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“È sempre tempo per la giustizia. Non perseguire i criminali non è mai un’opzione in una società che emerge dalla devastazione della guerra, soprattutto in conflitti dove le atrocità sono state odiose, sfacciate, e la violenza sfrenata”. Non ha dubbi l’ex presidente della Commissione di verità e riconciliazione della Liberia, Jerome J. Verdier. Anche a distanza di anni dalla fine del conflitto nel suo Paese, la necessità di punire i responsabili è un dovere, principalmente per le vittime. E non a caso è proprio Verdier ora una delle maggiori spine nel fianco del neo presidente liberiano George Weah. L’ex presidente della commissione che ha investigato i crimini commessi nel corso degli anni delle guerre civili e consegnato la lista dei responsabili degli abusi, non fa sconti all’ex gloria calcistica del Milan sin da quando alla fine dello scorso dicembre, si è insediato a capo dello Stato dell’Africa occidentale.

Da quando è stato eletto nel dicembre del 2017, il presidente George Weah, è finito sotto una montante pressione da parte delle Nazioni Unite e di un fronte compatto di ben 76 Ong e organizzazioni dei diritti umani. Tutti concordi nel chiedere al più presto l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare riguardo crimini di guerra e crimini di natura economica commessi durante il conflitto, finanziandolo. Perché ogni giorno le aspettative riposte nell’ex calciatore crescano lo spiega Jerome J. Verdier, oggi direttore della Ong “International Justice Group”. Prima di tutto: “Nonostante la fiducia iniziale, è stato chiaro che l’ex presidentessa del governo transitorio Ellen Johnson Sirleaf non avrebbe spinto per la creazione del tribunale speciale, come suggerito da noi nella relazione finale della commissione di verità. È diventato poi sempre più chiaro – continua Jerome Verdier – che la ragione principale per cui non ha fatto nulla né contro la corruzione né a favore della creazione del tribunale, è perché lei stessa e i suoi familiari e suoi soci, hanno tratto il massimo beneficio dalla corruzione dilagante nel governo”. La seconda ragione è che Weah non ha partecipato alla guerra e “finora non è stato mai associato a nessuna delle fazioni in guerra nel conflitto liberiano” afferma Verdier. “E quindi c’è grande attesa anche perché ha fatto del ‘vero cambiamento’ il mantra della sua campagna presidenziale”.

Weah è stato infatti scelto come “outsider” nella prima elezione democratica in Liberia dopo due sanguinose guerre civili che tra il 1989 e il 2003 hanno causato la morte di almeno 250mila persone, oltre un milione di profughi, e che hanno registrato un’incidenza di stupro come arma di guerra tra le più alte della storia: tra il 61,4 e il 77,4 percento delle donne liberiane ha subito uno stupro. Crimini di guerra che includono, stragi, esecuzioni di sommarie, torture e mutilazioni, soprattutto contro i civili. Gran parte delle violazioni è stata ricostruita grazie alle indagini della Commissione di verità guidata a Verdier, ed è stata anche stilata una lista di presunti responsabili. Tra questi gli otto leader delle principali fazioni coinvolte nel conflitto, 98 persone accusate di violazioni dei diritti umani, 50 di crimini di guerra; e poi 19 corporazioni, istituzioni e individui accusati di crimini economici. In ultimo 57 persone per le quali sono state suggerite ulteriori investigazioni. Dal momento della consegna della relazione e delle raccomandazioni della Commissione di verità nel 2009, nessuno è stato perseguito e, l’inchiesta di un consorzio di Ong ha provato che 74 individui presenti sulla lista vivono sotto falso nome principalmente tra Stati Uniti ed Europa.

Eppure nonostante fosse sotto la lente di un così folto numero di osservatori, il presidente Weah ha però commesso un passo falso che lo ha fatto finire nella bufera. Allungando un’ombra sulla sua giovane amministrazione. Nelle ultime settimane, infatti, i media hanno diffuso la notizia della trattativa tra il presidente George Manneh Weah e l’ex signore della guerra, oggi senatore, Prince Y. Johnson. Il presidente Weah, in cambio dell’appoggio in parlamento da parte di due senatori per sostituire un giudice costituzionale a lui sgradito, sarebbe pronto a rallentare nell’istituzione del tribunale speciale per i crimini di guerra, che vedrebbe, tra gli altri, Prince Johnson finire alla sbarra. Su questo fatto Jerome Verdier non usa mezzi termini: “Il popolo liberiano è furibondo perché si è reso conto che il presidente è pronto a fare un patto con il diavolo proteggendo i signori della guerra e l’ex presidente Sirleaf dalla giustizia, pur di ottenere un suo risultato. Questo atto del presidente Weah – afferma – è immorale e contrario alle politiche pubbliche, un motivo in più per cui ora diventa urgente affrontare la corruzione e l’impunità prima che il suo governo si adagi sugli allori”.

La pressione perché una Corte venga istituita è fortissima. La speranza è che un tribunale ibrido composto da sezioni speciali all’interno dei tribunali liberiani, formati da giudici nazionali e internazionali possa operare al più presto per punire i perpetratori delle violenze nel corso della guerra. Questo perché, sottolinea Jerome Verdier: “Sebbene sia trascorso oltre un decennio dalla fine della guerra, è importante condannare i responsabili delle violazioni per avere una società più pacifica e giusta. Molti anni dopo la fine della guerra, le persone stanno ancora soffrendo. Le loro richieste non sono state soddisfatte e il loro dolore è ancora vivo. La giustizia genererebbe una sensazione di chiusura fornendo alcune risposte a quelle domande che la Commissione di verità non ha risposto. Che tipo di messaggio stiamo inviando alle generazioni future – si chiede il direttore di Ijg – se non garantiremo giustizia o responsabilità per violazioni disumane e commesse senza pietà spesso alla luce del giorno?”.