigente. La storia non può più contare sulla presenza di chi l&#8217;ha vissuta: deve trovare nuove forme per restare viva, comprensibile e rilevante. In questo passaggio, l&#8217;Europa si confronta con una responsabilità inedita. Non si tratta solo di conservare il passato, ma di decidere <strong>come trasmetterlo alle generazioni</strong> che non avranno mai incontrato chi c&#8217;era.</p>



<p><strong>È qui che si gioca il futuro della memoria: non nella quantità di informazioni disponibili, ma nella qualità delle narrazioni che sapremo costruire</strong>. La memoria, in fondo, è una scelta. Ogni generazione decide cosa ricordare e cosa dimenticare, cosa trasmettere e cosa lasciare morire. I testimoni ci hanno consegnato le loro storie. Ora tocca a noi decidere cosa farne.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Capire come il passato viene usato nel racconto dell’attualità è una delle sfide del giornalismo contemporaneo. Nata, come definizione, nell’ambiente accademico americano degli anni ’70, la public history è un concetto che si propone di fare da ponte tra il sapere esperto dello storico e la memoria vissuta dalla collettività. Per rendere la storia non solo accessibile, ma partecipata.</em></strong></h2>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Proprio per questo ho realizzato un videocorso dedicato al rapporto tra public history e giornalismo narrativo.&nbsp;<a href="https://it.insideover.com/course-landing/public-history-e-giornalismo-narrativo">Per saperne di più clicca qui</a>.</em></strong></h2>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lultima-generazione-cosa-restera-quando-scompariranno-i-testimoni-della-seconda-guerra-mondiale.html">L’ultima generazione: cosa resterà quando scompariranno i testimoni della Seconda Guerra Mondiale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>&#8220;Ombre sulla Repubblica 1945-1948&#8221;: Aldo Giannuli e le storie oscure dell&#8217;Italia costituente</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/lalba-della-repubblica-1945-1948-aldo-giannuli-e-le-storie-oscure-dellitalia-costituente.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 05:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Giannuli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="parlamento" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un grande saggio interpretativo che assume il triennio 1945-1948 come la matrice profonda dell’Italia contemporanea. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lalba-della-repubblica-1945-1948-aldo-giannuli-e-le-storie-oscure-dellitalia-costituente.html">&#8220;Ombre sulla Repubblica 1945-1948&#8221;: Aldo Giannuli e le storie oscure dell&#8217;Italia costituente</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="parlamento" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/parlamento-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p id="m_-5808065658364204845docs-internal-guid-f758e681-7fff-f975-b669-d5022ea0e80e">Ci sono libri di storia che ricostruiscono una sequenza di fatti, e ce ne sono altri che tentano qualcosa di più ambizioso: spiegare perché un paese, a distanza di decenni, continui a portarsi addosso i segni del proprio atto di nascita. <em><strong>Ombre sulla Repubblica. 1945-1948</strong></em> di Aldo Giannuli appartiene nettamente alla seconda categoria. Non è un semplice volume sul dopoguerra italiano, né una cronaca del passaggio dalla monarchia alla Repubblica, né una rassegna dei lavori della Costituente. È, piuttosto, <strong>un grande saggio interpretativo che assume quel triennio come la matrice profonda dell’Italia contemporanea:</strong> il luogo in cui si definiscono i rapporti di forza, le culture politiche, i dispositivi di contenimento, i patti sociali, le ambiguità istituzionali e perfino le anomalie permanenti del sistema repubblicano. Questo impianto è dichiarato fin dall’introduzione, dove Giannuli afferma che il libro nasce da quasi quarant’anni di riflessioni sul sistema di potere formatosi in Italia dopo il fascismo e ancora, pur trasformato, in larga misura vigente. La sua tesi è esplicita: se l’Italia è ancora oggi quel che è, nel bene e nel male, lo si deve al fatto che tra il 1945 e il 1948 furono gettate le fondamenta del sistema sociale, economico e politico della Prima Repubblica.</p>



<p>Questa premessa è decisiva perché permette di cogliere subito la natura del libro. Giannuli non scrive sotto il segno dell’anniversario celebrativo, ma della polemica storiografica. Egli contesta il cosiddetto “mainstream storiografico” e propone una lettura alternativa del dopoguerra, fondata su una categoria centrale: <strong>quella di “guerra civile latente”, destinata poi a trasformarsi in “guerra civile fredda”.</strong> È forse il nucleo teorico più forte e controverso dell’opera. Per l’autore, il triennio costituente non va letto come una semplice transizione dalla dittatura alla democrazia, ma come una fase in cui il conflitto interno resta aperto, non esplode in una guerra civile in senso pieno, ma continua a operare sotto traccia, dentro lo Stato, tra i partiti, nelle strade, nei servizi, nei rapporti internazionali e nell’immaginario delle classi dirigenti. <strong>Giannuli sostiene che il 18 aprile 1948 segna la “normalizzazione” di questa fase:</strong> non la fine del conflitto, ma il suo congelamento entro forme politiche e istituzionali più stabili. Da lì nascerebbe la “guerra civile fredda”, cioè una frattura permanente che non sfocia nello scontro armato generale, ma ordina la vita politica italiana per decenni.</p>



<p>Già qui si coglie il pregio maggiore del libro: la capacità di combinare storia politica, storia delle istituzioni, storia sociale, storia dell’intelligence e relazioni internazionali entro un unico telaio interpretativo. Giannuli rivendica apertamente un metodo transdisciplinare, criticando una storiografia troppo schiacciata sulla sola narrazione politica e troppo poco attenta ai nessi tra strutture giuridiche, assetti sociali, modelli organizzativi dei partiti, ruolo della Chiesa, apparati di sicurezza e dinamiche internazionali. In questo senso, <em>Ombre sulla Repubblica</em> è un libro che non si accontenta di raccontare chi ha vinto e chi ha perso, ma <strong>vuole spiegare come si sia costruita una “Costituzione materiale” del nuovo ordine italiano</strong>, distinta e in parte eccedente rispetto alla Costituzione formale. L’ambizione è notevole e, comunque la si giudichi, va riconosciuto che Giannuli la sostiene con una architettura di grande respiro: nove capitoli, dalle condizioni internazionali del dopoguerra fino alla “guerra civile fredda”, con snodi dedicati al sistema dei partiti, al clandestinismo fascista, alla rinascita dei servizi segreti, a Portella della Ginestra, alle svolte del 1947, a Pio XII, alla Democrazia Cristiana, al PCI e infine alla chiusura del ciclo costituente.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un impianto poderoso, più interpretativo che narrativo</strong></h2>



<p>Il libro colpisce innanzitutto per la sua costruzione. Non è scritto come una storia lineare e piana del 1945-1948. È una macchina argomentativa. Ogni capitolo affronta un versante del problema e tende a dimostrare che il dopoguerra fu molto più drammatico, armato, ambiguo e internazionalizzato di quanto una certa memoria pubblica italiana abbia a lungo ammesso. La parte iniziale, per esempio, insiste su due elementi spesso dati per scontati e invece ripensati da Giannuli: il quadro internazionale e la condizione giuridica dell’Italia sconfitta. <strong>L’autore contesta il mito di Jalta come spartizione già definita del mondo </strong>e insiste sul fatto che la linea della “cortina di ferro” si consolidi gradualmente tra il 1946 e il 1948, anche attraverso la Grecia, la Cecoslovacchia e la politica del containment. Allo stesso modo, insiste sulla posizione ambigua dell’Italia: non pienamente alleata, non riducibile però nemmeno a semplice nazione vinta in senso uniforme, perché cobelligerante, ma seduta al tavolo di pace in una veste politica e istituzionale radicalmente diversa rispetto a quella che aveva dichiarato guerra. Questo tema non è un dettaglio tecnico: per Giannuli è uno dei fattori che rendono il caso italiano intrinsecamente instabile e aperto a pressioni contraddittorie.</p>



<p><strong>La forza del libro sta anche nel rifiuto di una lettura moralistica della storia. </strong>Giannuli polemizza con lo “storico-giudice”, con il metodo tribunalesco, con la storiografia che si mette nei panni dell’accusa o della difesa e trasforma il passato in un’aula di tribunale. Rivendica, al contrario, la necessità di capire tutti, di non fare sconti a nessuno, di essere più severi con la parte più vicina e più aperti con quella avversa per compensare le inclinazioni inconsce della militanza o della simpatia politica. È una dichiarazione metodologica importante, perché spiega il tono dell’intero volume: Giannuli è partecipe, evidentemente non neutro nel senso astratto del termine, ma cerca di darsi una disciplina interpretativa che consiste nel riconoscere la logica di ogni attore, anche di quelli ideologicamente lontani. Questo atteggiamento, nel libro, produce effetti interessanti soprattutto quando affronta il fascismo clandestino, Togliatti, la Chiesa di Pio XII o i servizi. Non sempre l’autore riesce davvero a sottrarsi alle proprie passioni polemiche, ma il tentativo è serio e spesso produttivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La guerra civile latente come chiave di lettura</strong></h2>



<p>La tesi della “guerra civile latente” è il perno del saggio e il punto da cui dipende gran parte del suo valore interpretativo. Giannuli insiste che il 25 aprile non chiude veramente la guerra civile; ne chiude una fase, ma quasi subito se ne apre un’altra. Al conflitto tra fascisti e antifascisti subentra rapidamente una frattura interna al campo vincitore, dentro il CLN, tra una linea moderata-conservatrice e una prospettiva di trasformazione più radicale. In più, pesano la povertà diffusa, la debolezza dell’ordine pubblico, la vendetta sociale, i conti irrisolti della Resistenza, la presenza di reti clandestine fasciste, i servizi stranieri, le armi nascoste, le aspettative rivoluzionarie o controrivoluzionarie. Per l’autore, ridurre la violenza del dopoguerra a una lunga coda caotica della guerra o, al contrario, a semplice criminalità comune significa non comprendere la struttura del momento. La sua ricostruzione insiste proprio sull’intreccio tra criminalità, vendetta politica, conflitto ideologico, resa dei conti sociale e penetrazione internazionale.</p>



<p>Questa impostazione è molto convincente in almeno due sensi. Primo: <strong>costringe a liberarsi dell’immagine rassicurante di una Repubblica nata in un clima quasi unanimistico</strong>, come se il referendum, la Costituente e la Carta avessero operato in un vuoto di forza. Secondo: restituisce centralità ai rapporti di potere concreti, agli apparati, alle armi, ai margini della violenza, agli attori irregolari. Il dopoguerra italiano, in questa chiave, non è la semplice “aurora” della democrazia, ma una fase liminare in cui la democrazia viene costruita mentre intorno sopravvivono ipotesi di guerra civile, tentazioni golpiste, formazioni clandestine e ingerenze di potenze straniere. È una lettura aspra, ma molto feconda. Inoltre, Giannuli le conferisce un esito paradossale: proprio da quel groviglio quasi miracoloso nascerà una delle migliori Costituzioni del mondo, pur segnata da limiti e punti critici. Questo contrasto tra drammaticità del contesto e qualità dell’esito costituzionale è uno dei motivi più interessanti del libro.</p>



<p>Va detto, però, che qui emerge anche uno dei rischi dell’opera. La categoria di “guerra civile latente” ha grande forza evocativa e interpretativa, ma tende a funzionare come una chiave totalizzante. In certi passaggi il lettore può avere l’impressione che quasi ogni fenomeno del dopoguerra venga ricondotto a quella matrice, con il pericolo di una certa ipersignificazione del conflitto. Non è una debolezza marginale: nei grandi libri interpretativi succede spesso che la categoria centrale, proprio perché potente, finisca per illuminare troppo e quindi per ombreggiare altre dimensioni. Tuttavia, nel caso di Giannuli, il rischio non annulla il risultato: lo obbliga semmai a essere discusso.</p>



<p><strong>Il sistema dei partiti e la costituzione materiale del potere</strong></p>



<p>Uno dei capitoli più importanti del libro è quello dedicato al “nuovo sistema di potere”. Qui Giannuli dà il meglio di sé come storico delle strutture. La nozione di “costituzione materiale” diventa lo strumento per spiegare come la Repubblica non nasca solo dalla Costituente e dal compromesso giuridico, ma anche da un insieme di patti politici, economici e sociali che definiscono chi governa, chi garantisce, chi media, chi contiene. L’autore insiste sul ruolo centrale dei partiti come “giunto cardanico” tra politica ed economia: è una formula molto efficace, perché restituisce l’idea della funzione di raccordo, di trasmissione e di stabilizzazione propria dei partiti della Prima Repubblica. Il sistema, secondo Giannuli, è già sostanzialmente pronto il 18 aprile 1948. La grande stabilità elettorale, il “sovratono partitico”, l’immobilità politica che segnerà per decenni la vita italiana non sono dunque un effetto tardivo, ma il precipitato di quella fondazione originaria.</p>



<p>Ancora più interessante è la descrizione della “costituzione materiale economica”. Giannuli parla di patti non scritti, come il “patto della reciproca esclusione” e il “patto della X”, che avrebbero regolato i rapporti tra mondo cattolico e mondo laico-finanziario: ai cattolici il predominio politico, ai laici il controllo delle grandi banche d’affari, ai cattolici una seconda linea bancaria più legata alla raccolta. Anche qui, più che la singola formula, conta l’intuizione di fondo: la Repubblica nasce come equilibrio tra sfere diverse del potere, non come puro trionfo della sovranità democratica. È un’idea forte, che sposta l’attenzione dall’agiografia costituzionale alla sociologia del potere. E obbliga a leggere la Prima Repubblica come una costruzione non soltanto ideologica, ma anche profondamente materiale, relazionale, negoziata e selettiva.</p>



<p>Da questo punto di vista, la recensione di <em>Ombre sulla Repubblica</em> non può limitarsi a dire che Giannuli racconta bene un periodo. Bisogna dire di più: Giannuli tenta di smontare il meccanismo di nascita del sistema repubblicano, di mostrarne gli ingranaggi, i punti di attrito, le alleanze implicite. È per questo che il libro risulta prezioso anche quando non convince del tutto. L’autore ha infatti il coraggio della struttura, qualità rara in una storiografia spesso ricca di dettagli ma povera di modelli esplicativi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il clandestinismo fascista e la continuità del conflitto</strong></h2>



<p>Un’altra sezione decisiva è quella sul clandestinismo fascista. Qui il libro rompe frontalmente con una narrazione che tende a considerare il fascismo repubblicano come sconfitto e dissolto, salvo qualche residuo nostalgico. Giannuli insiste invece sulla continuità di reti, servizi, apparati, circuiti di finanziamento, simboli e organizzazioni. La parte dedicata ai movimenti clandestini di destra, al servizio segreto della RSI, al Partito Fascista Democratico e alle Squadre d’Azione Mussolini mostra l’attenzione dell’autore per la dimensione organizzativa del postfascismo. Il punto non è semplicemente dire che il fascismo sopravvive; il punto è mostrare che sopravvive in forme adattive, clandestine, transitorie, in attesa di una nuova collocazione dentro il sistema. Anche la nascita del MSI viene letta in continuità con questa transizione dal sommerso alla luce pubblica, con il carico simbolico e politico che ne consegue.</p>



<p>Nelle conclusioni, Giannuli affronta il tema con un accento particolarmente netto. Il clandestinismo fascista, per lui, non è solo un problema giudiziario o memoriale, ma un problema sociale e politico. La sua sopravvivenza si intreccia con l’amnistia, con l’incompiutezza dell’epurazione, con la necessità, avvertita da settori dello Stato e delle classi dirigenti, di riassorbire o almeno neutralizzare un pezzo del personale politico e amministrativo del fascismo sconfitto. In questo senso, il libro coglie bene un nodo di lungo periodo della vicenda italiana: la Repubblica nasce sì contro il fascismo, ma non può evitare di incorporarne uomini, tecniche, culture amministrative, reti di relazione e quote di continuità. E questa continuità, nella lettura di Giannuli, non è accidentale: fa parte del compromesso complessivo che consente la stabilizzazione.</p>



<p>Qui il libro è particolarmente utile perché costringe a tenere insieme due verità spesso separate: da un lato la rottura rappresentata dalla Resistenza, dal referendum e dalla Costituzione; dall’altro la persistenza di pezzi di personale, apparati e culture del vecchio regime. La storiografia italiana, a seconda delle scuole, tende talvolta a enfatizzare uno solo dei due poli. Giannuli prova a tenerli entrambi e proprio per questo la sua lettura risulta più scomoda ma anche più realistica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I servizi segreti come luogo originario della Repubblica profonda</strong></h2>



<p>Tra i capitoli più originali del volume c’è certamente quello sulla rinascita dei servizi segreti. Qui si vede una competenza specifica dell’autore, maturata anche attraverso consulenze giudiziarie e lavori su stragi, apparati e intelligence. Giannuli non tratta i servizi come una materia laterale o scandalistica, ma come un elemento costitutivo del nuovo ordine repubblicano. Sostiene che, prima ancora della ricostituzione formale del servizio segreto militare, in Italia pullulino servizi paralleli: lasciti della guerra, iniziative alleate, strutture legate agli industriali, agenzie coperte dei partiti, apparati occulti del Viminale. La formula dei “servizi deviati”, afferma, avrebbe finito col confondere le idee, perché in realtà questi apparati paralleli non sarebbero deviazioni accidentali, ma prolungamenti organici del dispositivo di potere. È una tesi molto forte e per molti versi illuminante.</p>



<p>La ricostruzione sui servizi è centrale anche per capire il dopoguerra come guerra civile latente. Se i partiti sono il “giunto cardanico” tra politica ed economia, i servizi sono il luogo in cui convergono sicurezza, rapporto con gli Alleati, anticomunismo, continuità statuale e gestione del possibile conflitto interno. Giannuli insiste sul triangolo tra servizi americani, servizio militare italiano e servizio delle grandi imprese industriali, che nella sua lettura costituirà una costante di lungo periodo. Mostra inoltre come i servizi del fascismo repubblichino alimentino il clandestinismo di destra e come, parallelamente, lo Stato repubblicano e il Viminale ricostituiscano sotto altre forme strutture di polizia politica o di controllo occulto. In questo senso, <em>Ombre sulla Repubblica</em> suggerisce che la “Repubblica profonda” nasca assieme alla Repubblica ufficiale. Non dopo, non negli anni della tensione, ma già nel 1945-1948.</p>



<p>Questa sezione del libro è probabilmente una delle più persuasive, perché mostra come la storia dell’intelligence non sia un sottogenere per specialisti, ma una chiave per leggere la qualità reale della democrazia italiana. E qui si vede anche un merito culturale del saggio: portare l’intelligence al centro della narrazione storiografica, contro il fastidio con cui molta accademia l’ha spesso marginalizzata. Giannuli lo dichiara già nell’introduzione, e poi mantiene la promessa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Pio XII, la Chiesa e la saldatura conservatrice</strong></h2>



<p>Notevole è anche il capitolo su Pio XII, gli Stati Uniti e la Democrazia Cristiana. Giannuli dedica uno dei blocchi più ampi del libro alla Chiesa, e non è casuale. Nella sua interpretazione, la fede cattolica antimoderna e controriformista è uno dei collanti ideologici del blocco sociale moderato e conservatore che si impone nel dopoguerra. Non si tratta solo di dire che la Chiesa conta molto; si tratta di sostenere che senza la Chiesa di Pio XII non si capirebbe né la struttura della vittoria democristiana né il contenimento delle sinistre. La pressione sull’articolo 7 della Costituzione ne è, in questa prospettiva, uno degli snodi simbolici e sostanziali. Giannuli legge il voto comunista a favore dell’inclusione dei Patti Lateranensi come una grande concessione politica, che però non produrrà alcuna gratitudine da parte ecclesiastica. Anzi, nelle conclusioni ricorda che Pio XII ripagherà quel voto con la scomunica contro chi sosteneva in qualsiasi modo il PCI nel 1949.</p>



<p>Questo punto è decisivo perché illumina il modo in cui Giannuli legge la Chiesa: non come pura potenza spirituale né come semplice attrice morale, ma come forza politico-istituzionale capace di condizionare i patti fondamentali della Repubblica nascente. L’Italia, nella sua lettura, è il “cortile di casa” della Santa Sede e quasi il laboratorio dell’utopia di Pacelli; per questo la posta in gioco costituzionale e politica è più alta che altrove. La paura ecclesiastica è che una Costituzione rigida e liberale possa rimettere in discussione i privilegi concordatari e il regime speciale goduto dalla Chiesa nello Stato italiano. Da qui la durezza della pressione sull’articolo 7. In questa chiave, il libro non offre solo una storia della DC, ma una storia della triangolazione Chiesa-DC-Stati Uniti come pilastro dell’ordine repubblicano.</p>



<p>Qui Giannuli è particolarmente efficace quando mostra il nesso tra religione, conservazione sociale e moderatismo politico. Il suo lessico è talvolta tagliente, ma l’idea è chiara: la stabilità italiana non nacque semplicemente dal compromesso democratico, ma da una saldatura profonda tra ceti moderati, proprietà, blocco cattolico, apparati della forza e collocazione occidentale. Questo rende il libro importante anche per chi non condivida ogni conclusione dell’autore, perché costringe a rimettere al centro il tema del blocco sociale, non solo quello delle élite parlamentari.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>De Gasperi e Togliatti: due protagonisti, due giudizi spietati ma non schematici</strong></h2>



<p>Le pagine conclusive su De Gasperi e Togliatti sono forse il cuore politico del saggio. Giannuli formula su entrambi giudizi netti, talvolta severissimi, ma non riducibili a caricature.</p>



<p>Su De Gasperi, il giudizio è in fondo di ammirazione critica. Giannuli sostiene che il leader democristiano capì ciò che Togliatti non comprese: che l’Italia era e doveva restare un paese occidentale, con una competizione tra schieramenti alternativi e con un polo moderato capace di unire conservatori e riformisti moderati. La sua operazione consiste nello spostare a destra la DC rispetto agli orientamenti di Camaldoli, assorbire le componenti più moderate del cattolicesimo politico, emarginare la sinistra democristiana e predisporre i patti con il polo proprietario, con il polo della forza e con gli Stati Uniti. In questo senso, Giannuli legge De Gasperi come l’architetto vincente della formula centrista e del nascente “Stato profondo”. Nelle conclusioni scrive in sostanza che De Gasperi fece un’operazione di destra, ma seppe farla e portarla a termine. È una sintesi fulminante, che rende bene la postura dell’autore: nessuna agiografia, ma riconoscimento di una superiore efficacia strategica.</p>



<p>Su Togliatti, il giudizio è ancora più drammatico. Giannuli gli riconosce intelligenza, abilità politica, il merito di avere evitato la guerra civile e di avere permesso l’approvazione della Costituzione. Ma per il resto, sulla stagione costituente, è durissimo: sostiene che Togliatti “sbagliò praticamente tutto”, inanellando una serie di errori di calcolo e scelte controproducenti non solo per la sinistra nel suo complesso, ma anche per gli interessi del PCI. L’autore contesta la “doppiezza togliattiana”, pur precisando che forse sarebbe più corretto parlare di ambiguità tattica che di doppiezza pura. Secondo Giannuli, Togliatti tollera l’equivoco sulle armi e sulle aspettative insurrezionali della base per evitare scissioni o correnti estremiste, ma così finisce per alimentare l’idea che il PCI giochi su due tavoli. Inoltre, nelle conclusioni gli imputa le grandi concessioni fatte alla Chiesa, alla Confindustria, al clandestinismo fascista, al polo della forza, senza ottenere nulla in cambio. È uno dei passaggi più polemici e più forti del volume.</p>



<p>Il bello di queste pagine è che, pur nella loro severità, evitano il manicheismo più banale. De Gasperi non è l’eroe della libertà; è il costruttore efficace di un ordine moderato-conservatore. Togliatti non è il genio infallibile della transizione; è un grande politico che, nel momento decisivo, sbaglia struttura dell’Italia, natura dell’Occidente e rapporto fra concessione tattica e accumulazione di forza. È una lettura discutibile, certo, ma molto stimolante. E ha il merito raro di sottrarre entrambi i protagonisti alla pigrizia rituale della celebrazione scolastica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Nenni, Saragat e il terzo spazio mancato</strong></h2>



<p>Anche le pagine dedicate al PSI sono importanti, perché mostrano un altro aspetto della tesi di Giannuli: la scomparsa di un terzo polo laico e progressista avrebbe scavato il fossato definitivo tra blocco centrista e sinistre, rendendo la linea rossa della guerra fredda anche una linea di delegittimazione nazionale delle sinistre, vissute come agenti dello straniero. La scissione saragattiana, nella lettura di Giannuli, non è soltanto la rottura di un partito, ma il passaggio che rende possibile una maggioranza senza comunisti e socialisti e avvia stabilmente la formula del centrismo. Nenni e Saragat appaiono così come due protagonisti forti ma incapaci, per ragioni diverse, di costruire una vera alternativa autonoma: il primo troppo attratto dall’intesa con il PCI, il secondo troppo pronto a fare del suo partito una forza di sostegno del blocco centrista. La conseguenza è che il terzo polo laico-progressista non si consolida e il sistema si irrigidisce.</p>



<p>Qui il libro coglie un punto essenziale della storia italiana: la mancata formazione di una sinistra riformista autonoma e pienamente legittimata come forza di governo. È una linea interpretativa che ha avuto molta fortuna in varie forme, ma Giannuli la iscrive in una cornice più ampia, dove non si tratta solo di cultura politica o di errori soggettivi, bensì di una struttura del conflitto e di una disposizione internazionale che rendeva difficilissima, forse impossibile, quella soluzione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Stabilità e immobilità: la formula più riuscita del libro</strong></h2>



<p>Fra le molte formule usate da Giannuli, ce n’è una che probabilmente riassume meglio di tutte la sua interpretazione dell’Italia repubblicana: <strong>“stabilità + immobilità politica”</strong>. È una sintesi molto felice. Da un lato, l’Italia appare come il Paese più stabile dell’area mediterranea: niente colpi di Stato vincenti, nessuna guerriglia generalizzata, una democrazia liberale che resiste, una capacità di tenuta economica non banale, una certa continuità istituzionale. Dall’altro lato, quella stessa stabilità si paga con immobilismo, dualismo Nord-Sud irrisolto, corporativismo, corruzione sistemica, centralità abnorme dei partiti e limitata mobilità politica. Giannuli insiste sul fatto che DC e PCI abbiano avuto insieme il grande merito di evitare all’Italia un destino greco, ma anche il grave demerito di avere contribuito a un lungo congelamento del sistema. È un giudizio pesante, ma efficace.</p>



<p>Questa idea rende il libro particolarmente attuale. Perché in fondo <em>Ombre sulla Repubblica</em> non parla solo del 1945-1948. <strong>Parla del modo in cui l’Italia continua ancora oggi a vivere dentro alcuni dispositivi nati allora</strong>: il rapporto ambiguo tra stabilizzazione e blocco, il peso degli apparati, la difficoltà del ricambio, il ruolo delle collocazioni internazionali, la tendenza a confondere pacificazione con neutralizzazione del conflitto. In questo senso il libro ha una forte valenza contemporanea senza essere un pamphlet sul presente. E questo è un grande pregio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I limiti: sovraccarico interpretativo, tono polemico, rischio di ipercoerenza</strong></h2>



<p>Proprio perché il libro è ambizioso, <strong>i suoi limiti sono quelli tipici delle grandi costruzioni.</strong> Il primo è il rischio di sovraccarico interpretativo. Quando una categoria come “guerra civile latente” o “Costituzione materiale” funziona così bene, la tentazione è usarla come una chiave universale. In alcuni punti il lettore può avvertire una certa tendenza a riportare fenomeni diversi sotto un unico disegno, con il rischio che la complessità concreta venga piegata alla coerenza dell’impianto. Non è un difetto secondario, anche se è in parte il prezzo inevitabile di una sintesi forte.</p>



<p><strong>Il secondo limite è il tono. </strong>Giannuli scrive spesso con energia polemica, e questo rende il libro vivo, leggibile, a tratti trascinante. Però talvolta l’acidità verso altri storici o verso alcune interpretazioni appare eccessiva. Non distrugge la qualità del saggio, ma ne rende più evidente la dimensione di intervento militante, pur dentro la dichiarata volontà di onestà intellettuale. Del resto lo stesso autore, nell’introduzione, ammette di poter non essere sempre all’altezza della regola che si è imposto.</p>



<p>Il terzo limite riguarda l’equilibrio fra documentazione e interpretazione. Il libro è ricco di materiali, note, riferimenti, consulenze, esperienze maturate in sedi giudiziarie e parlamentari. Ma proprio questa ricchezza, talvolta, sembra essere orientata in modo molto deciso verso la tesi generale. Non si tratta di dire che la tesi sia arbitraria; si tratta di osservare che <strong>la selezione del materiale risponde a un progetto dimostrativo molto forte. </strong>Anche questo, peraltro, non è un limite che invalida il libro. Semmai lo qualifica: è un libro da discutere, non da subire.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un libro importante, forse inevitabile</strong></h2>



<p>Alla fine, la misura di <em>Ombre sulla Repubblica</em> non sta solo nelle singole ricostruzioni, pur spesso notevoli, ma nella sua capacità di imporre una domanda: la Repubblica italiana è davvero nata come ci piace raccontarla? Oppure è nata da una miscela molto più inquieta di guerra sospesa, mediazioni forzate, patti conservativi, apparati paralleli, ingerenze straniere e conflitti congelati? Giannuli risponde senza esitazione scegliendo la seconda strada. E costruisce, su questa base, una lettura complessiva della Prima Repubblica come ordine riuscito e insieme bloccato, stabile e immobile, democratico e profondamente segnato dalla logica del contenimento.</p>



<p><strong>È un libro che non si limita a riaprire una discussione storiografica; la sposta. </strong>E il suo merito maggiore sta forse proprio qui. Anche chi dissentirà da alcune conclusioni dovrà fare i conti con una massa di problemi che Giannuli rimette al centro: la continuità del clandestinismo fascista, la centralità dell’intelligence, il ruolo costitutivo della Chiesa pacelliana, la funzione materiale dei partiti, la vera natura del centrismo, gli errori strategici del PCI, la qualità del compromesso repubblicano. Sono tutti nodi essenziali, e raramente vengono tenuti insieme con una simile ampiezza.</p>



<p>Per questo <em>Ombre sulla Repubblica</em> è un libro importante. Non perché chiuda il dibattito, ma perché lo riapre nel modo giusto: mostrando che <strong>la nascita della Repubblica non fu un rito fondativo pacificato, bensì un passaggio pieno di ombre, di rischi, di violenze, di scelte irreversibili. </strong>E mostrando anche che la forza della Repubblica italiana derivò proprio da quella fondazione tormentata, dalla sua capacità di stabilizzare un Paese che avrebbe potuto prendere strade molto peggiori. Il giudizio finale di Giannuli è severo ma non nichilista. Non c’è alcuna nostalgia per ciò che non accadde, <strong>nessuna mitologia della rivoluzione mancata</strong>, nessuna indulgenza per gli apparati conservatori. C’è piuttosto l’idea che l’Italia abbia evitato il peggio pagando però un prezzo alto: la lunga durata di un ordine bloccato. Anche per questo il libro merita attenzione. Perché obbliga a guardare la Repubblica non come una forma compiuta della libertà, ma come un equilibrio storico concreto, pieno di meriti, di limiti e di ipoteche.</p>



<p>Se dovessi riassumere in una formula il senso di questa recensione, direi così: <strong>Giannuli ha scritto un saggio di combattimento, ma sorretto da una visione d’insieme rara</strong>; un libro discutibile in diversi punti, ma troppo ricco per essere eluso; un’opera che non consola e non semplifica, e proprio per questo utile. In un paese dove la storia repubblicana è spesso raccontata per liturgie, conformismi e pigrizie scolastiche, <em>Ombre sulla Repubblica</em> ha il merito di rimettere il conflitto al centro. E di ricordare che le costituzioni, i sistemi politici, i partiti e persino le democrazie nascono quasi sempre in mezzo a forze più oscure e più dure di quelle che i manuali preferiscono raccontare</p>



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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/lalba-della-repubblica-1945-1948-aldo-giannuli-e-le-storie-oscure-dellitalia-costituente.html">&#8220;Ombre sulla Repubblica 1945-1948&#8221;: Aldo Giannuli e le storie oscure dell&#8217;Italia costituente</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Trump attacca lo Smithsonian, ovvero: patriottismo di Stato e nazionalismo contro libertà di ricerca</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/trump-attacca-lo-smithsonian-ovvero-patriottismo-di-stato-e-nazionalismo-contro-liberta-di-ricerca.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 05:03:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[smithsonian]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-600x315.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Capire come il passato viene usato nel racconto dell’attualità è una delle sfide del giornalismo contemporaneo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/trump-attacca-lo-smithsonian-ovvero-patriottismo-di-stato-e-nazionalismo-contro-liberta-di-ricerca.html">Trump attacca lo Smithsonian, ovvero: patriottismo di Stato e nazionalismo contro libertà di ricerca</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_2026050308524450_53832fbdc7550a44045379b7cee94bb4-e1777791230152-600x315.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel cuore di Washington, lungo il National Mall, si estende il più grande complesso museale del mondo. Lo <strong>Smithsonian Institution</strong> — 21 musei, 14 centri di ricerca, uno zoo nazionale, oltre 155 milioni di oggetti e opere d&#8217;arte — custodisce la memoria materiale degli Stati Uniti. Qui sono conservati il cappello di Lincoln, il vestito di Dorothy nel Mago di Oz, la capsula Apollo 11, i frammenti del primo aereo dei fratelli Wright.</p>



<p>Per quasi due secoli, lo Smithsonian ha goduto di una reputazione di <strong>neutralità scientifica</strong> e rigore accademico. Ma dall&#8217;inizio del 2025, questa istituzione è diventata il campo di una battaglia politica senza precedenti: l&#8217;amministrazione Trump ha avviato una campagna sistematica per riorientare i contenuti dei musei verso una visione &#8220;patriottica&#8221; della storia americana, minacciando tagli ai finanziamenti federali e chiedendo la rimozione di mostre considerate &#8220;divisive&#8221;.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.istockphoto.com/id/1126510832/it/foto/allinterno-del-nasm-dello-smithsonian-institution-washington-dc-usa.jpg?s=612x612&amp;w=0&amp;k=20&amp;c=oUox0kjIqxH9EpyIfXgruBjWYwHnTzNoBY7bfvMW7V4=" alt=""/></figure>
</div>


<p>Non si tratta di una semplice disputa amministrativa. È uno scontro che tocca questioni fondamentali: chi ha il diritto di raccontare la storia? Qual è il confine tra educazione e propaganda? E cosa succede quando il potere politico pretende di controllare la memoria collettiva?</p>



<p>Il 27 marzo 2025, Donald Trump ha firmato un <strong>ordine esecutivo</strong> dal titolo programmatico: <em>Restoring Truth and Sanity to American History</em> (&#8220;Ripristinare verità e sanità mentale nella storia americana&#8221;). Il documento accusa esplicitamente lo Smithsonian di essere caduto &#8220;sotto l&#8217;influenza di un&#8217;ideologia divisiva e incentrata sulla razza&#8221;, promuovendo &#8220;narrazioni che ritraggono i valori americani e occidentali come intrinsecamente dannosi e oppressivi&#8221;. L&#8217;ordine delega al vicepresidente <strong>J.D. Vance</strong> la supervisione dell&#8217;applicazione e prende di mira specificamente alcune mostre e istituzioni:</p>



<p>• &#8220;<strong>The Shape of Power: Stories of Race and American Sculpture</strong>&#8221; — Una mostra dello <em>Smithsonian American Art Museum </em>che esplorava il ruolo della razza nella storia della scultura americana. Secondo l&#8217;ordine, rappresenta l&#8217;esempio di un approccio ideologico inaccettabile.</p>



<p>• <strong>L&#8217;American Women&#8217;s History Museum</strong> — Un museo ancora in fase di progettazione (non aprirà prima di dieci anni) è stato già oggetto di direttive che vietano di &#8220;riconoscere uomini come donne&#8221;, un linguaggio che mira a escludere le donne transgender dalla narrazione storica.</p>



<p>• Monumenti confederati — L&#8217;ordine incarica il Segretario degli Interni di valutare il ripristino di monumenti e memoriali rimossi, con un chiaro riferimento alle statue confederate abbattute dopo le proteste del 2020. L&#8217;obiettivo dichiarato è celebrare &#8220;<strong>l&#8217;eccezionalismo americano</strong>&#8220;, una formula che ricorre ossessivamente nei documenti ufficiali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ultimatum con scadenza</h2>



<p>Se l&#8217;ordine di marzo stabiliva i principi, una lettera inviata il 12 agosto 2025 dalla Casa Bianca al segretario dello Smithsonian, Lonnie Bunch III, ha tradotto quei principi in richieste operative precise. La lettera, firmata dalla collaboratrice senior Lindsay Halligan, stabiliva 30 giorni per fornire documentazione completa su mostre, collezioni e iniziative in corso, 120 giorni per &#8220;applicare le correzioni necessarie, sostituire linguaggio divisivo o ideologico con descrizioni storicamente accurate e costruttive&#8221;. La scelta dei primi otto musei da sottoporre a revisione è significativa: il <em>National Museum of American History,</em> il <em>National Museum of African American History and Culture</em>, il <em>National Museum of the American Indian</em>, il <em>National Air and Space Museum</em>, il <em>National Portrait Gallery</em>, lo <em>Smithsonian American Art Museum,</em> il National Museum of Natural History e l’Hirshhorn Museum.</p>



<p>La presenza nella lista del museo dedicato alla <strong>storia afroamericana</strong> e di quello dedicato agli <strong>indigeni americani</strong> non è casuale. Sono le istituzioni che, per loro stessa missione, raccontano storie di oppressione, resistenza e ingiustizia — esattamente il tipo di narrazioni che l&#8217;amministrazione considera &#8220;divisive&#8221;. Halligan ha dichiarato: &#8220;Si tratta di preservare la fiducia in una delle nostre istituzioni più amate. I musei e le mostre dello Smithsonian dovrebbero essere accurati, patriottici e illuminanti, garantendo che rimangano luoghi di apprendimento, meraviglia e orgoglio nazionale per le generazioni a venire.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo Smithsonian: un&#8217;istituzione unica</h2>



<p>Per comprendere la portata di questo scontro, è necessario capire cos&#8217;è lo Smithsonian e perché la sua posizione è così particolare. Lo Smithsonian Institution fu fondato nel 1846 grazie a un lascito di <strong>James Smithson</strong>, uno scienziato britannico che non aveva mai messo piede negli Stati Uniti. Il suo testamento destinava l&#8217;eredità alla creazione di un&#8217;istituzione &#8220;per l&#8217;incremento e la diffusione della conoscenza&#8221;.</p>



<p>La struttura giuridica che ne risultò è unica: lo Smithsonian è tecnicamente un <strong>trust federale</strong>, governato da un Board of Regents (Consiglio di Reggenti) che include il Presidente della Corte Suprema, membri del Congresso e cittadini nominati. Non è un&#8217;agenzia governativa, ma riceve circa due terzi del suo budget annuale da <strong>stanziamenti federali</strong> — nel 2024, circa 1,2 miliardi di dollari.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.istockphoto.com/id/1482104242/it/foto/il-national-museum-of-natural-history-%C3%A8-un-museo-di-storia-naturale-amministrato-dalla.jpg?s=612x612&amp;w=0&amp;k=20&amp;c=sBPb7Q2KR8qyW96mOVy033dMosT9AYyZfZYeauTBg60=" alt=""/></figure>
</div>


<p>Questa natura ibrida ha garantito per quasi due secoli un equilibrio: autonomia scientifica e curatoriale da un lato, responsabilità pubblica dall&#8217;altro. Ma è anche il punto debole che l&#8217;amministrazione Trump sta sfruttando.</p>



<p>Dal 2019, lo Smithsonian è guidato da Lonnie Bunch III, storico specializzato in storia afroamericana e fondatore del National Museum of African American History and Culture (NMAAHC), inaugurato nel 2016. È il primo afroamericano a ricoprire la carica di segretario nella storia dell&#8217;istituzione. Il profilo di Bunch — la sua specializzazione accademica, il museo che ha fondato, il colore della sua pelle — lo rende un bersaglio naturale per un&#8217;amministrazione che ha fatto della guerra al &#8220;wokismo&#8221; uno dei suoi temi centrali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso delle mostre <em>The Presidency: A Glorious Burden</em> e <em>Entertainment Nation</em></h2>



<p>Prima ancora della lettera formale, lo scontro era già esploso su un caso specifico. Nel luglio 2025, il <em>Washington Post</em> rivelò che il National Museum of American History aveva modificato la mostra <strong><em>The Presidency: A Glorious Burden</em></strong>. La mostra, inaugurata nel 2000 e aggiornata periodicamente, include una sezione sui limiti del potere presidenziale. Dal 2021, questa sezione conteneva un&#8217;etichetta dedicata ai due procedimenti di impeachment subiti da Trump, con la nota &#8220;Caso in fase di riprogettazione (la storia accade)&#8221;.</p>



<p>A luglio 2025, l&#8217;etichetta è stata rimossa. Un portavoce dello Smithsonian ha spiegato che si trattava di &#8220;un&#8217;aggiunta temporanea per affrontare gli eventi attuali&#8221; e che la sezione necessitava comunque di un aggiornamento. Ma la tempistica — nel pieno delle pressioni della Casa Bianca — ha sollevato accuse di autocensura preventiva.</p>



<p>Più esplicita è stata la critica a <strong><em>Entertainment Nation</em></strong>, una mostra del National Museum of American History che esplora la storia dell&#8217;intrattenimento americano attraverso la lente della diversità. La funzionaria Halligan l&#8217;ha accusata di usare denaro pubblico per promuovere &#8220;narrazioni politiche unilaterali e divisive&#8221;.</p>



<p>La mostra include sezioni su:</p>



<p>• La rappresentazione degli afroamericani nei media</p>



<p>• La storia delle donne nell&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento</p>



<p>• Il ruolo della comunità LGBTQ+ a Hollywood</p>



<p>• Gli stereotipi sugli indigeni americani nel cinema western</p>



<p>Per l&#8217;amministrazione Trump, questo approccio — che contestualizza l&#8217;intrattenimento americano nel quadro delle dinamiche di potere razziali, di genere e sessuali — è l&#8217;esempio stesso dell&#8217;ideologia &#8220;woke&#8221; da eliminare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La minaccia finanziaria: dicembre 2025</h2>



<p>In dicembre, la pressione si è intensificata ulteriormente. Una nuova lettera, firmata dal direttore del Consiglio per la politica interna Vince Haley e dal direttore dell&#8217;Ufficio gestione e bilancio Russell Vought, ha alzato il livello dello scontro.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://media.istockphoto.com/id/2155834730/it/foto/persone-che-camminano-verso-lo-smithsonian-institute-national-museum-of-american-history.jpg?s=612x612&amp;w=0&amp;k=20&amp;c=PBvOAWaWa5xF5Y_NyiFROjn2jOADjPqW6dKljy1Eu5Q=" alt=""/></figure>
</div>


<p>I punti chiave:</p>



<p>• Richiesta di documentazione completa entro il 13 gennaio 2026 su tutti i programmi previsti per il 250° anniversario dell&#8217;indipendenza americana (2026);</p>



<p>• Minaccia esplicita di usare i poteri di <em>impoundment </em>(trattenimento dei fondi) dell&#8217;Ufficio gestione e bilancio per bloccare i finanziamenti federali in caso di inadempienza;</p>



<p>• Accusa di lentezza: lo Smithsonian avrebbe risposto alle precedenti richieste solo con &#8220;dettagli generici&#8221;, insufficienti per una valutazione.</p>



<p>&#8220;Vogliamo essere certi che nessuno dei responsabili dei musei dello Smithsonian nutra dubbi sul fatto che gli Stati Uniti siano stati tra le maggiori forze positive nella storia mondiale&#8221;, si legge nella lettera. &#8220;Gli americani non tollereranno musei che mostrino diffidenza verso le origini della nazione o che risultino a disagio nel presentare una visione complessivamente positiva della storia americana&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il contesto: la guerra culturale trumpiana</h2>



<p>L&#8217;attacco allo Smithsonian non è un episodio isolato. Si inserisce in una strategia più ampia di &#8220;guerra culturale&#8221; che l&#8217;amministrazione Trump ha dichiarato fin dal primo mandato e intensificato nel secondo. Già nel settembre 2020, durante il primo mandato, Trump tenne un discorso in cui denunciò quella che definì &#8220;indottrinamento di sinistra&#8221; nelle scuole americane, accusando in particolare l&#8217;insegnamento della <strong><em>critical race theory</em></strong> (teoria critica della razza) di essere una &#8220;forma di abuso sui minori&#8221;.</p>



<p>In quell&#8217;occasione annunciò la creazione della <strong><em>1776 Commission</em></strong>, un comitato incaricato di promuovere <strong>un&#8217;educazione &#8220;patriottica&#8221;</strong>. Il nome era una risposta diretta al <strong><em>1619 Project del New York Times</em></strong>, che aveva riesaminato la storia americana ponendo la schiavitù al centro della narrazione nazionale. La commissione fu sciolta da Biden nel gennaio 2021, ma è stata ricostituita nel gennaio 2025 con l&#8217;ordine esecutivo <em>Ending Radical Indoctrination in K-12 Schooling</em>.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://www.politico.com/dims4/default/resize/888/quality/90/format/webp?url=https%3A%2F%2Fstatic.politico.com%2Fd8%2F88%2F8403c9844566924526431b2c7c58%2Fgettyimages-1215228995-1.jpg" alt="" style="width:569px;height:auto"/></figure>
</div>


<p><strong>Lonnie Bunch ha sempre risposto alle pressioni con toni calibrati.</strong> In una dichiarazione ufficiale, ha riaffermato &#8220;il profondo impegno verso l&#8217;eccellenza accademica, la ricerca rigorosa e la presentazione accurata e fattuale della storia&#8221; dell&#8217;istituzione. La cautela è comprensibile. Lo Smithsonian dipende dai finanziamenti federali per due terzi del suo budget. Uno scontro frontale potrebbe avere conseguenze devastanti per le operazioni quotidiane. Ma la scelta delle parole — &#8220;ricerca rigorosa&#8221;, &#8220;presentazione fattuale&#8221; — contiene anche una rivendicazione implicita: la storia, suggerisce Bunch, si fonda sui fatti, non sulle preferenze politiche.</p>



<p>Tra gli storici, le reazioni sono state più nette. Lo storico <strong>David M. Perry,</strong> in un articolo per <em>Foreign Policy</em>, ha definito l&#8217;ordine un tentativo di &#8220;intensificare la mitizzazione nazionale&#8221; e costruire &#8220;un passato favoleggiato per legittimare l&#8217;amministrazione attuale&#8221;. Perry contesta l&#8217;assunto implicito dell&#8217;ordine: &#8220;Il patriottismo non emerge dalla negazione del disordine, della bruttezza della storia. Una comprensione sfumata del passato di una nazione — che tenga conto del buono e del cattivo — rappresenta il vero patriottismo.&#8221;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il 2026: l&#8217;anniversario come posta in gioco</h2>



<p>Un elemento cruciale per comprendere la tempistica delle pressioni è il <strong><em>Semiquincentennia</em></strong>l: il 250° anniversario della Dichiarazione d&#8217;Indipendenza, che cadrà il 4 luglio 2026. L&#8217;amministrazione Trump vede questo anniversario come un&#8217;occasione per ridefinire la narrazione nazionale. Gli eventi commemorativi, le mostre speciali, i programmi educativi previsti per il 2026 diventeranno il campo di battaglia definitivo tra due visioni della storia americana:</p>



<p>La visione dell&#8217;amministrazione — L&#8217;America come &#8220;forza positiva&#8221; nella storia mondiale, fondata su valori universali di libertà, i cui difetti sono incidenti di percorso superati o irrilevanti rispetto alla grandezza complessiva. La visione contestata — L&#8217;America come esperimento complesso, fondato su ideali elevati ma costruito anche su schiavitù, genocidio indigeno e discriminazione sistemica, la cui grandezza sta nella capacità di confrontarsi con queste contraddizioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://static01.nyt.com/images/2019/05/29/arts/28smithsonian/merlin_155544201_db5dff56-b911-449b-8f5d-987228743356-superJumbo.jpg?quality=75&amp;auto=webp" alt="" style="aspect-ratio:1.3213065598348366;width:359px;height:auto"/></figure>
</div>


<p>Al di là della specifica controversia americana, lo scontro sullo Smithsonian solleva questioni universali sul rapporto tra potere politico e memoria collettiva. La frase di Orwell — &#8220;Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato&#8221; — risuona in questa vicenda con particolare forza. I musei nazionali non sono depositi neutrali di oggetti: sono macchine narrative che costruiscono identità collettive.</p>



<p>Decidere quali storie raccontare, quali silenzi mantenere, quali connessioni stabilire tra gli eventi è un atto di potere. Quando lo Smithsonian sceglie di esporre la storia dell&#8217;intrattenimento americano attraverso la lente della diversità razziale e di genere, sta facendo una scelta interpretativa. Ma lo sarebbe anche scegliere di non farlo.</p>



<p>L&#8217;idea dell&#8217;eccezionalismo americano — la convinzione che gli Stati Uniti rappresentino un esperimento unico nella storia, guidato da principi universali di libertà — è antica quanto la nazione stessa. Non è un&#8217;invenzione trumpiana. Ma c&#8217;è una differenza cruciale tra studiare l&#8217;eccezionalismo americano come fenomeno storico (come nasce, come si sviluppa, quali effetti ha avuto) e imporre l&#8217;eccezionalismo americano come cornice interpretativa obbligatoria per ogni narrazione</p>



<p><strong>Lo scontro non riguarda solo Trump o i suoi avversari. </strong>Tocca una domanda più radicale: la democrazia può sopravvivere se rinuncia al conflitto onesto sulle verità del proprio passato? Oppure la tentazione di “semplificare” la storia – renderla patriottica, edificante, rassicurante – è il primo passo verso l’amnesia civile?</p>



<p>L’America è nata dal diritto di dissentire. Oggi la vera linea di difesa di quel diritto passa, paradossalmente, tra le sale di un museo: tra le sue etichette, i suoi pannelli, le sue scelte curatoriali. Non è un dettaglio estetico, ma la misura di quanto una democrazia creda ancora alla libertà della conoscenza.</p>



<p></p>



<p><strong><em>Capire come il passato viene usato nel racconto dell’attualità è una delle sfide del giornalismo contemporaneo. Nata, come definizione, nell’ambiente accademico americano degli anni ’70, la public history è un concetto che si propone di fare da ponte tra il sapere esperto dello storico e la memoria vissuta dalla collettività. Per rendere la storia non solo accessibile, ma partecipata.</em></strong></p>



<p><strong><em>Proprio per questo ho realizzato un videocorso dedicato al rapporto tra public history e giornalismo narrativo.&nbsp;<a href="https://it.insideover.com/course-landing/public-history-e-giornalismo-narrativo">Per saperne di più clicca qui</a>.</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/trump-attacca-lo-smithsonian-ovvero-patriottismo-di-stato-e-nazionalismo-contro-liberta-di-ricerca.html">Trump attacca lo Smithsonian, ovvero: patriottismo di Stato e nazionalismo contro libertà di ricerca</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Dal Terzo Reich a Israele: l&#8217;incredibile vita di Otto Skorzeny, cuore di tenebra del Novecento</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/dal-terzo-reich-a-israele-lincredibile-vita-di-otto-skorzeny-cuore-di-tenebra-del-novecento.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 14:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="965" height="429" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412.jpg 965w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-300x133.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-768x341.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Otto_Skorzeny-e1777731169412-600x267.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 965px) 100vw, 965px" /></p>
<p>Dal mito nazista alla guerra segreta. Otto Skorzeny appartiene a quella categoria di uomini che il Novecento ha prodotto nei suoi laboratori più oscuri: soldati politici, specialisti della violenza, tecnici dell’operazione clandestina, figure capaci di sopravvivere al crollo dei regimi perché più utili che presentabili. Alto, segnato dalla cicatrice sul volto, trasformato dalla propaganda nazista &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/dal-terzo-reich-a-israele-lincredibile-vita-di-otto-skorzeny-cuore-di-tenebra-del-novecento.html">[...]</a></p>
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<p>Dal mito nazista alla guerra segreta. Otto Skorzeny appartiene a quella categoria di uomini che il Novecento ha prodotto nei suoi laboratori più oscuri: soldati politici, specialisti della violenza, tecnici dell’operazione clandestina, figure capaci di sopravvivere al crollo dei regimi perché più utili che presentabili. Alto, segnato dalla cicatrice sul volto, trasformato dalla propaganda nazista in immagine vivente del commando moderno, <strong><a href="https://it.insideover.com/schede/storia/otto-skorzeny-il-nazista-che-visse-pericolosamente.html" type="schede" id="335159">Skorzeny fu molto più di un ufficiale delle SS.</a></strong> Fu un prodotto perfetto della guerra totale: audacia, brutalità, capacità di muoversi fuori dalle regole e di trasformare l’azione militare in teatro politico.</p>



<p>La sua fama nasce con l’operazione del Gran Sasso, nel settembre 1943, quando Benito Mussolini viene liberato dalla prigionia. L’azione, per il Reich, non fu soltanto un successo tattico. Fu una rappresentazione. Hitler aveva bisogno di mostrare che la Germania poteva ancora colpire con sorpresa, volontà e ardimento. Skorzeny diventò così un simbolo: l’uomo capace di piegare l’impossibile, il volto della guerra speciale nazista.</p>



<p>Poi vennero l’operazione in Ungheria, l’infiltrazione durante la battaglia delle Ardenne, il processo di Dachau e l’assoluzione. Ma già allora era chiaro che Skorzeny non era soltanto un combattente. Era una risorsa. E le risorse, quando cambia il mondo, non scompaiono: passano di mano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dopo il 1945: la sconfitta non cancella le reti</h2>



<p>La fine del Terzo Reich non chiuse il capitolo Skorzeny. Lo spostò. Come molti ex funzionari, militari, agenti e tecnici del mondo nazista, anche lui trovò una nuova geografia nella guerra fredda. Internato, poi evaso, approdò nella Spagna franchista, che nel dopoguerra divenne rifugio, crocevia e piattaforma per reti anticomuniste, nostalgiche, clandestine e operative.</p>



<p>Madrid non era soltanto un luogo di esilio. Era un mercato politico. Vi transitavano uomini compromessi, intermediari, ex ufficiali, servizi paralleli, emissari di Stati che non potevano permettersi relazioni ufficiali ma non volevano rinunciare a competenze utili. Skorzeny si inserì in questo ambiente con naturalezza. Non aveva più un impero da servire, ma possedeva ancora contatti, esperienza, reputazione e capacità di accesso.</p>



<p>Negli anni Cinquanta il suo nome ricompare anche nell’Egitto di Nasser, dove diversi ex tecnici e ufficiali tedeschi contribuirono a programmi militari sensibili. Qui la questione assume un significato strategico preciso. Il capitale tecnico e operativo del nazismo sconfitto veniva riciclato da nuovi attori, dentro un mondo ormai dominato dalla competizione tra Stati Uniti, Unione Sovietica, nazionalismi arabi e potenze regionali emergenti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Israele e il calcolo più duro</h2>



<p>Il passaggio più inquietante della vicenda riguarda il rapporto tra Skorzeny e i servizi israeliani. All’inizio degli anni Sessanta, Israele osservava con crescente allarme la collaborazione tra l’Egitto di Nasser e specialisti tedeschi impegnati in programmi missilistici. Per lo Stato ebraico, circondato da nemici e ancora segnato dalla memoria della Shoah, la possibilità che il Cairo sviluppasse capacità balistiche avanzate era una minaccia strategica primaria.</p>



<p>Il Mossad aveva bisogno di informazioni: nomi, indirizzi, società di copertura, filiere logistiche, intermediari, scienziati, canali finanziari. E Skorzeny possedeva proprio ciò che un servizio cerca nei momenti decisivi: accesso, credibilità, contatti, capacità di entrare in ambienti dove un agente israeliano non avrebbe mai potuto muoversi senza destare sospetti.</p>



<p>Qui non c’è redenzione, né conversione morale. C’è ragion di Stato. Israele non assolve Skorzeny. Lo usa. Skorzeny non diventa amico di Israele. Accetta una collaborazione perché gli conviene, perché gli garantisce protezione, centralità e forse la possibilità di continuare a essere parte di un gioco più grande di lui.</p>



<p>È la lezione più dura della guerra segreta: i servizi non cercano uomini puri. Cercano uomini utili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Agente, intermediario o strumento?</h2>



<p>La definizione esatta del ruolo di Skorzeny resta delicata. Non fu un funzionario organico del Mossad. Più probabilmente fu un agente officioso, un collaboratore clandestino, una risorsa manovrata per penetrare i circuiti degli ex nazisti al servizio dell’Egitto. La distinzione non è formale. È sostanziale. Nel mondo dell’intelligence, la differenza tra appartenere a un servizio ed essere usati da un servizio è decisiva.</p>



<p>Le ricostruzioni più clamorose attribuiscono a Skorzeny un ruolo diretto nella vicenda del tecnico tedesco Heinz Krug, coinvolto nei programmi egiziani. Secondo queste versioni, egli avrebbe fornito al Mossad una mappa preziosa delle reti germano-egiziane e sarebbe stato coinvolto nella loro neutralizzazione. Anche prendendo con cautela ogni dettaglio, il punto politico rimane: l’ex commando delle SS divenne un pezzo della lotta israeliana contro un progetto militare percepito come esistenziale.</p>



<p>Questa non è una contraddizione della storia. È la sua nudità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La morale e la sopravvivenza degli Stati</h2>



<p>Il caso Skorzeny mostra fino a che punto la guerra fredda abbia assorbito, trasformato e riutilizzato i residui del nazismo. Scienziati, ufficiali, tecnici, agenti, propagandisti: molti furono recuperati perché conoscevano missili, intelligence, reti clandestine, guerra psicologica, logistica e sicurezza. Gli Stati Uniti lo fecero. L’Unione Sovietica lo fece. L’Egitto lo fece. Anche Israele, quando ritenne che la minaccia lo imponesse, entrò in quella logica.</p>



<p>La differenza sta nella ferita morale. Per Israele, utilizzare un uomo come Skorzeny significava piegare la memoria del passato alla necessità del presente. Non era un dettaglio. Era una frattura. Ma nella gerarchia delle minacce, impedire all’Egitto di costruire una capacità missilistica pesava più del disgusto storico verso un ex ufficiale delle SS.</p>



<p>È qui che la vicenda diventa universale. La ragion di Stato non cancella la morale, ma spesso la subordina. Non la nega apertamente: la sospende, la rinvia, la sacrifica in nome della sopravvivenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scenari economici e mercato della potenza</h2>



<p>La storia di Skorzeny non è solo militare. È anche geoeconomica. Dopo il 1945, le competenze nate nei laboratori della guerra totale diventarono beni strategici. Informazioni, reti, tecnologie, conoscenze missilistiche, capacità di addestramento, contatti nei regimi autoritari: tutto divenne merce nel mercato internazionale della potenza.</p>



<p>L’ex nazista non vendeva soltanto sé stesso. Vendeva accesso. E l’accesso, nella guerra fredda, valeva più dell’ideologia. Valeva contratti, protezione, influenza, sicurezza, canali diplomatici indiretti. Il mondo uscito dal 1945 condannava il nazismo sul piano politico, ma ne recuperava frammenti sul piano operativo. Questa è una delle grandi ipocrisie del secondo dopoguerra: la giustizia celebrava i processi, mentre la strategia selezionava gli uomini da salvare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Valutazione militare e geopolitica</h2>



<p>Sul piano militare, Skorzeny incarna il passaggio dalla guerra convenzionale alla guerra ibrida ante litteram: infiltrazione, sabotaggio, uso dell’identità nemica, propaganda, operazioni speciali, reti non ufficiali. La sua figura anticipa un modello oggi familiare: il combattente irregolare al servizio di obiettivi statali, l’uomo che opera dove la diplomazia non può arrivare e dove l’esercito non può apparire.</p>



<p>Sul piano geopolitico, il suo percorso racconta la continuità tra fascismo europeo, guerra fredda, nazionalismo arabo e sicurezza israeliana. Berlino, Madrid, Il Cairo, Tel Aviv: non sono tappe casuali, ma stazioni di una stessa ferrovia clandestina. Il potere non dimentica gli uomini utili. Li sposta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lezione finale</h2>



<p>Otto Skorzeny non fu un uomo redento. Fu un uomo riutilizzato. La sua traiettoria non dimostra che le ideologie siano irrilevanti, ma che gli Stati, quando percepiscono una minaccia vitale, sono pronti a servirsi anche di ciò che dichiarano di detestare.</p>



<p>Il vero scandalo non è che un ex ufficiale delle SS abbia potuto aiutare Israele. Il vero scandalo è che la storia segreta degli Stati funziona spesso così: il nemico di ieri diventa lo strumento di oggi, non perché sia cambiato, ma perché è cambiata la necessità di chi lo impiega.</p>



<p>Skorzeny resta dunque una figura capitale non per il fascino oscuro della sua biografia, ma perché rivela una verità scomoda: nella guerra clandestina la linea tra giustizia e utilità è fragile, mobile, spesso invisibile. E quando entra in scena la sopravvivenza dello Stato, la morale non scompare. Semplicemente, viene messa in coda.</p>
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		<title>Chernobyl 40 anni dopo: quando l&#8217;incubo sovietico divenne anche il nostro</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/chernobyl-40-anni-dopo-quando-lincubo-sovietico-divenne-anche-il-nostro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 15:35:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chernobyl" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'esplosione del quarto reattore della centrale, il 26 aprile del 1986, preannunciò la fine dell'Urss e spinse a cambiare idea sul nucleare. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1283" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Chernobyl" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1024x684.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-768x513.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-1536x1026.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/04/chernobyl-600x401.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In anni in cui il cancelliere tedesco <strong>Friedrich Merz </strong>rimpiange la decisione di <strong>Angela Merkel </strong>di chiudere le centrali nucleari e il presidente francese <strong>Emmanuel Macron</strong> si fa forte delle sue, ricordare i quarant&#8217;anni trascorsi dal disastro nucleare di Chernobyl, l&#8217;allarme mondiale, lo spavento, le radiazioni, le verdure non più mangiate, le immagini tristi di quei <em>likvidatory</em> mandati allo sbaraglio e incaricati di intervenire sull&#8217;olocausto nucleare con attrezzature quando andava bene da pompieri, ci danno come prima cosa la sensazione di quanto tempo sia passato e di quanto sia cambiato il mondo. Oggi, forse, i tre quesiti referendari del 1987 che di fatto bloccarono lo sviluppo del nucleare in Italia (quando avevamo tre centrali attive, a Caorso, Latina e Trino Vercellese, più una disattivata nel 1982, quella di Sessa Aurunca) sarebbero respinti, chissà&#8230;</p>



<p>Ma il 1986 era il 1986. E quando, durante un test di spegnimento che doveva essere di routine ma che andò male e fu gestito peggio, all&#8217;1,23 del 26 aprile esplose il reattore numero 4, uno dei due (su quattro totali) costruito solo tre anni prima, le reazioni furono quelle adeguate ai tempi. I sovietici tacquero il più possibile, sperando fino all&#8217;ultimo di poter nascondere tutto sotto il tappeto. <strong>Mikhail Gorbaciov,</strong> ch&#8217;era diventato segretario generale del Pcus appena un anno prima, <strong>parlò apertamente dell&#8217;incidente solo 14 giorni dopo.</strong> La <em>glasnost&#8217; </em>(trasparenza) era ancora solo un proposito. Purtroppo per lui se n&#8217;erano già accorti i tecnici della centrale nucleare svedese di Forsmark, che avevano rilevato alti livelli di radiazioni, avevano sospettato un guasto interno e infine avevano capito che il pericolo arrivava appunto da Cernobyl, portato dai venti.</p>



<p><strong>Forsmark dista da Chernobyl 1.100 chilometri,</strong> il che dà l&#8217;idea di quanta strada in poco tempo riuscirono a fare le nubi tossiche. Passammo giorni, allora, a studiarne il percorso, piuttosto inutilmente. &#8220;Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va&#8221; (Giovanni, 3,8). Più prosaicamente, mi permetto qui un modestissimo aneddoto personale. Si era in Val Gardena con la figlia di tre anni colpita da pertosse e per questo portata in montagna, e mia moglie incinta. Fuga precipitosa per non farci sorprendere dalla nube in arrivo da Est salvo scoprire, una volta arrivati a Milano, che la nube si era spostata con noi. Anzi, sopra di noi. </p>



<p>Noi ci spaventavamo, ci dicevamo &#8220;nucleare mai più&#8221; e cominciavamo a fare i conti con eventuali aumenti delle sindromi tumorali. Negli anni, i diversi organismi scientifici che se ne sono occupati non sono riusciti a trovare un accordo, partendo da conclusioni anche molto lontane tra loro. Secondo il <strong>Chernobyl Forum</strong>, tavolo istituzionale promosso dall&#8217;Onu con la partecipazione tra gli altri di OMS, UNSCEAR (istituto dell&#8217;Onu incaricato di valutare gli effetti delle radiazioni), l&#8217;Agenzia internazionale per l&#8217;energia atomica, gli Istituti superiori di Sanità di Russia, Ucraina e Bielorussia, le vittime certe furono 65, senza evidenze epidemiologiche che denunciassero un particolare aumento di tumori e leucemie tra i l<em>ikvidatory</em> (ne parliamo tra poco) nella popolazione civile. All&#8217;oppposto <strong>il rapporto di Greenpeace,</strong> che ha invece parlato di un numero di vittime tra 100 e 270 mila. In mezzo, tante altre valutazioni più o meno affidabili.  </p>



<h2 class="wp-block-heading">I pompieri e i <em>likvidatory</em></h2>



<p>E mentre noi ci preoccupavamo, a Chernobyl e dintorni si moriva sul serio. Le prime a intervenire, pochi minuti dopo l&#8217;esplosione furono due squadra di semplici pompieri, una interna alla centrale e l&#8217;altra assegnata alla città di Pryp&#8217;jat (di cui parleremo). Furono mandati allo sbaraglio, con l&#8217;unico intento di domare l&#8217;incendio che fin da subito fu visibile a molti chilometri di distanza. La prima squadra ad arrivare sul posto era comandata dal tenente <strong>Vladimir Previk,</strong> che morì l&#8217;11 maggio. La seconda era invece comandata dal tenente <strong>Viktor Kibenok</strong>, che morì il 14 maggio. La sorte che, nel giro di poche settimane, toccò anche a tutti i loro colleghi, che avevano assorbito dosi micidiali di radiazioni e maneggiato in pratica a mani nude le grafite radioattiva uscita dalla breccia del rettore numero 4. Negli anni successivi, soprattutto nel 1986 e nel 1987 ma comunque fino al 1990, toccò, come anticipato prima, ai <strong><em>likvidatory</em>, circa 600 mila persone in totale reclutate tra i militari e personale specializzato nelle operazioni di bonifica, </strong>incaricate non solo della &#8220;pulizia&#8221; del sito ma anche della costruzione  del primo sarcofago destinato a ingabbiare le radiazioni ancora in uscita dal reattore distrutto.</p>



<p>Per quindici lunghissimi anni, cioè fino all&#8217;incidente della centrale giapponese di Fukushima (l&#8217;unico altro a essere classificato al livello 7, cioè il massimo della scala INES), dell&#8217;11 marzo 2011, Chernobyl è stato l&#8217;emblema di tutti i peggiori incubi nucleari e per noi europei lo è tuttora. Negli anni, al netto degli aspetti sanitari, <strong>è diventato agli occhi di molti persino una causa della rovina finale dell&#8217;Urss</strong>, soprattutto se accoppiato al ritiro dell&#8217;Armata Rossa dall&#8217;Afghanistan nel 1989.  In realtà, l&#8217;incidente e la sua gestione furono, più che una causa del crollo, <strong>una conferma che il sistema non funzionava più, che tra Mosca e le &#8220;periferie&#8221; la relazione era ormai troppo blanda e confusa per essere efficace.</strong> Sistema che, con Chernobyl, dovette mostrare al mondo la sua realtà concreta, quella che missili e cannoni avevano fin lì mascherato. Anche se il disastro è &#8220;intitolato&#8221; alla città di Chernobyl, che in realtà dista dalla centrale una ventina dai chilometri, le immagini spettrali degli edifici vuoti, l&#8217;asilo con i giocattoli ancora sugli scaffali, la ruota del luna park immobile e arrugginita, note in tutto il mondo, <strong>vengono da Pryp&#8217;jat,</strong> il piccolo centro costruito a pochi passi dai reattori.</p>



<p>Chi scrive ci è stato tre volte e ogni volta è rimasto sconvolto dal panorama: qui un impianto nucleare; lì, a distanza di meno di una passeggiata, le case, le scuole, la mensa, i giardinetti. Un assetto che peraltro si riscontrava in tutti i grandi centri industriali dell&#8217;Urss, per esempio anche nelle grandi città siderurgiche del Donbass, dove le ciminiere facevano ombra ai balconcini delle <em>khruscioby</em>, i condomini tirati sù in tutta fretta all&#8217;epoca di <strong>Nikita Khrusciov</strong> per provare a risolvere la cronica carenza di appartamenti. Tutto pareva affermare: tu sei ciò che lavori. L&#8217;uomo a una dimensione, per dirla con Marcuse, che di lì a poco avrebbe fatto capire a Mosca di averne abbastanza. </p>
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		<title>25 aprile, il riscatto dell&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/dossier/25-aprile-il-riscatto-dellitalia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 10:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="501" height="347" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/01_partigiani_a_milano1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/01_partigiani_a_milano1.jpg 501w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/01_partigiani_a_milano1-300x208.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 501px) 100vw, 501px" /></p>
<p>Il 25 Aprile l'Italia celebra la Liberazione e la fine della seconda guerra mondiale nel Paese. La Resistenza e il contributo da essa data alla lotta contro il nazifascismo consentirono di gettare il seme della ricostruzione nazionale. Ricordarla significa commemorare coloro che hanno, con il loro operato, dato un nuovo volto all'Italia. Restando poi protagonisti della sua classe dirigente nella fase in cui un Paese sconfitto rialzava la testa e entrava, di diritto, tra le grandi economie industriali della Terra. Nel dossier "InsideOver" ricorda volti più e meno noti della Resistenza, episodi che hanno segnato questa fase caotica del Paese e ne hanno plasmato gli sviluppi futuri</p>
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