L’inchiesta pubblicata il 13 luglio scorso dal New York Times sul presunto tentativo di reclutamento dell’ex Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad (in carica dal 2005 al 2013) ad opera del Mossad, per poi insediarlo al potere nel paese, è a dir poco affascinante; se sia anche credibile però è tutta un’altra storia.
Il culmine della vicenda sarebbe giunto durante il conflitto iniziato il 28 febbraio scorso, quando un raid israeliano avrebbe colpito a Teheran la struttura che ospitava le guardie del corpo (più probabilmente i secondini che lo tenevano sotto controllo) nella residenza dell’ex presidente, permettendo ad operativi del Mossad di esfiltrarlo e condurlo in un rifugio sicuro, salvo poi perderlo (non si capisce come) perché il soggetto, asseritamente, avrebbe iniziato a nutrire sfiducia verso gli israeliani; in sintesi questi ultimi lo avevano sotto controllo e l’avrebbero comunque lasciato andare? Implausibile. Se poi gli fosse scappato, invece, si sarebbero rivelati dei dilettanti.
Nonostante i copiosi dettagli offerti ed il rinvio a fonti di intelligence, anche iraniane, vi sono ulteriori aspetti per cui la storia, per gli addetti ai lavori e per chi conosce l’Iran, suscita diversi dubbi.
Ahmadinejad e il Mossad, una spy story da film di Hollywood
È una storia primariamente destinata ad un parterre americano, e quindi deve per forza essere un po’ cinematografica. Ed è proprio questo il primo motivo per dubitarne: sembra la trama delle spy stories hollywoodiane che raramente hanno aderenze con la realtà; non a caso lo stesso ufficio di Ahmadinejad ha liquidato le accuse definendole “affermazioni da film hollywoodiano”, non degne nemmeno di una smentita puntuale.
In primo luogo, non convince la modalità di reclutamento con i contatti che sarebbero iniziati nel 2022, e che sarebbe proseguiti con incontri a Budapest – dissimulati tramite inviti a conferenze accademiche presso l’Università Ludovika – fino a ben due faccia a faccia diretti tra Ahmadinejad e l’allora capo del Mossad, David Barnea, nel 2024.
Un secondo dubbio concerne il target: chiunque conosca un po’ l’Iran è perfettamente al corrente che nella complessa articolazione del potere nel paese il Presidente della Repubblica conta poco o nulla: non conosce i segreti più importanti del paese e non fa sostanzialmente parte del vertice decisionale di quest’ultimo che è imperniato sulla Guida Suprema, sul Supremo Consiglio Nazionale di Sicurezza e sull’IRGC (i Guardiani della Rivoluzione), noti come Pasdaran.
In un ambito di intelligence, avrebbe avuto molto più senso un’operazione per reclutare uno dei Consiglieri della Guida Suprema o un alto grado dell’IRGC.
Ma a rendere l’inchiesta poco plausibile non sono solo le reazioni iraniane, prevedibilmente ostili. Sono soprattutto voci critiche emerse dall’interno stesso dell’establishment della sicurezza israeliana.
Benché Budapest, insieme a Praga e a Vienna, sia una delle città europee in cui al Mossad è stata concessa ampia autonomia operativa dalle autorità locali (il servizio israeliano non può vantare la stessa libertà a Londra a Parigi e nemmeno – sorprendentemente – a Roma, Berlino invece è un’altra storia), sarebbe a dir poco azzardato che un’operazione così delicata venisse condotta con la conoscenza o avvalendosi di risorse locali con un elevato rischio di fughe di notizie o di brecce nella sicurezza. Ancor meno plausibile che l’allora capo del Mossad si sia recato nella capitale ungherese per incontrare l’ex Presidente iraniano una personalità ancora oggetto di forte attenzione e costantemente sorvegliata dagli apparati di sicurezza iraniani. Un’operazione del genere richiede molti anni, la tempistica citata dal New York Times, 2022-2026, è troppo ridotta.
Il contesto politico
C’è poi un elemento di contesto politico interno israeliano che difficilmente può essere ignorato. La storia esce nel contesto di una lotta di potere tutta interna agli apparati di sicurezza: rivalità di lunga data tra l’intelligence militare (Aman) e il Mossad, tensioni interne allo stesso Mossad (il meno lambito tra gli apparti di sicurezza israeliani rispetto alla catastrofe del 7 ottobre 2023) e persino calcoli politici legati alle elezioni israeliane, ora fissate per il 27 ottobre. In altre parole, la fuga di notizie potrebbe servire più a regolare conti interni tra fazioni dell’intelligence che a rivelare una verità operativa.
È forse una coincidenza che questa storia sia uscita adesso, dopo che da appena sei settimane si è insediato il nuovo capo del Mossad, Roman Gofman, il primo che non proviene dai ranghi del servizio? Questa scelta avrebbe già suscitato diversi malumori ma, soprattutto, tenetevi forte, il nuovo Direttore – uno dei numerosi conigli usciti dal cilindro di Netanyahu – ha scarsa dimestichezza con la lingua inglese, la capisce, ma per parlarla preferisce ricorrere ad un interprete: si tratta del Capo del Mossad, non del Presidente del Centro Anziani di Bersheeva in pieno deserto del Negev.
Alti ufficiali dell’intelligence militare israeliana avrebbero giudicato il piano irrealizzabile fin dall’inizio. Ritenevano bassa la probabilità che la guerra potesse far cadere il regime di Teheran, giudicavano il disegno del Mossad velleitario, e soprattutto erano scettici sulla fase finale – l’insediamento di Ahmadinejad – considerando qualsiasi tentativo di prevedere e condurre mosse politiche così complesse in un momento di caos come quello che si registrava in quel momento alla stessa stregua di un esercizio sostanzialmente futile.
I dubbi sui vertici israeliani
Alcune fonti ritenevano addirittura che tentare il piano avrebbe potuto peggiorare la posizione di Israele. Il timore era che la caduta del regime di Khamenei portasse non a una transizione democratica ma all’ascesa di una giunta militare dell’IRGC completamente priva di contrappesi civili e religiosi. Peraltro, quest’ultima è una potenzialità ancora tutta in divenire, anche alla luce dell’opacità che caratterizza gli attuali assetti di potere a Teheran, a partire dall’occultamento della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
Se davvero i vertici militari israeliani nutrivano dubbi così profondi, e se il piano – stando alle stesse fonti citate – è miseramente fallito con il presunto regime-change mai realizzatosi e la teocrazia apparentemente ancora saldamente al potere, viene naturale chiedersi quanto fosse davvero solida l’operazione descritta, o se non si tratti piuttosto di una ricostruzione ex post, gonfiata nei dettagli operativi da fonti con interessi divergenti.
Infine, aspetto non banale, e tenendo presenti le prassi in essere a Teheran, se l’Intelligence dell’IRGC (quella che conta veramente) avesse effettivamente avuto evidenze circa gli “abboccamenti sul Danubio” da parte dell’ex Presidente, a quest’ora quest’ultimo sarebbe stato già giustiziato in segreto con il cadavere nemmeno restituito alla famiglia. In fin dei conti, ad Ahmadinejad, al contrario dei suoi colleghi Khatami e Rouhani, è stato concesso di prendere parte ai mastodontici funerali di Khamenei, circostanza che sembrerebbe indicare che è assai meno temuto dal regime degli altri due.
Ma volendo tuttavia prendere per buona la storia, non potrebbe allora essere nemmeno escluso che il reclutamento di Ahmadinejad possa essere iniziato addirittura prima che egli diventasse Presidente della Repubblica Islamica. Come già riferito queste operazioni richiedono anni ed una pazienza certosina dopo aver condotto approfondite analisi psicologiche sul soggetto attenzionato e raccolto un’enorme mole di informazioni sullo stesso e la sua cerchia più ristretta, capacità in cui notoriamente il Mossad eccelle.
Ahmadinejad è stato il Presidente iraniano che nei suoi due mandati ha offerto – con le sue bizzarre dichiarazioni fuori le righe sull’Olocausto e la distruzione di Israele – il miglior supporto alla narrazione ebraica nei confronti dell’Iran come minaccia esistenziale per Israele e per gli altri paesi della regione. Senza di lui la mobilitazione di quel manipolo di Paesi che si considerano la “comunità internazionale” nei termini cui abbiamo assistito dal 2005 in poi non avrebbe prodotto i risultati politici di “demonizzazione” del paese che ancora oggi si percepiscono ampiamente nel dibattito internazionale; e tutto questo nonostante l’Iran – dato oggettivo – abbia firmato nel 2015 l’Accordo JCPOA per limitare il proprio programma nucleare, e non sia – altro dato oggettivo – nemmeno il responsabile del fallimento di questa intesa appena tre anni più tardi (ritiro statunitense dal JCPOA deciso infatti dalla prima Amministrazione Trump).
Quale migliore copertura per un asset iraniano – formalmente ma non sostanzialmente – di altissimo livello, reclutato e coltivato negli anni da Israele? Se poi si stenta a cogliere la logica di tale scelta – a prima vista inspiegabile – si raccomanda di leggere uno dei migliori romanzi di John Le Carré, La Tamburina.
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