Le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre hanno trionfalmente riportato i Democratici alla guida della Camera dei Rappresentanti e del Senato in quella che negli auspici avrebbe dovuto essere un’”onda blu” e invece è divenuta addirittura uno tsunami. Gli analisti discuteranno a lungo le cause: l’impopolarità di Trump, l’economia, la corruzione, l’inflazione, il tradimento degli originali propositi di un’America First (che è sembrato più un Israel First) e del MAGA (Make American Great Again) che si è tramuta in MAPA (Make America Poor Again).
Il vicepresidente JD Vance, coraggiosamente, e con una – inconsueta considerati i tempi – onestà intellettuale, ha già detto la sua: la guerra con l’Iran. Ma sotto la superficie c’è un ulteriore fenomeno. Il voto del 3 novembre potrebbe aver chiuso la carriera (e il suo metodo di lavoro) – più di quanto non abbia fatto il risultato elettorale israeliano del 27 ottobre scorso – di uno dei politici più efficaci mai apparsi nel panorama americano, pur non essendo mai stato candidato ed eletto nel paese: Benjamin Netanyahu. Questa sconfitta potrebbe aver messo anche a rischio anche il braccio operativo della lobby pro-Israele a Washington, l’American-Israeli Political Action Committee (AIPAC).
Per oltre trent’anni Netanyahu ha saputo influenzare, orientare e – diciamolo francamente – “intortare” legioni di esponenti politici americani repubblicani e democratici, facendo leva su un sistema di finanziamenti elettorali, lobby, innegabili ed efficaci capacità persuasive accompagnate da avvertimenti velati e timori di ritorsione, che pochissimi parlamentari della più grande potenza del mondo hanno osato sfidare. Oggi questo metodo di lavoro mostra delle crepe, e il conto da pagare potrebbe essere – come emerso il 3 novembre – alto, forse altissimo, sia per la lobby pro-Israele che per quest’ultimo paese.
L’Iraq: la prima grande ipoteca
Nel settembre 2002, quando era un politico fuori dal governo, Netanyahu testimoniò davanti alle audizioni della Camera dei Rappresentanti statunitense sul conflitto con l’Iraq commissione Riforma del governo della Camera sostenendo che Saddam Hussein intendeva acquisire l’arma nucleare e che rimuoverlo avrebbe prodotto effetti positivi per l’intera regione mediorientale. Il video di quella deposizione è imperdibile, anche come manuale di “intortamento politico”.
Naturalmente, non fu l’unica voce a spingere per la guerra portando avanti fatti e narrative insostenibili: l’amministrazione Bush, i pericolosissimi neoconservatori e un’intelligence (non sapremo forse mai quanto consapevolmente o meno) fallace, fecero la loro parte. Ma la sua testimonianza offrì a Washington un’autorevole sponda esterna di uno che era già stato Primo Ministro di Israele e contribuì a rendere dominante un clima – il sempre brillante Marcello Veneziani direbbe una “cappa” – in cui dissentire sembrava imprudente.
Il risultato è tristemente noto. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, come pure un nesso tra l’Iraq e l’11 settembre 2001. La guerra costò migliaia di soldati americani morti e decine di migliaia feriti e migliaia di miliardi di dollari al contribuente americano, per non parlare delle centinaia di migliaia di vittime irachene. Seguirono la frammentazione del Paese, una guerra civile tra sciiti e sunniti, la nascita dello Stato islamico, la necessità di un nuovo intervento militare nel paese da parte di una coalizione di Paesi principalmente occidentali e, paradosso finale, il rafforzamento dell’Iran, che si ritrovò con un rivale in meno e un vuoto di potere da riempire.
Un disastro strategico che gli Stati Uniti e la regione pagano ancora.
L’Iran: trent’anni di allarmi nucleari
Se l’Iraq fu il primo capitolo, l’Iran è stato il filo conduttore – una specie di ossessione – dell’intera carriera di Netanyahu e dei suoi compari negli Stati Uniti. Già nel 1992, davanti alla Knesset, Netanyahu avvertiva che Teheran fosse a tre-cinque anni dalla bomba. Nel 2012, portò all’Assemblea Generale dell’ONU il celebre cartello raffigurante una bomba con la linea rossa e nel marzo 2015, accogliendo un assai poco patriottico invito del Partito repubblicano, prese la parola dinanzi al Congresso americano riunito in seduta congiunta per prevenire la firma dell’accordo sul nucleare (JCPOA) negoziato da Obama e da altri paesi con l’Iran. Un’interferenza negli affari politici di un altro Paese al confronto della quale Vladimir Putin fa la figura del dilettante
Nel 2018, Trump ritirò gli Stati Uniti dall’intesa anche qui – plausibilmente – Netanyahu svolse il suo ruolo nefasto e, in ultima analisi, controproducente. La risposta di Teheran fu opposta a quella sperata, anche perché, soprattutto le potenze europee, non vollero o non seppero proseguire la parte economica di quell’accordo: l’Iran aumentò l’arricchimento dell’uranio e costruì centrifughe più avanzate.
Il ciclo si è chiuso, per ora, con la guerra dei dodici giorni del giugno 2025 e i bombardamenti americani su Fordow, Natanz e Isfahan, e con il conflitto congiunto lanciato da USA e Israele il 28 febbraio 2026: il coronamento ideale di oltre 30 anni di ambizioni politiche del Premier israeliano.
Un allarme ripetuto per decenni, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, ha prodotto una profezia che si autoavvera: una politica di conflitto permanente ha reso più probabile ciò che dichiarava di voler evitare, e ha trascinato gli Stati Uniti nell’ennesima guerra mediorientale senza obiettivi chiari.
La politica americana ha preferito ignorare per anni questa realtà fino a quando il popolo americano ha destato molti dal loro torpore.
Gaza e la frattura generazionale
Il terzo fattore è forse il più decisivo per il futuro. La guerra a Gaza, con il massacro dei civili, la devastazione delle città e dei campi profughi, i crimini di guerra e un potenziale verdetto di genocidio, con le immagini diffuse sui social, spesso pubblicate dagli stessi soldati israeliani, ha cambiato radicalmente la percezione di Israele tra i giovani americani. Per una generazione cresciuta con lo smartphone, la guerra non è stata un’astrazione geopolitica ma un flusso quotidiano di video raccapriccianti.
I numeri lo confermano. Secondo un sondaggio NBC, nel 2026 il 67% degli elettori democratici simpatizza con i palestinesi, contro il 18% del 2013, mentre la simpatia per gli israeliani è scesa dal 34% al 17%. Milioni di giovani, che non ricordano né l’11 settembre né l’Iraq, hanno maturato una diffidenza strutturale verso un alleato che identificano con Netanyahu e con le sue scelte. Questa fascia di elettori ha alimentato la cosiddetta «ondata blu» e ha trasformato il sostegno incondizionato a Israele da consenso bipartisan a questione ampiamente divisiva anche all’interno degli stessi schieramenti politici; basta guardare l’aspro confronto tra i due candidati democratici nel seggio senatoriale del Michigan: il neosenatore Abdul El Seyed e la sfidante alle primarie del partito Haley Steven
La conferma di Vance
A rendere meno ideologica questa lettura è arrivata, come accennato sopra, la prima dichiarazione del vicepresidente JD Vance dopo il voto. Quest’ultimo ha scritto che la ragione della sconfitta è la guerra, ricordando che lo stesso Trump aveva ammesso al Wall Street Journal il peso del conflitto. Ha poi citato un sondaggio tra gli elettori che avevano abbandonato i repubblicani: le quattro condizioni per tornare erano porre fine alla guerra, occuparsi di costo della vita e inflazione, rimettere al centro l’«America First» e cambiare il rapporto con Israele. Non ha escluso che abbia pesato anche un messaggio economico poco incisivo, ma ha sfidato chi ritiene che la guerra valesse il prezzo della perdita del Senato per sei anni, a sostenerlo apertamente.
Trump, parlando con i giornalisti, ha definito la tesi «probabilmente» vera, aggiungendo però che rifarebbe la guerra, perché non si può lasciare il nucleare all’Iran (l’intortamento di Netanyahu possiede anticorpi fortissimi). Vance non cita né Netanyahu né l’AIPAC, ma il punto resta: a paventare nella guerra e nel legame con Israele una causa della sconfitta elettorale è il numero due dell’amministrazione, non un avversario.
L’AIPAC e il marchio tossico
Il braccio operativo di Netanyahu (e di altri Primi Ministri prima e dopo di lui) a Washington ha pagato il prezzo più immediato. Nel 2026 il suo super PAC è stato il maggiore finanziatore esterno del ciclo elettorale, con oltre 54 milioni di dollari investiti soprattutto nelle primarie democratiche. Ma la strategia si è ritorta contro. Se nel 2022 il 98% dei candidati sostenuti da AIPAC vinse, per questa tornata le stime saranno sicuramente e sensibilmente inferiori. Un numero crescente di candidati, anche moderati e pro-Israele come Cory Booker, ha rifiutato i suoi fondi: in altri termini, rinunciare ai contributi dell’AIPAC è diventato un segnale di credibilità, almeno nelle nelle primarie democratiche.
L’organizzazione ha reagito con un profilo più basso, canalizzando i fondi attraverso veicoli meno riconoscibili. Ma un’influenza che deve nascondere il proprio nome ha già perso gran parte della sua capacità persuasiva.
Un’eredità da gestire
Il paradosso è che Netanyahu, nel tentativo di blindare il sostegno americano, ha finito per minarne le fondamenta. Il legame tra Stati Uniti e Israele, per decenni patrimonio di entrambi i partiti, rischia di diventare un’arma di parte, esposto alle oscillazioni di ogni ciclo elettorale. Chi vuole davvero la sicurezza di Israele dovrebbe interrogarsi su questo: una relazione fondata sulla pressione, sull’allarmismo permanente e ossessivo e sulla delegittimazione dei critici non è un’assicurazione, è un debito.
Il Premier uscente israeliano, se Eisenkot riuscirà a formare un Governo alternativo, non solo ha distrutto Gaza, il Libano e la già malconcia reputazione internazionale di Israele, ma è riuscito anche ad infliggere una batosta storica al Partito Repubblicano americano.
Nel frattempo, i mullah a Teheran se la ridono sotto le loro folte barbe constatando che quello che doveva essere un cambio di regime a Teheran si profila come un cambio di regime a Washington.
La lezione dell’Iraq, dell’Iran, di Gaza e del Libano è la stessa: quando una politica estera viene dettata dagli interessi di un leader straniero e dalle lobby che lo sostengono, il danno ricade prima sull’alleato che dovrebbe proteggere e poi su chi la subisce.
Per gli Stati Uniti il momento di ricalibrare la loro bussola mediorientale è arrivato.
Resta da vedere se la nuova maggioranza avrà il coraggio di farlo, ma di questo parleremo un’altra volta.
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