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“Vogliamo nemici che ci temano e amici che lottino al nostro fianco”. È lungo questa linea di frattura che le forze armate degli Stati Uniti disegnano la propria strategia geopolitico-militare per il Sud America. Uno scenario da Guerra fredda, con tanto di divisione in blocchi tra fedeli alleati e “Sstati maligni”, supportati da grandi potenze straniere che “attentano per procura alla sicurezza e agli interessi degli Stati Uniti” nel vecchio giardino di casa. Con una grande novità rappresentata dal nuovo posizionamento del Brasile sullo scacchiere politico e militare sudamericano, come Paese chiave. Tanto che a Brasilia è stato concesso di indicare un proprio generale come vice dell’ammiraglio Craig S. Faller, al vertice del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti, USSouthCom.

Il generale Alcides Valeriano de Faria Junior sarà il primo ufficiale brasiliano a occupare l’incarico di vice comandante di “interoperabilità”, direttamente subordinato alla catena di comando delle forze armate statunitensi. Lo USSouthCom è infatti composto da truppe di esercito, aeronautica, marina e guardia costiera statunitensi e ha il compito di garantire la sicurezza degli Stati Uniti in America centrale, meridionale e nei Caraibi. La nuova strategia a stelle e strisce nella regione, con la grande apertura di credito nei confronti del Brasile, va a rinforzare la relazione Washington-Brasilia mai così felice dagli anni ’60. Qualcosa di altamente significativo considerate le grandi manovre in corso nella regione, che rivisitano la vecchia lotta anti-marxista nel subcontinente in chiave moderna, a partire dal dossier Venezuela. Una crisi che vede gli Stati Uniti in prima linea nel contrasto senza se e senza ma, alla leadership di Nicolas Maduro.

Le linee guida dell’azione strategica del SouthCom nel subcontinente sono state definite dall’ammiraglio Craig S. Faller lo scorso 9 febbraio, in occasione dell’audizione al senato degli Stati Uniti. Nel documento di venti pagine presentato ai senatori, l’ammiraglio ha definito il quadro geopolitico militare complessivo, a partire dalla lista di buoni e cattivi.

Tra gli alleati, Faller inserisce la Colombia, Paese di recente entrato a far parte della Nato; il Cile, con il quale la partnership militare sui mari è ben consolidata; e il Brasile, divenuto un paese chiave dopo l’elezione del presidente Jair Bolsonaro. Tra gli “attori maligni”, il documento cita gli stati latini di Venezuela, Cuba e Nicaragua e, soprattutto, i loro grandi sponsor a livello globale: Russia, Cina e Iran. Paesi, riferisce il documento di Faller, che costituiscono “un sistema di minacce che mettono in discussione la sicurezza e la prosperità della regione”. La Russia e la Cina, si sostiene infatti nel rapporto presentato ai senatori statunitensi, “stanno espandendo la loro influenza nell’emisfero occidentale, spesso a spese degli interessi statunitensi”. Mosca, in particolare, “supportando un sistema di informazioni che diffonde false informazioni sugli eventi mondiali e sulle intenzioni degli Stati Uniti”. Quanto a Pechino, Faller sottolinea che il Paese adotta pratiche di prestito “predatorie e non trasparenti” per esercitare influenza politica ed economica nella regione, dove ormai ha assunto una enorme presenza in molti stati. A preoccupare è inoltre la possibilità che la Cina possa esercitare a danno degli Stati Uniti, un maggiore controllo dei porti dell’emisfero occidentale, tra Cuba e il canale di Panama. In ultimo tra gli stati canaglia, emerge l’Iran. “Principale patrocinatore del terrorismo nel mondo”, ha affermato Faller “sta cercando anche di riabilitare le proprie attività nella regione attraverso il condizionamento dei media in lingua spagnola” e agendo “per procura” attraverso la presenza di Hezbollah, attivo nel traffico di droga e nel riciclaggio nell’area al confine tra Brasile, Paraguay e Argentina, oltre che in Perù e Bolivia.

I tre Paesi “canaglia” sono anche i principali sponsor del Venezuela di Maduro, contro il quale gli Stati Uniti stanno mettendo in campo tutte gli strumenti di coercizione pacifica. E non solo. Vista la resistenza del presidente chavista, le indiscrezioni che riferiscono della possibilità di un’azione di forza da parte degli Stati Uniti trapelano della Casa bianca quasi quotidianamente. E il nuovo concetto strategico dell’USSouthCom potrebbe essere letto dunque in modo differente. Il rischio che il conflitto geopolitico economico con il Venezuela possa diventare scontro militare, fa sì che buone strategie nella regione diventino vitali gli Stati Uniti.

Il Brasile è da questo punto di vista in cima alla lista di paesi con i quali Washington punta a stringere “solidi partenariati fondati su istituzioni efficaci e trasparenti, scambi di informazioni e intelligence, sviluppo di capacità istituzionali”. Accordi, afferma Faller, che vedono le forze armate brasiliane “unirsi rete logistica per sostenere le possibili azioni militari statunitensi nella regione, attraverso l’adesione all’Unità operativa aerea per scopi speciali (Spmagtf)”. Una task force multinazionale “capace di agire su scale diverse e di lavorare all’interno di quadri di cooperazione di sicurezza esistenti per migliorare la nostra capacità collettiva di rispondere rapidamente alle crisi”.

La possibilità di vedersi trascinati in un conflitto regionale preoccupa molto però anche gli stessi brasiliani. Se il ministero della Difesa e le forze armate infatti sono stati sedotti dall’avvicinamento all’esercito statunitense, vari settori del ministero degli Esteri mostrano invece preoccupazione rispetto alla possibilità che la nuova alleanza militare, consolidata con l’indicazione del generale Alcides Valeriano de Faria Junior al UsSouthCom, possa essere viatico del coinvolgimento del Brasile in prima linea in una guerra contro il Venezuela. Uno scenario di crisi regionale con proiezione internazionale con conseguenze ancora tutte da valutare.

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