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	<title>Luigi Spera Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 18 Jun 2019 13:28:21 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Luigi Spera Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>L&#8217;università brasiliana abbandonata dallo Stato</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/luniversita-brasiliana-abbandonata-dallo-stato</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Apr 2019 11:24:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1263" height="564" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6.jpg 1263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-768x343.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-1024x457.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1263px) 100vw, 1263px" /></p>
<p>Possiamo scrivere semplicemente: lo Stato di Rio de Janeiro ha deciso di investire fino all'ultimo centesimo nelle Olimpiadi. Dimenticandosi degli atenei pubblici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/luniversita-brasiliana-abbandonata-dallo-stato">L&#8217;università brasiliana abbandonata dallo Stato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1263" height="564" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6.jpg 1263w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-768x343.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/Brasile6-1024x457.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1263px) 100vw, 1263px" /></p><p><span>Possiamo scrivere semplicemente: lo Stato di Rio de Janeiro ha deciso di investire fino all&#8217;ultimo centesimo nelle Olimpiadi. Dimenticandosi degli atenei pubblici.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/luniversita-brasiliana-abbandonata-dallo-stato">L&#8217;università brasiliana abbandonata dallo Stato</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il dramma dei siriani nei campi in Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/il-dramma-dei-siriani-nei-campi-in-libano</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:38:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Campo profughi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/il-dramma-dei-siriani-nei-campi-in-libano">Il dramma dei siriani nei campi in Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-13-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</span></p>
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		<item>
		<title>La comunità cristiana a rischio emarginazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/la-comunita-cristiana-a-rischio-emarginazione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>“L’arabo libanese, è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica dell’ordine, si istallarono in periferia. A Bab Idris non c’erano ancora i palazzoni delle banche e i condomini esclusivi che caratterizzano oggi il centro finanziario di Beirut e che, a due passi dal moderno e sfavillante suk a ‘downtown’, finiscono per nascondere la meravigliosa chiesa. “Il Libano era chiamato il Vaticano del Medioriente”, dice con voce velata di malinconia il frate. Oggi i cristiani cattolici ‘latini’ sono appena 15 mila in tutto il Libano. “La nostra cultura e le tradizioni fanno parte di questo paese”, afferma. Ma da quando la comunità cristiana ha perso ‘sponsor’ internazionali, con il potere di quelli islamici sunniti e sciiti in costante crescita, nell’arco di pochi decenni potrebbero essere solo un ricordo. Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-12-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>“L’arabo libanese, è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica dell’ordine, si istallarono in periferia. A Bab Idris non c’erano ancora i palazzoni delle banche e i condomini esclusivi che caratterizzano oggi il centro finanziario di Beirut e che, a due passi dal moderno e sfavillante suk a ‘downtown’, finiscono per nascondere la meravigliosa chiesa. “Il Libano era chiamato il Vaticano del Medioriente”, dice con voce velata di malinconia il frate. Oggi i cristiani cattolici ‘latini’ sono appena 15 mila in tutto il Libano. “La nostra cultura e le tradizioni fanno parte di questo paese”, afferma. Ma da quando la comunità cristiana ha perso ‘sponsor’ internazionali, con il potere di quelli islamici sunniti e sciiti in costante crescita, nell’arco di pochi decenni potrebbero essere solo un ricordo. Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/la-comunita-cristiana-a-rischio-emarginazione">La comunità cristiana a rischio emarginazione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/video/la-fuga-dei-cristiani-dalle-montagne-del-libano</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 13:33:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Religioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>Il rumore penetrante del flex si propaga tra la vuota strada principale e i vicoli collegati senza ostacoli. Nel silenzio rimbombano i suoni delle martellate di un manovale che solitario lavora alla costruzione di un enorme edificio. Molto più alto delle modeste palazzine del piccolo villaggio di Masmura. Mancano ancora croci, simboli cristiani e dalle pareti di anonimo cemento non si capisce che da quella struttura verrà fuori un luogo di culto. Procedendo lungo la strada nella zona di Bhifa si passa da un piccolo villaggio all’altro: trecento, cinquecento abitanti al massimo. Le persone in giro sono pochissime. A Msrada il presepe è allestito curando al massimo i particolari. Di alberi di Natale addobbati se ne incontrano quasi a ogni incrocio. Insieme alle luminarie e altri simboli del Natale. E poi Ishlaeliah, un'altra chiesa, enorme, su una piccola collina, cui mancano tutti gli allestimenti ma spicca distintamente il campanile che ospiterà le campane. Non si sa quando. Ovunque regna una calma irreale e un silenzio profondo. Le tracce della cristianità sono le uniche visibili in tutta l’area. Tante da lasciar pensare che la maggioranza dei residenti sia cristiana. Eppure non supera il 10%. Nulla rispetto al 60% precedente alla guerra civile, meno di quarant’anni fa. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/video/la-fuga-dei-cristiani-dalle-montagne-del-libano">La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="640" height="480" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11.jpg 640w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/04/sddefault-11-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p><p><span>Il rumore penetrante del flex si propaga tra la vuota strada principale e i vicoli collegati senza ostacoli. Nel silenzio rimbombano i suoni delle martellate di un manovale che solitario lavora alla costruzione di un enorme edificio. Molto più alto delle modeste palazzine del piccolo villaggio di Masmura. Mancano ancora croci, simboli cristiani e dalle pareti di anonimo cemento non si capisce che da quella struttura verrà fuori un luogo di culto. Procedendo lungo la strada nella zona di Bhifa si passa da un piccolo villaggio all’altro: trecento, cinquecento abitanti al massimo. Le persone in giro sono pochissime. A Msrada il presepe è allestito curando al massimo i particolari. Di alberi di Natale addobbati se ne incontrano quasi a ogni incrocio. Insieme alle luminarie e altri simboli del Natale. E poi Ishlaeliah, un&#8217;altra chiesa, enorme, su una piccola collina, cui mancano tutti gli allestimenti ma spicca distintamente il campanile che ospiterà le campane. Non si sa quando. Ovunque regna una calma irreale e un silenzio profondo. Le tracce della cristianità sono le uniche visibili in tutta l’area. Tante da lasciar pensare che la maggioranza dei residenti sia cristiana. Eppure non supera il 10%. Nulla rispetto al 60% precedente alla guerra civile, meno di quarant’anni fa. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera</span></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Quelle grandi manovre Usa in America latina</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/usa-guerra-america-latina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Feb 2019 14:50:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>&#8220;Vogliamo nemici che ci temano e amici che lottino al nostro fianco”. È lungo questa linea di frattura che le forze armate degli Stati Uniti disegnano la propria strategia geopolitico-militare per il Sud America. Uno scenario da Guerra fredda, con tanto di divisione in blocchi tra fedeli alleati e “Sstati maligni”, supportati da grandi potenze &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/usa-guerra-america-latina.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/07/LAPRESSE_20180712164038_26867396-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>&#8220;Vogliamo nemici che ci temano e amici che lottino al nostro fianco”. È lungo questa linea di frattura che le forze armate degli <strong>Stati Uniti</strong> disegnano la propria strategia geopolitico-militare per il Sud America. Uno scenario da Guerra fredda, con tanto di divisione in blocchi tra fedeli alleati e “Sstati maligni”, supportati da grandi potenze straniere che “attentano per procura alla sicurezza e agli interessi degli Stati Uniti” nel vecchio giardino di casa. Con una grande novità rappresentata dal nuovo posizionamento del Brasile sullo scacchiere politico e militare sudamericano, come Paese chiave. Tanto che a Brasilia è stato concesso di indicare un proprio generale come vice dell’ammiraglio Craig S. Faller, al vertice del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti, USSouthCom.</p>
<p>Il generale Alcides Valeriano de Faria Junior sarà il primo ufficiale brasiliano a occupare l’incarico di vice comandante di &#8220;interoperabilità&#8221;, direttamente subordinato alla catena di comando delle forze armate statunitensi. Lo USSouthCom è infatti composto da truppe di esercito, aeronautica, marina e guardia costiera statunitensi e ha il compito di garantire la sicurezza degli Stati Uniti in America centrale, meridionale e nei Caraibi. La nuova strategia a stelle e strisce nella regione, con la grande apertura di credito nei confronti del <strong>Brasile</strong>, va a rinforzare la relazione Washington-Brasilia mai così felice dagli anni ’60. Qualcosa di altamente significativo considerate le grandi manovre in corso nella regione, che rivisitano la vecchia lotta anti-marxista nel subcontinente in chiave moderna, a partire dal dossier Venezuela. Una crisi che vede gli Stati Uniti in prima linea nel contrasto senza se e senza ma, alla leadership di <strong>Nicolas Maduro</strong>.</p>

<p>Le linee guida dell’azione strategica del SouthCom nel subcontinente sono state definite dall’ammiraglio Craig S. Faller lo scorso 9 febbraio, in occasione dell’audizione al senato degli Stati Uniti. Nel documento di venti pagine presentato ai senatori, l’ammiraglio ha definito il quadro geopolitico militare complessivo, a partire dalla lista di buoni e cattivi.</p>
<p>Tra gli alleati, Faller inserisce la Colombia, Paese di recente entrato a far parte della Nato; il Cile, con il quale la partnership militare sui mari è ben consolidata; e il Brasile, divenuto un paese chiave dopo l’elezione del presidente <strong>Jair Bolsonaro</strong>. Tra gli “attori maligni”, il documento cita gli stati latini di <strong>Venezuela</strong>, <strong>Cuba</strong> e <strong>Nicaragua</strong> e, soprattutto, i loro grandi sponsor a livello globale: <strong>Russia</strong>, <strong>Cina</strong> e <strong>Iran</strong>. Paesi, riferisce il documento di Faller, che costituiscono &#8220;un sistema di minacce che mettono in discussione la sicurezza e la prosperità della regione&#8221;. La Russia e la Cina, si sostiene infatti nel rapporto presentato ai senatori statunitensi, &#8220;stanno espandendo la loro influenza nell&#8217;emisfero occidentale, spesso a spese degli interessi statunitensi&#8221;. Mosca, in particolare, “supportando un sistema di informazioni che diffonde false informazioni sugli eventi mondiali e sulle intenzioni degli Stati Uniti”. Quanto a Pechino, Faller sottolinea che il Paese adotta pratiche di prestito &#8220;predatorie e non trasparenti&#8221; per esercitare influenza politica ed economica nella regione, dove ormai ha assunto una enorme presenza in molti stati. A preoccupare è inoltre la possibilità che la Cina possa esercitare a danno degli Stati Uniti, un maggiore controllo dei porti dell’emisfero occidentale, tra Cuba e il canale di Panama. In ultimo tra gli stati canaglia, emerge l’Iran. “Principale patrocinatore del terrorismo nel mondo”, ha affermato Faller “sta cercando anche di riabilitare le proprie attività nella regione attraverso il condizionamento dei media in lingua spagnola” e agendo “per procura” attraverso la presenza di <strong>Hezbollah</strong>, attivo nel traffico di droga e nel riciclaggio nell’area al confine tra Brasile, Paraguay e Argentina, oltre che in Perù e Bolivia.</p>

<p>I tre Paesi “canaglia” sono anche i principali sponsor del Venezuela di Maduro, contro il quale gli Stati Uniti stanno mettendo in campo tutte gli strumenti di coercizione pacifica. E non solo. Vista la resistenza del presidente chavista, le indiscrezioni che riferiscono della possibilità di un’azione di forza da parte degli Stati Uniti trapelano della Casa bianca quasi quotidianamente. E il nuovo concetto strategico dell’USSouthCom potrebbe essere letto dunque in modo differente. Il rischio che il conflitto geopolitico economico con il Venezuela possa diventare scontro militare, fa sì che buone strategie nella regione diventino vitali gli Stati Uniti.</p>
<p>Il Brasile è da questo punto di vista in cima alla lista di paesi con i quali Washington punta a stringere “solidi partenariati fondati su istituzioni efficaci e trasparenti, scambi di informazioni e intelligence, sviluppo di capacità istituzionali”. Accordi, afferma Faller, che vedono le forze armate brasiliane “unirsi rete logistica per sostenere le possibili azioni militari statunitensi nella regione, attraverso l’adesione all’Unità operativa aerea per scopi speciali (Spmagtf)”. Una task force multinazionale “capace di agire su scale diverse e di lavorare all&#8217;interno di quadri di cooperazione di sicurezza esistenti per migliorare la nostra capacità collettiva di rispondere rapidamente alle crisi&#8221;.</p>

<p>La possibilità di vedersi trascinati in un conflitto regionale preoccupa molto però anche gli stessi brasiliani. Se il ministero della Difesa e le forze armate infatti sono stati sedotti dall’avvicinamento all’esercito statunitense, vari settori del ministero degli Esteri mostrano invece preoccupazione rispetto alla possibilità che la nuova alleanza militare, consolidata con l’indicazione del generale Alcides Valeriano de Faria Junior al UsSouthCom, possa essere viatico del coinvolgimento del Brasile in prima linea in una guerra contro il Venezuela. Uno scenario di crisi regionale con proiezione internazionale con conseguenze ancora tutte da valutare.</p>
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		<title>Nazioni Unite in pressing su Weah:  &#8220;Un tribunale per i crimini di guerra&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/weah-liberia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Sep 2018 08:29:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="971" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-768x533.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-1024x710.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>&#8220;È sempre tempo per la giustizia. Non perseguire i criminali non è mai un&#8217;opzione in una società che emerge dalla devastazione della guerra, soprattutto in conflitti dove le atrocità sono state odiose, sfacciate, e la violenza sfrenata&#8221;. Non ha dubbi l’ex presidente della Commissione di verità e riconciliazione della Liberia, Jerome J. Verdier. Anche a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/weah-liberia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="971" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-300x208.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-768x533.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2018/09/LP_7724821-1024x710.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p><p>&#8220;È sempre tempo per la giustizia. Non perseguire i criminali non è mai un&#8217;opzione in una società che emerge dalla devastazione della guerra, soprattutto in conflitti dove le atrocità sono state odiose, sfacciate, e la violenza sfrenata&#8221;. Non ha dubbi l’ex presidente della Commissione di verità e riconciliazione della Liberia, <strong>Jerome J. Verdier</strong>. Anche a distanza di anni dalla fine del conflitto nel suo Paese, la necessità di punire i responsabili è un dovere, principalmente per le vittime. E non a caso è proprio Verdier ora una delle maggiori spine nel fianco del neo presidente liberiano George Weah. L’ex presidente della commissione che ha investigato i crimini commessi nel corso degli anni delle guerre civili e consegnato la lista dei <strong>responsabili degli abusi</strong>, non fa sconti all’ex gloria calcistica del Milan sin da quando alla fine dello scorso dicembre, si è insediato a capo dello Stato dell’Africa occidentale.</p>

<p>Da quando è stato eletto nel dicembre del 2017, il presidente George Weah, è finito sotto una montante pressione da parte delle Nazioni Unite e di un fronte compatto di ben 76 Ong e organizzazioni dei diritti umani. Tutti concordi nel chiedere al più presto l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare riguardo <strong>crimini di guerra</strong> e<strong> crimini di natura economica</strong> commessi durante il conflitto, finanziandolo. Perché ogni giorno le aspettative riposte nell’ex calciatore crescano lo spiega Jerome J. Verdier, oggi direttore della Ong &#8220;International Justice Group&#8221;. Prima di tutto: &#8220;Nonostante la fiducia iniziale, è stato chiaro che l’ex presidentessa del governo transitorio Ellen Johnson Sirleaf non avrebbe spinto per la creazione del tribunale speciale, come suggerito da noi nella relazione finale della commissione di verità. È diventato poi sempre più chiaro &#8211; continua Jerome Verdier &#8211; che la ragione principale per cui non ha fatto nulla né contro la corruzione né a favore della creazione del tribunale, è perché lei stessa e i suoi familiari e suoi soci, hanno tratto il massimo beneficio dalla corruzione dilagante nel governo&#8221;. La seconda ragione è che Weah non ha partecipato alla guerra e &#8220;finora non è stato mai associato a nessuna delle fazioni in guerra nel conflitto liberiano&#8221; afferma Verdier. &#8220;E quindi c&#8217;è grande attesa anche perché ha fatto del &#8216;vero cambiamento&#8217; il mantra della sua campagna presidenziale&#8221;.</p>

<p>Weah è stato infatti scelto come &#8220;outsider&#8221; nella prima elezione democratica in Liberia dopo due sanguinose guerre civili che tra il 1989 e il 2003 hanno causato la morte di almeno 250mila persone, oltre un milione di profughi, e che hanno registrato un&#8217;incidenza di stupro come arma di guerra tra le più alte della storia: tra il 61,4 e il 77,4 percento delle donne liberiane ha subito uno stupro. Crimini di guerra che includono, <strong>stragi</strong>, <strong>esecuzioni di sommarie</strong>, <strong>torture</strong> e <strong>mutilazioni</strong>, soprattutto contro i civili. Gran parte delle violazioni è stata ricostruita grazie alle indagini della Commissione di verità guidata a Verdier, ed è stata anche stilata una lista di presunti responsabili. Tra questi gli otto leader delle principali fazioni coinvolte nel conflitto, 98 persone accusate di violazioni dei diritti umani, 50 di crimini di guerra; e poi 19 corporazioni, istituzioni e individui accusati di crimini economici. In ultimo 57 persone per le quali sono state suggerite ulteriori investigazioni. Dal momento della consegna della relazione e delle raccomandazioni della Commissione di verità nel 2009, nessuno è stato perseguito e, l’inchiesta di un consorzio di Ong ha provato che 74 individui presenti sulla lista vivono sotto falso nome principalmente tra Stati Uniti ed Europa.</p>

<p>Eppure nonostante fosse sotto la lente di un così folto numero di osservatori, il presidente Weah ha però commesso un passo falso che lo ha fatto finire nella bufera. Allungando un&#8217;ombra sulla sua giovane amministrazione. Nelle ultime settimane, infatti, i media hanno diffuso la notizia della trattativa tra il presidente George Manneh Weah e l&#8217;ex signore della guerra, oggi senatore, <strong>Prince Y. Johnson</strong>. Il presidente Weah, in cambio dell’appoggio in parlamento da parte di due senatori per sostituire un giudice costituzionale a lui sgradito, sarebbe pronto a rallentare nell&#8217;istituzione del tribunale speciale per i crimini di guerra, che vedrebbe, tra gli altri, Prince Johnson finire alla sbarra. Su questo fatto Jerome Verdier non usa mezzi termini: &#8220;Il popolo liberiano è furibondo perché si è reso conto che il presidente è pronto a fare un patto con il diavolo proteggendo i signori della guerra e l&#8217;ex presidente Sirleaf dalla giustizia, pur di ottenere un suo risultato. Questo atto del presidente Weah &#8211; afferma &#8211; è immorale e contrario alle politiche pubbliche, un motivo in più per cui ora diventa urgente affrontare la corruzione e l&#8217;impunità prima che il suo governo si adagi sugli allori&#8221;.</p>
<p>La pressione perché una Corte venga istituita è fortissima. La speranza è che un tribunale ibrido composto da sezioni speciali all’interno dei tribunali liberiani, formati da giudici nazionali e internazionali possa operare al più presto per punire i perpetratori delle violenze nel corso della guerra. Questo perché, sottolinea Jerome Verdier: &#8220;Sebbene sia trascorso oltre un decennio dalla fine della guerra, è importante condannare i responsabili delle violazioni per avere una società più pacifica e giusta. Molti anni dopo la fine della guerra, le persone stanno ancora soffrendo. Le loro richieste non sono state soddisfatte e il loro dolore è ancora vivo. La giustizia genererebbe una sensazione di chiusura fornendo alcune risposte a quelle domande che la Commissione di verità non ha risposto. Che tipo di messaggio stiamo inviando alle generazioni future &#8211; si chiede il direttore di Ijg &#8211; se non garantiremo giustizia o responsabilità per violazioni disumane e commesse senza pietà spesso alla luce del giorno?&#8221;.</p>
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		<title>L&#8217;azione silenziosa dei cristiani tra i rifugiati siriani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Dec 2016 08:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Campo profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-3-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-3-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Madrasa, scuola. È la parola che ripete più spesso. Tu vai a scuola? La domanda rivolta a tutti i bambini che incontra. Da quelli benestanti a quelli al semaforo che fanno l’elemosina, fino ai piccoli profughi siriani che assiste nei campi improvvisati del Libano. Per padre Abdo Raad l’educazione e lo studio sono fondamentali. Per crescere consapevoli, per avere una chance e, nel caso dei profughi, per non fare si che la guerra interrompa la normalità della vita e dall’ozio nascano cattivi ideali. Intellettuale profondo conoscitore della sua comunità e della sua terra da prete ortodosso cattolico, Abdo non si barrica dietro ai dogmi e non attende aiuti prodigiosi. Si rimbocca le maniche e porta avanti la sua missione con estrema concretezza. “Facciamo quello che possiamo, quando andiamo a trovare i profughi non andiamo mai a mani vuote – racconta mentre carica scatoloni in auto &#8211; ora sta arrivando l’inverno, portiamo coperte e indumenti caldi. Tutto quello che raccogliamo, lo distribuiamo alle famiglie in fuga dalla guerra. Ma non basta, ci vorrebbe molto di più”. Per riuscire nel suo obiettivo ha creato l’associazione “Annas linnas”, gli uni per gli altri, coinvolgendo volontari di ogni credo, libanesi e stranieri, disposti a fare qualcosa per chi ha più bisogno. I risultati sono incoraggianti, nonostante le risorse limitate. Anche per questo l’appello di Abdo per sensibilizzare le coscienze in occidente è continuo.</p>
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<p>I campi profughi di siriani in Libano sono tantissimi, alcuni sfuggono ai censimenti, poco puntuali, dell’Unhcr. Quello più vicino al convento melkita del Santissimo Salvatore a Joun, neanche si può chiamare campo. La sistemazione di fortuna, per cinque famiglie da due anni è all’interno di un casolare abbandonato accanto a un pollaio. Più di venti persone, vivono in pochi metri quadri e dormono sui pochissimi materassi e tappeti che hanno a disposizione. Nel pollaio alcuni siriani hanno trovato lavoro e senza mezzi o denaro per spostarsi, l’unico modo per rimanere vicini al loro precario lavoro era quello. “Ci manca tutto” dice una giovane “Abbiamo bisogno di assistenza medica, ci sono bambini che hanno bisogno di essere operati. E per – dice – per noi donne il lavoro non c’è e per gli uomini trovare qualcosa soprattutto d’inverno è molto difficile”. E quando si trova qualcosa è pagato così poco che non basta a vivere. “Ora guadagno al 400 dollari al mese, quando va bene, ma non basta neanche per mangiare con la mia famiglia. Mi sono registrato alle Unhcr, mi hanno detto che ho diritto a ricevere gli aiuti, ma non ne ho ricevuti. E qui è sempre più dura”. Quando queste famiglie sono arrivate l’unica assistenza è stata quella di padre Abdo e della sua “Annas linnas”. Jessie, volontaria francese, insegna la sua lingua ai piccoli del campo. “All’inizio più che altro giocavamo e portavamo avanti attività per stimolare la creatività e tenere impegnati i piccoli che erano qui senza assolutamente alcun impegno. Non ci sono sedie, banchi, libri, nulla. Ora siamo riusciti a fare in modo che alcuni vadano a scuola e per loro e per gli altri faccio lezioni di francese quando sono qui”.</p>
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<p>I bambini siriani che non hanno accesso all’istruzione da quando si sono rifugiati in Libano sono tantissimi. Nell’area di Zahlè sono oltre 500. Non vivono in campi profughi, i genitori sono riusciti ad affittare una casa e, tra sfruttamento e precariato, lavorano quando e come possono. I soldi per le scuole private sono un miraggio. Il governo libanese ha dato accesso ai servizi pubblici statali per i siriani tra i quali scuole e ospedali. Ma le strutture non riescono a soddisfare neanche la domanda dei libanesi. “Abbiamo 500 bambini fuori dalla scuola. Siamo stati nella scuola pubblica a chiedere che venissero accettati, ma ci hanno detto che hanno già 700 bambini iscritti a fronte dei 600 posti disponibili. Di fronte a questo abbiamo deciso di fare qualcosa. Con l’aiuto di volontari, alcuni loro stesso rifugiati siriani e palestinesi, abbiamo fondato ‘La casa della carità’ una scuola dove oggi quotidianamente 155 bambini studiano arabo e inglese”. Il direttore della scuola è Elie Fadel. Lui e un’insegnante sono cristiani. Tutti gli altri undici sono musulmani. Ma il Credo nella Casa della carità non è un discrimine, anzi. “Abbiamo iniziato lo scorso anno per aiutare le famiglie siriane. Sono persone molto povere, non hanno il denaro per mandare i bambini a scuola e spesso neanche per il trasporto, sono io con la mia auto spesso a prenderli a casa e riportarli indietro a fine lezione. Iniziamo alle 8,30 e finiamo alle 12,30. Il pomeriggio abbiamo corsi per aiutare i ragazzi a studiare. Per noi – dice Elie – è molto difficile andare avanti, i bambini bisognosi sono tanti e non riusciamo a volte neanche a pagare agli insegnanti un aiuto per il traporto fino a qua. Senza gli aiuti dell’associazione di padre Abdo non potremmo vivere”. E solo dalle visite e dall’aiuto di padre Abdo che con la sua auto trasporta vestiti per l’inverno e coperte in vari campi, tanti rifugiati riescono a ottenere qualcosa mentre il governo volta le spalle e le organizzazioni internazionali non danno risposte a sufficienza.</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.marconegri.net/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Marco Negri</a></p>
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		<title>Il dramma dei siriani nei campi in Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/dramma-dei-siriani-nei-campi-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2016 09:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Campo profughi]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="844" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-300x132.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-768x338.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-1024x450.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/dramma-dei-siriani-nei-campi-libano.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/dramma-dei-siriani-nei-campi-libano.html">Il dramma dei siriani nei campi in Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="844" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-300x132.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-768x338.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-2-e1482742851671-1024x450.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.</p>
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<p>Le autorità si sono comportate fin dal primo momento in modo ambivalente. Quando è convenuto hanno chiuso un occhio, e sono nati così tanti campi da rendere impossibile una stima esatta. Quando no, nel 2015, nella speranza di mettere freno agli arrivi, il Libano ha poi imposto il blocco delle registrazioni all’Unhcr. Commissariato per i rifugiati che lavora senza che il paese abbia firmato le convenzioni internazionali, con relative restrizioni.Il terrore della nuova nascita di campi strutturati dopo la complessa esperienza di quelli palestinesi ha imposto il no ai trattati e, ora, una linea sempre più dura contro i profughi. Campi strutturati, che garantirebbero migliore sanità, scuola per i bambini e altri servizi gestiti dalle nazioni unite, non sono pensabili perché il governo ha chiuso le porte. L’Unhcr allora registra chi può e da un’assistenza sporadica e male organizzata. Ai profughi più fortunati o arrivati prima, l’Unhcr garantisce un piccolo sussidio di 27 dollari a persona che viene caricato ogni mese su una carta di credito. Ma si tratta di spiccioli insufficienti anche per l’alimentazione. I siriani però possono entrare in Libano senza chiedere il visto.Il permesso dura sei mesi dopo i quali, se non regolarizzati, rischiano di essere espulsi. Per regolarizzare la posizione occorrono lavoro e soldi che i profughi spesso non hanno. Così il senso di precariato aumenta. Il Libano ha anche concesso accesso agli ospedali pubblici e alle scuole per i bambini, ma i posti sono pochissimi e spesso i servizi sono di fatto preclusi. Emarginati dal governo e con poca assistenza i profughi sono diventati un business. Soprattutto per gli affitti. Dovunque si vada il prezzo è quasi standard: cento dollari al mese. Solo per l’affitto, senza diritto a corrente elettrica, acqua corrente e altri servizi basilari. Questo rende il grado di indigenza nei campi raccapricciante.</p>
<div id="gallery_191401" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_191401 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_06%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_06%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_03%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_03%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_05%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_05%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_02%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_02%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_01%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_01%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_04%20%281%29.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_04%20%281%29-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"}];</script>
<p>Il disagio è evidente eppure la dignità dei profughi è visibile nell’ordine che regna nei campi, dalla pulizia interna alle baracche di fortuna con pareti di plastica e tappeti. Alla ricerca di normalità. Il Libano è un limbo. Tutti sono stretti tra la speranza che la guerra finisca per poter tornare in Siria e il desiderio di andare in Europa, dove però tutti sanno, la situazione non è per loro di apertura e accoglienza. E si resta bloccati. Sono oltre un milione e mezzo i profughi siriani in Libano, un numero enorme su una popolazione di appena quattro milioni di persone. Una convivenza sempre più difficile che stressa tutti. Rabbia, razzismo, frustrazioni personali e sociali. Gli effetti, anche questi, di un sanguinoso conflitto destinato, purtroppo, a continuare ancora a lungo.</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.marconegri.net/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Marco Negri</a></p>
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		<title>La comunità cristiana a rischio emarginazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/religioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/la-comunita-cristiana-rischio-emarginazione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2016 12:13:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“L’arabo libanese è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/la-comunita-cristiana-rischio-emarginazione.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>“L’arabo libanese è nato dall’unione della lingua araba con il siriaco, dialetto aramaico parlato dai monaci che evangelizzarono questa terra nel 900” racconta con un sorriso orgoglioso Fra Elie Rahmé, subito dopo la messa dell’Immacolata nel convento dei frati cappuccini di Beirut. Quando i francescani arrivarono in città, nel 1626, in linea con la politica dell’ordine, si istallarono in periferia. A Bab Idris non c’erano ancora i palazzoni delle banche e i condomini esclusivi che caratterizzano oggi il centro finanziario di Beirut e che, a due passi dal moderno e sfavillante suk a ‘downtown’, finiscono per nascondere la meravigliosa chiesa. “Il Libano era chiamato il Vaticano del Medio Oriente”, dice con voce velata di malinconia il frate. Oggi i<strong> cristiani cattolici</strong> ‘latini’ sono appena 15 mila in tutto il Libano. “La nostra cultura e le tradizioni fanno parte di questo paese”, afferma. Ma da quando la comunità cristiana ha perso ‘sponsor’ internazionali, con il potere di quelli islamici sunniti e sciiti in costante crescita, nell’arco di pochi decenni potrebbero essere solo un ricordo. Il legame tra cristianesimo e Libano è a rischio di finire dissolto tra le trame dei grandi giochi geopolitici che investono il paese, il bilanciamento dei poteri istituzionali sempre meno favorevole alla comunità cristiana e differenze culturali che portano la comunità islamica a crescere poderosamente rispetto a quella cristiana. Questioni culturali, economiche e politiche, più che di sicurezza legate al fondamentalismo islamista, potrebbero in Libano avere gli effetti che altrove sono generati dalla ferocia del terrorismo. Un conflitto demografico che i cristiani stanno perdendo.</p>
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<p>Nel corso della storia, la convulsa politica interna, la guerra civile, e i conflitti e scontri religiosi che si riverberano nel paese a causa dell’asfissiante confessionalismo libanese, hanno portato a un cambio demografico netto. “Contro di noi non ci sono persecuzioni come si conoscono altrove – dice il vescovo Melkita di Sidone Elie Haddad &#8211; però c’è un ambiente ostile. Eravamo 100mila prima della guerra, oggi siamo meno della metà. Il numero di cristiani qui diminuisce sempre più, anche perché le opportunità di lavoro sono sempre meno, soprattutto nelle amministrazioni e nel governo, dove è grande la competizione dei musulmani”. Vertici istituzionali, posti nel governo e in parlamento, amministratori locali, sindaci, dipendenti pubblici, esercito, polizia: tutto il Libano è diviso in base al credo religioso. La diminuzione del potere politico e il numero sempre inferiore di cittadini della comunità cristiana hanno portato a una flessione anche in questo bacino. Il lavoro è meno e intere famiglie vanno via. “Non sappiamo come uscirne, è una sfida. Cerchiamo di fare tutto e di recuperare. E allora – continua il vescovo Haddad &#8211; se il pubblico non ci accoglie come si deve e ci vengono sottratti posti prima garantiti ai cristiani, cerchiamo di aiutare a trovare lavoro nel settore privato: banche, ospedali, scuole” anche questi, ovviamente, cristiani. “Qui la chiesa svolge compiti molto più ampi di quelli meramente religiosi” sottolinea il Vescovo <strong>Elie Haddad</strong>.“Cerchiamo di arrestare la migrazione che minaccia i cristiani, tentati di andare via, per questioni economiche e per sfuggire all’integralismo che regna nella regione mediorientale. Seguendo l’esortazione ‘Nuova speranza per Libano’ di Giovani Paolo II, mettiamo le proprietà della chiesa a servizio della comunità. Diamo in gestione la terra, ricostruiamo chiese e cerchiamo di dare sicurezze ai nostri fedeli trovando loro posti di lavoro. Finora ne abbiamo trovati già 450. Per la chiesa dare lavoro ai fedeli è pesante. Questo – prosegue Haddad &#8211; sarebbe compito dello Stato, che è assente in questo campo”. Risalendo da Sidone, sul mare, prima di arrivare al convento ortodosso cattolico melkita del Santissimo Salvatore, si attraversano decine di piccoli villaggi. Qui prima della guerra i cristiani rappresentavano il 60%. Ora sono il 10% circa</p>
<div id="gallery_191392" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_191392 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_10.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_10-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_08.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_08-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_11.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_11-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_06.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_06-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_07.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_07-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_09.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/04\/%C2%A9marconegri_09-150x150.jpg","subHtml":"<div class=\"lightGallery-captions\"><h4><\/h4><p> <\/p><\/div>"}];</script>
<p>L’attuale maggioranza è islamica di credo sciita. Comunità che fa del culto della personalità una voce importante della propria propaganda. A differenza delle aree druse, le bandiere di Amal e di Hizbullah e le foto dei leader Nasrallah e Nabih Berri sono numerose come le moschee che si incontrano. “Qui la chiesa è dentro la società dall’inizio. Poi guerre e persecuzioni, debolezza e mancanze dei cristiani, hanno portato a una diminuzione drastica. Per questo ora la missione per i cristiani è un’altra. “L’impegno per la nostra comunità è &#8211; sottolinea Padre Abdo Raad – aiutare i cristiani a rimanere nelle proprie terre. A tornare qua e rimanerci. Dobbiamo fare qualcosa per tutelare i cristiani, far si che migliori il livello di educazione per i figli e migliorare la giustizia sociale. Non è lavoro che la chiesa dovrebbe fare, non è un lavoro che può fare. E’ responsabilità dello Stato- afferma- noi possiamo al massimo fare pressione affinché lo Stato garantisca giustizia per tutti. Solo così possiamo incoraggiare i cristiani a tornare dicendo loro che hanno ancora una missione, perché senza cristiani – sottolinea – il Libano non sarà più quel messaggio di cui parlava il santo padre Giovanni Paolo II”. Ma a tutti questi si aggiunge un altro problema. I cristiani che tornano e quelli che restano, a causa della differenza culturale e dello standard di vita più alto, tendono a fare sempre meno figli. Uno, massimo due a famiglia. Le scuole private (cristiane) e tutti gli altri servizi privati sono carissimi e quindi sostenere la spesa per molti bambini diventa difficile. “I musulmani al contrario &#8211; ricostruisce il prete maronita Elia Rizh – si accontentano delle scuole pubbliche gratis, si adattano a vivere dove possono e alimentarsi come possono e così possono fare tanti figli”. Per loro vale poi un fattore culturale in più. I musulmani, soprattutto sciiti, tendono a procreare molto perché sentono come una missione quella di dare combattenti per la propria causa, comunitaria e religiosa. “Hanno bisogno di molti bambini per la guerra: devono procreare, sono obbligati, perché devono mandare i propri figli a combattere”.</p>
<p><a style="color: #0000ff; text-decoration: underline;" href="http://www.marconegri.net/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Marco Negri</a></p>
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		<title>La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/religioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/la-fuga-dei-cristiani-dalle-montagne-del-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Dec 2016 10:30:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cristiani]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="4000" height="2661" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="2661" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI.jpg 4000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2016/12/APERTURA_OCCHI-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 4000px) 100vw, 4000px" /></p><p>Il rumore penetrante del flex si propaga tra la vuota strada principale e i vicoli collegati senza ostacoli. Nel silenzio rimbombano i suoni delle martellate di un manovale che solitario lavora alla costruzione di un enorme edificio. Molto più alto delle modeste palazzine del piccolo villaggio di Masmura. Mancano ancora croci, simboli cristiani e dalle pareti di anonimo cemento non si capisce che da quella struttura verrà fuori un luogo di culto. Procedendo lungo la strada nella zona di Bhifa si passa da un piccolo villaggio all’altro: trecento, cinquecento abitanti al massimo. Le persone in giro sono pochissime. A Msrada il presepe è allestito curando al massimo i particolari. Di alberi di Natale addobbati se ne incontrano quasi a ogni incrocio. Insieme alle luminarie e altri simboli del Natale. E poi Ishlaeliah, un&#8217;altra chiesa, enorme, su una piccola collina, cui mancano tutti gli allestimenti ma spicca distintamente il campanile che ospiterà le campane. Non si sa quando. Ovunque regna una calma irreale e un silenzio profondo. Le tracce della cristianità sono le uniche visibili in tutta l’area. Tante da lasciar pensare che la maggioranza dei residenti sia cristiana. Eppure non supera il 10%. Nulla rispetto al 60% precedente alla guerra civile, meno di quarant’anni fa.</p>
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<p>Ad essersi sostituita a quella cristiani è stata la comunità Drusa, molto presente anche prima dell’inizio degli scontri divenuti inter confessionali di fine anni ’70. Indipendente, inserito nella lista delle ‘alternative’ islamiche, quello druso è un credo avvolto dal mistero nei dogmi e nelle pratiche che non prevedono manifestazioni all’esterno, né luoghi di culto. Niente simboli, foto di leader, immagini sacre. Per questo l’area dove i drusi sono maggioranza può sembrare popolata da altri. Settari, chiusi, autoreferenziali, i drusi non vedono di cattivo occhio quanto accade intorno alla propria comunità e non si oppongono alla costruzioni di luoghi sacri altrui, non avendone di propri. Le chiese in costruzione nella ‘loro’ area in Libano sono decine, ma in sostanza la montagna del Libano è cosa loro. Qui si concentrano molti dei circa 200mila drusi stimati nel Paese.</p>
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<p>Durante la prima fase della guerra civile libanese tra il 1975-76, poi con intensità maggiore a partire dal 1983, grazie al sostegno della Siria, interi villaggi furono rasi al suolo e le chiese distrutte. I repentini cambi di alleanze, e la rabbia confessionale che armò di volta in volta l’una o l’altra milizia, ha visto finire l’area di Chouf nel mirino delle razzie delle milizie facenti capo alla comunità drusa, guidata da Jumblatt. Portando a un cambio sostanziale della demografia. I cristiani scapparono verso Beirut, Junieh o altri luoghi sicuri. Bastioni dove la comunità maronita era numerosa e poteva stringersi compatta e fare fronte comune evitando le aggressioni. L’area di Monte Libano, lo Chuf, Bhifa, furono le aree maggiormente colpite dal crollo della presenza cristiana. Qui dove le radici della cristianità sono antiche come la stessa esistenza di questo spicchio di Libano attorno al quale si sono coagulate tutte le altre regioni fino a costituire il territorio del Libano contemporaneo.Un triste bilancio della guerra e della fase di crisi economica successiva a questa lo traccia padre Atef Moualuad, uno dei preti maroniti nel convento di Naameh. “Il convento &#8211; afferma con la voce di chi avverte ancora un brivido dietro la schiena &#8211; è stato completamente distrutto. Bombardato dagli israeliani perché qui si erano rifugiati i palestinesi durante la guerra. Durante la battaglia i palestinesi arsero vivi 3 monaci che erano qua”. E la comunità tutta intorno è scappata. “Dall’80% che eravamo, ora siamo sotto il 30%. Prima eravamo in tutti i villaggi, anche se non maggioranza. Ora ci sono moltissimi villaggi che sono completamente musulmani. Tutti sono andati via: Italia, Francia, Svizzera. Quelli che sono rimasti sono quelli che non hanno avuto possibilità di farlo. E le possibilità economiche per loro sono sempre inferiori”. La speranza di vedere rimanere la comunità cristiana, almeno come traccia di un passato felice, è affidata a quei pochi che tornano dopo anni, per ricostruire la vita tra le montagne del libano. Intorno alla struttura di cemento di oltre quaranta metri che domina su una vallata è un brulicare di persone. Anche sulla cima, intorno alla statua della madonna. Quella di nostra signora di Mtolleh però non è un ricordo ma una realtà. E’ stata appena posizionata li, e la struttura di cemento, coperta con gli addobbi rappresenterà l’albero di Natale. “È il più grande di tutto il Monte Libano, forse anche di tutto il paese” dice sorridente una signora. “Per la prima volta che la vergine è qui con noi”. I cittadini sono stati rifugiati per oltre vent’anni e ora, guidati dal sindaco Arnest Eid provano a ricominciare. “Questo è un luogo simbolico non soltanto perché è un villaggio cristiano, dove festeggeremo il Natale. Sotto la base di questo albero infatti c’era una trincea. Questa era la prima linea durante la guerra. Intorno era tutto distruzione. Ora ripartiamo da qui: dalla Madonna e da quest’albero, convinti che sarà un Natale speciale per tutti i cristiani di Chouf”. La comunità lavora insieme agli operai per allestire le ultime cose. La commozione è tanta. E una signora non trattiene le lacrime solo a sentirsi dire “noi siamo cristiani”.</p>
<p><a style="color: #0000ff;" href="http://www.marconegri.net/afghanistan-diary/" target="_blank" rel="noopener">Foto di Marco Negri</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/religioni/i-cristiani-perseguitati-del-libano/la-fuga-dei-cristiani-dalle-montagne-del-libano.html">La fuga dei cristiani dalle montagne del Libano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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