Al momento in cui scriviamo, fortunatamente a nessuno è saltato in mente di imbrattare la statua di Indro Montanelli a Milano, come fece qualche patetico bipede nel 2021, in occasione del ventennale della morte. Oggi che ricorre il venticinquesimo, la dimenticanza è spiegabile con un’amara constatazione: della sua lezione non è rimasto niente. Nel bene e nel male, né a favore né contro. Se non, naturalmente, come esempio. Inimitabile, però, in anni, i nostri, in cui leggere è ormai un hobby retrò e lo stile, etico ed estetico, è un concetto reazionario. Perché, ancor più che grande giornalista, Montanelli fu senz’altro un maestro di gusto. Nella scrittura, e nella vita. Dove peccò, a parere di chi scrive, fu in certe posizioni. Ma quanto a eleganza, di penna e di modi, il mitico Cilindro resta inarrivabile.
Penna insuperabile
Aveva una prosa che gli invidiavano altri maggiori del mestiere come Giorgio Bocca. Non c’è una riga, in lui, da cui non si possano imparare nitore, musicalità, scorrevolezza. Riversava sulla pagina la sua predilezione per il paradosso, una non comune sagacia da ritrattista, la sterminata memoria da aneddotista (e anche un po’ ballista, come quella volta che s’inventò di aver incontrato e intervistato, quasi per caso, Hitler!) e, soprattutto, la vena da polemista ironico e mai sarcastico. Uno spiritaccio da toscano ribelle, il suo, che lo indusse a rompere con la propria parte, politica o giornalistica, non appena la annusasse tradire le promesse in cui egli aveva riposto fiducia. Fu così con il fascismo (fascismo di sinistra, fra l’altro, nella rivista L’Universale di Berto Ricci), amore giovanile mai rinnegato.
Conservatore vecchio stampo
Fu così con il Corriere della Sera, in cui fece tutta la sua sfolgorante carriera fino a quando, con la sterzata a sinistra impressa nei primi Settanta da Giulia Maria Crespi, capeggiò una scissione interna da cui nacque il Giornale, il suo giornale. E avvenne così anche nel 1994, quando giustamente abbandonò la direzione della sua stessa creatura poiché l’editore, Silvio Berlusconi, intendeva ridurla, come poi fece, in un house organ per la propria discesa in campo. Rimase fedele, insomma, alle sue idee, che erano le idee di un conservatore vecchio stampo. Una specie antropologica che nel nostro Paese ha avuto pochissimi esemplari in purezza (ce ne vengono in mente solo tre: Giuseppe Prezzolini, Leo Longanesi – non a caso, da lui considerati entrambi dei modelli – e Sergio Romano).
“Turatevi il naso e votate Dc”
Ma è proprio nelle idee, e in particolare nei posizionamenti politici, che Montanelli lasciava spesso a desiderare, per non dir peggio. Per esempio, quando stava venendo giù la Prima Repubblica, nei primi anni Novanta, dopo aver invitato a votarla nel 1976 con il famoso appello a “turarsi il naso”, ancora si attardava dietro alla Dc, non avendo capito nulla di fenomeni come la Lega. E si capisce. Quel mondo, il mondo degli Andreotti, Craxi, De Mita e Cossiga, era il suo mondo, dove gli era consentito di fare ciò che meglio gli riusciva: la fronda. Una disinteressata fronda (personalmente, l’Indro uomo era adamantino) ma non più che una contestazione da destra, sbertucciando la classe dirigente, ma non per sostituirla. D’altra parte, sulla barricata opposta, fino agli anni Ottanta c’era pur sempre un Partito Comunista che ai suoi occhi rappresentava, con l’Unione Sovietica sullo sfondo, il male assoluto.
Uomo d’establishment
Sebbene allergico alla mondanità e ai suoi traffici, era e restò sempre un uomo di sistema, che in punta di fioretto criticava il sistema per salvarlo. I suoi strali erano sicuramente più godibili di quelli, per dire, di un Fortebraccio sull’Unità. Ma di certo non erano quelli che andavano più a segno. Bocca sosteneva che fosse acuto ma non profondo, e ci prendeva: Montanelli proiettava il proprio scetticismo di fondo su chiunque, e su qualunque cosa. Memorabile la cantonata su Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2, descritto come un piazzista di periferia. Un limite, questo di relativizzare troppo, ancor più evidente nella Storia d’Italia, in cui deformò certi personaggi e taluni filoni di pensiero riducendoli poco meno che a burletta. La depressione che a intervalli lo accompagnò per tutta la vita lo induceva forse a sovrastimare il peso che la singola personalità ha sui processi storici, sorvolando sui risvolti socio-economici che tendeva a banalizzare, risolvendoli in termini di caratteri, umori, fatalità.
Destra utopica
D’altronde, lo confessava lui stesso: si sentiva un borghese dell’Ottocento, di una Destra ideale e illuminata, di fatto inesistente. O, in ogni caso, minoritaria rispetto ai sentimenti, retrivi e autoritari, della borghesia italiana reale. Un laico e doverista in un Paese di cattolici e perdonisti. Controcorrente, indubbiamente. Ma comunque nell’alveo della corrente, alla cui fonte c’era un pensiero dominante, l’austerità neo-liberale che venne abbracciata da tutti, Dc, Pci ecc, che gli impediva di comprendere il ruolo strategico, e non soltanto “assistenzialista”, dello Stato. Anche se, a sua attenuante, bisogna dire che negli anni Settanta e Ottanta il poltronificio dell’allora partitocrazia ce la metteva tutta, per rendere indifendibile l’idea di sovranità economica.
L’assurdo “processo” postumo
Alberto Ronchey una volta disse che Montanelli sarebbe stato all’opposizione pure nel governo dei suoi sogni. “Sì, ma per invitare poi a votarlo”, fu la risposta, sincera, del gran bastian contrario. Che lo era anche nei confronti del lettore, a cui non lisciava il pelo, assecondandone gli istinti peggiori pur di aumentare le copie (arte in cui ha sempre eccelso Vittorio Feltri, suo successore al Giornale). Né tanto meno si ergeva a cantore del proprio ego, sbrodolando editoriali-fiume arzigogolati e presuntuosi come era uso fare, invece, un Eugenio Scalfari (“Non è uno dei nostri”, fu la sentenza montanelliana emessa sul fondatore di Repubblica). Era decisamente fatto d’una pasta d’altri tempi, Indro Montanelli. Con i pregi e i difetti di tempi andati. Ecco perché è sommamente idiota quella recente moda, figlia della cancel culture odierna, di incolparlo per aver comprato, mentre combatteva in Etiopia nel 1935, una minorenne eritrea, secondo l’usanza locale del madamato (abolita due anni dopo proprio dai conquistatori italiani).
Lo stile è tutto
Non ha alcun senso fare la morale postuma, decontestualizzata, riguardo usi socialmente accettati di un dato territorio in una data epoca. Anche, e soprattutto, alla luce dell’intera biografia di Montanelli, che sul piano morale non conobbe altra macchia. Chi si macchiò di colpa ben più grave fu piuttosto il Corriere quando il suo ex editorialista principe, nel 1977, venne gambizzato dalle Brigate Rosse, e l’allora direttore, Piero Ottone, scelse di titolare la notizia in modo da nasconderne il nome. Fu una porcata, una mancanza di rispetto che rendeva tutto l’abisso con un Montanelli il quale, con quattro pallottole nelle gambe, pensò subito ad aggrapparsi all’inferriata per “morire in piedi”. Chissà, magari era una delle sue bugie. Ma anche fosse, sarebbe stata una bugia con stile. Perchè, con Oscar Wilde, “è lo stile, non la sincerità, l’essenziale”.
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