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	<title>Marco Carnelos Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 11 Sep 2026 22:41:10 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Marco Carnelos Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Ddl antisemitismo: più che lotta all&#8217;odio, un assist politico a Netanyahu</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ddl-antisemitismo-piu-che-lotta-allodio-un-assist-politico-a-netanyahu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 22:41:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il DDL italiano sull'antisemitismo, adottando integralmente e acriticamente la definizione IHRA invece della più precisa Dichiarazione di Gerusalemme, rischia di equiparare le critiche legittime a Israele e al sionismo all'antisemitismo vero e proprio, comprimendo così la libertà di espressione e dibattito politico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/ddl-antisemitismo-piu-che-lotta-allodio-un-assist-politico-a-netanyahu.html">Ddl antisemitismo: più che lotta all&#8217;odio, un assist politico a Netanyahu</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/OVERCOME_20260911114442670_c848aaebc882889642cb76e836bdb0cd-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il DDL sull&#8217;antisemitismo, approvato dal Senato il 4 marzo scorso e ora all&#8217;esame della Commissione Affari costituzionali della Camera va incontro ad un&#8217;esigenza reale e condivisibile: <strong>contrastare un inquietante rigurgito di antisemitismo </strong>emerso in particolare dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Sono in molti ad aver attribuito questo rigurgito alla palese sproporzione ritorsione israeliana che negli ultimi tre anni è purtroppo andata ben oltre il legittimo diritto all’autodifesa sancito dall’art. 51 della Carta dell’ONU e dalla successiva giurisprudenza internazionale.</p>



<p>In ogni caso, a prescindere dalle cause profonde della ripresa di questo ignobile fenomeno, il problema della legge non è l&#8217;obiettivo dichiarato, ma lo strumento scelto per perseguirlo.  Il testo recepisce integralmente la <a href="https://holocaustremembrance.com/resources/working-definition-antisemitism">definizione</a> operativa elaborata dall&#8217;<em>International Holocaust Remembrance Alliance</em> (IHRA) nel 2016, t<strong>rasformando in norma di legge dello Stato un documento che i suoi stessi estensori avevano concepito come non vincolante</strong> e, soprattutto, sconsigliato per un uso giudiziario o disciplinare. Qualora venisse confermato in questa forma, l’Italia diventerebbe, assieme alla Romania, il primo Paese europeo a dare valore di legge piena all&#8217;intera definizione dell’IHRA — un passo che nessun altro Paese Unione ha finora voluto intraprendere. </p>



<p><br>La definizione dell’IHRA, in sé, è enormemente &#8211; e pericolosamente -generica: &#8220;<em>L&#8217;antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può esprimersi come odio verso di loro</em>&#8220;. Dove si è mai visto in un provvedimento legislativo l’espressione <em>“…è una certa percezione…” </em>per descrivere atti o dichiarazioni soggetti a sanzioni penali?</p>



<p><strong>Il vero problema politico, tuttavia, risiede negli undici esempi esplicativi che la accompagnano di cui ben sette riguardano esplicitamente lo Stato di Israele</strong>: Paragonare la politica israeliana al nazismo, contestare il diritto di Israele a esistere come Stato ebraico, ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni del governo israeliano, etc.; tutti esempi che, presi alla lettera e fuori contesto, rischiano di far scivolare nella categoria &#8220;antisemitismo&#8221; qualunque critica al sionismo che &#8211; al pari del comunismo, socialismo, liberalismo, fascismo, nazismo, etc. – è un’ideologia politica, e, in quanto tale, legittimamente criticabile.</p>



<p>In particolare, antisemitismo ed antisionismo finiscono con l’essere equiparati.</p>



<p>In un simile contesto, iniziative politiche di critica nei confronti delle più recenti politiche israeliane, corredate da azioni e iniziative comunque pacifiche come boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni (il noto movimento <a href="https://bdsmovement.net/">BDS</a>), o persino i rapporti di organizzazioni volte alla tutela dei diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch, e, financo le accuse di apartheid e di violazione della Convenzione sul genocidio nei confronti della popolazione palestinese, verrebbero tutte sommariamente – <strong>come già da tempo viene fatto disinvoltamente dal Governo Netanyahu</strong> – bollate come manifestazioni antisemite.<br><br>Non è un timore astratto, è già accaduto purtroppo; nel Regno Unito per esempio diverse università hanno adottato la definizione dell’IHRA sotto pressione politica, con minacce di tagli ai finanziamenti per chi non si allineava, e in più occasioni questa definizione è stata invocata per cancellare eventi, sospendere accademici o bloccare mozioni universitarie critiche verso le politiche israeliane. <strong>In altre parole, una limitazione della libertà di espressione e di protesta.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso italiano</h2>



<p>Il caso italiano si configura come particolarmente problematico poiché il DDL non si limita a un richiamo simbolico ma <strong>estende la definizione dell’IHRA alla formazione delle forze di polizia, delle forze armate, del personale prefettizio, della magistratura,</strong> delle associazioni sportive, chiamate a monitorare e reprimere il fenomeno e la pone a fondamento delle attività di controllo del linguaggio online. Si finirebbe con il costruire una sorta di strumento “pedagogico” per plasmare la vita pubblica e istituzionale del Paese ed il relativo dibattito politico, piuttosto che un parametro per sanzioni, controlli di sicurezza o attività di polizia nei confronti degli inaccettabili fenomeni di antisemitismo.</p>



<p>Amnesty International ha addirittura segnalato il rischio che il dissenso espresso nelle manifestazioni contro le politiche del governo israeliano possa essere addirittura gestito come una minaccia alla sicurezza nazionale, una linea che, peraltro, sta prendendo piede diffusamente in diverse democrazie occidentali dove <strong>la politica nel senso nobile del termine sta diventando essenzialmente politica securitaria.</strong><br><br>E’ proprio per rispondere a queste pericolose ambiguità che nel 2021 oltre duecento tra i più autorevoli studiosi di antisemitismo a livello mondiale hanno elaborato la <em>Jerusalem Declaration on Antisemitism</em> (<a href="https://jerusalemdeclaration.org/">JDA</a>), pensata esplicitamente come alternativa più precisa alla definizione dell’IHRA. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La Dichiarazione di Gerusalemme</h2>



<p>La JDA definisce l&#8217;antisemitismo in modo più netto — <em>&#8220;discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei&#8221;</em> — e accompagna questa definizione con linee guida che tracciano un confine più chiaro tra odio antiebraico e dibattito politico legittimo su sionismo, Israele e Palestina.</p>



<p>Essa chiarisce inoltre che paragoni storici con altri contesti, per quanto sovente possano risultare controversi, non sono di per sé antisemiti.</p>



<p>Inoltre, non ci dovrebbe essere alcuna discussione sulla circostanza che <strong>confrontarsi sul futuro assetto statuale di Israele e della Palestina non equivale automaticamente a negare diritti collettivi agli ebrei;</strong> altrimenti chiunque dovesse pronunciarsi a favore della posizione internazionale consolidata &#8211; sancita peraltro da diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU &#8211; circa la soluzione del contenzioso israelo-palestinese, ovvero quella dei due Stati, rischierebbe di essere tacciato di antisemitismo. Purtroppo, sempre più frequentemente sta accadendo anche questo.</p>



<p>Nella stessa logica, anche il sostegno al movimento BDS rientra pienamente nel perimetro del dibattito e delle iniziative politiche legittime.&nbsp;</p>



<p>Del resto, da decenni le democrazie occidentali si distinguono in politiche sanzionatorie di boicottaggio e disinvestimento nei confronti un significativo numero di Paesi per le politiche da questi ultimi perseguite in materia di rispetto dei diritti umani e altro. <strong>Non si comprende quindi il motivo per cui per Israele dovrebbe essere fatta un’eccezione.</strong></p>



<p>A scanso di equivoci, il carattere democratico dello Stato ebraico&nbsp; non può essere invocato – come accade spessissimo nel dibattitto politico occidentale &#8211; come un’attenuante per giustificarne la perdurante impunità per l’uso illegale della violenza quando invece si tratta di una seria aggravante.&nbsp;</p>



<p>Generalmente, ma anche questo oggigiorno non è più così scontato, le democrazie non si macchiano di crimini di guerra o contro l’umanità efferati come quelli che hanno purtroppo caratterizzato il Governo Netanyahu negli ultimi tre anni sia a Gaza sia in Libano.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Definizione IHRA</h2>



<p>Sciaguratamente, in sede di discussione al Senato, un tentativo di sostituire la definizione IHRA con quella di Gerusalemme è stato respinto dalla maggioranza di governo.&nbsp;</p>



<p>È stata, a dir poco, una scelta miope. Un provvedimento nato per proteggere una minoranza dovrebbe fondarsi sulla definizione più operativa e meno esposta a strumentalizzazioni, non su quella più controversa e più difficile da applicare senza ambiguità; a meno che il vero scopo perseguito sia un altro e qui, come di consueto, <em>a pensar male si fa peccato ma certe volte ci si azzecca.&nbsp;</em></p>



<p><strong>La definizione dell’antisemitismo ad opera dell’IHRA è geopoliticamente connotata,</strong> e per questo motivo non è idonea ad un contrasto, repressione e punizione serie del fenomeno. Essa alimenta la percezione che la lotta all&#8217;antisemitismo venga piegata a fini di tutela politica di uno Stato estero, che da troppi anni beneficia di un’impunità assoluta rispetto alle numerose violazioni del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario di cui si è reso responsabile. <br></p>



<p>È appena il caso di evidenziare, in conclusione, che la definizione dell’IHRA è stata adottata solo da 47 paesi, ovvero nemmeno un quarto dei 195 Stati membri e 2 osservatori (Palestina e Santa Sede) delle Nazioni Unite che costituiscono la comunità internazionale.&nbsp;</p>



<p>Si tratta di omissioni e numeri che perlomeno dovrebbero far riflettere.&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il Patto di La Mecca e il grande risiko dell&#8217;Asia Occidentale</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-patto-di-la-mecca-e-il-grande-risiko-dellasia-occidentale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 08:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Asia Occidentale]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1257" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397-1536x1006.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807172453912_54a7422a8d441f02444c665964815397-600x393.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Da oltre un secolo, la regione che continua ad essere chiamata Medio Oriente, un retaggio orientalista imposto dal Colonial Office britannico, rappresenta una sfida geopolitica e geoeconomica per tutte le grandi e medie potenze che si sono impegnate e continuano pervicacemente ad impegnarsi nell’area. Rimuovendo i condizionamenti semantici del Regno di Sua Maestà, è opportuno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-patto-di-la-mecca-e-il-grande-risiko-dellasia-occidentale.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-patto-di-la-mecca-e-il-grande-risiko-dellasia-occidentale.html">Il Patto di La Mecca e il grande risiko dell&#8217;Asia Occidentale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Da oltre un secolo, la regione che continua ad essere chiamata Medio Oriente, un <a href="https://www.eurasiareview.com/14032025-rethinking-the-middle-east-a-case-for-west-asia-analysis/">retaggio orientalista</a> imposto dal Colonial Office britannico, rappresenta una sfida geopolitica e geoeconomica per tutte le grandi e medie potenze che si sono impegnate e continuano pervicacemente ad impegnarsi nell’area.</p>



<p>Rimuovendo i condizionamenti semantici del Regno di Sua Maestà, è opportuno chiamarla con il suo nome geografico, ovvero Asia Occidentale.</p>



<p>A cavallo tra il XX ed il XXI secolo la regione ha vissuto il tentativo di imposizione di una definitiva Pax Americana i cui punti salienti sono stati la Prima e la Seconda Guerra del Golfo 1991 e 2003, la lotta globale al Terrorismo a partire dal 2001 con la connessa invasione dell’Afghanistan, nonché maldestri, parziali e falliti tentativi di mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Unico raggio di luce l’accordo nucleare con l’Iran del 2015 (JCPOA) che poi Washington si è rapidamente rimangiato.</p>



<p>A partire dal 7 ottobre 2023, con il tragico e truculento assist offerto da Hamas, il tentativo si è trasformato nell’accelerazione verso un’imposizione coercitiva di una Pax Israelo-Americana, di cui l’attacco all’Iran il 28 febbraio scorso potrebbe costituire il canto del cigno.</p>



<p>Il risultato della Pax Israelo-Americana in Asia occidentale è stato a dir poco catastrofico.</p>



<p>Coloro &#8211; e sono ancora in tanti purtroppo &#8211; che ritengono errata tale conclusione, e credono invece che gli Accordi di Abramo del 2020 e il Piano Trump ed il Board of Peace of Gaza abbiano riaperto le prospettive di pace nella regione, possono tranquillamente interrompere la lettura di questo articolo.</p>



<p>Nessuna delle argomentazioni e dei dati a sostegno che verranno offerti qui di seguito li smuoverà dal loro giudizio distopico. Al massimo, qualcuno di loro, con un cinismo ed un’ipocrisia che se fossero monetizzabili coprirebbero lo stratosferico <a href="https://it.insideover.com/economia/il-debito-americano-verso-i-40-trilioni-di-dollari-porta-leconomia-mondiale-in-un-territorio-inesplorato.html">debito USA</a> di 40.000 miliardi $, potrebbe limitarsi a liquidare il tutto come danni collaterali o come il duro prezzo da pagare per la difesa della Democrazia.</p>



<p>Iraq, Siria, Yemen, Palestina, e, da ultimo Iran, sono usciti devastati dalle cosiddette “guerre senza fine” nella regione. La credibilità politica e militare USA demolita, insieme alla sua vasta rete di basi militari nell’area. Il capitale di simpatia riscosso da Israele all’indomani del 7 ottobre 2023 è completamente evaporato dopo le stragi a Gaza e in Libano e la violenta annessione strisciante della Cisgiordania; con l’aggravante di giudizi pendenti sul paese e i suoi leaders dinanzi ai principali organismi giurisdizionali internazionali.</p>



<p>Tralasciando quelli sociali e ambientali, i soli costi umani ed economici di questa Pax sono stati a dir poco spaventosi.</p>



<p>La prestigiosa Brown University ha da 16 anni istituito un <a href="https://costsofwar.watson.brown.edu/about">Cost of War Project</a> che ha valutato minuziosamente i costi delle sole “guerre americane senza fine” nella regione. Nel solo arco di tempo tra <a href="https://costsofwar.watson.brown.edu/costs/human">il 2001 ed il 2023</a> i dati offerti indicano 940.000 morti di cui 432.000 civili. Le stime delle morti indirette tra i civili oscillano tra i 3,6 e i 3,8 milioni.</p>



<p>I costi economici sopportati dal solo bilancio federale degli Stati <a href="https://costsofwar.watson.brown.edu/costs/economic">&nbsp;indicano</a> 8000 miliardi di $ con una stima di ulteriori 2.200 miliardi di $ nei i prossimi 30 anni per pensioni e servizi sanitari a beneficio dei veterani dei diversi conflitti.</p>



<p>Per quanto concerne l’attuale dibattito italico ed europeo sui migranti e sulle cause profonde del fenomeno, le stime sui profughi e gli sfollati raggiungono livelli biblici, oscillanti tra i 37 e i 57 milioni.</p>



<p>Nell’UE, completamente assorbita dal conflitto in Ucraina, la catastrofe dell’Asia occidentale e le relative conseguenze continuano a provocare un malcelato fastidio a livello politico e ad essere, incredibilmente, gestite e giudicate ricorrendo a narrazioni israelo-americane.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un&#8217;accelerazione dettata dall&#8217;instabilità</strong></h2>



<p>Fortunatamente, qualche paese della regione sembra voler iniziare ad esplorare ed intraprendere nuovi percorsi geopolitici.</p>



<p>Il 7 agosto scorso, nella città santa della Mecca, i leader di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno posto la firma su un documento potenzialmente destinato a ridisegnare gli equilibri di potere in Asia Occidentale e oltre. Questi potrebbero aver finalmente preso atto di una situazione caratterizzata ormai da insostenibile instabilità nonché del palese rischio determinato dal continuare a riporre speranze sulla Pax Israelo-Americana.</p>



<p>&nbsp;Il cosiddetto&nbsp;<em>Accordo di Mutua Sicurezza della Mecca</em>&nbsp;(o&nbsp;<em>Makkah Joint Defence Agreement</em>) impegna le tre potenze a considerare un attacco armato contro una di esse come un attacco contro tutte. Un meccanismo di difesa collettiva che richiama l&#8217;articolo 5 della NATO&nbsp;e che, in un&#8217;area così sconvolta da guerre e tensioni, potrebbe rivelarsi, nel tempo, un terremoto geopolitico.</p>



<p>La nascita di questa alleanza è anche la diretta conseguenza di un vuoto di sicurezza percepito come sempre più pericoloso. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, imposto da Washington e Gerusalemme lo scorso febbraio, ha avuto gravi ripercussioni che si vanno a sommare a quelle precedentemente illustrate.</p>



<p>Come ritorsione, Teheran e i suoi alleati hanno colpito obiettivi in Arabia Saudita e in altri Stati del Golfo che ospitavano basi americane, interrompendo successivamente il traffico navale nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso, determinando la più grande crisi energetica mai censita dall’International Energy Agency. Gli attacchi degli Houthi yemeniti, sostenuti dall&#8217;Iran, contro le infrastrutture petrolifere saudite avevano del resto dimostrato la vulnerabilità del Regno fin dal <a href="https://edition.cnn.com/2019/09/15/middleeast/saudi-oil-attack-lister-analysis-intl">2019</a>. Dinanzi ad un simile caos, la risposta degli Stati Uniti è apparsa esitante ed erratica, minandone la credibilità come garante della sicurezza regionale ed evidenziando la cieca tracotanza del suo principale braccio armato, Israele, che è giunto ad attaccare addirittura il Qatar.</p>



<p>Valutando il tutto in una prospettiva storica di lungo periodo, si potrebbe azzardare sostenendo che quello che non è stato conseguito da secoli di storia, Stati Uniti ed Israele sono riusciti a realizzarlo nel giro di qualche anno: un’embrionale saldatura politica e di sicurezza tra gli eredi di tre tra i principali imperi nati nella regione: quello Arabo, quello Ottomano, e quello Mogul. Chapeau!</p>



<p>Se poi, come si vocifera, gli eredi di quello più antico, quello Persiano, dovessero aderire all’intesa della Mecca il capolavoro sarebbe perfetto; degno di essere celebrato con la creazione di un Premio Nobel ad hoc per la stupidità strategica.</p>



<p>L&#8217;Accordo tripartito, che si basa su un precedente patto bilaterale del 2025 tra Pakistan e Arabia Saudita, è quindi una risposta a questo disagio dalle molteplici sfaccettature che sembra premiare anzitutto la storia e la geografia rispetto alle affiliazioni politiche degli ultimi decenni.</p>



<p>Le tre nazioni portano in dote risorse complementari: la potenza economica, finanziaria e petrolifera dell&#8217;Arabia Saudita, la formidabile industria militare e la seconda forza armata della NATO, quella della Turchia, e l&#8217;arsenale nucleare e l&#8217;esperienza bellica del Pakistan. Insieme, formano un blocco dal peso strategico e demografico innegabile. Resta certamente da vedere se questo ultimo riuscirà a trasformarsi effettivamente in una risolutiva influenza geopolitica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un messaggio all&#8217;asse USA-Israele</strong></h2>



<p>Per quanto molti si affrettino ad intravedervi un cordone sanitario verso l’Iran, il patto rappresenta un duro colpo per le ambizioni di Washington e del suo alleato israeliano. Per anni, gli Stati Uniti hanno fatto della sicurezza del Golfo un pilastro della loro politica nell’area, e Israele ha cercato di normalizzare i rapporti con l&#8217;Arabia Saudita, sulla scia degli Accordi di Abramo, peraltro abbastanza gracili in termini di adesioni arabe. L&#8217;Accordo della Mecca, siglato da tre Paesi fortemente critici verso la politica di Netanyahu, nonché chiaramente schierati a sostegno della causa palestinese, potrebbe rendere questo obiettivo sempre più difficile da conseguire.</p>



<p>L&#8217;intesa tripartita è inoltre un campanello d&#8217;allarme per la Casa Bianca. Non si tratta tuttavia di una rottura totale con Washington, perlomeno non ancora. &nbsp;La Turchia rimane un membro della NATO e sia l&#8217;Arabia Saudita che il Pakistan mantengono i legami militari con gli USA; emerge tuttavia una chiara volontà di costruire un&#8217;architettura di sicurezza multilivello, che non dipenda esclusivamente dall&#8217;ombrello protettivo (israelo) americano. Parafrasando quella politica tanto sbandierata ma non praticata dall’UE, la si potrebbe definire come <em>Autonomia Strategica Sunnita.</em></p>



<p>Sembra farsi strada l’idea che la sicurezza non possa più essere semplicemente &#8220;importata&#8221; dall&#8217;esterno, con costi che peraltro sembrano dei veri e propri taglieggiamenti. Quanto concordato alla Mecca si profila come un&#8217;assicurazione strategica contro l&#8217;imprevedibilità di una politica estera americana che sembra aver completamente perso la bussola, e contro quella israeliana che appare in preda ad un egemonismo messianico e violento incontrollato, che, guarda caso, inizia ora a mettere la Turchia nel proprio mirino.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Iran: accerchiato o invitato al tavolo?</strong></h2>



<p>Per l&#8217;Iran, l&#8217;Accordo della Mecca potrebbe rivelarsi un&#8217;arma a doppio taglio. Da un lato, rappresenta un potenziale accerchiamento. Dopo aver lanciato missili e droni sui paesi vicini, Teheran si ritrova di fatto circondata da tre potenze sunnite formalmente alleate nella difesa reciproca.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato, l&#8217;intesa non identifica la teocrazia persiana come nemico (la Turchia lo ha esplicitamente negato); come accennato, le voci secondo cui Teheran sarebbe stata <a href="https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-906316">invitata</a> ad aderirvi continuano a circolare. Sebbene Teheran abbia smentito di aver ricevuto un invito ufficiale, l&#8217;ipotesi potrebbe essere presa in considerazione, perlomeno dalla parte meno arroccata dell’articolato establishment religioso, politico e militare iraniano.</p>



<p>Questa ambiguità è fondamentale. Il patto potrebbe quindi sorprendentemente trasformarsi in un meccanismo per integrare Teheran in un nuovo ordine regionale.</p>



<p>Un&#8217;eventuale adesione che potrebbe essere propiziata dalla mediazione cinese (da non dimenticare la facilitazione a suo tempo <a href="https://www.aljazeera.com/news/2023/8/21/china-brokered-saudi-iran-deal-driving-wave-of-reconciliation-says-wang">offerta</a> da Pechino nel dialogo tra Teheran e Riad). Questa cambierebbe radicalmente la natura dell&#8217;intesa, facendola evolvere da uno strumento di mutua difesa ad una piattaforma per la sicurezza collettiva della regione.</p>



<p>In ogni caso, il messaggio a Teheran è chiaro: il costo di un&#8217;aggressione contro uno dei tre firmatari è ora potenzialmente molto più alto, mentre le opzioni diplomatiche per un dialogo ed un’architettura di sicurezza regionale (peraltro un vecchio pallino iraniano!) sono potenzialmente sul tavolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Cina come grande beneficiaria?</strong></h2>



<p>A osservare la scena da Pechino, l&#8217;Accordo della Mecca non può che essere visto come uno sviluppo positivo. Senza dover compiere alcuna mossa militare o diplomatica diretta, la Cina si trova a raccogliere i potenziali frutti di un assetto regionale che si allineerebbe perfettamente con i suoi interessi strategici di lungo periodo.</p>



<p>In primo luogo, il patto rappresenta una&nbsp;diversificazione del quadro politico della regione(peraltro strategicaper l’approvvigionamento energetico cinese) riducendo il ruolo centrale degli Stati Uniti. La Cina, insieme a Russia e Iran, sostiene da tempo un ordine securitario regionale più indipendente dall&#8217;influenza americana. Un’Asia Occidentale che gestisse in modo più autonomo la propria difesa diventerebbe più aperta all&#8217;influenza economica e diplomatica cinese, senza che Pechino debba necessariamente assumersi oneri di garante o di sicurezza.</p>



<p>In secondo luogo, Pechino gioca la&nbsp;carta del Pakistan, suo storico partner nella regione. Il rafforzamento del ruolo di Islamabad attraverso l&#8217;alleanza con Riyadh e Ankara offre a Pechino un canale privilegiato per amplificare la propria influenza e rafforzare la <em>Belt and Road Initiative</em> a potenziale detrimento <em>dell’India-Middle East Corridor (IMEC)</em> tardivamente patrocinato dagli USA a partire dal 2023.</p>



<p>In terzo luogo, si determina una potenziale contrapposizione a quell’embrionale intesa politica emersa negli ultimi anni che ha visto una crescente convergenza USA-Israele con Emirati Arabi Uniti e India. Il cosiddetto I2U2 o <a href="https://mei.edu/publication/indo-abrahamic-alliance-rise-how-india-israel-and-uae-are-creating-new-transregional/">Alleanza Indo-Abramitica</a>.</p>



<p>Infine, l’intesa difensiva potrebbe aprire nuove&nbsp;opportunità per l&#8217;industria bellica cinese. Anche la guerra in Iran, al pari di quella ucraina, ha evidenziato l&#8217;importanza dei droni e dei sistemi antiaerei, settori in cui la Cina è estremamente competitiva, offrendo tecnologie a prezzi accessibili e partnerships per la produzione locale. Si prospetterebbero quindi: un possibile grande mercato per Pechino e apprensioni per il complesso militare-industriale israelo-americano.</p>



<p>Ma l’Accordo di Mutua Sicurezza della Mecca è molto più di un patto difensivo; è anche il sintomo di un mondo che cambia, che si affranca dai soliti noti, dove le fedeltà tradizionali vengono messe in discussione e nuovi meccanismi di concertazione regionali cercano di affermare la propria autonomia.</p>



<p>Se un nuovo ordine distinto dalla <em>Pax Israelo-Americana</em> (che poi non è così pacifica) dovesse effettivamente emergere in Asia Occidentale come risultato di quanto concordato alla Mecca il 7 agosto scorso, i relativi risvolti geopolitici potrebbero essere duraturi, ed andare ben oltre i confini della regione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-patto-di-la-mecca-e-il-grande-risiko-dellasia-occidentale.html">Il Patto di La Mecca e il grande risiko dell&#8217;Asia Occidentale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il debito americano verso i 40 trilioni di dollari porta l&#8217;economia mondiale in un territorio inesplorato</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-debito-americano-verso-i-40-trilioni-di-dollari-porta-leconomia-mondiale-in-un-territorio-inesplorato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 13:18:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1027" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-1024x548.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-768x411.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-1536x822.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-600x321.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane, mentre l’Italia restava (e purtroppo resta!) avvitata sul duo Lavitola-Ranucci e, insieme al resto d’Europa, su migranti e dublinanti, sui mercati finanziari internazionali è accaduto qualcosa di estremamente importante che i media italiani, per non parlare della classe politica, hanno ampiamente ignorato. Si sta profilando infatti una delle principali minacce al presunto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/il-debito-americano-verso-i-40-trilioni-di-dollari-porta-leconomia-mondiale-in-un-territorio-inesplorato.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1027" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-300x160.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-1024x548.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-768x411.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-1536x822.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260813165219284_0caed10a0ed01e4cabe7b20c5c71ecdd-e1786632799221-600x321.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane, mentre l’Italia restava (e purtroppo resta!) avvitata sul duo Lavitola-Ranucci e, insieme al resto d’Europa, su migranti e dublinanti, sui mercati finanziari internazionali è accaduto qualcosa di estremamente importante che i media italiani, per non parlare della classe politica, hanno ampiamente ignorato.</p>



<p>Si sta profilando infatti una delle principali minacce al presunto ordine economico globale a guida statunitense che, per restare all’attualità politica, non è rappresentata dai migranti, dalla Russia, e nemmeno dalla Cina, né, tantomeno, dall’Iran e dalla navigabilità dello Stretto di Hormuz, ma, piuttosto, dalla tenuta dello stratosferico debito federale americano che ha raggiunto la fatidica soglia dei 40 trilioni di $ (40.000 miliardi).</p>



<p>È una prospettiva inquietante, non solo per i suoi devastanti risvolti macroeconomico-finanziari, ma soprattutto perché l’attuale Amministrazione USA è una di quelle che non avrebbe alcun scrupolo a scaricare questo mostruoso problema sull’intero pianeta sulla base del supposto debito storico che, secondo la distopica visione di Donald Trump &amp; co, gli USA vanterebbero nei confronti dell’umanità.</p>



<p>Non andrebbe inoltre dimenticato che Trump &#8211; se dovesse sciaguratamente procedere in tal senso &#8211; agirebbe comunque su un solco storico consolidato. Nel 1971 l’Amministrazione Nixon assestò unilateralmente un duro colpo agli Accordi di Bretton Woods del 1944 annunciando la fine della convertibilità del dollaro in oro; nel 1985, con gli Accordi del Plaza, l’Amministrazione Reagan impose al Giappone &#8211; che vantava un elevato surplus commerciale verso gli USA &#8211; una stagnazione quarantennale dalla quale non si è ancora ripreso; nel 1999 l’Amministrazione Clinton, con <a href="https://www.npr.org/sections/thetwo-way/2015/10/14/448685233/fact-check-did-glass-steagall-cause-the-2008-financial-crisis">l’abolizione del Glass-Steagal Act</a> (che vietava la fusione tra banche commerciali e d’investimento) pose le premesse della crisi finanziaria del 2008 che ebbe un impatto globale negativo protrattosi per anni soprattutto al di fuori degli Stati Uniti.</p>



<p>Un insieme di scelte economiche che, coniugate a quelle politiche come l’abbandono del Vietnam del Sud nel 1975, dello Shah in Iran nel 1979, di Mubarak in Egitto nel 2011, del Governo afgano nel 2021, e, come si sta profilando per l’Ucraina a partire dal 2025, hanno ulteriormente concorso a rafforzare la purtroppo nota massima della geopolitica che abbraccia i 50 anni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo:</p>



<p>“<em>Essere amici degli Stati Uniti è pericoloso ma esserne amici può essere fatale”</em>.</p>



<p>Per inciso, un segnale evidente del mutamento geopolitico in corso, nonché dei connessi equilibri globali, è anche rappresentato dal fatto che quando l’anno scorso Trump ha provato a riservare alla Cina un trattamento simile a quello inflitto al Giappone nel 1985, questa volta con i dazi, ha dovuto fare precipitosamente marcia indietro, originando peraltro il noto acronimo T.A.C.O. (Trump Always Chickens Out), ovvero “<em>Trump se la fa sempre sotto”.</em></p>



<p>A distanza di oltre quarant’anni, il Giappone sta nuovamente assumendo un rilievo, in questo caso sulla tenuta del debito USA, e questa circostanza è stata confermato dagli eventi succedutisi nelle ultime settimane.</p>



<p>A fine luglio lo yen era in caduta libera, con la peggiore perdita di valore rispetto al dollaro degli ultimi quarant’anni. Una situazione dovuta sia ai maggiori rendimenti garantiti dai titoli USA, con tassi intorno al 3,5% rispetto all’1% del Giappone; sia alle preoccupazioni sulla sostenibilità del debito pubblico giapponese (il più alto al mondo rispetto al PIL, oltre il 200%).&nbsp; Il risultato è stato una fuga dalle attività denominate nella valuta nipponica alla quale si è aggiunta la difficilissima congiuntura imposta dall’impennata del prezzo del greggio (di cui il Giappone è un importatore netto) causata dal conflitto che USA e Israele hanno scatenato contro l’Iran nel febbraio scorso. Nelle parole di un attento <a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/gli-usa-in-soccorso-del-giappone-per-salvare-se-stessi-a-spese-delleuropa/">studioso</a> della materia, si è determinata una “tempesta perfetta”.</p>



<p>Le autorità monetarie di Tokyo hanno tentato senza successo di rafforzare la loro valuta con massicci acquisti di yen, giungendo quindi a ventilare la soluzione estrema del rimpatrio dei capitali con vendita dei bond statunitensi di cui il paese è il maggiore <a href="https://ticdata.treasury.gov/resource-center/data-chart-center/tic/Documents/slt_table5.html">detentore</a> globale (1,1 trilioni di $) seguito da Regno Unito e Cina.</p>



<p>Si tratterebbe di un’opzione che gli USA giudicherebbero assai negativamente. Questa potrebbe infatti scatenare una svendita del debito USA imponendo un accrescimento dei rendimenti sui treasury bond e, di conseguenza, un forzato rialzo dei tassi di interesse per trattenere i creditori in fuga, aggravando ulteriormente il servizio del debito USA proprio mentre Trump sta invece insistentemente chiedendo alla Federal Reserve di abbassare i tassi.</p>



<p>Considerando la congiuntura negativa aggravata dal costosissimo conflitto contro l’Iran, l’enorme esposizione finanziaria a favore di Israele, il bilancio della Difesa fuori controllo (con l’ulteriore aggravamento del debito che al Governo federale USA costa annualmente oltre 1000 miliardi di $ di interessi, 3 miliardi al giorno!) e l’aumento del costo dei carburanti causato dal blocco di Hormuz con le connesse spirali inflazionistiche, che risulterebbero ulteriormente aggravate dal deprezzamento del dollaro e dal conseguente aumento dei costi dell’import, anche per gli Stati Uniti si starebbe quindi profilando una <a href="https://www.ft.com/content/6cb399fa-9fba-4806-98a3-9572fe319622?accessToken=zwAAAaAz3ED-kc9ss5n6n7pIBtOYo5Vy_jGWIg.MEUCIEUMU8AG3ITTEXGlJkSCWuhI-5SEWqMXZG3YtNoic25HAiEAnlgVqjFCZ3klvhdl6OnzJoGAbHX2FgmLgPnFvj4sS_k&amp;sharetype=gift&amp;token=35f6ee04-0ebd-466b-89e4-bf80e698a1ac&amp;syn-25a6b1a6=1">tempesta perfetta</a>.</p>



<p>Tutto questo in un delicato anno elettorale per Donald Trump, con le elezioni di medio termine previste il prossimo novembre dove potrebbe perdere il controllo di uno o di entrambi i rami del Congresso.</p>



<p>Purtroppo, gli effetti negativi non finirebbero qui.</p>



<p>Il potenziale indebolimento del dollaro potrebbe ripercuotersi negativamente sui listini azionari USA, che sono peraltro completamente dominati da cinque aziende hi-tech &#8211; super indebitate extra-bilancio per oltre 1 trilione di $ &#8211; e con quotazioni di borsa surreali rispetto ai loro fondamentali economici frutto della bolla dell’Intelligenza Artificiale attualmente in corso – finendo con il disincentivare i capitali che arrivano da ogni angolo del pianeta; sempreché la bolla dell’IA non esploda prima.</p>



<p>Washington è quindi corsa ai ripari. Il 31 luglio il Tesoro statunitense e la Bank of Japan hanno messo in piedi un rafforzamento dello Yen, in caduta libera nel suo valore, con acquisti massici della valuta nipponica utilizzando euro. Non accadeva dal 1998 che Washington intervenisse sul cambio dollaro-yen, e la scelta di finanziare l&#8217;operazione vendendo euro, anziché attingendo a riserve in dollari, è stato un palese schiaffo all’Europa con la quale la manovra non è stata minimamente concertata. La Banca Centrale Europea non avrebbe nascosto il suo <a href="https://www.ft.com/content/d9922d0b-51a0-48be-811b-42e08f90985a?accessToken=zwAAAaAz3-rwkdPZki0LUaBIvtOBG0Lgj5CYWg.MEUCIBq8peGUy0HSS9WwwBoYPhpqCtExmpKeteOKFAPwRHZnAiEAre5GoRPG41-Huy9kaF-F9Mq7YAgPRiamg5ZC0V-babc&amp;sharetype=gift&amp;token=093a84ed-3e13-4096-ac72-aacc6cb294f0&amp;syn-25a6b1a6=1">sconcerto</a>.</p>



<p>Il risultato è stato un indebolimento della valuta europea ma anche un messaggio negativo che gli USA hanno inviato a tutti gli investitori rispetto al Vecchio Continente.</p>



<p>In sintesi, un edificante esempio di cooperazione tra i membri del G7, sempre della serie “<em>con amici come questi chi ha bisogno di nemici</em>?”</p>



<p><br>A distanza di pochi giorni dall&#8217;intervento valutario, il Tesoro USA ha annunciato il raddoppio, da 2 a 4 miliardi di $, delle singole operazioni di riacquisto (buy-back) a sostegno della liquidità sui titoli americano con scadenza a 10 e 30 anni.</p>



<p>Inoltre, la dichiarazione trimestrale del Tesoro sulla politica di emissione ha inoltre introdotto una modifica alla <em>forward guidance</em> che apre alla possibilità di ridurre le vendite di debito a lungo termine, spostando l&#8217;onere del finanziamento verso le scadenze brevi. È una prassi adottata più volte dal Segretario al Tesoro Scott Bessent sin dal suo insediamento: contenere i rendimenti sulla parte lunga della curva, quella più sensibile all&#8217;andamento dei mutui e del credito alle imprese, anche a costo di aumentare l&#8217;esposizione del Tesoro al rischio di rifinanziamento a breve termine, un rischio che si trasferisce semplicemente più avanti nel tempo. Quella che molti analisti equiparano tuttavia ad un atto di disperazione o, più <a href="https://www.ft.com/content/f01ff762-3e68-4bac-bb73-6f35a6bf2771?accessToken=zwAAAaAzXcrgkdPwH_diPmhLrNO7c281pr8ncQ.MEUCIFuye6P7Diq9hg9KTHtXfZo1ADGzcnvRffBWOUOcNVmTAiEAv2tg1eYo0LUe0KS2q6xIF7P7rMNYjhKMs8tvzCgl1Ww&amp;sharetype=gift&amp;token=6345b531-645f-4dc5-8426-95ddf4ea3e0f&amp;syn-25a6b1a6=1">perfidamente</a>, come un “<em>cerotto apposto sul foro causato da un proiettile.”</em><br><br>L&#8217;effetto immediato di queste misure è stato un calo dei rendimenti dei bond trentennali di circa dieci punti base, fino al 5,18%. Il bond decennale aveva toccato un massimo di diciotto mesi al 4,736%, il trentennale un massimo dal 2007 al 5,253%, prima che l&#8217;annuncio del buyback ne raffreddasse la corsa.<br><br>Resta però da chiedersi quanto questa architettura sia sostenibile oltre il breve termine. Di fatto, il possibile ritiro del Giappone come acquirente automatico di treasuries USA indebolisce la base strutturale delle aste americane, in un contesto in cui la domanda privata estera resta comunque più orientata verso Wall Street (la menzionata bolla dell’Intelligenza Artificiale) piuttosto che verso il debito pubblico USA.</p>



<p>Il Giappone varcherà il Rubicone della svendita dei treasuries americani per salvarsi? Possibile, ma Washington farà di tutto per evitare questa ipotesi.</p>



<p>Il paradosso che si <a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/gli-usa-in-soccorso-del-giappone-per-salvare-se-stessi-a-spese-delleuropa/">profila</a> è quello di un’inversione dell’architettura finanziaria globale dell’ultimo mezzo secolo. Gli Stati Uniti, da beneficiari ultimi del $ come valuta di riserva degli scambi globali e del processo di riciclaggio dei petrodollari &#8211; che per decenni hanno finanziato il loro deficit, il famoso “privilegio esorbitante” &#8211; potrebbero essere chiamati, come il caso giapponese dimostrerebbe, alla funzione di stampella di alcuni di quegli stessi paesi che ne sostengono il deficit: un cane che si morde la coda.</p>



<p>Una situazione a dir poco tragicomica, ovviamente aggravata dalle implicazioni della scellerata &#8211; e palesemente controproducente &#8211; guerra scatenata contro l’Iran, mentre le riserve strategiche globali di greggio &#8211; utili per calmierarne il prezzo &#8211; si stanno pericolosamente <a href="https://www.wsj.com/business/energy-oil/iea-proposes-largest-ever-oil-release-from-strategic-reserves-275f4e5c">assottigliando</a> a 1,8 miliardi di barili (nel 2004 erano 4,1 miliardi!).</p>



<p>&nbsp;La prospettiva, quindi, potrebbe essere quella di un ulteriore rialzo del greggio, proprio mentre questa torrida estate dovrebbe avviarsi alla conclusione per lasciare posto tra qualche mese ad un inverno a dir poco incerto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-debito-americano-verso-i-40-trilioni-di-dollari-porta-leconomia-mondiale-in-un-territorio-inesplorato.html">Il debito americano verso i 40 trilioni di dollari porta l&#8217;economia mondiale in un territorio inesplorato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Scudi umani ad Ankara: come Trump è stato esfiltrato in un furgone del catering</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/scudi-umani-ad-ankara-come-trump-e-stato-esfiltrato-in-un-furgone-del-catering.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 13:13:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="890" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Trump Nato" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560-300x139.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560-1024x475.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560-768x356.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560-1536x712.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260819151217450_d5e033259fb14b8febc95ca9b8db5f0f-e1787145197560-600x278.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Al Vertice NATO di Ankara, Trump sarebbe stato fatto fuggire di nascosto su un aereo terzo per una presunta minaccia segnalata da Israele</p>
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<p>L’interazione USA-Israele, in particolare nel settore intelligence, rappresenta un’inesauribile filone di storie, talvolta anche divertenti, per quei malcapitati che di questi tempi si occupano di geopolitica.</p>



<p>L’ultima perla ci è stata regalata dal recente<a href="https://www.nato.int/en/news-and-events/events/2026/07/overview---2026-nato-summit-in-ankara-"> Vertice NATO</a> svoltosi ad Ankara il 7 e 8 luglio scorso. I fatti sono ormai ampiamente noti ma quello che fa ancora discutere sono i risvolti di questi ultimi.</p>



<p>In breve, <strong>a causa di una minaccia alla sua incolumità il Presidente Trump alla fine del Summit</strong> non sarebbe rientrato a Washington con il suo nuovo Air Force One (per intenderci quello regalatogli dal Qatar del modico valore di 400 milioni di $) ma con quello<a href="https://www.cbsnews.com/news/trump-iran-proxies-credible-threat-air-force-one-turkey/">tradizionale</a> che dispone di migliori apparti di sicurezza passiva.</p>



<p>Dopo circa un mese, grazie al <a href="https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/08/10/trump-flew-secrecy-amid-iran-threat-air-force-one-became-decoy/">Washington Post</a>, e, successivamente, ad altre testate <a href="https://www.nytimes.com/2026/08/11/us/politics/trump-air-force-one-switch.html">giornalistiche</a> USA, veniamo a scoprire nell’ordine:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>che Trump non ha preso il vecchio Air Force One ma addirittura un terzo aereo, militare, parcheggiato a fianco;</li>



<li>che è stato esfiltrato (insieme alla sua onnipresente e affascinante assistente esecutiva, Natalie Harp) attraverso il carrello dell’Air Force One, occultato in un furgoncino per il catering e con lo stesso sistema introdotto nell’aereo militare parcheggiato a fianco. Durante uno scalo a Londra con lo stesso sistema Trump sarebbe stato reintrodotto nel vecchio Air Force da dove sarebbe disceso a beneficio di telecamere e fotografi per confermare la sua presenza a bordo;</li>



<li>che l’informazione sulla presunta minaccia al Presidente Trump veniva (guarda caso!) da Israele, che farebbe di tutto per tenere gli Stati Uniti inchiodati nel conflitto con l’Iran;</li>



<li>che l’intelligence USA sarebbe stata scettica sul valore effettivo della segnalazione israeliana;</li>



<li>ma soprattutto che tutto il seguito di Trump nel vecchio Air Force One – oggetto della presunta minaccia segnalata da Israele – sarebbe comunque decollato; seguito che includeva niente di meno che il Segretario di Stato Rubio, quello alla Guerra Hegseth e quello al Tesoro Bessent insieme all’apparentemente insostituibile portavoce del Presidente, Caroline Leavitt.</li>
</ul>



<p>Venendo ai risvolti e alle considerazioni c’è solo da sbizzarrirsi.</p>



<p>Da mesi i media e <strong>l’establishment politico statunitensi enfatizzano, talvolta con scherno, l’anomala circostanza dell’occultamento permanente del Leader Supremo iraniano, Moijtaba Khamenei</strong>. Non sappiamo se dovuto allo sfiguramento che questi avrebbe subito nell’attacco del 28 febbraio scorso o per preservarne l’incolumità; può darsi che si tratti di entrambe le ragioni. È una scelta che tuttavia è difficile da biasimare visto che il raid israelo-americano del 28 febbraio a Moijtaba Khamenei gli ha ucciso il padre Ali Khamenei (la precedente Guida Suprema), la madre, la moglie, la sorella con il marito e si ritiene anche un figlio. Ma non si può sfuggire al karma della situazione quando il Presidente degli Stati Uniti si ritrova costretto ad uscire di soppiatto dal carrello di un aeromobile e a nascondersi dentro il furgoncino di un catering aeroportuale per ragioni di sicurezza.</p>



<p>Naturalmente la vicenda <strong>ha scatenato un’ondata globale di meme che scherniscono doverosamente l’inquilino della Casa Bianca</strong>. Vale la pena evidenziare il più geniale e sottile di tutti a modesto avviso di chi scrive, quello di Elijah Magnier, storico corrispondente di guerra mediorientale ed uno dei suoi migliori analisti, che il 17 agosto scorso ha diffuso su<a href="https://x.com/ejmalrai/status/2089373097447051290">X</a> il seguente, straordinario, finto scoop:&nbsp;</p>



<p>“<em>Donald Trump ha avuto conversazioni segrete con tutti il leader degli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo per capire chi di loro potesse offrirgli il miglior furgoncino per il catering per la sua prossima visita in Medio Oriente”</em>.</p>



<p>Difficile pronunciarsi invece sull’attendibilità della segnalazione israeliana, resta il fatto che non sarebbe la prima volta che il Governo Netanyahu rifila una<a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/ahmadinejad-il-mossad-e-la-spy-story-hollywoodiana-che-non-quadra.html"> patacca</a> all’Amministrazione Trump; quello che sorprende, semmai, è la pervicacia con la quale quest’ultima, ma la considerazione vale anche per quelle che l’hanno preceduta, continui ad essere così propensa a farsi intortare da Israele. È plausibile che il Secret Service statunitense, addetto alla sicurezza del Presidente, trattandosi di quest’ultimo, non abbia voluto correre rischio nonostante i dubbi della CIA e delle altre molteplici agenzie della galassia dell’intelligence americana.</p>



<p><strong>Naturalmente la segnalazione israeliana assestava perfidamente anche un colpo alla credibilità ed affidabilità della Turchia</strong> come paese ospitante il Summit; non è un mistero che dopo l’Iran, nel mirino di Israele si profili ormai chiaramente la Turchia come prossimo bersaglio, lo rivendicano anche esponenti politici come l’ex Premier <a href="https://www.i24news.tv/en/news/israel/defense/artc-former-israeli-pm-bennett-warns-turkey-poses-a-new-threat">Naftali Bennet</a> che si ripromettono di sostituire Netanyahu. Della serie non c’è mai limite al peggio.</p>



<p>L’aspetto più stupefacente di tutta la vicenda resta tuttavia la disinvoltura con la quale, una volta esfiltrato Trump dall’Air Force One, il velivolo con tutti i menzionati pezzi grossi a bordo sia stato lasciato decollare come una sorta di esca mentre una presunta immanente minaccia lo attenzionava. Qualcuno, con macabra e perfida ironia visto il contesto che ci accompagna dal 7 ottobre 2023, li ha descritti come “<a href="https://forward.com/culture/844931/trump-civilians-decoy-air-force-one-human-shields/">scudi umani</a>”.</p>



<p>Provate ad immaginare lo stato d’animo di Rubio, Hegseth e Bessent quando a distanza di tempo hanno appreso che il loro Presidente se l’era squagliata lasciandoli non solo al tradizionale ruolo di suoi sicofanti, che peraltro svolgono egregiamente da quasi due anni, ma anche quello di esche a loro insaputa.</p>



<p>Del resto, è fin troppo noto che Trump concentra la sua scarsa curva attentiva su sé stesso e la sua ristretta cerchia famigliare, al quale aggiungiamo arbitrariamente anche <strong>Natalie Harp,</strong> ma stentiamo a credere che la sua noncuranza, al quale andrebbe aggiunta quella degli apparati di sicurezza statunitensi, possa essere arrivata a questo punto.</p>



<p>Speriamo di essere sonoramente smentiti!</p>



<p>Diversamente ci troveremmo dinanzi ad una variante del <strong>noto TACO (Trump Always Chickens Out) ovvero “Trump se la fa sempre sotto” che potremmo etichettare TAAS (Trump Always Abandons [his] Staff”</strong> ovvero abbandona sempre i suoi collaboratori.</p>



<p>Non potrebbe essere un caso, infine, che, in coincidenza con le rivelazioni del Washington Post, sia stato annunciato ch,&nbsp; la finora “adorata” portavoce del Presidente, Caroline Leavitt, lascerà a breve l’Amministrazione per dedicarsi al più gravoso, ma sicuramente più edificante, compito di crescere i suoi due figli, in fin dei conti ha accumulato sufficiente esperienza nel gestire il fanciullo capriccioso che risiede alla Casa Bianca.</p>



<p>Che non le sia andata giù la preferenza accordata a Natalie Harp?</p>
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		<title>Crisi di Ceuta: a pensar male si fa peccato ma Trump e Netanyahu&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/crisi-di-ceuta-a-pensar-male-si-fa-peccato-ma-trump-e-netanyahu.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 20:28:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ceuta" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Colpisce la coincidenza temporale tra la crisi e il deterioramento dei rapporti tra Madrid e i suoi alleati atlantici.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ceuta" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/ceuta-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“A pensar male si fa peccato ma certe volte ci si azzecca”, così si esprimeva alcuni decenni anni fa colui che veniva considerato un Vecchio Saggio o un Grande Vecchio (la seconda definizione aveva finalità negative) della politica italiana, ovvero Giulio Andreotti. La vicenda dell’invasione massiccia dell’enclave spagnola di Ceuta all’interno del Marocco da parte di decine di migliaia di migranti marocchini, algerini, e di chissà quanti altri Paesi africani, sembra proprio una di quelle vicende che richiama il vecchio adagio andreottiano, delineando una possibile azione ibrida USA-Israele con bassa manovalanza marocchina contro una Spagna troppo riottosa e indipendente.</p>



<p>Questa propensione complottista trova una comprensibile spiegazione nei soggetti potenzialmente implicati nella vicenda: <strong>Donald Trump</strong> e i suoi più zelanti collaboratori, <strong>Benjamin Netanyahu</strong>, la Monarchia marocchina, il contesto internazionale di questi ultimi anni e soprattutto il venir meno di qualsiasi freno inibitorio negli Stati Uniti e in Israele quanto all’osservanza delle regole minime del diritto e della coesistenza pacifica internazionali che renderebbero tale operazione ibrida/complotto – Venezuela peraltro docet – plausibile. Il bilancio delle vittime è salito a diverse decine di morti e dispersi. Il governo di <strong>Pedro Sánchez</strong> ha mobilitato l&#8217;esercito a supporto della Guardia Civil e lo stesso premier ha parlato apertamente di un «attacco» e di una «violazione della sovranità territoriale» del Paese.</p>



<p>Sul piano strettamente fattuale, due elementi tecnici aiutano a spiegare (ma parzialmente) la tempistica della crisi. Il primo è <strong>una recente sentenza della Corte Suprema spagnola</strong> che ha stabilito come i migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere Ceuta, o l’altra enclave di Melilla, non possano essere respinti immediatamente, restando quindi a carico delle autorità spagnole: una decisione che, secondo i sindacati di polizia, avrebbe involontariamente incentivato nuovi tentativi di attraversamento. Il secondo è la denuncia, sempre da parte dei sindacati della Polizia nazionale, di <strong>una scarsa cooperazione delle autorità marocchine nel presidiare il proprio lato del confine </strong>— un&#8217;accusa che sembrerebbe confermata da diversi video in circolazione nelle ultime ore e che richiama da vicino quanto già avvenuto nel maggio 2021, quando Rabat allentò deliberatamente i controlli per punire Madrid dopo l&#8217;accoglienza sanitaria concessa al leader del Fronte Polisario, <strong>Brahim Ghali,</strong> che si opponeva al riconoscimento della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo.</p>



<p>È proprio questo precedente che alimenta oggi, in alcuni ambienti analitici e sui social media, l&#8217;ipotesi che la crisi attuale non sia soltanto il prodotto di dinamiche migratorie spontanee, ma rientri in una più ampia strategia di pressione nei confronti della Spagna. La tesi, per essere compresa, va quindi collocata nel contesto delle <strong>frizioni reali che negli ultimi mesi hanno opposto il governo spagnolo a Washington e a Israele</strong>: Madrid è stato tra i governi europei più netti nel condannare la condotta israeliana a Gaza e nel sostenere iniziative di riconoscimento della Palestina; Sánchez ha espresso forti riserve sull&#8217;escalation militare contro l&#8217;Iran; e <strong>la Spagna è il Paese NATO che più apertamente ha resistito alla richiesta statunitense di portare la spesa militare al 5% del PIL</strong>, negoziando un&#8217;esenzione esplicita al recente vertice dell&#8217;Alleanza svoltosi all’Aja. Tutto questo avrebbe reso Madrid un bersaglio da “disciplinare” agli occhi di Washington e Gerusalemme, in un momento in cui altri governi europei restano più prudenti, per non dire pavidi.</p>



<p>Non è un mistero come il Marocco intrattenga <strong>rapporti privilegiati sia con Washington</strong> — che nel 2020 ne ha riconosciuto la sovranità sul Sahara Occidentale in cambio della normalizzazione con Israele — <strong>sia con Gerusalemme stessa</strong>, con cui ha relazioni diplomatiche consolidate dagli Accordi di Abramo. In quest&#8217;ottica, un allentamento dei controlli alla frontiera di Ceuta rappresenterebbe per Rabat un segnale a basso costo e ad alta visibilità, capace di mettere in difficoltà un governo europeo scomodo senza che nessun effettivo “beneficiario finale” debba rivendicarne la paternità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Coincidenza e convenienze</h2>



<p><strong>Al momento questa è un&#8217;interpretazione</strong>, ma tutta una <a href="https://x.com/macaesbruno/status/2083003517812232307?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">serie</a> di <a href="https://x.com/macaesbruno/status/2082942314649936344?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">indiscrezioni</a> qualche mese fa, e prese di posizione qualche sospetto lo ingenerano, a partire <a href="https://x.com/dhsgov/status/2082998116584677441?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">dall’Homeland Security</a> statunitense ai <a href="https://x.com/elonmusk/status/2083034836097192096?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">meme</a> hollywoodiani di Musk fino alla menzognera <a href="https://x.com/dannydanon/status/2082968903957770527?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">dichiarazione</a> dell’ambasciatore israeliano all’ONU.  Nessuna fonte ufficiale, spagnola e marocchina ha fornito elementi che colleghino esplicitamente la crisi migratoria a una rappresaglia coordinata sui tre dossier citati. </p>



<p>Ciò che è invece osservabile empiricamente è <strong>la coincidenza temporale tra l&#8217;aggravarsi della crisi e il deterioramento dei rapporti tra Madrid e i suoi alleati atlantici</strong>, oltre alla già citata plausibilità strategica che Rabat possa usare la leva migratoria contro la Spagna per compiacere Washington e Gerusalemme. </p>



<p>La tesi non richiederebbe una regia esplicita e coordinata a tavolino, ma un allineamento di convenienze reciproche:</p>



<p>​•​<strong>Gli Stati Uniti</strong>, secondo questa lettura, non dovrebbero fare altro che segnalare &#8211; anche informalmente, per via diplomatica riservata &#8211; il proprio disappunto verso Madrid, lasciando che sia un partner terzo a tradurlo in pressione concreta, in modo da preservare la deniability; naturalmente di “ascari” in Europa e altrove gli USA ne trovano sempre con ampia facilità.</p>



<p>​•​<strong>Israele trarrebbe un beneficio indiretto </strong>da qualunque indebolimento politico di un governo (quello spagnolo) che lo ha criticato con particolare durezza, senza dover intervenire in prima persona; anche se, ad onor del vero, il Governo Netanyahu non si è mai fatto scrupoli nel maltrattare anche quei Governi europei che con il loro silenzio si sono i resi complici di quanto accaduto a Gaza, figurarsi quelli che lo hanno contestato.</p>



<p>​•​<strong>L’effetto politico interno in Spagna sarebbe coerente con questa lettura</strong>: la crisi ha già riacceso le richieste dell’opposizione e di alleati europei come l’Italia, con l’ipotesi di sospensione di Schengen nei confronti della Spagna (ammesso che sia <a href="https://x.com/josepborrellf/status/2083118059309473999?s=61&amp;t=l7jP7VMcGXQehaBMZ0c-EA">possibile</a> e applicabile al caso di Ceuta) per un pugno più duro sull’immigrazione, mettendo Sánchez sulla difensiva proprio mentre gestisce coraggiosamente le tensioni con Washington sulla NATO e con Gerusalemme su Iran e questione palestinese.</p>



<p>In un quadro più generale, la vicenda è pertanto un’occasione irripetibile per forzare ulteriormente la pressione sulle questioni migratorie, <strong>all’insegna di quel Governo ormai basato unicamente sulla “gestione della paura”</strong> che sempre più contraddistingue le democrazie occidentali, con il precipuo intento – peraltro ampiamente rivendicato pubblicamente dall’Amministrazione Trump e dai suoi inquietanti sostenitori della galassia tecno-feudale (Musk, Thiel, etc.) – di propiziare il successo di quelle forze di destra in Europa più allineate agli  aspetti più beceri dell’ideologia MAGA.</p>



<p><strong>Le reazioni italiane alla vicenda naturalmente sono state lontanissime da quella solidarietà europea </strong>che ci si aspetterebbe in casi del genere (e che abbiamo invocato in passato) a prescindere dalla connotazione ideologica della maggioranza di governo italiana rispetto a quella spagnola; quello che possiamo aspettarci dall’opposizione spagnola o in Gran Bretagna, Francia e Germania non dovrebbe discostarsi di molto. </p>



<p>In sintesi, come dimostra amaramente anche la vicenda della contesa FIFA-UEFA, l’Europa riesce ormai a mantenere la sua unità solo sul calcio!!! Quindi si merita tutto quello che le sta accadendo a causa dei suoi apparenti nemici (Russia), ma soprattutto dei suoi presunti amici.&nbsp;</p>



<p>Non occorrerebbe mai dimenticare, infatti, che sono state le grossolane omissioni diplomatiche e, soprattutto, <strong>le guerre senza fine americane in Medio Oriente </strong>a partire dall’inizio del XXI secolo a far esplodere oltre misura i fenomeni migratori verso il Vecchio Continente, con il tragicomico risultato che quest’ultimo ora si trova addirittura sbertucciato (è un <em>understatement </em>ovviamente!) dall’attuale Presidente USA per la scarsa energia nel contrasto alle migrazioni. Con amici del genere, chi ha bisogno di nemici?</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/crisi-di-ceuta-a-pensar-male-si-fa-peccato-ma-trump-e-netanyahu.html">Crisi di Ceuta: a pensar male si fa peccato ma Trump e Netanyahu&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ahmadinejad, il Mossad e la spy story hollywoodiana che non quadra</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/ahmadinejad-il-mossad-e-la-spy-story-hollywoodiana-che-non-quadra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 07:19:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1094" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708-300x171.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708-1024x583.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708-768x438.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708-1536x875.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260717092557440_fef1b796f4088f81e7454250daade77e-e1784273195708-600x342.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ahmadinejad era un agente segreto del Mossad? Ecco perché la spy-story del New York Times non convince. Il punto dell'ambasciatore Carnelos</p>
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<p>L’<a href="https://www.nytimes.com/2026/07/13/us/politics/israel-mahmoud-ahmadinejad-iran.html">inchiesta</a> pubblicata il 13 luglio scorso dal <em>New York Times</em> sul presunto tentativo di reclutamento dell’ex Presidente iraniano <strong>Mahmoud Ahmadinejad </strong>(in carica dal 2005 al 2013) ad opera del <strong>Mossad</strong>, per poi insediarlo al potere nel paese, è a dir poco affascinante; se sia anche credibile però è tutta un’altra storia.</p>



<p>Il <strong>culmine della vicenda</strong> sarebbe giunto durante il conflitto iniziato il 28 febbraio scorso, quando un raid israeliano avrebbe colpito a Teheran la struttura che ospitava le guardie del corpo (più probabilmente i secondini che lo tenevano sotto controllo) nella residenza dell’ex presidente, permettendo ad operativi del Mossad di esfiltrarlo e condurlo in un rifugio sicuro, salvo poi perderlo (non si capisce come) perché il soggetto, asseritamente, avrebbe iniziato a nutrire sfiducia verso gli israeliani; in sintesi questi ultimi lo avevano sotto controllo e l’avrebbero comunque lasciato andare? Implausibile. Se poi gli fosse scappato, invece, si sarebbero rivelati dei dilettanti.</p>



<p>Nonostante i copiosi dettagli offerti ed il rinvio a fonti di intelligence, anche iraniane, <strong>vi sono ulteriori aspetti per cui la storia, per gli addetti ai lavori e per chi conosce l’Iran, suscita diversi dubbi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ahmadinejad e il Mossad, una spy story da film di Hollywood</h2>



<p>È una storia <strong>primariamente destinata ad un parterre americano</strong>, e quindi deve per forza essere un po’ cinematografica. Ed è proprio questo il primo motivo per dubitarne: sembra la trama delle spy stories hollywoodiane che raramente hanno aderenze con la realtà; non a caso lo stesso ufficio di Ahmadinejad ha liquidato le accuse definendole “affermazioni da film hollywoodiano”, non degne nemmeno di una smentita puntuale. </p>



<p>In primo luogo, <strong>non convince la modalità di reclutamento con i contatti che sarebbero iniziati nel 2022</strong>, e che sarebbe proseguiti con incontri a Budapest &#8211; dissimulati tramite inviti a conferenze accademiche presso l’Università Ludovika &#8211; fino a ben due faccia a faccia diretti tra Ahmadinejad e l’allora capo del Mossad, David Barnea, nel 2024. </p>



<p>Un secondo dubbio concerne il target: chiunque conosca un po’ l’Iran è perfettamente al corrente che nella complessa articolazione del potere nel paese il Presidente della Repubblica conta poco o nulla: non conosce i segreti più importanti del paese e non fa sostanzialmente parte del vertice decisionale di quest’ultimo che è imperniato sulla Guida Suprema, sul Supremo Consiglio Nazionale di Sicurezza e sull’IRGC (i Guardiani della Rivoluzione), noti come Pasdaran.</p>



<p>In un ambito di intelligence, avrebbe avuto molto più senso un’operazione per reclutare uno dei Consiglieri della Guida Suprema o un alto grado dell’IRGC.</p>



<p>Ma a rendere <strong>l’inchiesta poco plausibile</strong> non sono solo le reazioni iraniane, prevedibilmente ostili. Sono soprattutto voci critiche emerse dall’interno stesso dell’establishment della sicurezza israeliana. </p>



<p>Benché Budapest, insieme a Praga e a Vienna, sia una delle città europee in cui al Mossad è stata concessa ampia autonomia operativa dalle autorità locali (il servizio israeliano non può vantare la stessa libertà a Londra a Parigi e nemmeno – sorprendentemente &#8211; a Roma, Berlino invece è un’altra storia), sarebbe a dir poco azzardato che un’operazione così delicata venisse condotta con la conoscenza o avvalendosi di risorse locali con un elevato rischio di fughe di notizie o di brecce nella sicurezza. Ancor meno plausibile che l’allora capo del Mossad si sia recato nella capitale ungherese per incontrare l’ex Presidente iraniano una personalità ancora oggetto di forte attenzione e costantemente sorvegliata dagli apparati di sicurezza iraniani. Un’operazione del genere richiede molti anni, la tempistica citata dal New York Times, 2022-2026, è troppo ridotta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il contesto politico</h2>



<p>C’è poi un <strong>elemento di contesto politico interno israeliano che difficilmente può essere ignorato</strong>. La storia esce nel contesto di una lotta di potere tutta interna agli apparati di sicurezza: rivalità di lunga data tra l’intelligence militare (Aman) e il Mossad, tensioni interne allo stesso Mossad (il meno lambito tra gli apparti di sicurezza israeliani rispetto alla catastrofe del 7 ottobre 2023) e persino calcoli politici legati alle elezioni israeliane, ora fissate per il 27 ottobre. In altre parole, la fuga di notizie potrebbe servire più a regolare conti interni tra fazioni dell’intelligence che a rivelare una verità operativa.</p>



<p>È forse una coincidenza che questa storia sia uscita adesso, dopo che da appena sei settimane si è insediato il nuovo capo del Mossad, <strong>Roman Gofman</strong>, il primo che non proviene dai ranghi del servizio? Questa scelta avrebbe già suscitato diversi malumori ma, soprattutto, tenetevi forte, il nuovo Direttore – uno dei numerosi conigli usciti dal cilindro di Netanyahu &#8211; ha scarsa dimestichezza con la lingua inglese, la capisce, ma per parlarla preferisce ricorrere ad un interprete: si tratta del Capo del Mossad, non del Presidente del Centro Anziani di Bersheeva in pieno deserto del Negev.</p>



<p>Alti ufficiali dell’intelligence militare israeliana avrebbero <a href="https://www.newsmax.com/World/globaltalk/iran-ahmadinejad-mossad/2026/07/13/id/1262655/">giudicato</a> il piano irrealizzabile fin dall’inizio. Ritenevano bassa la probabilità che la guerra potesse far cadere il regime di Teheran, giudicavano il disegno del Mossad velleitario, e soprattutto erano scettici sulla fase finale &#8211; l’insediamento di Ahmadinejad &#8211; considerando qualsiasi tentativo di prevedere e condurre mosse politiche così complesse in un momento di caos come quello che si registrava in quel momento alla stessa stregua di un esercizio sostanzialmente futile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I dubbi sui vertici israeliani</h2>



<p>Alcune fonti ritenevano addirittura che tentare il piano avrebbe potuto peggiorare la posizione di Israele.  Il timore era che la caduta del regime di Khamenei portasse non a una transizione democratica ma all’ascesa di una giunta militare dell’IRGC completamente priva di contrappesi civili e religiosi. Peraltro, quest’ultima è una potenzialità ancora tutta in divenire, anche alla luce dell’opacità che caratterizza gli attuali assetti di potere a Teheran, a partire dall’occultamento della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.</p>



<p><strong>Se davvero i vertici militari israeliani nutrivano dubbi così profondi</strong>, e se il piano &#8211; stando alle stesse fonti citate &#8211; è miseramente fallito con il presunto <em>regime-change</em> mai realizzatosi e la teocrazia apparentemente ancora saldamente al potere, viene naturale chiedersi quanto fosse davvero solida l’operazione descritta, o se non si tratti piuttosto di una ricostruzione ex post, gonfiata nei dettagli operativi da fonti con interessi divergenti.</p>



<p>Infine, aspetto non banale, e tenendo presenti le prassi in essere a Teheran, se l’Intelligence dell’IRGC (quella che conta veramente) avesse effettivamente avuto evidenze circa gli “abboccamenti sul Danubio” da parte dell’ex Presidente, a quest’ora quest’ultimo sarebbe stato già giustiziato in segreto con il cadavere nemmeno restituito alla famiglia. In fin dei conti, ad Ahmadinejad, al contrario dei suoi colleghi Khatami e Rouhani, è stato <a href="https://www.timesofisrael.com/report-ahmadinejad-met-mossad-chief-under-israeli-plan-to-install-him-as-iran-leader/">concesso</a> di prendere parte ai mastodontici funerali di Khamenei, circostanza che sembrerebbe indicare che è assai meno temuto dal regime degli altri due.</p>



<p>Ma volendo tuttavia prendere per buona la storia, <strong>non potrebbe allora essere nemmeno escluso che il reclutamento di Ahmadinejad possa essere iniziato addirittura prima che egli diventasse Presidente della Repubblica Islamica</strong>. Come già riferito queste operazioni richiedono anni ed una pazienza certosina dopo aver condotto approfondite analisi psicologiche sul soggetto attenzionato e raccolto un’enorme mole di informazioni sullo stesso e la sua cerchia più ristretta, capacità in cui notoriamente il Mossad eccelle.</p>



<p>Ahmadinejad è stato il Presidente iraniano che nei suoi due mandati ha offerto &#8211; con le sue bizzarre dichiarazioni fuori le righe sull’Olocausto e la distruzione di Israele &#8211; il miglior supporto alla narrazione ebraica nei confronti dell’Iran come minaccia esistenziale per Israele e per gli altri paesi della regione. Senza di lui la mobilitazione di quel manipolo di Paesi che si considerano la “comunità internazionale” nei termini cui abbiamo assistito dal 2005 in poi non avrebbe prodotto i risultati politici di “demonizzazione” del paese che ancora oggi si percepiscono ampiamente nel dibattito internazionale; e tutto questo nonostante l’Iran – dato oggettivo – abbia firmato nel 2015 l’Accordo JCPOA per limitare il proprio programma nucleare, e non sia – altro dato oggettivo &#8211; nemmeno il responsabile del fallimento di questa intesa appena tre anni più tardi (ritiro statunitense dal JCPOA deciso infatti dalla prima Amministrazione Trump).</p>



<p>Quale migliore copertura per un asset iraniano &#8211; formalmente ma non sostanzialmente &#8211; di altissimo livello, reclutato e coltivato negli anni da Israele? Se poi si stenta a cogliere la logica di tale scelta – a prima vista inspiegabile &#8211; si raccomanda di leggere uno dei migliori romanzi di <strong>John Le Carré</strong>, <em><strong>La Tamburina</strong></em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/media-e-potere/ahmadinejad-il-mossad-e-la-spy-story-hollywoodiana-che-non-quadra.html">Ahmadinejad, il Mossad e la spy story hollywoodiana che non quadra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Vance e Rubio, duello mediorientale per la successione a Trump. L&#8217;impasse in Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/vance-e-rubio-duello-mediorientale-per-la-successione-a-trump-limpasse-in-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 12:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1037" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-300x162.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-1024x553.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-768x415.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-1536x830.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-600x324.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Vance e Rubio, rivali repubblicani, sfruttano gli accordi mediorientali come test per il 2028, ma il patto sul Libano vacilla sempre di più</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/vance-e-rubio-duello-mediorientale-per-la-successione-a-trump-limpasse-in-libano.html">Vance e Rubio, duello mediorientale per la successione a Trump. L&#8217;impasse in Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1037" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-300x162.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-1024x553.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-768x415.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-1536x830.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/OVERCOME_20260713142708522_8952ee7f6bffd266d33a6349357b3179-e1783945734231-600x324.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le <strong>principali crisi mediorientali</strong> sono entrate definitivamente nella competizione interna al Partito Repubblicano sulla successione a Donald Trump, sempre che l’attuale Presidente non decida di aggiungere un’ulteriore tensione ai già fragili assetti istituzionali statunitensidecidendo di candidarsi alle elezioni presidenziali per la terza volta.</p>



<p>Il Vicepresidente J.D. Vance si è in qualche modo intestato l’MoU USA-Iran firmato qualche settimana fa che ha introdotto una fragile tregua nel Golfo Persico, anche se lo stesso <a href="https://x.com/HormuzLetter/status/2072252903180407062?s=20">non fa mistero</a> su quella che sarebbe l’effettiva intenzione di Washington in merito a tale Memorandum: beneficiare di una pausa di 60 giorni per calmierare le tensioni energetiche e <strong>rimpinguare gli stock di armamenti per poi riprendere eventualmente le ostilità</strong>. Difficile capire se il Presidente Trump condivida tale impostazione.</p>



<p>Il più<strong> diretto competitore di Vance per le Presidenziali del 2028, il Segretario di Stato Marco Rubio</strong>, ha anche lui ha acquisito il suo giocattolo con cui baloccarsi e valorizzare la sua aspirazione alla Casa Bianca nella forma dell’accordo quadro tripartito firmato a Washington il 26 giugno scorso da Libano, Israele e Stati Uniti sotto la sua egida. </p>



<p>I prossimi mesi potrebbero vedere l’andamento di questi due accordi come due test per&nbsp;paralleli per&nbsp;comprendere anche le chances presidenziali dei due artefici statunitensi.</p>



<p>L’MoU&nbsp;sull’Iran è stato&nbsp;da principio&nbsp;percepito come una “vittoria iraniana”&nbsp;avendo legato il cessate il fuoco nel Golfo e quello in Libano,&nbsp;ma il&nbsp;successivo&nbsp;Framework&nbsp;tripartito su quest’ultimo paese&nbsp;potrebbe avere riequilibrato la situazione.&nbsp;Lo&nbsp;si vedrà e valuterà&nbsp;meglio nelle prossime settimane&nbsp;a partire dall’applicazione concreta delle&nbsp;due&nbsp;intese.</p>



<p>Il <strong>documento sul Libano</strong>, almeno retoricamente, si presenta come l’avvio di un percorso verso “pace e sicurezza durature”. Una lettura attenta del testo e, soprattutto, del Security Annex classificato – improvvidamente, e forse perfidamente, filtrato alla stampa dal Governo israeliano &#8211; che ne costituisce parte integrante, restituisce tuttavia un quadro ben più squilibrato di quanto la narrazione ufficiale suggerisca.</p>



<p>Il <strong>punto di partenza concettuale dell’intesa è la cosiddetta sequenzialità reciproca</strong>: le Forze armate libanesi (LAF) dovrebbero ripristinare la sovranità effettiva sul territorio nazionale “in attesa” del disarmo verificato di Hezbollah, condizione che a sua volta consentirebbe il ritiro progressivo delle forze israeliane (IDF). Sulla carta è un meccanismo simmetrico di scambio; nella sostanza, però, l’asimmetria di potere tra le parti rende questo schema profondamente squilibrato a favore di Israele. È quanto infatti emerge con chiarezza dall’allegato sulla sicurezza: a decidere se una delle due “zona pilota” designate nell’intesa (una a nord del fiume Litani e l’altra a sud) sia stata sufficientemente bonificata dalle infrastrutture di Hezbollah sarà lo Stato ebraico stesso, non un organismo terzo o un meccanismo di verifica condiviso. </p>



<p>Questo conferirebbe di fatto&nbsp;a Gerusalemme un potere discrezionale&nbsp;(e di veto sugli impegni futuri)&nbsp;pressoché illimitato sui tempi e sui modi del proprio ritiro, trasformando quella che dovrebbe essere una exit strategy in una clausola potenzialmente aperta a tempo indeterminato.&nbsp;Del resto,&nbsp;la parola ritiro “withdrawal”, riferita ad Israele, non è mai menzionata né nel Framework né nel Security&nbsp;Annex.</p>



<p>A questo si aggiunge un secondo elemento critico: <strong>la cosiddetta Linea Gialla</strong>, la fascia di sicurezza che le forze israeliane continueranno a presidiare a ridosso del loro confine, non è oggetto di una presenza meramente statica, ma di un vero e proprio mandato operativo che autorizza l’esercito israeliano a intervenire militarmente contro minacce “immediate ed emergenti” all’interno del territorio libanese. </p>



<p>In altre parole, anche dopo la firma dell’accordo, <strong>Israele si riserva per via pattizia il diritto di azione unilaterale in territorio sovrano altrui</strong>, un’eccezione che difficilmente trova equivalenti in altri accordi di sicurezza bilaterali tra Stati formalmente non in guerra dichiarata l’uno contro l’altro.</p>



<p>In fin dei conti,&nbsp;è&nbsp;risaputo che&nbsp;in Medio Oriente i cessate il fuoco siglati con Israele&nbsp;impegnano tutti tranne quest’ultimo&nbsp;che ha sin qui beneficiato della&nbsp;nota impunità politica garantita dagli Stati Uniti anche nella forma dello&nbsp;scudo legale garantito da Washington nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.</p>



<p>Particolarmente significativo, dal punto di vista politico, <strong>è il dettaglio relativo alla richiesta di secretazione dell’allegato di sicurezza</strong>: secondo le ricostruzioni della stampa israeliana, non sarebbe stata Gerusalemme a chiedere la riservatezza, bensì lo stesso governo di Beirut, pur avendo approvato pubblicamente l’accordo “in termini di principi”. Il governo libanese sembra consapevole che la pubblicazione integrale dei dettagli operativi lo avrebbe esposto ad un’accusa difficilmente confutabile, quella di aver concordato una cessione di fatto di sovranità in cambio di una promessa di ritiro la cui tempistica resta, nella sostanza, nelle mani della controparte. Il timore di un contraccolpo interno, in un Paese già attraversato da fratture profonde lungo linee confessionali e politiche, ha probabilmente prevalso sulla trasparenza verso l’opinione pubblica.</p>



<p><strong>Sul piano della legittimità politica interna, l’accordo si scontra inoltre con il netto rifiuto di Hezbollah</strong>, e dell’altro movimento sciita, Amal, che lo ha bollato come una “deriva politica e di sicurezza” capace di minare la sovranità libanese e di alimentare “pericolose divisioni interne”. </p>



<p>Al di là della retorica di parte, l’obiezione coglie un punto reale: un’intesa che esclude dal tavolo negoziale&nbsp;la&nbsp;componente&nbsp;politico-militare&nbsp;più rilevante&nbsp;del Paese, per quanto controversa, rischia strutturalmente di restare un accordo tra il governo centrale e attori esterni, privo di un consenso interno sufficientemente ampio da garantirne l’attuazione duratura. Le proteste di piazza registrate a Beirut nelle ore successive alla firma, insieme ai bombardamenti israeliani nei pressi di&nbsp;Markaba&nbsp;avvenuti nella stessa notte, confermano quanto&nbsp;la situazione interna libanese resti fragile e potenzialmente esposta ad un rigurgito di guerra civile.</p>



<p>Va riconosciuto, in termini di equilibrio valutativo, che <strong>l’accordo introduce elementi non trascurabili: il riconoscimento reciproco di sovranità, l’istituzione di gruppi di lavoro per un’intesa di pace e sicurezza più ampia</strong>, e soprattutto l’individuazione di due predette zone pilota concrete in cui avviare un primo trasferimento di responsabilità all’esercito libanese rappresentano passi procedurali reali, per quanto modesti. Lo stesso Rubio, con un understatement che suona quasi onesto, lo ha definito “solo l’inizio dell’inizio”. Resta però il problema di fondo: un processo la cui architettura giuridica affida a una sola delle parti — quella militarmente più forte — la valutazione delle condizioni che innescano gli obblighi reciproci tende strutturalmente a produrre un equilibrio precario, più simile a un regime di occupazione temporanea regolata che a un trattato di pace tra eguali.</p>



<p>In definitiva, il <strong>Framework Agreement</strong> appare meno come la cornice di una pace duratura e più come la formalizzazione giuridica di uno status quo favorevole a Israele, mascherata dal linguaggio diplomatico della reciprocità. Il vero banco di prova non sarà la firma apposta a Washington, ma la sua attuazione concreta nei prossimi mesi: se il ritiro delle forze israeliane dalle zone pilota avverrà secondo tempi verificabili e con criteri condivisi, o se invece l’ampia discrezionalità israeliana prevista dall’allegato segreto si tradurrà, come molti analisti già temono, in un rinvio indefinito che lascia il sud del Libano in una condizione di sovranità solo nominale.</p>



<p>Permane comunque l’incognita maggiore: non esiste oggi un soggetto interno o esterno al Libano che abbia la forza politica e militare per disarmare le milizie di Hezbollah; un tassello che nella visione statunitense e israeliana è il principale prerequisito per la stabilità del paese e per restituirgli – con un completo ritiro israeliano &#8211; la sua autentica sovranità. <strong>L’impasse libanese sembra purtroppo destinata a protrarsi.</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/vance-e-rubio-duello-mediorientale-per-la-successione-a-trump-limpasse-in-libano.html">Vance e Rubio, duello mediorientale per la successione a Trump. L&#8217;impasse in Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il potere economico al servizio della sovranità nazionale: gli Usa riscrivono le regole del gioco</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-potere-economico-al-servizio-della-sovranita-nazionale-gli-usa-riscrivono-le-regole-del-gioco.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 15:43:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
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<p>Poco più di una settimana fa, il Segretario del Tesoro USA, Scott Bessent, ha pronunciato un discorso che potrebbe rivelarsi epocale quanto ai presupposti e ai prossimi indirizzi della politica economica statunitense. &#160;Egli ha infatti delineato una sistematizzazione dottrinale articolata della stessa in cinque principi che si prefiggerebbe addirittura di sostituire l’ortodossia liberista postbellica con &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/il-potere-economico-al-servizio-della-sovranita-nazionale-gli-usa-riscrivono-le-regole-del-gioco.html">[...]</a></p>
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<p>Poco più di una settimana fa, il Segretario del Tesoro USA, Scott Bessent, ha pronunciato un <a href="https://home.treasury.gov/news/press-releases/sb0539">discorso</a> che potrebbe rivelarsi epocale quanto ai presupposti e ai prossimi indirizzi della politica economica statunitense. &nbsp;Egli ha infatti delineato una sistematizzazione dottrinale articolata della stessa in cinque principi che si prefiggerebbe addirittura di sostituire l’ortodossia liberista postbellica con quello che lo stesso ha definito “<em>economic statecraft</em>”; in altre parole, l’uso disciplinato del potere economico americano al servizio della sovranità nazionale.</p>



<p>Senza alcun minimo pudore, Bessent ha riletto criticamente l’ordine economico globale che gli Stati Uniti stessi hanno costruito e promosso a partire dal 1945. Ne ha riconosciuto i benefici, dai massicci programmi di ricostruzione post-bellica, all’espansione del commercio internazionale, fino all’innalzamento degli standard di vita &#8211; ma ha anche sostenuto come le asimmetrie, inizialmente accettate dagli USA per ragioni strategiche, si siano progressivamente trasformate in abitudini, poi in assunzioni acritiche, e, infine, in vulnerabilità strutturali. Un’argomentazione che ha finito con il richiamare esplicitamente uno dei padri fondatori della nazione, Alexander Hamilton, noto per il pensiero protezionista delle origini repubblicane del Paese. Un’operazione che a molti è sembrata anche un tentativo di ricondurre il trumpismo economico (qualunque cosa questo significhi) a una genealogia americana autentica piuttosto che a una rottura radicale con la tradizione economica del paese.</p>



<p>Il primo principio, la sicurezza economica come capacità nazionale, è probabilmente il più rivelatore dell’intera impostazione. Il Segretario al Tesoro abbandona esplicitamente il criterio del minor costo come bussola per le catene di approvvigionamento del paese, sostituendolo con una griglia di resilienza: la capacità di ciascuna filiera di resistere a crisi, coercizione, pandemie, attacchi informatici. È un capovolgimento di paradigma che formalizza ciò che già si osservava nella pratica delle politiche industriali post-Covid, ma che qui riceve una cornice teorica esplicita, con tanto di elenco dei settori strategici &#8211; semiconduttori, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, minerali critici, farmaceutica &#8211; destinati a diventare i nuovi pilastri della potenza nazionale statunitense.</p>



<p>Il secondo principio, quello della reciprocità condizionata, è dove il discorso si presenta più apertamente conflittuale. Bessent afferma che l’accesso al mercato americano non sarà più “incondizionato”, e distingue &#8211; con una linea di demarcazione che lascia ampio margine discrezionale &#8211; tra regolamentazione legittima e discriminazione. La formulazione è abile: rivendica il rispetto per la sovranità regolatoria altrui, ma si riserva il diritto di giudicare quando questa regolamentazione dovesse “degenerare” in ostilità verso le imprese americane. È precisamente questo margine interpretativo a rendere tale principio un mero strumento politico, utilizzabile selettivamente nei confronti di partner commerciali diversi, amici e alleati inclusi. In altre parole, una malcelata forma di coercizione.</p>



<p>Il terzo principio, sulla scrittura delle “regole della prossima economia”, proietta lo stesso schema sulle tecnologie emergenti: asset digitali, stablecoin, tokenizzazione. Qui la competizione geoeconomica viene inquadrata come una battaglia per gli standard tecnologici, in termini che ricordano da vicino il dibattito sulla sovranità digitale europea, sebbene con un’asimmetria di fondo: Washington, ovviamente, intende scrivere quelle regole da posizione di forza, non negoziarle da pari a pari. Il timore tuttavia è che l’Europa sulla sovranità digitale, come su altri aspetti delicati, si sia già <a href="https://x.com/RnaudBertrand/status/2069574934972797089?s=20">arresa</a>.</p>



<p>Il quarto principio, sulla leadership finanziaria, è quello che merita una lettura attenta da parte di chi segue le dinamiche del sistema dollaro-centrico. Anche qui, senza pudore, Bessent collega esplicitamente il primato del biglietto verde alla capacità sanzionatoria americana, presentandoli come due facce della stessa moneta. Il passaggio sulla necessità che le sanzioni siano “mirate, applicabili e collegate alla strategia” suona come una risposta indiretta alle critiche, anche interne agli Stati Uniti, sull’uso eccessivo e talvolta controproducente dello strumento sanzionatorio, e della “militarizzazione del dollaro” che negli ultimi anni hanno accelerato la ricerca di valute alternative da parte di alcuni paesi.</p>



<p>Il quinto principio, quello distributivo, è probabilmente il più politicamente strumentale: lega lo <em>statecraft economico</em> al benessere dei lavoratori americani, in una sintesi tra nazionalismo economico e populismo sociale che caratterizza buona parte della retorica trumpiana. È interessante notare come Bessent eviti accuratamente ogni riferimento esplicito alla Cina, preferendo un linguaggio universalizzante (“avversari”, “paesi che non condividono i nostri interessi”) che permette di applicare lo stesso schema retorico, a seconda delle circostanze, anche a quelli che un tempo erano alleati storici degli USA, come l’Unione Europea.</p>



<p>Dal punto di vista geopolitico, il discorso conferma una traiettoria già delineata da tempo: l’amministrazione Trump non considera il protezionismo selettivo una deviazione tattica, ma la base di una nuova dottrina economica permanente, destinata a sopravvivere oltre la contingenza dei dazi. Per l’Europa e per l’Italia, l’implicazione pratica è che la “reciprocità” promessa da Washington sarà definita unilateralmente, secondo criteri che gli Stati Uniti si riservano il diritto di interpretare. E fin qui, purtroppo, nulla di nuovo rispetto alle prassi del passato adottate dagli USA nei confronti anche di paesi amici e alleati: senza scomodare la decisione di Nixon del 1971 di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro (il primo colpo unilaterale degli USA al sistema di Bretton Woods da loro stessi voluto) basterebbe ricordare la stagnazione ultra-decennale inflitta dall’Amministrazione Reagan al Giappone con gli Accordi del Plaza del 1985 e, per venire a tempi più recenti, ai provvedimenti dell’Amministrazione Biden nel settore digitale e di quella Trump sui dazi, entrambi, come noto, assai dannosi per le economie europee.</p>



<p>Resta tuttavia da vedere se questa impostazione presentata &#8211; in modo un po’ fuorviante e manipolatorio &#8211; come un ritorno alla saggezza dei padri fondatori dell’America, si affermerà e, soprattutto, se produrrà effettivamente una maggiore resilienza strutturale del paese o se finirà, invece, per alimentare ulteriori frizioni con partner e competitori che, a loro volta, rivendicano, ormai da tempo, analoghe prerogative di sovranità economica.</p>



<p>In ogni caso, recuperare tre decenni di de-localizzazione industriale del sistema corporate statunitense alla ricerca spasmodica di maggiori profitti (di fatto una de-industrializzazione) e condotta soprattutto a detrimento dei colletti blu del paese da un lato, e di ultra-finanziarizzazione dell’economia dall’altro, sarà tutt’altro che facile.</p>
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		<title>L&#8217;ultimo segreto di Pulcinella: i servizi di Israele spiano gli Stati Uniti</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/lultimo-segreto-di-pulcinella-i-servizi-di-israele-spiano-gli-stati-uniti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 04:06:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Da almeno mezzo secolo la comunità d’intelligence statunitense, specialmente quella militare, ha diversi conti in sospeso con Israele. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pollard-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’articolo pubblicato dal <a href="https://www.nytimes.com/2026/06/06/us/politics/pentagon-sees-growing-espionage-threat-from-israel.html?smid=nytcore-ios-share">New York Times</a> la settimana scorsa concernente il timore del Pentagono su una presunta attività spionistica di Israele ai danni degli Stati Uniti, in particolare nella conduzione della delicata politica mediorientale, sembra l’ennesimo segreto di Pulcinella. In primo luogo, appare curioso che le indiscrezioni fatte circolare siano apparentemente fuoriuscite dal Pentagono e non dagli organi istituzionalmente deputati ad affrontare tali delicate questioni, ovvero l&#8217;<em>Office of the Director of National Intelligence </em>(ODNI) il cui responsabile, <strong>Tulsi Gabbard,</strong> ha appena lasciato l’incarico; e, qualora l’attività spionistica fosse avvenuta all’interno del territorio statunitense, l’FBI.</p>



<p>Un fatto incontrovertibile è che da almeno mezzo secolo la comunità d’intelligence statunitense, specialmente quella militare, ha diversi conti in sospeso con Israele. L’8 giugno del 1967, mentre era in corso la Guerra dei Sei Giorni una nave militare statunitense, la Liberty, che si trovava in acque internazionali nel Mediterraneo orientale monitorando le comunicazioni militari egiziane e israeliane &#8211; in una giornata serena e con il vessillo a stelle e strisce innalzato &#8211; <strong>venne ripetutamente attaccata e distrutta dall’aviazione israeliana e 34 marinai statunitensi perirono nell’aggressione. </strong>USA e Israele chiusero rapidamente l’episodio definendolo un tragico errore, ma su quella vicenda sono sempre rimasti dei dubbi.</p>



<p>Dubbi che sono recentemente e fragorosamente riaffiorati dopo che lo scorso 8 giugno, esattamente 59 anni dopo l’attacco, il deputato repubblicano dissenziente USA, <strong>Tomas Massie,</strong> <a href="https://youtu.be/N7bRtT1xjJI?si=krTiqxJ8SQ_37ckJ">ha preso la parola</a> in Congresso per denunciare il velo di omertà che avrebbe caratterizzato questa vicenda per oltre mezzo secolo, ed evidenziando come numerosi fatti e testimonianze indicherebbero che quanto accaduto l’8 giugno 1967 non sarebbe stato un tragico errore come i Governi americano e israeliano avrebbero frettolosamente concluso, ma <strong>un attacco deliberato.</strong></p>



<p>L’episodio più grave, in termini di fuga di dati, accadde invece circa un ventennio più tardi, nel 1985, quando un cittadino ebreo statunitense, analista dei servivi di intelligence della US Navy, <strong>Jonathan Pollard</strong>, venne arrestato e condannato all’ergastolo per aver spiato per anni a favore di Israele, producendo enormi danni per l’apparato spionistico statunitense. Venne poi rilasciato, ma solo nel 2020, e dopo ripetute insistenze di tutti i Primi Ministri israeliani che si susseguirono nell’incarico nei decenni successivi. Pollard si trasferì poi in Israele, e al suo arrivo, denotando totale mancanza di sensibilità verso gli Stati Uniti, venne addirittura accolto trionfalmente all’aeroporto dall’allora Primo Ministro <strong>Benjamin Netanyahu.</strong></p>



<p>La posizione ufficiosa del Mossad è che dalla &#8211; a dir poco imbarazzante &#8211; vicenda Pollard, ammessa anche da Israele, lo Stato ebraico non avrebbe mai più compiuto attività spionistica a danni degli Stati Uniti; circostanza oggettivamente difficile da verificare trattandosi di questione sottoposte ad alta classifica di sicurezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;autolesionismo di Trump</h2>



<p>Negli anni successivi, i sospetti che tale attività ai danni degli Stati Uniti sia comunque proseguita non sono mai stati fugati. In particolare, questa si sarebbe concentrata sullo spionaggio delle attività diplomatiche statunitensi volte a risolvere i due più delicati dossier che hanno visto Washington e Gerusalemme coinvolti simultaneamente, ovvero <strong>il processo di pace israelo-palestinese </strong>mediato direttamente dagli USA, e <strong>i negoziati con l’Iran </strong>per la limitazione del suo programma nucleare sospettato di una possibile deriva militare.</p>



<p>Nel secondo, per venire alla drammatica attualità del momento, l’attenzione avrebbe riguardato il cosiddetto formato del P5+1 (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e UE) che portò allo sfortunato accordo noto come JCPOA firmato nel luglio del 2015 e che aveva limitato significativamente il programma nucleare Teheran. Nel maggio 2018, incautamente e autolesionisticamente, Donald Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo. Parte del dramma che stiamo sperimentando oggi nel conflitto con l’Iran è anche il risultato di quella sciagurata decisione.</p>



<p>Posso tuttavia offrire una testimonianza diretta in qualità di <strong>ex coordinatore italiano per il Processo di Pace in Medio Oriente tra il 2013 ed il 2015</strong> in merito al primo aspetto, non tanto rispetto all’attività spionistica asseritamente condotta di Israele, ma quanto allo stato d’animo che serpeggiava tra i diplomatici USA all’epoca.</p>



<p>Tra il 2013 ed il 2014 il Segretario di Stato USA, <strong>John Kerry,</strong> svolse l’ultimo – serio! – tentativo di mediazione statunitense per chiudere il contenzioso israelo-palestinese nel solco della prospettiva dei due Stati. All’epoca, lo sforzo americano era affiancato da consultazioni periodiche tra i diplomatici americani impegnati nel dialogo ed i colleghi di un quintetto di Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna) che avevano il compito di facilitare il negoziato ma, soprattutto, di mitigare il cronico atteggiamento filo-israeliano dei negoziatori USA, frutto delle pressioni politiche della lobby filo-israeliana che allora, come adesso, influenzava pesantemente la politica mediorientale degli Stati Uniti.</p>



<p>In una riunione ospitata dall’Italia a Roma, l’allora Inviato Speciale USA, <strong>Frank Lowenstein,</strong> mi chiese che tutti i telefoni dei membri delle delegazioni, inclusi quelli statunitensi ovviamente, fossero posizionati in una sala diversa da quella della riunione proprio in ragione che il suo, come tutti gli altri cellulari degli altri delegati, potessero essere oggetto dell’attenzione dello spionaggio elettronico israeliano.</p>



<p>È possibile quindi, se non addirittura plausibile, vista anche la posta in gioco, che l’attività spionistica israeliana ai danni degli Stati Uniti sia continuata magari in modo più accorto ma ad un’analisi più accurata potrebbe trattarsi di un inutile eccesso di zelo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Per chi lavorano gli Usa</h2>



<p>La mediazione USA tra israeliani e palestinesi per giungere ad una pace è sempre stata ingenuamente ritenuta come coerente con quella di un mediatore che per definizione dovesse essere terzo tra le parti, ovvero la preparazione di una proposta negoziale che in quanto tale doveva configurarsi come imparziale recependo in modo equo le istanze di entrambi. Nella prassi, invece, <strong>gli USA hanno sempre sottoposto le loro proposte prima ad Israele </strong>recependone tutte le osservazioni che ne snaturavano pesantemente l’equità per poi presentare formalmente il testo “pesantemente emendato” alle due parti come una proposta equa e ragionevole per trovare una soluzione che “salvaguardava” gli interessi di entrambi.</p>



<p>I Palestinesi hanno sempre conosciuto questa prassi USA ma non avevano certamente il potere di denunciare questa prassi negoziale o di respingere l’imparziale mediazione americana, anche perché non avrebbero mai ottenuto una sponda europea. L’UE si limitava soltanto a flebili esortazioni a Washington a mantenere un maggior equilibrio, oggi ha abbandonato anche questa posizione.</p>



<p>Pertanto, quello che per anni il mainstream media occidentale ha bollato come recalcitrante posizione palestinese nei negoziati non era altro che un comprensibile tentativo di difendersi da una mediazione iniqua e parziale.</p>



<p>In conclusione, quindi, Israele non dovrebbe avere alcuna necessità di spiare gli Stati Uniti che – almeno per quanto riguarda il dossier Israele-Palestina &#8211; <strong>hanno sempre lavorato per lo Stato ebraico;</strong> del resto, anche quando è stato pizzicato con le mani nella marmellata – la vicenda Pollard &#8211; a pagare è stato solo quest’ultimo.</p>



<p>Negli anni e decenni successivi, infatti, il sostegno USA, militare e di intelligence, a Israele è cresciuto esponenzialmente. Un po&#8217; diversa, ma non troppo, è la situazione per quanto riguarda l’Iran, ma di questo, forse, ne parleremo un’altra volta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/spionaggio/lultimo-segreto-di-pulcinella-i-servizi-di-israele-spiano-gli-stati-uniti.html">L&#8217;ultimo segreto di Pulcinella: i servizi di Israele spiano gli Stati Uniti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>XI e Trump a Pechino: pochi risultati immediati ma un altro passo verso il G2</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-summit-xi-trump-di-pechino-una-consacrazione-del-g2.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 07:09:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260520090618713_5a7ee08114ab60a9e6030bf113c1f953-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nonostante le apparenze di scarso sostanziale risultato, il vertice di Pechino potrebbe aver segnato un ulteriore passo verso un G2.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-summit-xi-trump-di-pechino-una-consacrazione-del-g2.html">XI e Trump a Pechino: pochi risultati immediati ma un altro passo verso il G2</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Le <strong>aspettative del vertice XI-Trump</strong> svoltosi a Pechino la settimana scorsa non erano alte, ed il suo andamento le ha in effetti corrisposte. Molto teatro, ma poca sostanza, almeno apparentemente.</p>



<p>Tuttavia, sarebbe imprudente condure una valutazione attendibile dei suoi esiti concreti nell’immediato, soltanto le prossime settimane, o mesi, riveleranno se alcune intese, più vagheggiate che solennemente annunciate, si concretizzeranno.</p>



<p>Gli USA <strong>aspiravano ad un approccio più accomodante da parte della Cina</strong> sulla delicata questione delle terre rare dalla quale ormai dipenderebbe il complesso militare-industriale-digitale statunitense; e sulla disponibilità di Pechino ad aumentare l’acquisto di prodotti agricoli in una chiara ottica elettorale in vista delle elezioni di medio-termine il 3 novembre prossimo.</p>



<p>La presenza dei più importanti imprenditori USA del settore digitale e dei fondi al seguito di Trump, da Elon Musk a Tim Cook fino a <strong>Larry Fink</strong>, ha fatto parte del teatro. </p>



<p>Nell’immaginario statunitense-occidentale, che si eccita facilmente dinanzi a mere rappresentazioni, <strong>questo stuolo di tycoons ha alimentato la percezione che a Pechino sarebbero stati siglati grandiosi contratti</strong>. La realtà è che si è trattato di un mero pellegrinaggio per tenere in piedi la rappresentazione tecnologica USA che sta assumendo le dimensioni di una gigantesca bolla finanziaria con il connesso andamento delle borse ormai svincolato da ogni fondamentale dell’economia.</p>



<p>Come ha correttamente <a href="https://www.ft.com/content/b3848645-19d3-4b7a-abfa-657c8d79b164?accessToken=zwAAAZ5D_CCzkdOzhIZFGdNLetOr-mV8jXmxZA.MEUCIFpcDiDQZ7rUltpea2Bo8hpJ6sJeVSFLslBIJ1xZUKzbAiEA9CDTKWwdMr-UKo2ZXzyfjJ7Xt-vbIO4AvvHMeysr8iE&amp;sharetype=gift&amp;token=5ff9ce3f-2fde-4e1e-8345-1a29bfa7d847&amp;syn-25a6b1a6=1">rilevato</a> <strong>Rana Foorohar</strong> sul<em> Financial Times</em>, sembrava di essere tornati agli anni 90’ del secolo scorso, dove legioni di imprenditori USA si recavano a Pechino per de-localizzare nel paese le loro filiere produttive a spese dei loro colletti blu, risparmiare sul costo del lavoro e massimizzare i loro profitti, per poi inondare il mercato USA con beni a basso costo cinesi acquistati a debito;  contestualmente, contavano sull’apertura del mercato e del sistema politico cinesi. Purtroppo, nessuna di quest’ultime due aspettative si è poi concretizzata.</p>



<p>È possibile che anche questa volta il copione di trent’anni fa possa in qualche modo ripetersi.</p>



<p>Quello che andrebbe tenuto presente nel valutare il <strong>Summit di Pechino</strong> è soprattutto il contesto che lo ha preceduto e accompagnato e, soprattutto, un aspetto per così dire filosofico: La Cina elabora la propria politica su tempi lunghi ancorandola alla realtà, gli USA su tempi cortissimi basandola largamente su rappresentazioni della realtà.</p>



<p>Prima di esaminare il contesto,<strong> è opportuno ricordare che Pechino dispone di due forti strumenti coercitivi nei confronti di Washington</strong>.</p>



<p>Il già menzionato controllo della filiera terre rare, e quindi la capacità di reagire efficacemente ai dazi statunitensi come già dimostrato l’anno scorso quando il Presidente USA fu indotto a fare marcia indietro con l’imbarazzante coda dell’acronimo coniato per l’occasione: TACO (Trump Always Chickens OUT) letteralmente <em>“Trump se fa la sempre sotto”.</em></p>



<p>Il secondo è rappresentato dalla condizione cinese di terzo detentore del debito USA (Treasury Bonds) dopo Giappone e Gran Bretagna, <strong>circa 700 miliardi di $,</strong> una somma che si è peraltro dimezzata nell’ultimo decennio. Ulteriori riduzioni di questa quota potrebbero influenzare al rialzo i tassi di interesse USA con effetti dirompenti sia sull’andamento dell’economia in un biennio elettorale – le già citate elezioni di medio termine e le presidenziali nel 2028 – che sulla tenuta dello stratosferico debito americano che <strong>veleggia verso i 40.000 miliardi di dollari</strong>. È appena il caso di ricordare che il 19 maggio scorso il tasso di interesse dei bond USA a 30 anni è <a href="https://x.com/KobeissiLetter/status/2056765531957481557?s=20">arrivato</a> al 5,19%, non accadeva dal 2007.</p>



<p>A questi fattori si aggiungono tre elementi di contesto:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>Trump si è recato a Pechino mentre si trovava impantanato nel conflitto con l’Iran e alla ricerca di una sponda per uscirne, con Teheran che ha utilizzato in modo dirompente la sua vera arma nucleare, la chiusura dello stretto di Hormuz. Se la Cina offrirà tale sponda, ed è un se scritto a caratteri cubitali, non lo farà certo per corrispondere agli interessi israelo-americani ma in nome di una visione più ampia di stabilità che non corrisponderà certamente alla Pax Judaica che Netanyahu e Trump vogliono imporre alla regione;</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>La <strong>Cina sembra poi prevalere nelle sfide industriali del futuro</strong>: alte tecnologie, robotica, transizione energetica e veicoli elettrici e il conflitto con l’Iran è finora stato, e resta, uno straordinario spot che, un petro-Stato come gli Stati Uniti ormai sono, hanno fatto a favore di una transizione energetica la cui filiera industriale (know-how, batterie e terre rare) è per l’appunto interamente dominata da Pechino.</li>
</ul>



<ul class="wp-block-list">
<li>Nell’altrettanto cruciale sfida dell’Intelligenza Artificiale, gli USA sono per il momento avanti, ma la Cina sembra capace di offrire prestazioni assai prossime a quelle statunitensi, e comunque crescenti, ma ad una frazione del costo dei giganti americani (Chat GPT, Grok, Gemini, Claude, etc.).</li>
</ul>



<p>Inoltre, quasi a non voler alimentare eccessive illusioni a Washington, a pochi giorni dalla visita di Trump, Xi ha accolto <strong>Vladimir Putin</strong> a <strong>Pechino</strong> tributandogli onori protocollari identici a quelli riservati all’ospite americano e l’agenda dei colloqui e i possibili esiti di questo summit si profilerebbero come assai più concreti di quelli intercorsi con la controparte statunitense.</p>



<p>Infine, <strong>sulla cruciale questione di Taiwan</strong>, al rientro dalla Cina Trump ha rilasciato dichiarazioni decisamente diverse da quelle – non proprio gradite a Pechino – che sia l’Amministrazione Biden, che quella attuale, avevano emesso negli ultimi anni.</p>



<p>Del resto, come gli stessi responsabili militari statunitensi <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2025/12/08/opinion/us-china-taiwan-military.html">ammetterebbero</a> a denti stretti, in un confronto militare convenzionale per il controllo di Taiwan Washington sarebbe destinata a soccombere.</p>



<p>Trump e Xi hanno finora mantenuto il delicato confronto tra i due rispettivi paesi in una sorta di stabilità strategica controllata. Il vertice di Pechino è stata un’ulteriore tappa di questo processo, ma potrebbe essere anche ricordato tra qualche tempo come la consacrazione di quel G2 di cui si parla fin dal Vertice dei G20 svoltosi a Pittsburgh sotto la Presidenza Obama nell’ormai lontanissimo settembre del 2009.</p>



<p>Un G2 dove, peraltro, <strong>il ruolo della potenza più responsabile e interessata ad assicurare una stabilità globale</strong> decente sembra essere svolto, in modo preponderante, dalla <strong>Cina</strong>.</p>



<p></p>
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